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Nella prigione di Evin
CLAIRE MESSUD

HALEH ESFANDIARI, La mia casa, la mia prigione, la mia patria. La voce di una donna dall'Iran in rivolta, trad. di Roberto Merlini, Milano, Garzanti, pp. 292, €19,60

I fatti straordinari accaduti in Iran negli scorsi mesi ci hanno recato immagini, voci e racconti inimmaginabili fino a poco tempo fa; essi rivelano, tra l'altro, quanto poco sappiamo della vita quotidiana di quel paese da dopo la rivoluzione. Nondimeno, negli Stati Uniti siamo tristemente a conoscenza del famigerato carcere di Evin, a Teheran, il buco nero del sistema repressivo fondamentalista. Emblema del regime, è un luogo di torture e interrogatori, di isolamento, di violenze sia morali che fisiche. Una prigione per spezzare lo spirito.

Intellettuali, politici, attivisti e giornalisti di spicco sono scomparsi nelle sue fauci. Molti, come il fotografo canadese-iraniano Zahra Kazemi, morto nel 2003 dopo essere stato brutalmente picchiato, o i ventinove prigionieri iraniani giustiziati nel luglio del 2008, non sono sopravvissuti per narrare il proprio calvario. Molti altri sono ancora in carcere. Tra di essi, schiere di riformisti arrestati durante l'ondata di manifestazioni dell'estate; in particolare, lo studioso Kian Tajbakhsh, arrestato nel 2007 nello stesso periodo di Haleh Esfandiari, e di recente scandalosamente condannato, in uno strombazzato processo politico, a non meno di dodici anni di prigione.

In tale consesso, Haleh Esfandiari, direttrice irano-americana del Programma mediorientale presso il Woodrow Wilson Center di Washington, si pone tra i casi fortunati. Apparentemente poco papabile candidata all'arresto – quando fu imprigionata, nel 2007, aveva sessantasette anni, era già nonna e si trovava in Iran in visita alla madre novantatreenne – la Esfandiari fu risucchiata nel vortice surreale del ministero delle Informazioni e della Sicurezza dell'Iran, subí lunghi interrogatori e per quattro mesi fu tenuta in isolamento. Il suo rilascio, a quel che pare, fu la diretta conseguenza di uno scambio epistolare tra il suo datore di lavoro, Lee Hamilton, direttore del Wilson Center, e l'ufficio del Leader Supremo, l'ayatollah Khamenei – benché il marito della Esfandiari, lo storico Shaul Bakhash, e molti altri (tra cui il direttore della New York Review of Books), sia negli Stati Uniti sia in altre parti del mondo, si fossero instancabilmente attivati per la sua libertà. Come ha dichiarato lei stessa, è impossibile stabilire con precisione quale convergenza di eventi abbia indotto i suoi catturatori a liberarla – tanta è l'oscurità che avvolge la loro visione del mondo e le loro convinzioni riguardo al ruolo da lei assolto.

In seguito alla sua esperienza, Esfandiari ha scritto un memoriale di grande raffinatezza e sensibilità. La mia casa, la mia prigione, la mia patria è, precipuamente, un resoconto del suo annus horribilis, dall'artefatta "rapina" subita mentre si stava recando all'aeroporto di Teheran il 30 dicembre 2006, e che la lasciò opportunamente priva di passaporto e impossibilitata a lasciare il paese, al suo definitivo rilascio quasi otto mesi più tardi passando per il periodo della sua detenzione. Ma Esfandiari fornisce altresí una lucida e sintetica storia dell'Iran del XX secolo fino ai primi anni del XXI e, con essa, un profilo della sua straordinaria esistenza attraverso continenti e culture diverse. La sua è una scrittura contenuta – molto più che di effusioni emotive, il libro è ricco di fatti e dettagli vividamente narrati –, una scelta che non fa che aumentare la potenza della sua prosa: ma la posizione di perfetta conoscitrice sia dell'America che dell'Iran le concede l'opportunità di far luce, a beneficio del lettore americano, su alcuni apparenti misteri della sua cultura natia.

Per capire la sua incarcerazione, occorre avere presenti sia il retroterra storico di quella cultura sia la particolare parabola esistenziale della Esfandiari. (Un'affermazione che potrà sembrare penosamente ovvia; tuttavia fatti risaputi a qualsiasi iraniano – come il duraturo risentimento popolare verso il colpo di stato del 1953 che, con la collaborazione della CIA, riportò lo scià al potere – sembrano essere spesso sfuggiti alla classe politica statunitense.)

Cosmopolita e intellettuale, l'educazione della Esfandiari ricorda al lettore l'Iran quale era noto un tempo all'Occidente. Era la primogenita di un botanico iraniano, a sua volta discendente di governatori regionali e di politici della città orientale di Kerman, e di un'austriaca. I genitori si erano incontrati a Vienna prima della guerra. Cresciuta tra la casa in stile tedesco della madre e la famiglia tradizionale iraniana della nonna, la Esfandiari, al pari dei genitori, frequentò l'università a Vienna: «Pur tenendomi a distanza dal movimento studentesco … il tempo trascorso a Vienna aveva influenzato in larga misura il mio sviluppo intellettuale e il mio amore per la cultura occidentale». Portato a termine il dottorato, fece ritorno in Iran nel 1964, a ventiquattro anni.

Insieme alla propria storia, Esfandiari espone i dati essenziali di quella del proprio paese. La fondamentale lotta di potere tra lo scià e il suo primo ministro, Mohammad Mossadegh, che tentò di nazionalizzare l'industria petrolifera iraniana, si consumò negli anni Cinquanta, quando Haleh era una bambina, ma «pur avendo solo undici anni, venni coinvolta in questi sommovimenti politici, come gli altri allievi della tranquilla e tradizionale Jeanne d'Arc [scuola femminile cattolica gestita da suore francesi]. Eravamo tutti politicizzati e volevamo mandare via gli inglesi, per riportare l'industria petrolifera in mani iraniane».

Disgraziatamente, la CIA non concordava con le giovani allieve. (L'importanza della scuola Jeanne d'Arc nell'educare la futura classe dirigente femminile dell'Iran prerivoluzionario è evidente: da un rapido sguardo ai nomi delle diplomate risulta che fossero in gran parte professioniste, destinate perlopiù a prendere la via dell'esilio.) Il rapporto di casa Esfandiari con la rivolta di Mossadegh fu complicato altresí dal fatto che «la famiglia era divisa tra sostenitori di Mossadegh e sostenitori dello scià … Mossadegh, l'aristocratico che si era dichiarato difensore delle masse, era un parente stretto».

Pur non fornendo la dovizia di particolari sui famigerati abusi del regime dello scià rinvenibile in Shah-in-shah di Ryszard Kapuscinski (1985)1 o nell'avvincente In the Rose Garden of the Martyrs di Christopher de Bellaigue (2005),2 la Esfandiari illustra le crescenti difficoltà in cui questo si dibatté nel corso degli anni Sessanta e Settanta, e pone tali problemi in concreta relazione con la propria vita. La prima carriera professionale da lei intrapresa, al suo ritorno in Iran, fu quella giornalistica. Curò articoli e traduzioni per il principale quotidiano del paese, il Kayhan. Fu lí che incontrò il futuro marito Shaul Bakhash, mentre si occupavano entrambi di una visita ufficiale in Iran dell'imperatore d'Etiopia Haile Selassie. (Il fatto che lui fosse ebreo e lei musulmana era, all'epoca del loro matrimonio nel 1965, decisamente insolito ma nient'affatto scandaloso: la nonna di Haleh, musulmana conservatrice, benedisse la loro unione.) Lasciata Teheran per vari anni onde consentire a Bakhash di intraprendere la carriera accademica a Harvard e Oxford, la coppia vi fece ritorno nel 1972.

Tornata al Kayhan, Haleh si accorse che non sarebbe potuta restarvi a lungo: «Lo scià e il governo mostravano sempre meno tolleranza nei confronti delle critiche, anche le più moderate, e la pressione esercitata sui media dal rinvigorito ministero delle Informazioni diventava via via più pesante». Quando Amir Taheri, protetto del primo ministro Amir Abbas Hoveyda, fu nominato direttore del giornale, la Esfandiari se ne andò a lavorare per l'Organizzazione femminile iraniana (WOI), un movimento per i diritti delle donne fondato nel 1966.

In una toccante digressione – tanto più significativa alla luce della crescente influenza delle donne nell'attuale movimento riformista iraniano e della loro accresciuta presenza nelle strade durante le manifestazioni della scorsa estate – Esfandiari si sofferma sul proprio lavoro per l'Organizzazione, che si protrasse fino al 1975: «Dopo la rivoluzione, le autorità religiose cercarono di azzerare il maggior numero possibile delle nostre conquiste … Ma io sono convinta che la WOI abbia giocato un ruolo significativo nello sviluppo di una nuova generazione di donne consapevoli dei propri diritti e ben decise a non farsi relegare nuovamente in una condizione di inferiorità. Per queste ragioni, i tre anni che trascorsi alla WOI rimangono tra i più entusiasmanti della mia esperienza lavorativa. Sono diventata, e sono tuttora, una femminista impenitente».

Da qui, Haleh passò alla Fondazione Shahbanou Farah, un'organizzazione culturale istituita e intitolata alla terza moglie dello scià (anch'essa diplomata alla scuola Jeanne d'Arc), sovrintendendo a musei e centri culturali. Da questa posizione vantaggiosa, assistette al progressivo tracollo del regime dello scià: «Nel 1977, per esempio, le "notti della poesia", organizzate a Teheran dal Goethe Institute, assunsero toni decisamente politici. Grandi folle ascoltavano i poeti mentre leggevano brani di opere che esaltavano la libertà e criticavano l'oppressione. Avvocati e intellettuali scrivevano lettere aperte al primo ministro e allo scià, in cui chiedevano il ripristino delle libertà più elementari e il rilascio dei detenuti politici».

In un tale scenario, osserva Esfandiari, il richiamo popolare esercitato da Khomeini – che dai primi anni Sessanta condannava apertamente il regime dello scià, e aveva vissuto in esilio in Turchia, Iraq e Francia – acquistò inesorabile slancio. Mentre gli oppositori dello scià erano politicamente eterogenei (comunisti, intellettuali, funzionari pubblici), «i luogotenenti di Khomeini arrivarono a dominare il movimento, e l'ayatollah si impose come leader indiscusso». Nel 1978, la mole e la violenza delle manifestazioni si accrebbero in progressione geometrica. «Il regime», scrive Esfandiari, «messo in ginocchio da scioperi, serrate, dimostrazioni e atti di violenza nelle strade, non aveva via d'uscita».

Pur sottolineando apertis verbis alcune scaturigini della sommossa, Esfandiari non si sofferma sui motivi di lagnanza popolare all'indirizzo dello scià. È illuminante leggere il resoconto di Kapuscinski sulle condizioni di vita negli ultimi anni di regno di Pahlavi, scritto all'epoca della rivoluzione. Non si può fare a meno di notare quanto appaiano familiari agli odierni lettori di quotidiani i metodi del suo regime: «Oltre centomila iraniani studiano in Europa e in America … Oggi ci sono più medici iraniani a San Francisco e ad Amburgo che a Tabriz e Meshed. I giovani non si lasciano tentare neanche dai generosi salari offerti dallo scià: temono la Savak e non vogliono più baciare i piedi a nessuno … Un iraniano in patria non può leggere i libri dei suoi migliori scrittori (che vengono stampati solo all'estero), non può vedere i film dei suoi migliori registi (proibiti nel paese), non può ascoltare la voce dei suoi intellettuali (condannati al silenzio)».3

Per Esfandiari e Bakhash, che avevano da poco avuto una bambina, gli sconvolgimenti della rivoluzione presentavano troppe incognite: all'inizio di dicembre del 1978, Haleh portò la figlioletta a Londra per due settimane, in attesa che passasse la burrasca. Invece, non doveva fare più ritorno in patria per molti anni. Khomeini tornò in Iran nel febbraio del 1979 e, in capo a dieci giorni, la monarchia dello scià crollò. Ora, «pattuglie rivoluzionarie armate percorrevano le strade. Tutti i giorni apparivano sui quotidiani di Teheran macabre fotografie di funzionari del vecchio regime giustiziati – molti di loro li conoscevo personalmente o li avevo seguiti nei miei reportage». A Bakhash era stato offerto un contratto di visiting professor a Princeton e la famiglia si trasferí negli Stati Uniti, dove da allora ha sempre vissuto. Esfandiari insegnò persiano a Princeton fino al 1992. Scrisse quindi il suo primo libro, Reconstructed Lives: Women and Iran's Islamic Revolution (1997),4 grazie anche a due borse di studio assegnate dalla MacArthur Foundation e dal Woodrow Wilson Center. Le fu proposto da Robert Litwak, all'epoca direttore della divisione Studi internazionali del Wilson Center, di aprire una sezione mediorientale, dove Haleh lavora ancora oggi.

Esfandiari fece per la prima volta ritorno in Iran nel 1992, incoraggiata dal clima più liberale alimentato dal relativo pragmatismo del presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e dall'allora ministro della Cultura Mohammad Khatami. Dopo la morte del padre, nel 1995, aumentò la frequenza delle visite per accudire l'anziana madre. Scrive della seconda metà degli anni Novanta e degli inizi del nuovo millennio: «La possibilità di un cambiamento radicale sembrava reale e gli iraniani credettero, per un breve periodo, di poter prendere in mano la propria vita e il proprio governo. Non sarebbe stato cosí, e per me fu straziante assistere al venir meno di una speranza tanto concreta».

In seguito all'elezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005, tuttavia, il corso della società mutò al punto, scrive, che «decisi di stare alla larga da chiunque avesse anche solo una minima connotazione "politica"». Malauguratamente, tutti i suoi sforzi non bastarono a proteggerla dall'occhio malevolo del ministero delle Informazioni e della Sicurezza, «erede della polizia segreta dello scià, la SAVAK», ben più micidiale perfino di quest'ultima, e responsabile della morte di migliaia di dissidenti.

L'istituzione segnò l'esistenza di Esfandiari dal 30 dicembre 2006, quando sarebbe dovuta tornare a casa a Washington, fino al settembre del 2007, quando finalmente ci riuscí. E le interazioni di Haleh con i suoi emissari costituiscono una lettura strabiliante. Fu un'esperienza assurda, orrenda e inquietantemente banale: alla vigilia della sua partenza, in un ultimo ghirigoro minacciosamente comico, il suo principale interrogatore, un certo Ja'fari, si presentò con un regalo per lei, «una bellissima scatola intarsiata», che conteneva un volume rilegato in pelle con le poesie di Hafez, celebre poeta iraniano del XIV secolo. «Esaminai quel curioso dono, chiedendomi quale potesse essere il suo significato. Era veramente strano. Il ministero delle Informazioni mi stava mandando un messaggio: "Nessun rancore. Cerchiamo di essere amici … Sono le nostre regole del gioco», scrive Haleh dei suoi aguzzini, e la danza surreale degli otto mesi trascorsi nelle loro mani ha davvero le caratteristiche di un gioco – distruttivo, potenzialmente letale, e tuttavia un gioco.

Per Esfandiari, il ministero delle Informazioni e della Sicurezza si incarnò principalmente nella figura di due individui: il suo principale interrogatore, Ja'fari, e il diretto superiore di quest'ultimo, Hajj Agha. Il primo incontro con Ja'fari risale ai primi di gennaio del 2007 presso un centro di interrogatori situato in un edificio che «ricalcava la forma del Petit Trianon», dove il funzionario la sottopose per oltre due settimane a sedute di interrogatorio di varie ore ciascuna: «Trentacinque anni circa, statura media, barba incolta, Ja'fari indossava una camicia scollata sotto una specie di sahariana. Sulla sua faccia campeggiava un ghigno beffardo».

Hajj Agha, il più affabile e apparentemente più premuroso dei due, con cui più numerosi furono i contatti dopo l'incarcerazione di Haleh ai primi di maggio del 2007, si delinea come la figura più sinistra a dispetto dei suoi modi gentili: il suo nome, più onorifico che individuale ("Hajj" indica colui che si è recato in pellegrinaggio alla Mecca, mentre "Agha" è titolo riservato a un ufficiale dell'esercito), lo rende di fatto una figura anonima. Se a ciò si aggiunge il fatto che, durante i colloqui, Esfandiari doveva restare con la faccia contro il muro e che non lo vide mai in volto, questi rimane un inquietante monogramma.

La linea di interrogatorio perseguita da Ja'fari si delineò chiaramente sin dall'inizio: «Immaginava che il Wilson Center fosse un'emanazione del governo degli Stati Uniti, che fossimo implicati in qualche sinistro complotto contro la repubblica islamica e che tenessimo regolarmente riunioni segrete per pianificare una strategia a questo scopo». «Come si fa a convincere un uomo con la sua mentalità che la Ford Foundation, che aveva concesso dei finanziamenti al mio programma, non fa parte di una "cospirazione sionista"?», si domandava Haleh. «Come potevo convincerlo che mio marito non era un agente di Israele?»

Più esattamente, Esfandiari si rese conto che Ja'fari e il ministero delle Informazioni e della Sicurezza temevano «che il Wilson Center doveva essere coinvolto in un complotto finalizzato a scatenare una rivoluzione di velluto – un "colpo di stato morbido", come lo definiva talvolta Ja'fari – anche in Iran».

«Ma erano il National Endowment for Democracy e l'Open Society Institute (OSI) ad attirare particolarmente la sua curiosità. L'OSI faceva parte delle Soros Foundations … Le fondazioni operavano nei paesi dell'ex Unione Sovietica, inclusi l'Ucraina, la Georgia e il Kazakistan. In quei paesi, movimenti di massa guidati dagli intellettuali e dai partiti di opposizione erano riusciti a far cadere governi di stampo sovietico. Si parlava di "rivoluzioni di velluto" o di "rivoluzioni arcobaleno" per la natura non violenta di quei movimenti, e perché i dimostranti avevano adottato un determinato colore identificativo – arancione in Ucraina e rosa in Georgia, per esempio. Nella mente contorta di Ja'fari e dei suoi colleghi, erano state le Soros Foundations a provocare quelle rivoluzioni, e siccome Soros era ebreo, ci doveva essere dietro un'oscura cospirazione ebraica.»

Questa sfrenata paranoia è tanto più affascinante poiché, per certi aspetti, non troppo lontana dalla realtà. Arancione in Ucraina, rosa in Georgia, e verde in Iran? Può darsi che lo sconfitto candidato presidenziale dello scorso anno, Mir Hussein Moussavi, non abbia cercato di provocare una «rivoluzione di velluto», ma, nella loro appassionata invocazione per una riforma democratica, i suoi sostenitori non ne erano troppo lontani, e la loro resistenza, quantunque in forme meno visibili, va avanti. Se pure è folle imputare a Stati Uniti e Gran Bretagna di aver coordinato e manipolato un tale scontento, Ja'fari non aveva tutti i torti a essere allarmato, né a immaginare che l'Occidente auspicasse il successo dei riformisti.

Pure, comprendere che una parte del ministero delle Informazioni e della Sicurezza iraniano (emerge infatti chiaramente, durante il calvario di Esfandiari, uno scontro tra fazioni dietro le quinte: «uno pronto a lasciarmi andare e l'altro deciso a trattenermi») era profondamente convinta che l'OSI fosse responsabile delle rivoluzioni negli ex paesi sovietici, e perseguisse un'analoga strategia in Iran, significa già cogliere le strane, romanzesche, reciproche incomprensioni esistenti tra Iran e Stati Uniti: non si sarebbe mai creduto che potessero veramente immaginare una cosa simile. Di colpo, con la spiegazione di Esfandiari, le dichiarazioni apparentemente folli di Teheran in merito al coinvolgimento occidentale nei fatti del giugno 2009 assumono un nuovo significato: è di fondamentale importanza capire che non si tratta di un semplice florilegio retorico. È molto probabile che perlomeno una parte dell'establishment iraniano sia convinta – o creda di doverlo essere – della verità di tali asserzioni.

Gli interrogatori mutarono natura, intensità, e scenario. Esfandiari fu chiamata a rispondere a domande per iscritto, a fornire documenti e informazioni relative alla sua vita e al suo lavoro e a parlare davanti a una telecamera in una "intervista" trasmessa alla televisione nazionale insieme a quelle di altri due prigionieri: il politologo Ramin Jahanbegloo (che era già stato rilasciato, e definí la trasmissione «un episodio degno della Russia stalinista o tratto da una pagina di 1984, il celebre libro di George Orwell»), e il sociologo e urbanista Kian Tajbakhsh. Ma il tasto su cui si batteva era sempre lo stesso.

Per un certo periodo, tuttavia, gli interrogatori cessarono: tra le sedute del "Petit Trianon" e l'arresto vero e proprio ci furono «undici settimane di silenzio. Fu un periodo di ansiosa attesa, che cercai di riempire in svariati modi … Passavo le giornate in uno stato di prostrazione, come se tenessi la testa incassata nelle spalle in attesa che arrivasse il colpo». Questo iato, durante il quale Esfandiari rimase in trepidante attesa della sua sorte, fu una tortura psicologica bella e buona: «Trovarmi nel mirino del ministero delle Informazioni significava che non sarei mai più stata al sicuro in Iran, neppure a casa mia. Non potevo più parlare liberamente al telefono. Ero convinta che gli operatori dell'intelligence leggessero le mie e-mail. Avevo i nervi sempre tesi … Detestavo starmene chiusa in casa, ma uscire mi rendeva oltremodo nervosa. Mutti e io ci isolammo sempre di più. Il piccolo gruppo di insider accademici che avevano generosamente cercato di aiutarmi cominciava a scomparire dalla mia vita … Non riuscivo più a vedere la bellezza del paesaggio che avevo sempre amato. Vedevo solo il grigio squallore delle strade, le pile di rifiuti non raccolti, le buche, l'acqua sporca che ristagnava nei canali, lo smog e il traffico impazzito».

In quel periodo, Esfandiari si rese conto di aver sempre «pensato che la mia doppia nazionalità iraniana e statunitense riflettesse bene i due mondi e le due culture tra cui mi dividevo». Ma la realtà era un'altra: «Il mio paese d'adozione e il mio paese di nascita erano impegnati in una pericolosa guerra non dichiarata; e io, come molti altri nelle mie stesse condizioni, ero presa tra due fuochi». Il sostegno americano a Saddam Hussein durante gli otto anni di guerra tra Iran e Iraq; gli aiuti finanziari iraniani a Hezbollah; i bombardamenti del Libano nel 1983 e gli attentati dinamitardi alle Torri Khobar in Arabia Saudita nel 1996; il programma di "promozione della democrazia" dell'amministrazione George W. Bush, «la politica di promuovere un cambiamento di regime cercando di sovvenzionare i dissidenti» – tutto questo segnò il destino di una donna tornata a Teheran per visitare la vecchia madre vedova.

Finalmente, il 2 maggio 2007, Ja'fari le notificò ufficialmente il mandato di arresto. Esfandiari fu posta in isolamento nel carcere di Evin, dove trascorse i quattro mesi successivi. Il suo vivido racconto di questa esperienza, dall'ingresso nella prigione bendata, fornisce un quadro straordinariamente sobrio del trattamento subito e della sua resistenza psicologica. Ci viene descritta la sua cella, l'aspetto dei secondini, come dormiva, come si lavava, cosa mangiava, come si faceva il bucato, come venivano condotti gli interrogatori – tutti i dettagli, insomma, in grado di farci immaginare chiaramente la sua prigionia. Veniamo a sapere della sua considerevole perdita di peso, della sua resistenza ai medici della prigione, e di un problema alla pelle che aveva temuto potesse essere un cancro.

Inevitabilmente più arduo è comunicare il dazio mentale della prigionia, ma anche qui Esfandiari riesce a dar conto pragmaticamente di pensieri e decisioni: «Fin dal primo giorno avevo deciso che, se volevo evitare di cedere alla disperazione, dovevo impormi una rigida disciplina … Sapevo di dover essere psicologicamente forte, di dover mantenere la massima lucidità, restare concentrata sugli interrogatori», decisione che comportò la rinuncia a indugiare su familiari e amici, dedicando invece buona parte del suo tempo a esercizi fisici per mantenersi in forze. «Mentre facevo ginnastica, scrivevo mentalmente due libri. Uno era la biografia della mia nonna paterna … L'altro libro che avevo in mente era una storia per le mie nipotine.» Finalmente le fu concesso di farsi prestare qualche libro da Kian Tajbakhsh, anch'egli rinchiuso a Evin in quel periodo (anche se Haleh non lo incontrò mai: «Non parlai mai con nessun altro detenuto»).

Solo una volta ebbe un tracollo, in seguito all'unica visita della madre: non volendo mostrarsi vulnerabile ai suoi aguzzini, chiese di fare una doccia: «Nella doccia mi lasciai andare a un lungo pianto liberatorio. Piangevo per quello che avevo fatto a mia madre. Invece della vecchiaia serena e tranquilla che meritava, stava vivendo un autentico inferno». Nel carcere, anche i piccoli momenti di gentilezza si rivelavano difficili da sopportare: quando una delle secondine, Hajj Khanum, le regalò un fiore, «un bocciolo di rosa grande come il mio dito medio», o quando un'altra, da lei soprannominata Faccia Contenta, le portò un piatto di riso che lei stessa le aveva insegnato a cucinare, ne fu poco meno che sopraffatta.

Attraverso l'immagine di queste sorveglianti, molte delle quali si mostrarono decisamente compassionevoli, Esfandiari fornisce un ritratto di vite femminili nell'Iran contemporaneo alquanto diverso da quello delle vivaci studentesse di letteratura di cui parla Azar Nafisi nel suo Leggere Lolita a Teheran (2003):5 «Sembravano provenire tutte dal proletariato o dalla classe medio-bassa. Erano tutte religiose, pregavano regolarmente e osservavano una forma rigorosa di hijab. Erano state allevate da famiglie tradizionali, ma la loro vita era in pieno divenire. Avevano terminato tutte la scuola secondaria; una era andata all'università, una aveva studiato in un seminario e un'altra aspirava a farlo. Avevano imparato a prendersi cura del loro aspetto, dei loro abiti, del peso e della salute. Almeno una aspirava a trasferirsi negli Stati Uniti».

In isolamento, Esfandiari era quasi del tutto all'oscuro delle numerose iniziative in corso per ottenere la sua liberazione, compresi gli interventi dei governi europei. Non sapeva quanto sarebbe rimasta in isolamento e diffidava di qualsiasi indizio incoraggiante – come la domanda che le aveva rivolto Hajj Agha a giugno: «Come fa a conoscere Obama?».

Reagí con rabbia e spavalderia – «Sapevo che non dovevo permettere loro di annientarmi» – e sforzandosi, anche nei momenti più difficili, per mantenere il senso della prospettiva: «Fuori dal carcere i continui riferimenti di Ja'fari e Hajj Agha al "triangolo", ai "complotti" e alle "cospirazioni" sembravano assurdi, se non addirittura divertenti. Ma siccome mi trovavo in isolamento, costantemente sotto interrogatorio, accusata di gravissimi crimini contro lo stato, quelle affermazioni ripetute all'infinito mi apparivano inquietanti: facevano parte di un mondo di cabale segrete, complotti e cospirazioni in cui sarei stata coinvolta senza esserne consapevole. Dovevo cercare di non perdere il senso della realtà, e di non cedere alla visione ingannevole del mondo che mi prospettava Hajj Agha».

Questo è, naturalmente, lo sforzo che si trova a sostenere qualsiasi prigioniero in una situazione simile: ma è anche lo sforzo del popolo iraniano in generale: come non soccombere alla visione del mondo del regime? La loro è una società di contraddizioni continue, di specchi e di maschere, all'insegna dell'autorità e dei suoi simboli, che essi sono tenuti ad approvare. Su tutto grava poi il terrore di un'incertezza continua, del non conoscere i limiti del consentito – questo mese le donne possono mostrare i capelli in pubblico senza tema di arresto? È possibile ballare in una casa privata durante una festa di matrimonio, quest'anno, o si rischia un'irruzione della buoncostume? Questa settimana la stampa può mettere in discussione il regime, senza andare incontro alla chiusura? Oggi si può manifestare liberamente o rischi di essere arrestato, torturato e ucciso?

Per Esfandiari, anche nei momenti più bui, c'era sempre l'americana consapevolezza dell'effettiva possibilità di una realtà alternativa, da cui la separavano solo un passaporto e un aereo. Se una tale consapevolezza, prima che la lettera di Lee Hamilton a Khamenei riuscisse a ottenerne il rilascio, abbia reso più o meno sopportabile il suo calvario è difficile a dirsi. Ma, quale iraniana, era anche sempre consapevole dei risvolti ironici della sua società natia; poteva trovarsi a pieno titolo nel mondo e, al contempo, al di fuori di esso, e può darsi che sia stata questa la sua salvezza. Sapeva che le sue sorveglianti, per la maggior parte, non erano sue nemiche; e, benché sconvolta, probabilmente non fu sorpresa quando, al termine della sua detenzione a Evin, Ja'fari e «i ragazzi» – i colleghi di quest'ultimo presso il ministero delle Informazioni – le regalarono un libro di poesie. Forse pensavano che, malgrado gli orrori che le avevano inflitto, la grandezza del poeta Hafez fosse un aspetto su cui tutti loro potevano convenire.

(Traduzione di Alessio Catania)

 

1 R. Kapuscinski, Shah-in-shah, Milano, Feltrinelli, 2001 (ed. orig. 1985).

2 Ch. de Bellaigue, In the Rose Garden of the Martyrs, Londra, Harper Perennial, 2005.

3 R. Kapuscinski, Op. cit., pp. 78-79.

4 H. Esfandiari, Reconstructed Lives: Women and Iran's Islamic Revolution, Washington, Woodrow Wilson Center Press, 1997.

5 A. Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Milano, Adelphi, 2007 (ed. orig. 2003).


CLAIRE MESSUDè una scrittrice americana nota al lettore italiano per: L'innocenza perduta di Sagesse (Piemme, 2001); e I figli dell'imperatore (Mondadori, 2007).

 
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