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Mani impunite
UGO DOTTI
ALESSANDRO GALANTE GARRONE, L'Italia corrotta (1895-1996). Cento
anni di malcostume politico, pref. di Edmondo Bruti Liberati, Torino, Aragno, pp. XXX-146,
€10,00
Diciamolo subito con franchezza: la storia della corruzione politica coincide con la storia
stessa del genere umano. Qualche decennio fa uno studioso americano, John T. Noonan Jr., s?è
preso la briga di darne gli esempi più cospicui a partire addirittura dal 3000 a.C.1
Gli uomini, ripeteva Machiavelli, possono sopportare la morte del padre, non mai quella del patrimonio.
È il denaro che sta al fondamento d'ogni nostra società, aveva del resto già
proclamato l'umanista Poggio Bracciolini nel suo De avaritia e un altro suo collega,
Vespasiano da Bisticci, s'era spinto fino a raffigurare l'«onnipotente Iddio»
come il signore supremo di questo enorme mercato, supremo maestro di questo «trafico».
Principiando il suo amabile, ancorché pungente, libretto su un secolo di corruzione
italiana, dal 1895 al 1996 libretto che, già edito dagli Editori Riuniti (1996),
ora l'editore Aragno ripubblica con una eccellente introduzione di Edmondo Bruti Liberati
, Alessandro Galante Garrone, scomparso nel 2003, si limita, di tanti infiniti episodi
di corruzione politica, a ricordarcene uno solo, epperò vistoso, sia per la personalità
dell'accusatore, l'irlandese Edmund Burke, celebre autore delle Reflections
sulla Rivoluzione francese, sia per la personalità dell'imputato, Warren Hastings,
l'onnipotente governatore della Compagnia delle Indie. Processo clamoroso, durato quasi
una decina d'anni e risoltosi, nel 1785, non solo con l'assoluzione, ma addirittura
con la glorificazione dell'accusato; e ciò nonostante l'evidenza delle prove
fornite a suo carico, ossia d'aver egli intascato quelle che oggi si definiscono tangenti.
Ma quel che, nella vicenda, forse più colpisce, e che fa riflettere sulla natura delle masse,
è che nell'opinione pubblica a prevalere furono il plauso e la simpatia per l'accusato
come del resto, più tardi, in non pochi e non meno autorevoli storici inglesi
e, per converso, lo sbeffeggio dell'ostinata perseveranza dell'accusatore, irriso
come lo stordito promotore di una crociata donchisciottesca: il nostro presidente del Consiglio
ha, fuor di dubbio, un precedente illustre.
Di fronte a queste perversioni non dico della giustizia ma della ragione, non rimane che plaudire
a quando il re persiano Cambise, come narra Erodoto nelle sue Storie (V 25), fece uccidere
il giudice corrotto Sisamne, scorticarlo della sua pelle e con essa, ridotta a strisce, imbottire
quel suo seggio ove soleva render giustizia. Non solo, ma in luogo del giudice cosí castigato
nominò il figlio ingiungendogli di ricordarsi sempre su quale trono sedeva. Indubitabilmente
l'episodio non sarebbe dispiaciuto a Machiavelli, il giacobino un po' meno mite del
«mite giacobino» Alessandro Galante Garrone.2
Il percorso che egli ci offre, in poco più di un centinaio di pagine, di questo secolare
cammino della secolare corruttela italiana corruttela politica, amministrativa, sociale
ed economica è in certo modo quello che ci potremmo raffigurare pensando a un rivolo
che, uscito a fine Ottocento dallo 3scandalo della Banca Romana, viene via via ingrossandosi
sino a diventare fiume dirompente che poi, ai giorni nostri, grazie a quella consuetudine che ci
avvezza a sopportare con rassegnazione ogni malfare, e negli spiriti più cinici a dimenticare
addirittura che travalicare i confini dell'onesto è entrare nel disordine del disonesto,
s'è trasformato in un pantano che poche voci additano alle rette coscienze e le molte
obnubilano asserendo, perentoriamente, che il denunciare il male è materia o da moralisti
a buon mercato o da oppositori interessati. Mai che si sia detto e anche in queste pagine di
Galante Garrone il problema affiora soltanto che la «questione morale» (secondo
la felice formula dettata da Cavallotti) è in diretta dipendenza con l'organizzazione
capitalistica della nostra società; che quanto più essa avanza, s'irrobustisce,
si radica nei costumi e nelle coscienze, tanto più proclama e afferma la propria etica, sconvolge
la sfera dell'honestum e la sostituisce con quella dell'utile. A far
sí che i due mondi potessero coincidere, e positivamente, tentò già, in modo
tanto interessato quanto infruttuoso, Marco Tullio Cicerone nei tre libri sui Doveri.
Nella Certosa di Parma, questi sono i consigli che il navigato conte Mosca fa pervenire
al giovane e nobile arrampicatore sociale Fabrizio del Dongo: «Figurati che quello che ti
insegnano siano le regole del gioco dell'whist: alle regole del gioco dell'whist
ti verrebbe in mente di fare delle obiezioni?».4 Insomma, la vita in società
somiglia al gioco dell'whist. Chi vuol giocare non deve indagare se le regole del
gioco siano giuste. Deve semplicemente seguirle. Eravamo all'indomani del trionfo della
borghesia (capitalistica) in Europa e quelle "regole" che gli uomini avevano
sí sempre seguito, ma nel leggero turbamento di batter la via di Mammona e non di Dio
ora finalmente venivano alla luce del sole, liberate e consacrate. La borghesia (capitalistica)
aveva finalmente «affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico»
come si espressero quelle due teste calde tedesche «i santi fremiti dell'esaltazione
religiosa, dell'entusiasmo cavalleresco e della sentimentalità piccolo-borghese»5
e aveva posto, in luogo dell'onesta conquista, la libertà di commercio priva
di scrupoli e lo sfruttamento aperto e spudorato. Se lo scandalo della Banca Romana, a fine Ottocento,
parve cosa, se non insignificante, fastidiosa (come sembrò anche a Croce che, appunto con
fastidio, ebbe a ripetere la solita litania che affaristi, uomini politici poco scrupolosi o amministratori
fraudolenti sono sempre esistiti in tutti i tempi e in tutti i paesi); se insomma in quegli anni il
ruscello della corruzione italiana era ancora un ruscello, ciò si deve anche al fatto che
quelle dimensioni tollerabili del disonesto erano in relazione con le strutture sociali ed economiche
del tempo e non si deve dimenticare, assolutamente mai, che fino al secondo dopoguerra l'Italia
era un paese prevalentemente agricolo in cui ben poco era cambiato, nelle sue sonnolenti città
di provincia e nell'afflizione della sua povertà quasi endemica, da quello che era
ai giorni di Garibaldi e Cavour. Fu il celebratissimo nostro miracolo economico a portare il paese
in Europa e a farcene condividere la progressiva corruzione, che naturalmente ebbe ad allignare
assai fecondamente nella patria fatale della Controriforma e del gesuitismo.
Galante Garrone, dicevamo, parte da lontano, dall'ultimo decennio del secolo diciannovesimo,
imperanti Giolitti e Crispi. Ed è contro di loro Crispi, soprattutto che con
parola da storico, ma anche d'artista, fa emergere la figura dell'appassionato radicale
Felice Cavallotti, quell'uomo facile anche ai duelli non propriamente oratori, in uno dei
quali, purtroppo, dovette lasciare la vita.
Difensore a oltranza dei diritti del Parlamento, contro Crispi e la sua «trista figura
morale» Cavallotti scrisse poi quella sua celebre Lettera agli onesti di tutti i partiti
che, chiamando a raccolta Destra e Sinistra, liberali e conservatori, si proponeva un'azione
politica di ampio respiro, vale a dire l'abbattimento della pietra stessa dello scandalo,
Francesco Crispi. Galante Garrone ne riporta ampi brani, e fa bene, anche perché se noi non
possiamo non sorridere all'eco di quelle parole tutte ottocentesche pervase di vibrante
sdegno e commozione,6 avvertiamo al contempo che in questo nostro sorriso c'è
in verità un senso di amarezza per quanto abbiamo inesorabilmente perduto: il coraggio
di pronunciare oggi quelle parole e la capacità di sdegnarci e reagire alla Cavallotti.
«Quando un uomo che non è né un tristo, né un mentecatto», egli vi
scriveva, ma «un rappresentante della nazione, che investito dalla fiducia di due collegi
sente alto i doveri ch'essa impone … e che, quante volte ha esercitato il penoso dovere
dell'accusa pubblica, ha dimostrato di provvedervi con tutt'altro che con superficialità
e leggerezza, quando egli formula un'accusa nei termini precisi in cui la ho formulata io,
sa benissimo quello che avviene in tutti i paesi liberi di questo mondo. In qualsiasi grado della
scala sociale si ritrovi, l'uomo pubblico accusato di fatti che lo toccano nell'onore
o dà querela all'accusatore e lo sfida a provare la sua accusa in giudizio o affronta
in qualche altro solenne modo l'esame. Poiché l'uomo esercitante, per fiducia
altrui, un pubblico mandato, ha verso coloro che glielo conferirono, doveri dai quali non può
esonerarlo nessun esagerato sentimento di se stesso [il corsivo è mio].»
Questo esagerato sentimento di sé è oggi una delle monete vincenti di coloro che
per i motivi più diversi, anche per i più privati, scendono nell'agone politico;
ma la cosa non fa scandalo, non suscita repulsa, non stimola il Quo usque tandem della catilinaria
ciceroniana. Ma l'Italia di allora, conclude Galante Garrone, «nonostante lo scandalo
della Banca Romana e la corruzione di un Crispi, era ancora un paese sostanzialmente onesto; tanto
più se lo mettiamo a confronto con l'Italia dei nostri giorni. E anche ciò concorre
a spiegarci perché la campagna di Cavallotti ebbe tanta risonanza cento anni fa. Erano i primi
fragorosi rintocchi di una campana che dava l'allarme».
Nella seconda delle quattro parti del libro l'Italia giolittiana della belle
époque, della pace e del relativo benessere dei ceti medi, l'"Italietta"
che si spingeva persino a trascorrere qualche giorno delle ferie estive a Rimini e a Riccione
è la figura di Arturo Carlo Jemolo a emergere. Giovanissimo vincitore di un concorso nel 1912,
prima di divenire professore universitario di diritto ecclesiastico, Jemolo si impiegò
in un ministero romano. Ecco cosí che il nostro sguardo si viene fissando sulla burocrazia
della pubblica amministrazione. Le giuste ambizioni accademiche di Jemolo, sottolinea Galante
Garrone, non gli fecero mai prendere sottogamba le sue modeste funzioni di "ministeriale";
al contrario. Convinto che uno Stato moderno non possa esistere senza una burocrazia fedele, obbediente
e capace, egli non farà che battersi per estirpare dalla comune opinione dei cittadini
(ieri come oggi) il pregiudizio che questi pubblici impiegati non fossero altro che una "classe
di fannulloni", assillati dai problemucci della loro oscura carriera e dai difficili avanzamenti
di grado e di stipendio (comunque magro). Erano del resto gli anni in cui, grazie a una favorevole
congiuntura economica, ma anche al tipico senso della buona amministrazione posseduto da Giolitti,
i dicasteri centrali erano ottimamente organizzati, oltre che ricchi di giovani funzionari di
singolare valore, quasi un "semenzaio" di futuri professori universitari, uomini
politici di rilievo, governatori coloniali: esempio per tutti, oltre che lo stesso Jemolo, Meuccio
Ruini. Solo più tardi, quando nell'ufficio del giovane e scrupoloso funzionario cominciò
a far ressa la folla d'appaltatori, impresari, industriali, amministratori, uomini politici
(Jemolo era impiegato al ministero dei Lavori Pubblici), l'immagine dell'Italia
morale che aveva in parte tanto idealizzato, cominciò a offuscarsi. Sennonché, sottolinea
Galante Garrone, ciò non lo spinse a una scettica e rassegnata inerzia, sí piuttosto
a un impegno ancor più accanito per opporsi a quel male corruttivo di cui aveva intuito tutta
la gravità. In una lettera del 1917, ebbe a esempio a scrivere: «Le mie giornate scorrono
sostanzialmente uguali, tra burocrati, impresari, deputati. Le mie care questioni fratesche,
diffuse in pesanti testi del Seicento, hanno ormai sí e no un'oretta quotidiana del
mio tempo: il legname ch'è caro, il cemento su cui si specula, il ferro ed il carbone che
non ci sono, costituiscono le mie occupazioni vere e maggiori: passo le giornate fra le cifre, a
rifare analisi, a rivedere dati, a cercar di capire cosa si nasconde dietro delle volute oscurità,
a studiare domande suggestive, ed a provocare dichiarazioni pericolose per chi le fa … Scorgo
l'imbroglione dalla faccia: imbroglione pulito, imbroglione sporco, untuoso, prepotente,
compromettente, inetto; e subodoro l'imbroglio nelle carte». Pare di essere entrati
nelle stanze di lavoro dei valorosi magistrati del Tribunale di Milano capeggiati da Francesco
Saverio Borrelli. "Grandezza e miserie della Pubblica Amministrazione", ha intitolato
il capitolo Galante Garrone.
Con la terza e quarta parte è il momento del fascismo, della meteora della Resistenza e
del primo mezzo secolo di vita repubblicana. Qui, a campeggiare, sono le figure di Luigi Einaudi,
di Piero Calamandrei e infine di Ernesto Rossi, l'«italiano pulito» cui il libretto
è dedicato. Jemolo aveva visto giusto nel percepire i primi segni e quindi il diffondersi
della corruzione. Soprattutto nell'immediato primo dopoguerra, con i subitanei arricchimenti
dei famosi «pescicani», la miriade di nuovi uffici e di commissioni speciali, l'insorgere
di problemi tecnici di non facile soluzione e, in modo particolare, l'impossibilità
di efficaci controlli onde fronteggiare l'enorme vastità di compiti non procrastinabili.
Il terreno era più che mai fertile per il contagio e pertanto, scrive Galante Garrone, il «profilarsi
sempre più accentuato del contrasto fra gli interessi della cosa pubblica e i diritti
dei singoli individui si era manifestato ben prima dell'avvento del regime fascista».
Ne fu anzi uno dei principali motori. Con gli occhi rivolti a quanto sta succedendo ai giorni nostri
c'è davvero di che preoccuparsi.
Ma il fascismo portò ordine, correttezza, pulizia… Una leggenda, sostiene l'intellettuale
piemontese. Se sotto il punto di vista storiografico e del diritto costituzionale il passaggio
dal liberalismo al fascismo fu una drastica rottura, dal punto di vista della corruzione fu una
sostanziale continuità; fu solo il silenzio imposto dalla dittatura a coprire
il concreto e sempre progressivo malfare.
E la Resistenza? Una meteora abbiamo detto, e cosí ancora con Galante Garrone e con altri
ripetiamo: una luminosa meteora. Ma con le meteore non si fa storia. Sennonché l'autore
fa benissimo a ricordare come i giornali clandestini dei partigiani invocassero aria veramente
nuova: libertà, giustizia, democrazia, e soprattutto quanto il mondo non ha mai avuto:
l'onestà nella gestione della cosa pubblica, dal più piccolo comune di montagna
allo Stato. Ma il «vento del Nord», per tante ragioni di politica estera e di situazione
interna che Federico Chabod ha benissimo illustrato nel suo celebre libretto sull'Italia
contemporanea, non prevalse; quello che prevalse fu invece il «vento del Sud»,
come allora si diceva (e non certo per le miserabili fandonie che potrebbe eruttare un "leghista").
Se a prevalere fu la continuità con l'Italia liberale e fascista, ciò lo si dovette
al fallimento pressoché totale di quella epurazione che si cercò di attuare nei gradi
più alti dell'amministrazione pubblica, dell'esercito, della giustizia e,
soprattutto, dell'istruzione. Galante Garrone insiste molto su questo punto, e fa bene,
sí che anche noi diremo che senza una cultura che dal mondo classico e attraverso l'illuminismo
sfocia per il momento nel marxismo, non si potrà mai ottenere un effettivo mutamento di
rotta. Non per nulla, congedandosi dal suo lettore, il grande intellettuale azionista, anche
se non nel preciso senso di quanto si è appena detto, ha voluto ricordarci le parole che il partigiano
diciannovenne Giacomo Ulivi dettò nella sua ultima lettera prima della fucilazione: «Dobbiamo
rifare noi stessi».
Altro che rinnovamento, e rinnovamento interiore, culturale! Esplose presto il movimento
dell'Uomo qualunque e, se pure declinò altrettanto presto, fu solo perché si
trasfuse nella generale scettica inerzia, nel costume, nelle istituzioni stesse degli italiani;
perché la lotta politica, anziché aprirsi in una leale contrapposizione fra il principio
conservatore e il principio progressivo, si converse in una sorta di gara elettorale di ambiguità
e di abili reticenze, nelle quali esattamente come oggi tutti i programmi si somigliavano.
Onde con energia e acutezza queste parole di Pietro Calamandrei: «Allora il sistema parlamentare
si corrompe: si annida in esso quel processo degenerativo, fatto di confusione di idee, di commiste
fazioni, di ibride alleanze, di riduzione di tutte le questioni politiche a questioni elettorali,
che agli inizi della storia parlamentare ebbe il nome di "trasformismo"». E questo
Calamandrei diceva quarantasette anni prima di Tangentopoli. Ma diceva, profetico, anche di
più: «Come sotto la dittatura era buona regola prudenziale per ogni grande azienda
industriale o commerciale nominare come presidente del consiglio d'amministrazione un
gerarca fascista, altrettanto autorevole quanto incompetente, cosí potrebbe avvenire
oggi che il sistema si perpetuasse, colla differenza che al posto dell'antico gerarca fascista
andasse a insediarsi un uomo politico "influente" di etichetta politica contraria».
L'amara conseguenza di questo modo d'essere e di fare è che un'inestirpata
e forse inestirpabile conseguenza del fascismo è la diffusione e il consolidarsi, nel popolo
italiano, dell'idea che ministri e deputati, quale che sia il regime politico, non sono che
ladri e speculatori, e che l'intrallazzo e il gioco di borsa sono lo scopo vero della loro attività
politica. Giusta il celebre detto di Giunio Decimo Giovenale che della corruzione dell'antica
Roma imperiale se ne intendeva: «Propter vitam vivendi perdere causam»: pur di vivere
(alla grande), perdere le ragioni e il senso stesso della vita.
Le pagine di un magistrato serio e onesto come Edmondo Bruti Liberati introducono esemplarmente
quest'aureo libretto di Galante Garrone e, dati e documenti alla mano, dimostrano come in
questi ultimi quindici anni da "mani pulite" a mani ormai impunite l'Italia
sia divenuta, tra le democrazie occidentali, il paese con il più alto livello di corruzione;
non solo, ma con davvero preoccupanti intrecci con la criminalità organizzata; non solo
ancora, ma dove la corruzione si è talmente radicata nella cosiddetta società civile
che il suo costo morale, per cosí dire, è divenuto quanto mai modesto. Basterà
dire che quella forma essenziale d'ogni democrazia lo vediamo quasi ogni giorno
che si concreta nelle dimissioni prima e a prescindere dalla condanna in sede penale, è
qualcosa che rimane ignoto al nostro costume politico. Di più e di nuovo: con una spavalderia
beffarda e arrogante, e quasi nell'indifferenza generale, si definiscono le armi che la
giustizia offesa ancora possiede per difendere l'onestà, un «plotone d'esecuzione».
Aleggia quasi un'aura "neroniana" in questa esaltazione che quasi quotidianamente
il potente fa di sé.
1 . J.T. Noonan Jr., Ungere le ruote, Milano, SugarCo, 1987 (ed. orig. 1984).
2 . A. Galante Garrone, Il mite giacobino. Conversazione su libertà
e democrazia raccolta da Paolo Borgna, Roma, Donzelli, 1994.
3 . Stendhal, La Certosa di Parma, Torino, Einaudi, 1976 (ed. orig. 1839),
p. 116.
4 . K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Roma, Meltemi,
1998, p. 31.
5 . E sorridiamo anche perché uno dei motivi degli attacchi di Cavallotti a
Crispi era costituito dal fatto che il presidente del Consiglio fece ottenere, in cambio di 50.000
lire, un'ambita onorificenza a un affarista straniero.
UGO DOTTI ha insegnato a lungo letteratura italiana a Perugia, ma non ha mancato di occuparsi
della vita politica italiana con un Machiavelli rivoluzionario (Carocci, 2003) subito
tradotto in francese. Per i tipi dell'editore Aragno, di Torino, sta per uscire la sua Rivoluzione
incompiuta. Società politica e cultura da Dante a Machiavelli.
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