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Quel filo di fumo goethiano
ENZO GOLINO

GIOVANNI RABONI, Il libro del giorno, pref. di Paolo Di Stefano, introd. di Massimo Onofri, Milano, Fondazione Corriere della Sera, pp. 222, €10,00

Nulla più di un titolo come questo, Il libro del giorno, qualifica il ruolo della rubrica e del libro che ne raccoglie le 84 recensioni pubblicate nelle pagine culturali del Corriere della Sera ogni settimana – dal 20 maggio 1998 al 18 giugno 2003 – e ristampate in un maneggevole volume dalla Fondazione del quotidiano che le ospitava. Il ruolo è quello militante del critico a 360 gradi, in questo caso il milanese Giovanni Raboni (Milano 1932-2004), l'enciclopedista milanese Giovanni Raboni che sceglie dalla totalità della produzione editoriale il libro che merita: un classico, e a volte, se straniero, in una traduzione nuova o corredato da introduzioni e apparati particolarmente stimolanti; oppure un'opera legata alla più stretta contemporaneità di autori viventi.

A questo punto s'innesta il richiamo a una particolarità eccellente degli interventi raboniani: la storicità delle forme e dei contenuti di un autore dei secoli passati – andando a ritroso fino all'antichità – viene spesso collocata non tanto nel quadro di uno storicismo banale adoperato come un grimaldello per forzarne la presunta attualità. Intorno a quella storicità, invece, Raboni crea un'aura di sensibili percezioni che avvicinano l'opera al lettore odierno in un bagno di arricchita problematicità. Insomma, l'inesauribilità di un classico stimolata anche dal cambio di spirito del tempo, di realtà ambientali che dir si voglia. Nel resoconto dei libri, tra le caratteristiche del Raboni poeta e intellettuale, affiorano il realismo in bilico fra astrazione, sogno, concretezza; l'affabulata manzonità; il sentimento di orfanità sempre più marcato negli anni per l'assenza di una Storia condivisa, tradizione cristiana e ideologia marxiana irriducibilmente scisse.

Cosí la militanza raboniana, anche in questa periodicità settimanale fissa, è un discorso unitario. Mette insieme tutti gli aspetti della sua figura intellettuale a largo raggio: poeta, critico, saggista, traduttore, media man impegnato su diversi fronti della comunicazione culturale, non escluso il versante politico orientato a sinistra. Nella specifica attività di recensore, nel libro di cui sto parlando, il suo polifonico eclettismo attraversa i secoli provocando cortocircuiti scatenanti, rovesciamenti di prospettive, dislocazioni di piani interpretativi da troppo tempo immobili, subito scoperti dal lettore. Come l'ipotesi che Bertolt Brecht sia stato il più grande poeta tedesco del Novecento...

Ma le idee del critico militante vanno considerate non solo nelle pagine de Il libro del giorno: la sua firma era presente sul Corriere della Sera come autore di elzeviri di argomento letterario non solo d'impronta recensoria. Una testimonianza cospicua, purtroppo postuma, della sua mole di lavoro militante è il volume La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004, raccolta di scritti da sedi varie. 1 E altre occasioni vi sono state – persino contraddittorie nel lungo cammino del critico e saggista – dove pacatezza olimpica e giudizi favorevoli non erano ostacolo al manifestarsi di esclusioni perentorie, dissensi umorali, stroncature in obbedienza a gusti personalissimi. Insomma, militanza sempre e dovunque: tanto che L'espresso gli dedicò un articolo di Mario Fortunato intitolato "Il Re Censore” (1° febbraio 1987). Per non dire dei suoi attacchi a certi costumi della società letteraria, pur essendo implicato in consulenze editoriali e in giurie di premi (si ricordano le travagliate vicende di cui fu protagonista al Viareggio, raccontate da Gabriella Sobrino e Francesca Romana de' Angelis in Storie del Premio Viareggio). 2

Tornando a Il libro del giorno: la misura degli interventi è di 35 righe, 2000 battute, e la disponibilità dell'estensore di usarle al meglio – riga più riga meno – è una sorta di inno al breviloquio, alla concisione, avvalorato dalla scelta strategica di un punto di vista spesso fuori dal coro. Che cosa è questa se non critica davvero militante, ben diversa dalle caterve indiscriminate di schedature che appaiono sui giornali quotidiani e settimanali alle quali si attribuisce ipocritamente, strumentalmente, la fine della critica sui giornali?

Il problema non è la misura del pezzo, ma la testa e la mano di chi scrive: augurabile sarebbe un impegno a non considerare la cosiddetta scheda un prodotto inferiore, da sbrigare in fretta e senza perdere troppo tempo viste le risibili contropartite economiche. Fra l'altro – si sa – scrivere breve, concentrare, può essere più impegnativo che scrivere lungo, debordare. Al critico che lamenta di essere costretto a prodursi nello spazio di una finestrella, di un francobollo, nulla vieta di esprimersi anche in altre sedi: le riviste per esempio, o testate con maggiore disponibilità di pagine dedicate alla pubblicazione anche di articoli più lunghi. La protesta sulla costrizione alla brevità promossa dai committenti è soltanto un alibi per gli svogliati, per renitenti riottosi a spremere il proverbiale "olio di gomito”. E certamente Raboni non era fra questi, lavorava di fino pure se il libro recensito – mi è sembrato di vederne qualcuno in questa raccolta – era estraneo alle sue coordinate letterarie, scelto per motivazioni di opportunità.

Meglio sarebbe, comunque, riflettere attentamente sull'uso della misura corta praticata da Raboni – una lezione preziosa – che riesce a non squilibrare la struttura della recensione pur adoperando frasi lunghe, persino 17 righe su 35, ma sempre in tono conversevole. In queste occasioni, pure in frasi da 10 righe, risuona il passo del lettore, del traduttore della Recherche, tanto per parlare di un'opera molto intrinseca all'estetica letteraria di Raboni; e si ascolta – come fosse un metronomo stilistico – il ritmo avvolgente di una punteggiatura variata, un vero festival dei segni d'interpunzione, una segnaletica multipla al fine di rendere fluida e al tempo stesso scandita la scrittura. Non mi sembra azzardato definire la punteggiatura di queste recensioni un attraente minuetto proustiano.

Alcune gemme critiche le ha segnalate Onofri nell'"Introduzione”, altre meritano di essere ritagliate per esporle alla valutazione del lettore. Raboni, per esempio, individua il momento delle avventure di Robinson Crusoe dove «Defoe ha varcato il confine razionalmente irraggiungibile oltre il quale la strategia della metafora letteraria s'incontra con l'attività simbolica dell'inconscio». Analizzando il Della magia di Apuleio, spiega che «finezze retoriche» e «sfoggi di cultura» non compromettono «la capacità di suggerire, con la verità fisica del parlato, quella dei gesti». Svela cosí l'affascinante visibilità iconica della scrittura apuleiana.

Sempre in tema di visibilità, ma sul versante psicoanalitico, Raboni – scrutinando la ristampa di Ebdòmero – sottolinea che tutto quanto avviene in certi anni nei quadri di Giorgio de Chirico è «dilatato e al tempo stesso contratto oltre ogni possibile verosimiglianza dall'occhio senza palpebra dell'inconscio». Immagine di particolare intensità non solo figurativa. E tanto ci sarebbe da citare... Ma, infine, ecco un altro caso di acuta percezione critica e stilistica: le conseguenze che derivano dalla scelta di Emilio Tadini di unificare nel segno della prosa la traduzione del Re Lear privilegiando «gli effetti di parlato».

Se non bastasse la rigorosa caratura militante di queste pagine, il lettore potrà utilmente consultare lo scritto finale, "L'arte del dubbio”, qui ripreso dal volume Come si scrive il Corriere della Sera. 3 È un succinto ragguaglio di questioni e consigli che si coagulano in una sorta di breve e sornione trattatello sul come scrivere una recensione, magari del genere che il lettore vorrebbe trovare sul giornale preferito. In estrema sintesi: informazioni rapide ma esaurienti; suggerire la quintessenza della trama di un romanzo in forma di allusione e non di referto; molta leggerezza, in pochissime righe da «starci senza sforzo»; decisivi l'analisi critica e il giudizio di valore; mai essere arroganti, mai ostentare la propria sicurezza: anzi sfumarla; evitare spiegazioni sul metodo critico che il recensore adotta; chi recensisce libri per un quotidiano deve essere «un critico per famiglie», dottore e non professore, insomma non uno specialista; il critico eviti di esibire il proprio talento stilistico (se ne ha uno), deve «comunicare» piuttosto che «esprimere».

Non v'è dubbio che Raboni sia riuscito in gran parte delle sue recensioni a tener fede ai postulati da lui stesso formulati. Ma all'idea del «critico per famiglie», non certo veleggiante sotto l'egida di una ASL da Welfare letterario, vorrei aggiungere al tipo di lavoro militante svolto da Raboni negli 84 testi la funzione di servizio civile, la consapevolezza di un'etica della libertà intellettuale. L'uno e l'altra sulla medesima lunghezza d'onda stilistica di un doppio movimento quasi musicale: il distacco dello sguardo critico, la vicinanza al testo e al lettore. Distacco e vicinanza, vicinanza e distacco...

Con l'understatement che lo distingueva, Raboni conclude queste sue chiose dicendosi persuaso di non sapere come si scrive una recensione. Noi, postumi, gli crediamo, ma nel frattempo terremo questo trattatello fra le sue pagine che sono più care al nostro scontento di recensori incapaci di scrivere recensioni come le ha scritte lui. E forse un compito potremmo darcelo. Visto che l'editore – a differenza di altri che considerano l'indice dei nomi un caro estinto – ha voluto farci il dono di pubblicarlo, ho trovato che Goethe è l'autore di gran lunga più citato, ben 12 volte, rispetto ad altri. Pura coincidenza? Qui non vi sono particolari segnali di attaccamento al genio di Weimar, tranne, alla pagina 114, l'ammissione che era «capace, al solito, di anticipare, magari di secoli, ogni possibile obiezione». È un filo di fumo all'orizzonte di questa militanza recensoria. Vale la pena di tenerlo da conto sulla strada verso le tuttora fertili ragioni primarie e ultime del Raboni critico.

1 . G. Raboni, La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004, a cura di A. Cortellessa, Milano, Garzanti, 2005.

2 G. Sobrino e F. Romana de' Angelis, Storie del Premio Viareggio, Firenze, Mauro Pagliai, 2008.

3 . G. Raboni, "L'arte del dubbio”, in Come si scrive il Corriere della Sera: dentro il quotidiano tra storia e attualità, Milano, BUR, 2003.


ENZO GOLINO collabora a L'espresso, la Repubblica il Venerdí e altre testate. I suoi libri più recenti: Sottotiro. 48 stroncature (Manni, 2004); e l'edizione accresciuta del saggio Pasolini. Il sogno di una cosa. Pedagogia, Eros, Letteratura dal mito del popolo alla società di massa (Bompiani, 2005, precedenti edizioni: Il Mulino, 1985, e Bompiani, 1992).

 
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