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luglio/agosto 2009
Hussein Agha e Robert Malley: Obama in Medio OrienteVirtualmente sotto ogni punto di vista nome, razza, origini ed educazione Barack Hussein Obama è stato un candidato alla presidenza degli Stati Uniti rivoluzionario. Eppure, almeno per quel che concerne la politica del Medio Oriente, non vi è motivo di pensare che sarà un presidente rivoluzionario. Una netta rottura con la tradizionale politica statunitense è avvenuta con il governo Bush, durante il quale gli USA hanno invaso e occupato l'Iraq, hanno snobbato la Siria e si sono impegnati in un disegno al contempo ambizioso e irresponsabile: dare un nuovo assetto a questo scacchiere strategico. Quella di Bush Junior è stata una presidenza di rottura poiché animata, e al contempo accecata, da una rigida concezione ideologica e per la sua inconsueta propensione a scegliere la manus militare piuttosto che i mezzi della diplomazia. La prima mossa di Obama sarà chiudere codesta tempestosa parentesi. E sarà un'impresa da non sottovalutare. L'agenda obamiana riguardo al Medio Oriente è al centro di un turbine di congetture, il fulcro delle quali è il conflitto israelo-palestinese. Martin Filler: Manie de mamanNonostante la natura intrinsecamente sociale dell'architettura e dell'urbanistica, le biografie dei grandi costruttori erano rare, prima del Novecento, e tuttora sono assai meno numerose delle "vite" di illustri pittori e scultori. Una svolta nella percezione dell'arte edificatoria da parte del pubblico si ebbe nel 1932 con la pubblicazione di Un'autobiografia di Frank Lloyd Wright, picaresca narrazione che appassionò molti che non avevano la più pallida idea di ciò che in effetti gli architetti fanno. L'autoritratto di Wright come "individualista eroico" ispirò il personaggio di Howard Roark, l'architetto protagonista del romanzo La fonte meravigliosa di Ayn Rand, best-seller nel 1943. Ma la Rand travisò l'accattivante egotismo di Lloyd Wright nella soffocante megalomania di Roark, il quale assomiglia piuttosto a un altro grande contemporaneo architetto e urbanista: Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret, svizzero-francese, nato nel 1887, venti anni dopo Wright. Stephen Greenblatt: Un Amleto fra i caniA mio fratello e a me non è stato mai permesso di tenere animali domestici di qualsiasi genere, a parte una piccola tartaruga che mi venne regalata una volta durante un viaggio in Florida e che i miei genitori mi autorizzarono inspiegabilmente a riportare a casa nostra nel Massachusetts. E persino questa modesta inoffensiva creatura che sguazzava nella sua vaschetta era costretta, per ordine di mia madre, a passare le notti non in camera mia ma sulla veranda riparata. Suppongo che mia madre temesse che in qualche modo, in piena notte, la prigioniera s'arrampicasse sulle pareti del suo recinto di vetro e ci strangolasse nei nostri letti. Richard C. Lewontin: Perché proprio Darwin?Quando ero studente mi hanno insegnato a pensare che la cosiddetta "teoria del naso di Cleopatra" applicata alla storia fosse sbagliata. In base a questa idea, tratta dai Pensieri di Pascal, se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutto sulla faccia della terra sarebbe stato diverso. L'intenzione non era certo quella di considerare le biografie inadatte per costruire una narrazione storica, ma si rifiutava l'idea che le caratteristiche, i pensieri o le azioni di una particolare persona potessero rappresentare la condizione necessaria perché gli eventi nel mondo si svolgessero in un certo modo. In sostanza, se Iosif DÏugaävili non fosse mai nato, qualcun altro avrebbe potuto essere Stalin al suo posto. Gianfranco Pasquino: Sultanato e altri regimiRaccogliere in un libro articoli ed editoriali di politica è un'operazione sempre rischiosa. Pubblicati su un quotidiano come commenti a un fatto specifico, gli scritti di questo genere sono, di solito, destinati a durare, letteralmente, l'espace d'un matin. Raramente sopravvivono all'evento oggetto del loro commento, a meno che l'autore non sappia soddisfare efficacemente due condizioni: primo, utilizzi solidi fondamenti teorici; secondo, collochi il suo commento in maniera precisa, ma non pedante, nell'ambito della teoria politica. A queste due condizioni, qualcuno potrebbe volere aggiungere che i commenti durano più a lungo se soddisfano una terza, importante, condizione: siano guidati da senso civico, da un qualche tipo di impegno che non significa necessariamente un'ideologia rigida e costrittiva, ma l'espressione di convinzioni profonde. Ahmed Rashid: Pakistan a rischioRaggiungere il palazzo dove risiede il presidente Asif Ali Zardari nel cuore di Islamabad per partecipare a una cena è come cimentarsi in una corsa a ostacoli. La capitale un tempo sonnacchiosa del Pakistan, piena di burocrati e diplomatici, clienti abituali dei ristoranti, è oggi zeppa di barriere di cemento, mura antiesplosione, posti di controllo, reparti armati di polizia e militari: come conseguenza dei recenti attentati suicidi con esplosioni di bombe, la città è ormai simile a Baghdad o a Kabul. Nel primo posto di controllo, a più di tre chilometri dal palazzo, registrano il mio nome e il numero di targa della mia auto. Lungo il percorso si susseguono altri sette posti di controllo in cui c'è sempre da discutere. Roberto Satolli: Il tabù della saluteQualche sera fa, mi sono trovato ad assistere a una proiezione di Domani torno a casa, girato per Emergency da Paolo Santolini e Fabrizio Lazzaretti negli ospedali gestiti a Kabul e a Khartoum dall'organizzazione umanitaria. Il film documenta, intrecciandole, le vicende di un bambino afghano che aveva perso una mano giocando con una mina e di un adolescente sudanese malato di cuore e bisognoso di una valvola cardiaca. Entrambe, secondo gli autori, vittime dirette o indirette della stessa guerra. Seguendo le due storie parallele, tragiche ma fortunatamente a lieto fine (grazie all'intervento di Emergency, tra tanti altri casi che continuano invece a finire male), mi sono trovato più volte a pensare al volume inchiesta La fiera delle sanità, che stavo leggendo in quei giorni, come se libro e film fossero due facce di una stessa medaglia, di cui non afferravo però compiutamente l'insieme. Colin Thubron: Chiuso in una stanza a scrivereÈ un'ironia della sorte che la fama di Orhan Pamuk derivi tanto dalle sue prese di posizione in politica quanto dai suoi libri. Questo turco insignito del Premio Nobel è uno degli scrittori più appartati e reconditi. Per oltre trent'anni ha abitato solitario in un piccolo appartamento, a Istanbul, scrivendo per dieci ore al giorno, sorretto da un misantropico amore per questa fra le più malinconiche città. Egli è il poeta del labirinto dei propri pensieri, delle proprie concezioni, di ciò che è favoloso e delicatamente ambiguo. I suoi modelli letterari non sono Gor'kij o SolÏenicyn bensí Borges e Calvino. In Altri colori. Vita, arte, libri e città, Pamuk ha resuscitato una raccolta di scritti pubblicati nel 1999, l'ha radicalmente riveduta (con alcune aggiunte) onde dar luogo dice a un'obliqua autobiografia. Nella prefazione esordisce con la malaugurosa ammissione che il libro si compone di frammenti che non hanno (finora) avuto modo di inserirsi in alcuno dei suoi romanzi, indi soggiunge: «Per descrivere quegli episodi sfuggenti, le improvvise epifanie in cui la verità viene in qualche misterioso modo rivelata, ho raccolto e messo insieme questi frammenti per farne un libro completamente nuovo, fondato su un nucleo autobiografico». E conclude con ludica evasività, asserendo che il libro si colloca «in una cornice nata per suggerire un centro che io ho cercato di nascondere, e spero che si voglia leggerlo con il gusto di immaginare quel centro». Federico Varese: Mafia come logoNegli anni Novanta ho viaggiato spesso nella Russia Centrale e soprattutto nella città di Perm', ai confini con la Siberia, per raccogliere materiale destinato a un libro sul crimine organizzato, e a ogni visita mi trovavo ad aprire un conto corrente in una banca che al viaggio successivo non esisteva più. Una volta parlai del fallimento delle banche con uno dei miei intervistati, il leader di un gruppo mafioso locale un tipo corpulento, la cui corte si riuniva in un ristorante alla periferia della città. Indossava un completo bianco e parlava nel gergo dei criminali russi, che aveva imparato nel carcere dove era stato incoronato "boss". Non posso immaginare uno scenario più improbabile per un'intervista: qualcuno cantava, e male, una celebre canzone pop russa a un volume intollerabile e il mio interlocutore doveva respingere le attenzioni di un drappello di avvenenti ballerine del ristorante. La sua organizzazione, a quanto si diceva, controllava tre delle banche cittadine, eppure anche lui aveva perso denaro nel fallimento di uno degli istituti di credito locali. Non molto tempo dopo quell'incontro, nell'agosto 1998, la Russia si trovò ad affrontare la peggiore crisi economica dalla fine del comunismo. La valuta perse il settanta per cento del suo valore e metà delle banche chiusero i battenti. Molti altri mafiosi persero denaro. Mentre me ne sto al sicuro nel mio studio in una città universitaria a diverse migliaia di chilometri e a più di dieci anni di distanza, mi chiedo quale effetto avrà la crisi attuale sui vertici del crimine organizzato di tutto il mondo. AnticipazioniGIANFRANCO PASQUINO La Francia di Sarkozy | |||||
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