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Farla franca con la tortura
DAVID COLE

1.

Nell'autunno del 2002, Maher Arar, cittadino canadese, di ritorno in Canada da una visita in Tunisia, fu prelevato dalla polizia statunitense all'aeroporto Kennedy di New York, dove aveva fatto scalo per cambiare aereo. Fu rinchiuso in una cella per dodici giorni, isolato gran parte del tempo e interrogato con asprezza. Quando in capo a una settimana di reclusione gli fu concesso di telefonare, egli chiamò la madre che, dal Canada, gli procurò assistenza legale a New York.

L'avvocata prescelta ebbe un primo colloquio con Arar il sabato successivo. La sera del giorno dopo — domenica — i funzionari del Servizio Immigrazione tennero un'udienza straordinaria che, iniziata alle ore 21, si protrasse per sei ore, orchestrata da Washington. Quando Arar chiese che fosse presente la sua avvocata, gli fu risposto che ella stessa aveva scelto di non partecipare all'udienza. In realtà, gli inquirenti non l'avevano neppure avvertita e si erano limitati a lasciare un messaggio sulla segreteria telefonica del suo ufficio legale la sera di domenica. L'avvocata ascoltò il messaggio il lunedí mattina e, immediatamente, chiamò il Servizio Immigrazione. Le fu risposto (mentendo) che Arar stava venendo trasferito nel New Jersey e che avrebbe potuto mettersi in contatto con lui l'indomani. In realtà, la sera stessa di lunedí gli agenti federali lo caricarono su un aviogetto noleggiato che lo condusse in Giordania e, di là, in Siria.

In Siria, Arar fu consegnato a funzionari della CIA, i quali lo rinchiusero in un'angusta cella larga un metro e lunga due, pressappoco come una bara. Agenti della polizia siriana lo torturarono — fra l'altro mediante un cavo elettrico — e gli rivolsero le stesse domande che gli erano già state poste da agenti dell'FBI all'aeroporto Kennedy di New York. Era un terrorista? Era in connessione con al Qaeda? Conosceva altre persone ritenute militanti in al Qaeda?

È «ampiamente noto» che i servizi di sicurezza siriani fanno di solito ricorso alla tortura, come viene periodicamente riferito dal Dipartimento di Stato americano nel suo annuale "Rapporto sui diritti umani".

Dopo un anno di detenzione, i siriani prosciolsero Arar, avendo accertato che «non aveva fatto niente di male».

Arar ritornò in Canada, stavolta senza fare scalo a New York. Il Canada indisse una vasta indagine indipendente, la quale giunse alla conclusione che Arar era del tutto innocente e che alcuni funzionari canadesi avevano sbagliato nel fornire agli americani informazioni fuorvianti su di lui, mentre si trovava in custodia cautelare negli Stati Uniti. In sostanza, i canadesi avevano erroneamente detto agli inquirenti americani che Arar era oggetto di un'indagine contro il terrorismo. In effetti, egli era stato identificato come individuo "da ascoltare" per appurare se fosse in possesso di informazioni riguardo all'indagine suddetta, ma non era sospettato di alcuna attività terroristica.

Il Parlamento canadese rivolse ad Arar unanimi scuse formali e il Canada gli concesse un indennizzo pari a 10,5 milioni di dollari canadesi.1

I canadesi, d'altro canto, erano ignari del fatto che gli Stati Uniti intendessero trasferire Arar in Siria e non erano quindi corresponsabili di tale decisione. Furono gli USA e non il Canada a incarcerare Arar senza contestargli alcun capo di accusa, a impedire il suo accesso a corti di giustizia, a trasferirlo clandestinamente in Siria e a fornire ai siriani un dossier in cui venivano suggerite le domande da porgli mentre lo torturavano.

Arar spiccò una denuncia presso una corte di giustizia statunitense contro i funzionari federali che avevano preso parte ai suoi maltrattamenti, accusando fra gli altri: l'avvocato dello Stato, John Ashcroft; il suo vice, generale Larry Thompson; e il direttore dell'FBI Robert Mueller. In quanto esponente volontario del Centro per i Diritti Costituzionali, chi scrive è uno degli avvocati di Maher Arar.

Le rivendicazioni di Arar erano semplici: l'essere stato a viva forza inviato in Siria per essere colà torturato viola l'articolo della Costituzione che parla di equa procedura, clausola, questa, che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha interpretato come proibizione di qualsiasi condotta che «traumatizzi la coscienza»; e viola altresí la legge che protegge le vittime della tortura (Torture Victim Protection Act). In base a questa legge, le vittime possono adire le vie legali contro coloro che le hanno assoggettate a torture «under color of foreign law», deportandole cioè in un paese dove venga praticata la tortura. Le corti di giustizia americane da gran tempo sostengono che la tortura costituisce il caso esemplare di una condotta che traumatizza la coscienza e viola l'equa procedura penale.

Nel suo atto di accusa, Maher Arar asseriva che i funzionari incriminati lo avevano trasferito in Siria allo scopo di assoggettarlo a torture in base alla legge siriana. Tali asserzioni sono state comprovate ad abundantiam non solo dall'indagine canadese, ma anche dall'ispettore generale del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti. In venticinque anni di attività forense non ho mai patrocinato una causa in cui gli abusi contestati fossero più chiari e lampanti.

Eppure, finora, le corti di giustizia americane hanno chiuso la porta in faccia ad Arar, senza neppure consentirgli di addurre le prove a sostegno di quanto da lui rivendicato. Nell'ultima causa perduta, una commissione di undici giudici della Corte d'Appello annessa alla Seconda Circoscrizione di Giustizia ha sentenziato, il 2 novembre 2009, che «speciali fattori consiglianti prudenza» hanno sbarrato la strada alla principale rivendicazione di Arar, secondo cui i suoi diritti costituzionali sarebbero stati violati allorché fu traslato in Siria per esservi torturato. La Corte Suprema ha sancito che le cause per danni possono in genere avviarsi contro siffatte violazioni dei diritti costituzionali, ma ha vietato di celebrare tali cause laddove il Congresso abbia previsto un rimedio alternativo, oppure qualora la «disciplina militare» risultasse menomata permettendo ai soldati e ai subalterni di citare in giudizio i loro superiori.

Il governo Bush sostenne che la richiesta di indennizzo da parte di Arar andava analogamente respinta in quanto tirava in ballo questioni molto sensibili riguardanti la sicurezza nazionale, la politica estera e la corrispondenza coperta dal segreto diplomatico fra il governo USA e governi esteri. La Corte d'Appello della Seconda Circoscrizione diede il suo benestare a larga maggioranza, visto e considerato che qualsiasi giudizio avrebbe potuto comportare la divulgazione di informazioni coperte dal segreto di Stato e non si sarebbe potuto procedere «senza indagare sulla necessità percepita di far ricorso alla prassi politica [della cosiddetta extraordinary rendition, consegna, o deportazione, straordinaria], nonché di indagare sulle minacce cui essa risponde, sulla sostanza e sulle fonti delle informazioni usate per formulare tale prassi e sulla opportunità di adottare specifiche misure atte a far fronte a particolari minacce, alla luce di evidenti circostanze geopolitiche e tenendo altresí conto delle nostre relazioni con paesi esteri».

Due cose danno da pensare riguardo a questo pronunciamento della Corte d'Appello. Innanzi tutto, il ragionamento succitato sembra presupporre che spedire qualcuno a farsi torturare può essere permesso a seconda delle «circostanze geopolitiche» oppure delle «minacce cui essa [la tortura] risponde». Sennonché, in base alle leggi degli Stati Uniti e alla legge internazionale, la tortura non è mai permissibile e, pertanto, una simile eventualità non va neppure presa in considerazione. In secondo luogo, per poter chiudere il caso Arar cosí sollecitamente, la suddetta Corte avrebbe dovuto opinare che — anche prendendo per vere le affermazioni secondo cui funzionari federali avevano mandato un innocente a farsi torturare — Arar non avrebbe avuto diritto ad alcun risarcimento.

La Corte d'Appello ritenne e stabilí, senza effettivamente esaminare alcuna prova segreta, che il caso Arar era troppo delicato per venir giudicato. Infatti, avrebbe richiesto un'indagine da parte di detta Corte della politica relativa alla sicurezza nazionale, nonché della cosiddetta diplomazia confidenziale. La Corte, invece, suggerí ad Arar di chiedere un risarcimento al Congresso americano, nonostante egli sia di nazionalità straniera (canadese) e non abbia diritto di voto in USA, senza contare che gli è stato ufficialmente proibito di rimettere piede negli Stati Uniti per qualsivoglia motivo.

Quattro giudici della Corte d'Appello hanno votato contro la sentenza. Uno di essi, Guido Calabresi, ex preside della Facoltà di Giurisprudenza di Yale, ha dichiarato: «Quando si scriverà la storia di questa Corte di Giustizia, la decisione oggi presa a maggioranza verrà considerata sconcertante». Un altro membro della stessa Corte, Rosemary Pooler, ha definito «iperbolici e ipotetici» i timori relativi alla sicurezza nazionale, sostenendo che Arar dovrebbe ricevere un risarcimento «onde rafforzare il nostro sistema di pesi e contrappesi, nonché per fornire un deterrente che distolga dal ricorso a qualsiasi condotta che traumatizzi la coscienza».

Il giudice Barrington Parker, nominato alla Seconda Circoscrizione dal presidente George W. Bush, ha scritto: «Se la Costituzione ha mai alluso a un "risarcimento per danni subiti" questo è un caso ad hoc, in cui funzionari esecutivi avrebbero bloccato l'accesso a vie di scampo legali al fine di consegnare un uomo a noti torturatori». Se Arar fosse stato in grado di appellarsi a un tribunale per contestare il suo trasferimento in Siria prima che funzionari federali lo caricassero su un aereo, un tribunale avrebbe senz'altro potuto esercitare l'autorità necessaria a proibire tale trasferimento. È infatti prassi ordinaria dei tribunali americani vietare l'estradizione di uno straniero qualora questi corra il grave rischio di subire, nel paese in cui viene mandato, torture.

Il fatto che gli imputati abbiano mentito all'avvocata di Arar, onde impedirle di adire le vie legali e scongiurare cosí che il suo cliente venisse torturato in Siria, ha senz'altro rafforzato — secondo Parker — il diritto di Arar a un risarcimento da parte degli Stati Uniti. In caso contrario, i tribunali non farebbero altro, essenzialmente, che premiare l'ostruzione del corso della giustizia.

Il giudice Robert Sack ha fatto notare che se Arar fosse stato torturato da funzionari federali americani all'aeroporto Kennedy di New York, egli avrebbe indubbiamente avuto diritto a sporgere denuncia; e che la scelta da parte degli imputati di delegare a terzi le torture non dovrebbe esonerarli dalla colpevolezza: «Non credo che gli imputati, i quali hanno violato i diritti di Arar sanciti dal 5° Emendamento [della Costituzione americana], possano pretendere che la loro colpa venga trasferita su coloro che essi stessi hanno scelto come esecutori materiali delle torture: vuoi che si trattasse di funzionari dei servizi segreti siriani, di signori-della-guerra somali, di narcotrafficanti boliviani, di appaltatori iracheni, di mafiosi siciliani o di malavitosi di Los Angeles».

Ciò che nessun giudice ha fatto notare, però, è che a emettere questa controversa sentenza è stata la medesima Corte d'Appello che, in passato, ha celebrato svariati processi per torture o per altre gravi violazioni dei diritti umani a carico di funzionari governativi di paesi stranieri — anche qualora i reati fossero stati commessi fuori degli Stati Uniti e gli imputati fossero tutti stranieri.

Si potrebbe pensare che siffatti processi, in cui noi siamo tenuti a giudicare presunti reati e torti di altri paesi, dovrebbero essere più che mai "delicati" sul piano diplomatico. Eppure, un mese dopo la conclusione del caso Arar, lo stesso tribunale emise un verdetto che condannava a pagare 19 milioni di dollari di ammenda Emmanuel "Toto" Constant, capo di una squadraccia della morte haitiana, per il sequestro, la tortura e il tentato omicidio di una sua compaesana. Alla luce di un tale precedente, se Arar fosse stato in grado di querelare i siriani che lo torturarono, i tribunali federali statunitensi sarebbero stati pronti e capaci di prender atto della sua querela. (Non poteva in effetti denunciarli poiché nessuno di quei siriani si trovava negli Stati Uniti, prerequisito questo affinché il tribunale potesse esercitare la sua giurisdizione.) Ma, dato che egli cercò di incriminare funzionari statunitensi, le sue accuse erano troppo "delicate" per esser prese in considerazione. A quanto pare, dunque, i diritti umani internazionali sono una cosa che le Corti d'Appello della Seconda Giurisdizione statunitense sono pronte a far valere e imporre ad altri ma non a noi stessi.

La stessa settimana in cui il suddetto tribunale newyorkese respingeva l'appello di Arar, un tribunale di Milano ha condannato ventidue agenti americani della CIA, un tenente-colonnello dell'aeronautica militare statunitense e due agenti dei servizi segreti italiani per la extraordinary rendition dell'imam musulmano Abu Omar. Questi venne rapito per strada, a Milano, nel 2003 e consegnato ai servizi di sicurezza egiziani, i quali lo tennero in prigione — senza contestargli alcun capo d'accusa — e lo torturarono per poi rimandarlo in Italia senza incriminazioni.

Questo caso comportava lo stesso genere di informazioni segretate, di comunicazioni diplomatiche riservate e di condotta da parte di funzionari statunitensi deprecato nel caso Arar. In Italia, però, i magistrati non hanno accettato di negare a priori ogni responsabilità, bensí hanno preso in esame ciascuna questione man mano che veniva sollevata. Alcuni addebiti mossi contro gli imputati sono stati respinti — poiché si basavano su informazioni coperte dal segreto di stato —, ma il processo è andato avanti contro la maggior parte degli imputati. Come il tribunale italiano ha dimostrato, le remore concernenti i segreti di stato e le comunicazioni diplomatiche confidenziali possono venir accolte e conciliate nel corso della vertenza e non costituiscono necessariamente un'invalicabile soglia che precluda ipso facto l'addebito di responsabilità criminali.

2.

Oltre sessant'anni fa, in una serie di processi celebrati a Norimberga, in Germania, gli Stati Uniti e i loro alleati "fecero storia" sostenendo che ad alti funzionari nazisti poteva essere addebitata la responsabilità di crimini di guerra e di crimini contro l'umanità, commessi durante la seconda guerra mondiale, inclusi rapimenti, torture e genocidio. Le sentenze emesse a Norimberga svolsero a loro volta un ruolo cruciale nella promulgazione dei diritti umani internazionali. Sulle ceneri della seconda guerra mondiale, molte nazioni — lavorando a fianco degli Stati Uniti — crearono un codice di diritti e responsabilità mirante ad affermare l'inviolabilità della dignità umana e a far sí che simili atrocità non venissero più commesse.

Il retaggio di quel periodo storico include una serie di "magnae chartae" che definiscono la sfera e l'entità dei diritti umani, quali: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, le Convenzioni di Ginevra e il trattato internazionale che mette al bando la tortura. Cosa di uguale, se non di maggior importanza, però, questo stesso retaggio include l'istituzione di "forum" preposti a punire i violatori dei diritti umani. Tali forum includono i tribunali internazionali per i crimini di guerra, le corti di giustizia regionali per i diritti umani (come la European Court of Human Rights) la Corte Criminale Internazionale e tribunali nazionali che dirimono vertenze internazionali relative a diritti umani. Norimberga si occupò tanto della necessità di un forum che desse l'esatta definizione di responsabilità criminale quanto della codificazione delle relative norme. In mancanza di un'efficiente legislazione internazionale, i diritti umani sono mere parole sulla carta.

Uno dei suddetti forum — il tribunale nazionale — può essere il più importante. Affrontando la questione dei diritti umani nel contesto nazionale, tali tribunali conferiscono loro quella concretezza e immediatezza indispensabili alla loro efficacia. Anche in questo gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo leader. Nel 1980, lo stesso tribunale che ha respinto il caso Arar, aveva sentenziato (e fu un verdetto che fece epoca), al termine di un processo archiviato come Filartiga versus Pena-Irala, che i tribunali federali possono dirimere vertenze promosse da cittadini stranieri contro stranieri imputati di violazioni dei diritti umani perpetrate all'estero. Il processo Filartiga riguardava un giovane che era stato sequestrato, torturato e ucciso da un ufficiale di polizia paraguaiano. Quando la famiglia della vittima apprese che quel poliziotto era scappato negli Stati Uniti, lo denunciò a una corte di giustizia statunitense. La Corte d'Appello della Seconda Circoscrizione sentenziò che il torturatore è «nemico dell'intero genere umano» e, pertanto, può essere perseguito per il suo reato dovunque si trovi.

La consueta riluttanza ad ammettere che un tribunale statunitense possa giudicare un reato commesso all'estero che non coinvolga alcun cittadino americano fu messa in non cale per il fatto che la proibizione della tortura è universale. In seguito alla sentenza del Filartiga, i tribunali statunitensi hanno avviato processi per violazioni di diritti umani perpetrate in Birmania, in Sudafrica, Jugoslavia, Nigeria, Marocco, Filippine, Argentina e in molte altre nazioni. La Corte Suprema degli Stati Uniti approvò questa prassi nel 2004. E tuttavia, secondo la Seconda Circoscrizione, le vertenze di questo stesso genere sono «troppo delicate» per consentire che si proceda in giudizio allorché le accuse sono mosse contro funzionari statunitensi.

In aggiunta a un forum che li sancisca e imponga a norma di legge, i diritti umani richiedono un'equa applicazione. Il loro scopo è di identificare quelle norme talmente fondamentali per la dignità umana che nessun governo le possa violare. Invero, il retaggio di Norimberga è stato in un certo senso obnubilato dal fatto che l'Unione Sovietica — essa stessa colpevole di orrendi crimini contro il genere umano — partecipò a quei processi in veste di accusa, senza mai essere incriminata per i suoi reati. Se si vuole che i diritti umani internazionali siano considerati legittimi, essi debbono essere universali e non già un eufemismo per "giustizia del vincitore". Il concetto standard di "tortura" non può differire a seconda dei casi, ossia qualora la tortura venga perpetrata dagli Stati Uniti piuttosto che dal Paraguay, dalla Russia oppure da Haiti. Il tribunale di Milano ha condannato sia italiani sia americani, pariteticamente. Semmai, dovrebbe essere più agevole — non già più arduo — considerare eventualmente responsabili tanto dei funzionari del proprio governo quanto degli esponenti di governi esteri.

Il concetto in base al quale le corti di giustizia nazionali possono incriminare torturatori di altri paesi non è un'anomalia americana, come dimostra il caso di Abu Omar in Italia. Il diritto internazionale riconosce il principio della "giurisdizione universale" per cui i torturatori possono essere processati dovunque. Applicando codesto principio, un giudice spagnolo nel 1998 spiccò un mandato d'arresto per l'ex dittatore cileno Augusto Pinochet per "crimini contro l'umanità", ivi inclusa la tortura. I Law Lords — il più alto tribunale britannico — stabilirono che quel mandato poteva essere imposto al fine di estradare Pinochet dall'Inghilterra in Cile per essere ivi processato. (Alla fine Pinochet fu trasferito in Cile per ragioni sanitarie, ma poi là fu incriminato.)

Lo stesso giudice spagnolo, Baltasar Garzón, sta attualmente indagando se sia il caso di incriminare i consulenti legali del governo Bush — John Yoo, Alberto Gonzales, David Addington, Jay Bybee, William Haynes e Douglas Feith — per aver autorizzato la tortura a Guantánamo. Le torture da essi autorizzate furono inflitte anche a diversi cittadini spagnoli, causando accuse di terrorismo contro di loro in Spagna. Da tali accuse, contestate da Garzón, sono poi stati prosciolti.

In base al principio della giurisdizione universale, si riconosce che, qualora un paese responsabilmente persegua l'incriminazione per reati attribuibili alle proprie autorità, un tribunale straniero dovrebbe deferire la causa alla magistratura di quel paese.

Nel discorso da lui tenuto il 21 maggio 2009 ai National Archives, il presidente Obama ha sottolineato che il Dipartimento di Giustizia e i tribunali «possono perseguire e punire qualsiasi violazione delle nostre leggi o qualsivoglia errore giudiziario».

Casi come quello di Maher Arar mettono a dura prova la fiducia nella giustizia, il che avviene anche qualora il Dipartimento di Giustizia non sia neppure in grado di indagare sui consulenti legali che autorizzarono la CIA e i militari a praticare la tortura come mezzo per indurre le persone sospette a parlare. Se noi non siamo disposti ad assumerci questa responsabilità, altri paesi — appellandosi proprio a quei principi alla cui messa a punto gli Stati Uniti hanno validamente contribuito — potrebbero sporgere accusa.

(Traduzione di Pier F. Paolini)

1 . Cfr. R. Bonner, "La tortura segreta della CIA", la Rivista dei Libri, maggio 2007, pp. 18-22.


DAVID COLE insegna Giurisprudenza negli Stati Uniti alla Georgetown University. È autore, tra l'altro, di: Enemy Aliens: Double Standards and Constitutional Freedoms in the War on Terrorism (New Press, 2003); e Less Safe, Less Free: Why America Is Losing the War on Terror (con Jules Lobel, New Press, 2007).

 
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