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J.G. Ballard: il luccichio del profeta
DIANE JOHNSON

J.G. BALLARD, I miracoli della vita, trad. di Antonio Caronia, Milano, Feltrinelli, pp. 240, €17,00

1.

In un articolo sui cinquanta maggiori scrittori britannici dal secondo dopoguerra a oggi pubblicato nel gennaio 2008 dal Times of London, J.G. Ballard ? recentemente scomparso – figura al ventisettesimo posto di un elenco che inizia con Philip Larkin e George Orwell e non arriva neppure a personaggi illustri quali Margaret Drabble, Michael Holroyd o Victoria Glendinning. Eppure la sua opera non è molto nota ai lettori statunitensi e molti suoi libri – fra cui le memorie uscite di recente – non sono stati ancora pubblicati in America, forse perché fantascienza, satira sociale e avanguardia, tre categorie che rivendicano la presenza di quest'autore poliedrico fra i loro esponenti, possono contare solo su un pubblico ristretto. Nelle recensioni citate sulla quarta di copertina dell'edizione originale di Cocaine Nights (1996), Ballard viene definito di volta in volta giallista, «uno dei pochi surrealisti veri sfornati da questo paese», scrittore di polizieschi e «il massimo romanziere britannico vivente».

Oggi, nel quarantunesimo anniversario del maggio '68, guardiamo con una certa nostalgia stupita tanto all'energia politica quanto alla vigorosa arte d'avanguardia espresse negli anni Sessanta: a William S. Burroughs, all'influenza esercitata da Alain Robbe-Grillet su narrativa e cinema, ai film pseudoartistici di Andy Warhol, ai saggi di Susan Sontag, alla prima produzione di Ballard. Un periodo ricco ed esaltante.

Qualsiasi sia il genere letterario considerato, Ballard risulta sempre uno scrittore affascinante con un affascinante passato alle spalle. Gli scrittori contemporanei si possono suddividere fra coloro ai quali è capitato qualcosa e coloro che devono improvvisare basandosi su fatti di vita quotidiana (spesso privilegiata): quelle esperienze universali che danno spunto a tanta narrativa, dai grandi avvenimenti determinanti ai piccoli, dalla morte dei genitori alla paura del primo giorno di scuola, dal divorzio ai pericoli dell'appartenenza a un'etnia, e via dicendo. La maggior parte degli scrittori americani rientra in questo secondo gruppo.

Fra i britannici, al contrario, si annovera una ricca galleria di giramondo di derivazione coloniale. Ballard a esempio è senz'altro noto a molti grazie all'Impero del sole (1984), primo di due romanzi più o meno autobiografici – da cui Steven Spielberg ha tratto il film omonimo (1987) – che descrivono l'infanzia protetta vissuta dall'autore a Shanghai, quando dall'auto con autista che lo portava in giro per le vie della città assisteva a penose scene popolate di cinesi affamati e moribondi: «In Nanking Road i ragazzi cinesi che mendicavano inseguivano la nostra auto e battevano sui finestrini gridando "No mama, no papa, no whisky soda…". Avevano forse imparato il motto con cui rispondevano ironicamente gli europei che non volevano farsi coinvolgere?».

Come un bambino intelligente e idealista cresciuto in un bordello che fin dalla più tenera età è testimone di cose che nessuno dovrebbe mai vedere, Ballard non si sorprende di nulla.

Quando nel marzo del '43 la guerra giunse a Shanghai, egli aveva dodici anni. Gli europei furono internati dai giapponesi e il piccolo James Graham visse quasi tre anni in un campo di prigionia. Se nell'esistenza di gran parte degli scrittori manca tutto tranne il quotidiano dramma domestico, questa singolare esperienza bellica aveva lasciato in Ballard un'impressione profonda e nelle sue opere successive si colgono dovunque echi di situazioni analoghe di prigionieri che fondano società nuove, artificiali e solitamente distopiche, proprio come fecero le facoltose famiglie di uomini d'affari inglesi, i piloti americani e le altre persone rinchiuse nei campi di internamento giapponesi. Nei romanzi di Ballard c'è gente presa in ostaggio al supermercato o costretta a fondare una colonia in un canale sotterraneo sotto un'autostrada dal quale non si può fuggire, gente che resta isolata in un deserto africano o che si apparta volontariamente in un lussuoso studio di consulenza o in un altrettanto lussuoso complesso residenziale per soli anziani.

I protagonisti adulti di Ballard sono personaggi solitari sopravvissuti a circostanze difficili e obbligati a usare astuzia, ingegno e talvolta espedienti disgustosi, come quando nell'Impero del sole Jim mangia i cereali con i vermi e riflette che chi degli altri prigionieri non farà come lui probabilmente morirà prima. Che si svolgano sotto un'autostrada (L'isola di cemento, 1973) o nell'Africa più nera (Il giorno della creazione, 1987), le sue storie raccontano spesso di una fame onnivora e disperata. E se più avanti il tema della fame e della sopravvivenza lascia il posto a quello di una sazietà nauseata, salta comunque agli occhi quale sia lo schema e quale la fonte. Questi assaggi del mondo che verrà, o della vera natura della civiltà umana, si rivelano spesso di una lungimiranza inquietante.

Ballard ha continuato a narrare la storia di "Jim" ne La gentilezza delle donne (1991), altro romanzo autobiografico in cui l'autore, alterando ben poco i fatti, cambia nome ad amici e amanti ma descrive con precisione gli eccessi e le idee stravaganti dell'Inghilterra anni Settanta. Nel 1944, alla fine della guerra, Ballard venne mandato a vivere dagli zii, terminò le superiori e andò a Cambridge a studiare medicina.

Due anni dopo concluse di non essere portato per la materia. Ma forse è proprio dai suoi studi medici che prendono le mosse le straordinarie descrizioni, particolareggiate e cliniche, di argomenti come il sesso o il parto: descrizioni anatomiche e fredde, tinte spesso di una leggera ripugnanza: «Esitavo a penetrarla, timoroso di maltrattare la sua apertura, ma Sally spinse il mio pene all'interno, aggiungendo altra saliva tra un ansito di dolore e un gemito di piacere». Nelle sue opere, insieme a quella freddezza essenziale e a quel misto di disprezzo e affetto disinteressato per l'umanità che caratterizzavano sia il critico sociale che, forse, il medico, il lettore trova un distacco clinico che si pone anch'esso come cifra stilistica di questo scrittore. Il cadavere di donna esaminato da Ballard durante una lezione di anatomia non era molto diverso «dai cadaveri maschili – il seno era scomparso, annegato nello strato di grasso delle pareti toraciche, cosí come i genitali dei maschi si erano affossati nell'inguine – ma lei era già un oggetto di attenzione. Moltissimi degli studenti avevano trascorso gli anni della guerra in scuole e collegi lontani dalle città sottoposte ai bombardamenti aerei, e probabilmente mai avevano visto un corpo nudo, figurarsi poi quello di una donna d'età matura». L'autore è presente a queste scene, ma accenna di rado alle proprie reazioni.

Ballard nutrí per molto tempo il desiderio di scrivere, ma voleva anche fare il pilota: da ragazzo aveva guardato con venerazione non solo ai piloti americani reclusi nel suo campo di prigionia ma anche ai piloti e ai soldati giapponesi, esempio di distacco e di accettazione, molti dei quali egli sapeva coraggiosi e degni d'essere ammirati. Erano i primi sintomi di uno spirito di contraddizione che anche in seguito continuò a farlo sentire distante dai suoi contemporanei vissuti nella bambagia. Dopo aver lasciato la facoltà di medicina, Ballard si arruolò nella RAF e seguí un corso d'addestramento per piloti, in Canada: un periodo turbolento di grandi bevute, di voli rischiosi e di bagordi con le prostitute di Moose Jaw, nel Saskatchewan.

Al ritorno in Inghilterra fece vari lavori; nel frattempo provò a scrivere, si sposò ed ebbe tre figli, tutto nel giro di pochi anni. Quest'inizio scontato per uno scrittore esordiente fu sconvolto dalla morte improvvisa della moglie durante una vacanza in Spagna con la famiglia, quando il primogenito aveva appena sei anni. Il giovane scrittore, rimasto con tre figli piccoli, dovette trovare un equilibrio tra una vita di un edonismo un po' puerile, giustificata filosoficamente dalla moda dell'epoca, e le preoccupazioni di un padre solo che cerca coscienziosamente di tirare su tre bambini a Shepperton.

Il protagonista de La gentilezza delle donne frequenta bordelli brasiliani, il set di un film porno con donne e cani, party letterari a Londra in cui gira la droga. Il lettore pragmatico sarà forse curioso di sapere come faccia nel frattempo a dare ai figli una solida educazione borghese. A quanto pare è questione di coordinare i complicati orari di una doppia vita piuttosto precaria: «Nel primo periodo l'alcol fu un amico e quasi un confidente; di solito bevevo un bello scotch con soda dopo che avevo portato a scuola i ragazzi e mi ero seduto a scrivere, poco dopo le nove. In quei giorni finivo di bere grosso modo all'ora in cui adesso comincio», cioè quando era il momento di andare a riprendere i figli. Oppure: «Non mi piaceva quella giovane donna cosí sicura di sé, mi era abbastanza sgradita da concupirla, mentre i miei figli aspettavano in macchina con i Nordlund».

I miracoli della vita, caratterizzato dal tipico tono spassionato e da un atipico titolo celebrativo, si distacca notevolmente sia dall'Impero del sole che dalla Gentilezza delle donne per l'atmosfera che lo permea. In più corregge alcuni particolari. Nei romanzi si colgono alcuni tagli efficaci: a esempio, quando il piccolo Jim resta separato dai genitori e dalla sorella, un comodo espediente che Ballard chiarisce in queste ultime memorie perché mentre il Jim del romanzo si ritrova eccezionalmente libero dai vincoli familiari, nella realtà Ballard fu rinchiuso nel campo di prigionia di Shanghai assieme ai suoi. Lo scrittore attesta inoltre pubblicamente l'amicizia con Kingsley Amis e Martin Bax e in generale riporta ordine negli avvenimenti.

2.

Ma se gli episodi turbolenti che hanno caratterizzato la vita di Ballard sono molto più essenziali per capire i suoi leit motiv – le distopie, la cattività – di quanto non avvenga con tanti altri autori, non per forza il passato spiega la sua singolarissima preveggenza, ovvero il fatto che eventi pronosticati nei suoi romanzi già quarant'anni fa si siano quasi tutti avverati: la crisi idrica, il riscaldamento globale, i problemi del traffico, la droga, la violenza, le guerre. Il percorso artistico di questo scrittore ricapitola in sé la storia degli ultimi decenni. Negli anni Cinquanta, quando cominciò a scrivere, Ballard si vedeva come un autore di fantascienza: «A Parigi il genere era popolare fra scrittori di primo piano e registi come Robbe-Grillet e Resnais», che egli ammirava. Cosí diede per scontato di poter «trovare una situazione del genere a Londra, ma fu un grave errore».

Le opere di Ballard, tuttavia, nonostante il fascino che esercitava su di lui la fantascienza, sono sempre state opere allegoriche che non hanno veramente approfondito il tema della tecnologia come invece fanno, a esempio, i libri di Larry Niven, che pubblicò Ringworld nello stesso anno – il 1970 – in cui uscí La mostra delle atrocità. I mondi di Ballard, pur essendo collocati in un futuro prossimo, presentano elementi contemporanei molto riconoscibili – supermercati o cittadelle per soli anziani – e di rado sono caratterizzati da alta tecnologia o da particolari futuristici, mentre nel Ringworld di Niven la popolazione ha duecent'anni, vive in un anello artificiale intorno a una stella ed è dotata di teletrasporto e altre tecnologie avanzate, ideate con cura meticolosa per esigenze di coerenza interna come nelle opere di Arthur C. Clarke e Isaac Asimov.

Ballard, dal canto suo, si muoveva nel mondo dell'avanguardia inglese degli anni Sessanta, il mondo della rivista Ambit e della controcultura affascinata a livello globale dagli assassinii, dalla guerra del Vietnam, dall'LSD, dagli hippy e da tutti gli altri fenomeni culturali che interessarono gli Stati Uniti all'epoca. Se l'America aveva la Jackie di Warhol, l'Inghilterra, nell'atmosfera diffusa di riottosità e comportamenti trasgressivi che si respirava allora (sempre una versione un po' annacquata di quella americana), aveva il "Piano per l'assassinio di Jacqueline Kennedy" di Ballard e le sue altre elaborate fatiche metanarrative: "A Project for a New Novel", che strizza l'occhio a Robbe-Grillet, e soprattutto i due romanzi La mostra delle atrocità e Crash (1973).

Fu in questo periodo che lo scrittore organizzò un evento memorabile nell'ambiente dell'avanguardia londinese: la mostra delle "Automobili sfasciate", installazione di carcasse di automobili che attirò un pubblico assai numeroso. Come racconta lo stesso Ballard nei Miracoli della vita, i visitatori danneggiarono i pezzi esposti e aggredirono la hostess in topless assunta per l'occasione, confermando la tesi sul legame tra sesso, fama e distruzione che gli era stata ispirata dalla riflessione sulla morte mitica di personaggi come James Dean, Albert Camus, Jayne Mansfield e altri.

A distanza di parecchi anni, l'incidente stradale in cui ha perso la vita la principessa Diana rappresenta perfettamente i due temi centrali prefigurati anche in Crash e nel romanzo La mostra delle atrocità che lo precedeva: la violenza del mondo moderno e il legame tra automobili, sesso e violenza. Nelle sue opere successive Ballard ha continuato a esaminare l'importanza di questo rapporto con lo stesso stile preciso ed elegante. Laddove alcuni dei tentativi più risoluti di fare metanarrativa – che si parli di Coover o della Acker – sono naufragati in burlesche allusioni pop per lo stesso motivo che ha portato l'architettura "postmoderna" a flirtare col kitsch, Ballard non si è mai lasciato tentare né dalla prima né dalle seconde, attenendosi a un linguaggio denotativo semplice e alla sua notevolissima capacità descrittiva.

In una introduzione a La mostra delle atrocità William Burroughs scrisse che l'operazione di Ballard in campo narrativo era analoga a quella che Rauschenberg portava avanti in campo artistico, facendo letteralmente esplodere, ingrandendola, l'immagine, perché fosse più facile analizzarne il significato. Anche se la definizione di "libro profondo e inquietante" resta tuttora valida per qualsiasi sua opera, La mostra delle atrocità costituisce un esempio particolarmente forte della produzione letteraria di Ballard che raccoglie in sé le immagini sconvolgenti e gli accadimenti violenti di quell'epoca: l'abito rosa di Jackie macchiato di sangue, Marilyn, la foto dell'ufficiale sudvietnamita che uccide un uomo sparandogli alla testa, i bambini vietnamiti nudi che bruciano, James Dean e via dicendo. Il libro uscí negli Stati Uniti solo nel 1972: come racconta lo scrittore, Nelson Doubleday era rimasto talmente scosso dal capitolo intitolato "Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan" che aveva mandato al macero tutte le copie (il libro fu pubblicato poi col titolo Love and Napalm: Export USA e ricevette sia elogi che critiche ingiuriose). Susan Sontag disse: «Invidiabile e ammirevole Ballard! Sottile, brutale, cerebrale, inebriante: Love and Napalm, che ho appena finito di leggere … mi sembra il suo libro più bello».

Paul Theroux lo definí invece «un'elegante anatomia dell'abominio e piena di argomenti speciosi, statistiche fasulle e un'attrazione disgustata per i divi del cinema e le connotazioni sessuali di marchi e classici oggetti americani, sballottata da un modo di narrare che spinge da parte il lettore e si trascina avanti con frasi pesanti infiorettate di parole come "concettuale", "googoplex", "quasar" e "blastosfere", la sua bravura … viene meno e si è tentati di metterla in ridicolo o liquidarla».

Ballard avrà sicuramente accolto entrambe le critiche con gran piacere. Theroux definí anche «mostruoso» il romanzo Crash (che a sua volta ha ispirato l'omonimo film di David Cronenberg del 1996, vincitore di un premio speciale a Cannes).

3.

Ballard ha affermato di vedersi come un «esploratore mandato in avanscoperta a verificare se l'acqua sia potabile o meno». Dopo i primi esperimenti affini alla Mostra delle atrocità, lo scrittore è passato a forme più sottili di critica sociale rivolte a quello che sarà il nostro mondo di domani (sempre che non sia già il nostro mondo di oggi). Per fortuna dei suoi lettori – e per sfortuna forse dei suoi scopi più seri – alle riflessioni filosofiche Ballard unisce un notevole talento di romanziere comico, capace di narrare in maniera abile e spassosa variazioni avvincenti e salienti dei temi che affronta: un talento che specie in Inghilterra ha continuato ad allargare il suo pubblico a mano a mano che la sua opera si è avvicinata al realismo e che la realtà si è avvicinata ai suoi lavori.

Il passato avventuroso spiega indubbiamente la particolare libertà con cui lo scrittore si avventura in Africa, sulla Costa Azzurra o in scenari inattesi ed emblematici, per esempio nell'Isola di cemento, dove un architetto londinese, tornando a casa dal lavoro, sfonda un guardrail con la sua Jaguar e atterra, o meglio finisce, in una landa desolata di cemento sotto uno svincolo autostradale, in una piccola società di vittime a lui simili dove i problemi della sopravvivenza e dell'impossibilità di fuggire si sostituiscono pian piano alle sue preoccupazioni di una volta.

E il mondo si è avvicinato alla visione che Ballard reitera da tempo: quella del medico un po' folle che aggirando guerriglie e guerriglieri compie uno strano viaggio allegorico attraverso un deserto africano risalendo un fiume fino alle sue origini (Il giorno della creazione); oppure quella dei privilegiati abitanti di un complesso residenziale esclusivo che vengono tutti assassinati mentre si è persa traccia dei loro figli. «Tutti li hanno concordemente descritti come genitori amorevoli e avveduti, sottolineandone l'umanità e la tolleranza, persino eccessive» (Un gioco da bambini, 1988), ragion per cui sono stati uccisi. In Cocaine Nights c'è un personaggio che si dà al crimine per ravvivare e rendere interessante l'esistenza dei pensionati sonnolenti, annoiati e viziati che sono andati a vivere sulla Costa del Sol. Anche quando la sua fantasia spicca il volo, Ballard si rivela un ironista fedele a una certa tradizione di realismo, ovvero un autore che descrive in maniera realistica «il quarto mondo … Quello che aspetta di rilevare tutta la baracca».

In questo scenario non compaiono né navicelle né robot ma solo persone sedute «con le facce illuminate dalla luce tremolante di una televisione». In altre parole, Ballard descrive il mondo che ha davanti presentato sotto le mentite e trasparenti spoglie di un'epoca ambigua, forse futura, prefigurando alcuni degli sviluppi sociali che avanzano verso di noi a grandi passi, specie il tedio del privilegio: «La Costa del Sol è il più lungo pomeriggio del mondo, e hanno deciso di trascorrerlo dormendo». Il suo romanzo più recente, Regno a venire (2006), è ambientato fra gente barricata in un centro commerciale uguale in tutto e per tutto a quelli di oggi. Super-Cannes (2000) è un esclusivo quartiere residenziale sopra Cannes realmente esistente, che nel romanzo diventa una vetrina di quegli estremi di autocompiacimento e di abbandono drogato contro cui lo scrittore rivolge le sue critiche. In qualche versione modificata, anche le sue fantasie più esagerate, dense di sottintesi metaforici e satirici, sono quasi sempre approdate nel mondo vero.

Il ruolo di profeta alla maniera di Orwell o Huxley pone Ballard in una posizione singolare all'interno della letteratura inglese contemporanea: quella di un autore ai margini, defilato rispetto a grandi nomi quali Martin Amis, Julian Barnes e Ian McEwan che egli sopravanza per età, ammirato da fedelissimi più giovani e anticonformisti come Will Self e scrittore di culto per una schiera di appassionati della fantascienza e di artisti d'avanguardia.

4.

I romanzi di Ballard, specie i primi, sono stati studiati da alcuni critici seri, in particolar modo in Francia. Il compianto Jean Baudrillard, per esempio, ha scritto: «Dopo Borges, ma seguendo un registro completamente diverso, Crash si presenta come il primo grande romanzo dell'universo della simulazione col quale d'ora in avanti avremo a che fare: un universo non simbolico che attraverso una sorta di rovesciamento della sua sostanza mass-mediata (neon, cemento, automobili, erotismo meccanico) sembra davvero saturo di un intenso potere iniziatico».

Di fatto questo potere iniziatico sarebbe tramontato proprio insieme all'avanguardia che, come lo stesso Ballard, venne semplicemente inglobata dal movimento pacifista e quindi assorbita in una tradizione più conciliante e addirittura più accogliente. Quantunque Ballard, Burroughs, Thomas Pynchon e altri si sforzassero di trovare un'ottica sperimentale o uno stile personale, lo sperimentalismo degli anni Sessanta, a quanto sembra, non è mai decollato. Gli esperimenti dell'epoca, cosí come quelli compiuti negli anni Trenta, sono stati ampiamente accettati, ma l'accettazione in fondo è una specie di abbandono, forse perché se un esperimento non riesce a innescare un dialogo critico significativo che interessi anche lo scrittore, quest'ultimo non trova un suo contesto. Resta solo col suo stile, libero di perfezionarlo, di limarlo, di imitarlo, parodiarlo o di gettarlo via in una situazione di isolamento, e al suo ritorno scopre che il pubblico ha opportunamente allargato le proprie vedute fino a considerare leggibile e alla moda quello che in un primo momento aveva giudicato difficile o strampalato. Cosí è successo a Ballard, oggi scrittore di culto per un manipolo di entusiasti che si scambiano commenti nella "Ballardosfera", in libri e articoli, o tramite il sito web Ballardian.com e altrove.

A quanto pare Ballard non è del tutto a suo agio nell'abbraccio di una letteratura più convenzionale e si pronuncia contro il trionfo del «romanzo borghese», scrivendo che questo è «il massimo nemico della verità e della schiettezza che sia mai stato inventato. È una struttura immensa e sentimentalizzante che rassicura il lettore e gli offre in ogni momento il conforto di schemi morali sicuri e di personaggi riconoscibili. Questo concetto è stato esposto anni fa da Mary McCarthy e altri, secondo i quali la funzione principale del romanzo era quella di portare avanti una sorta di critica morale della vita. Ma non sta allo scrittore dare giudizi morali o presentarsi come un tribunale presieduto da un magistrato unico. A mio parere, come ha fatto Burroughs e come nel mio piccolo ho cercato di fare anch'io, è molto meglio dire la verità».

Altrove Ballard dice che preferisce «chiamarla schiettezza» e con ciò intendeva probabilmente la disponibilità a descrivere sgradevoli particolari anatomici e casi fisiologici o psicologici sui quali uno scrittore di solito sorvola. Sino alla fine, la purezza della sua indignazione non è mai diminuita, quanto meno nella sua narrativa. Ciò nonostante, si può dire a ragione che, come altri scrittori che deplorava, anche Ballard si rivela un moralista attraverso i giudizi impliciti nella sua scelta di materiale e nei particolari di depravazione o noia che narra; come altri autori di narrativa, neanche lui riusciva a sottrarsi a questa caratteristica implicita della forma romanzo, residuo delle sue origini borghesi ed espressione di continuativa fedeltà alle stesse.

Lo scrittore appare sostanzialmente come un irriducibile degli anni Sessanta, radicato all'idea di essere il prodotto di un'epoca più pura e dignitosa, esponente di una generazione che si muoveva nella società – disse qualcuno – «come un topo dentro un pitone», un rigonfiamento visibile nella muscolatura liscia di quel corpo; ma questa posizione oggi può sembrare un prezioso correttivo che addirittura andrebbe coltivato. Un entusiasta ballardiano scrive di lui che sebbene alcuni suoi romanzi siano migliori di altri «anche quando Ballard non sembra fare sforzo alcuno piscia comunque in testa a gente come Iain Banks e Alex Garland. Il che credo illustra abbastanza bene che i grandi sono grandi solo quando è necessario».

E questa è forse la vera lezione che ci insegnano la vita straordinaria e la formidabile carriera di J.G. Ballard.

(Traduzione di Claudia Valeria Letizia)

ALTRE OPERE DI J.G. BALLARD CITATE IN QUESTO ARTICOLO

La mostra delle atrocità, trad. di Antonio Caronia, introd. di William S. Burroughs, Milano, Feltrinelli, 2006 (ed. orig. The Atrocity Exhibition, 1970)

Crash, trad. di Gianni Pilone Colombo, Milano, Bompiani, 1996 (ed. orig. Crash, 1973)

L'isola di cemento, trad. di Massimo Bocchiola, Milano, Feltrinelli, 2007 (ed. orig. Concrete Island, 1973)

L'Impero del sole, trad. di Gianni Pilone Colombo, Milano, Feltrinelli, 2007 (ed. orig. Empire of the Sun, 1984)

Il giorno della creazione, trad. di Giuseppe Settanni, Milano, Rizzoli, 1988 (ed. orig. The Day of Creation, 1987)

Un gioco da bambini, trad. di Franca Castellenghi Piazza, Milano, Feltrinelli, 2007 (ed. orig. Running Wild, 1988)

La gentilezza delle donne, trad. di Andrea Terzi, Milano, Rizzoli, 1992 (ed. orig. The Kindness of Women, 1991)

Cocaine nights, trad. di Antonio Caronia, Milano, Baldini & Castoldi, 1997 (ed. orig. Cocaine Nights, 1996)

Super-Cannes, trad. di Monica Pareschi, Milano, Feltrinelli, 2005 (ed. orig. Super-Cannes, 2000)

Regno a venire, trad. di Federica Aceto, Milano, Feltrinelli, 2006 (ed. orig. Kingdom Come, 2006)


DIANE JOHNSON è autrice di saggi e romanzi. È nota al lettore italiano per Itinerari stupefacenti: racconti di una viaggiatrice (Feltrinelli, 1993). Il suo ultimo romanzo pubblicato negli Stati Uniti è Lulu in Marrakech (Dutton, 2008).

 
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