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L'iPhone di David Hockney
WRENCE WESCHLER
Dopo una ventina d'anni in cui si è regolarmente trovato invischiato in tutti i tipi
di passioni collaterali, in apparenza estranee (collage fotografici, progetto di scenografie
per opere teatrali, esperimenti grafici con il fax, serie di stampe fatte con la fotocopiatrice
a colori, una controversa applicazione del revisionismo alla storia dell'arte e una fase
idilliaca a base di acquarelli), David Hockney, che oggi ha settantadue anni, è tornato ancora
una volta alla pittura e lo ha fatto, nei tre o quattro anni appena trascorsi, con esiti, sul piano
del vigore e della pura e semplice produttività, forse mai visti prima nella sua lunga carriera.
Questo recente corpus di opere consiste quasi interamente di paesaggi, presentati nelle
varie stagioni: catene di colline dai dolci contorni, filari di alberi, dirupi calcarei e lande
vallive, lunghe siepi di confine e campi coltivati che circondano Bridlington, nello Yorkshire,
un sito turistico sulla costa del Mare del Nord frequentato in passato durante l'estate ma
poi un po' declassato, dove oggi Hockney vive. Alcuni dei dipinti sono di piccole dimensioni,
quasi il risultato di uno sguardo intimo, riservato, ma molti sono tra le più grandi e ambiziose
tele di tutta la sua produzione.
I quadri sono stati oggetto di mostre quasi ovunque: a Londra (alla Tate Gallery e alla Royal
Academy), a Los Angeles, in un piccolo museo tedesco, l'estate scorsa, con un'ampia
panoramica, ma non ancora a New York: quest'ultima lacuna è stata colmata alla fine
di ottobre con una grande mostra, la prima da una decina d'anni, suddivisa tra gli spazi espositivi
in centro e quelli nelle zone residenziali della galleria Pace Wildenstein.1 Per l'allestimento
di queste mostre Hockney si è dato da fare come non mai (mentre scrivo, sta ancora lavorando
al completamento di una dozzina di tele del tutto nuove), non tanto però da non essere riuscito
a subire il fascino di una, per lui nuova, tecnica (virtualmente all'opposto della pittura
delle grandi tele). Una tecnica a cui si applica con un entusiasmo e una capacità di incantare
lasciandosi incantare, quasi altrettanto grandi: il disegno con l'iPhone.
Hockney ha incominciato a interessarsi a questo nuovo tipo di smart phone circa un anno
fa, quando mi ha letteralmente strappato di mano quello che per caso stavo usando durante una nostra
conversazione. Ne ha subito acquistato uno per sé e si è messo a usarlo come uno strumento
tuttofare dotato di grandi potenzialità, scovando quadri nei vari siti della rete e raccogliendone
particolari e anche minimi dettagli per servirsene nelle occasionali polemiche o nell'espressione
dei suoi giudizi o apprezzamenti con cui ha l'abitudine di sommergere gli amici.
Presto però ha scoperto Brushes, una delle nuovissime e stupefacenti applicazioni
di iPhone, che permette all'utilizzatore di "imbrattare", "disegnare",
"dipingere con le dita" (non è ancora ben chiaro quale debba essere il verbo adatto
a descrivere questa nuova attività) per creare immagini a colori assai complesse direttamente
sul piccolo schermo dell'apparecchio e poi archiviarle o spedirle con la posta elettronica.
Essenzialmente Brushes presenta a chi lo usa una gamma a spettro circolare di tutti i colori,
da cui si può scegliere il colore desiderato. L'utilizzatore può poi cambiare
la sfumatura del colore scelto, renderlo più o meno intenso e riempire tutto il livello di
sfondo dell'immagine con questo colore oppure anche realizzare altre "pennellate",
più o meno sottili, a scelta, e più o meno trasparenti, secondo le necessità,
con il passaggio del dito sullo schermo, ricoprendo per gradi l'immagine emergente con tutte
le "ditate" che ha voglia di imprimere.2
Negli ultimi sei mesi Hockney ha elaborato letteralmente centinaia e centinaia, forse più
di mille, immagini di questo tipo, spesso inviandone ogni giorno quattro-cinque a un gruppo costituito
da quasi una dozzina di amici, e in realtà non interessandosi più di ciò che essi
in seguito ne facevano. (Hockney ritiene che gli amici se le scambiassero tra loro nell'"etere
digitale".) Queste immagini, è bene ricordarlo, non sono copie digitali di seconda
generazione di immagini esistenti in qualche altro medium: l'espressione digitale con
cui si presentano costituisce il solo (per quanto multiplo) originale dell'immagine stessa.
Questo fiume in piena di immagini si è suddiviso approssimativamente in tre corsi d'acqua.
Per cominciare, ritratti e principalmente autoritratti, forse giocando sul fatto che lo schermo
nero di un iPhone spento funziona già come una sorta di specchio nero di Claude Lorrain,
riflettente un'immagine spettrale di chi lo tiene in mano. È suggestivo e un po'
inquietante il fatto che il volto nello specchio nero appare all'incirca grande il doppio
dello stesso volto nell'autoritratto che si può ottenere girando l'iPhone e
scattando una fotografia. «Ma succede sempre cosí, con la fotografia», puntualizza
Hockney, «inevitabilmente caccia via il resto del mondo facendo spazio al primo piano: e
questo non è che uno dei suoi molti problemi». I disegni di Hockney, come è sempre
stato, riportano il volto alle giuste proporzioni in relazione al «resto del mondo».
All'inizio, comunque, l'interesse di Hockney si è concentrato maggiormente
e prevalentemente su mazzi di fiori recisi e serie di piante coltivate in vasi di coccio, vasi di
ceramica smaltata, bicchieri e orci di vetro. Questi oggetti sono diventati l'occasione
per la sua vasta indagine sui tipi di effetti che il nuovo strumento permetteva di ottenere. «Per
quanto il vero disegno, quando lo eseguo, venga realizzato molto in fretta», spiega, «qualche
volta può essere preceduto da ore e ore passate soltanto a immaginare come realizzare un certo
gioco di luci, di grana nella superficie, o di colori». In effetti, la gamma dei risultati
è straordinariamente varia: le immagini sono brillanti per il cromatismo e immediatamente
evocative.
Nel corso dei molti mesi successivi, l'attenzione di Hockney è stata catturata
sempre più fortemente dall'alba estiva, con il levarsi del sole sullo specchio di mare
visibile dalla finestra della sua camera da letto. «Ho sempre desiderato essere capace di
dipingere l'alba», ci tiene a spiegare.
«Dopo tutto, di quale luce si può godere che sia più pulita, più chiara
di questa? Specialmente qui, dove la luce arriva emergendo dal mare, proprio al contrario di ciò
che accadeva nei miei vecchi rifugi californiani. In quei giorni lontani non avrei però mai
potuto goderne, perché ovviamente c'era troppa oscurità per poter vedere
i colori sulla tavolozza o se, altrimenti, accendevo una lampadina per vederli, mi sarei perso
il lieve e graduale intensificarsi delle tonalità dovute al sole che stava spuntando.
Con un iPhone invece non ho neppure bisogno di uscire dal mio letto; mi basta allungare la mano per
raggiungere l'apparecchio, accenderlo, e incominciare a mescolare e accoppiare i colori
che via via si distendono nella scena che evolve».
Oggi Hockney ha completato dozzine di questi studi in sequenza, inviandoli per posta elettronica
in tempo reale, cosí che i suoi amici negli Stati Uniti si potevano svegliare davanti alla
loro porzione dell'alba di Bridlington: due, cinque, talvolta nientemeno che otto versioni
successive, inviate una dopo l'altra, a distanze temporali di qualche minuto.
Ho notato che la maggior parte degli utilizzatori di Brushes tende a tracciare le "pennellate"
con l'indice. (Si deve ricordare che l'apparecchio misura e trasmette mutamenti della
carica elettrica e che può essere attivato soltanto da un oggetto conduttore, come un dito
appunto, e non con un oggetto simile a una penna.) Durante una recente visita ho avuto modo di scoprire
che Hockney tocca lo schermo esclusivamente con il polpastrello del pollice. E spiega perché
lo fa: «Le cose stanno cosí: se usi l'indice o le altre dita, lavori in realtà
con il gomito. Soltanto il pollice ha l'articolazione da cui deriva la sua opponibilità
e che ti permette di muoverti su tutto lo schermo con la massima velocità e agilità:
lo schermo ha esattamente le dimensioni giuste perché tu riesca a raggiungerne ogni angolo
con il tuo pollice». E continua notando come parecchie persone si preoccupino del fatto che
i computer finiranno per farci diventare «tutti pollice e basta», mentre è innegabile
la destrezza e l'ampia gamma delle possibilità espressive dei movimenti che costituiscono
la dotazione intrinseca di «questi nostri pollici tutt'altro che semplici».
Hockney che, fin dai tempi in cui era studente, ha sempre portato piccoli taccuini nelle sue
tasche, assieme a matite, pastelli, penne, pastelli a cera e boccettini di acquarelli (non senza
stracci pieni di macchie che usava per pulire), non è nuovo alla pratica di lavorare su piccole
dimensioni, ma è letteralmente deliziato dalla semplicità del nuovo strumento:
«È sempre qui, pronto, nella mia tasca e non c'è da agitarsi, affannandosi
per trovare il colore giusto. Ci si può mettere immediatamente al lavoro: una meravigliosa
qualità di improvvisazione, una freschezza, si associa all'azione. E, quando hai
finito, la cosa più bella: niente pasticci, niente da pulire. Basta spegnere la macchinetta.
Oppure, ancora più bello, premi il tasto "invia" e la piccola coorte dei tuoi amici,
in giro per il mondo, può provare la stessa sensazione di immediata contiguità con
la cosa prodotta. In fin dei conti, c'è qualcosa di intimo nello svolgersi di tutto il
processo».
Ho chiesto a Hockney se lo seccava che condividessi qualcuna di quelle immagini con un pubblico
più numeroso usando un mezzo diverso, la stampa su un periodico; mi ha risposto che in realtà
non gli dispiaceva. Dava infatti per scontato che quei "dipinti" trovassero, uno alla
volta, la propria strada andando in giro per il mondo, una sorta di pubblicazione. Ma ecco che, accendendo
una delle sue eterne sigarette, aggiunge: «Anche se val la pena di notare che queste immagini
sembrano più belle sullo schermo che stampate su una pagina. Dopo tutto, questo strumento
usa come materia prima la pura luce, e non l'inchiostro o i pigmenti, e il risultato è
più simile a una vetrata piena di colori che a un'illustrazione su un foglio di carta».
E continua: «Tutto questo fa parte dell'impulso che ci spinge a rappresentare, a fabbricare
figure. Guardi attentamente il mondo e sei chiamato a rispondere con un gesto, con un'azione.
E si tratta di un richiamo primordiale: risale ai tempi dei pittori delle caverne. Potrebbe perfino
essere comparso prima del linguaggio, della nostra capacità di parlare. La gente mi chiede
sempre di parlare dei miei antenati e io rispondo: "Bene, deve esserci stato da qualche parte,
tanto tempo fa, uno che disegnava sulle pareti di una caverna. Come lui disegnava incidendo la roccia,
io qui faccio strisciare il mio pollice sullo schermo dell'iPhone. Tutto è frutto della
stessa passione"».
Ride, spegne la sua sigaretta, spegne il cellulare e si gira per raggiungere un grande insieme
di dipinti disposti sul muro più lontano del suo studio simile a un hangar. È la vista
di una strada che si apre in un bosco, bordata da alberi abbattuti: l'insieme è costituito
da quindici tele disposte in una griglia rettangolare di tre, in altezza, per cinque, in larghezza.
Hockney intinge un lungo pennello in un colore raccogliendone un grumo vischioso ma morbido e incomincia
a dipingere movendo il braccio teso. «C'è gente che viene dal villaggio fin quassù»,
mi dice, allungando il collo al di sopra della spalla, «e mi infastidisce con varie domande:
"Abbiamo sentito dire che ha incominciato a disegnare con il telefonino". E io rispondo:
"Be', no, in realtà mi capita soltanto, occasionalmente, di telefonare con
il mio taccuino degli schizzi"».
(Traduzione di Giorgio P. Panini)
1 . David Hockney: Recent Paintings, 23 ottobre-24 dicembre 2009, Pace
Wildenstein, 32 East 57th Street, New York.
2 . Recentemente è stata messa a punto una nuova versione, potenziata, di Brushes,
detta Brushes 2.0, che Hockney ha accolta con un certo disappunto. Come spesso è accaduto
per altre applicazioni, la sua preferenza va alla versione originale.
LAWRENCE WESCHLER dirige il New York Institute for the Humanities presso la New York University.
Nel 2008, per i tipi della University of California Press, ha pubblicato True to Life: Twenty-five
Years of Conversations with David Hockney e un'edizione ampliata del suo Seeing
Is Forgetting the Name of the Thing One Sees: Over Thirty Years of Conversations with Robert Irwin.
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