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J.G. Ballard: il luccichio del profeta
DIANE JOHNSON
J.G. BALLARD, I miracoli della vita, trad. di Antonio Caronia, Milano, Feltrinelli,
pp. 240, €17,00
1.
In un articolo sui cinquanta maggiori scrittori britannici dal secondo dopoguerra a oggi
pubblicato nel gennaio 2008 dal Times of London, J.G. Ballard ? recentemente scomparso
figura al ventisettesimo posto di un elenco che inizia con Philip Larkin e George Orwell
e non arriva neppure a personaggi illustri quali Margaret Drabble, Michael Holroyd o Victoria
Glendinning. Eppure la sua opera non è molto nota ai lettori statunitensi e molti suoi libri
fra cui le memorie uscite di recente non sono stati ancora pubblicati in America,
forse perché fantascienza, satira sociale e avanguardia, tre categorie che rivendicano
la presenza di quest'autore poliedrico fra i loro esponenti, possono contare solo su un pubblico
ristretto. Nelle recensioni citate sulla quarta di copertina dell'edizione originale
di Cocaine Nights (1996), Ballard viene definito di volta in volta giallista, «uno
dei pochi surrealisti veri sfornati da questo paese», scrittore di polizieschi e «il
massimo romanziere britannico vivente».
Oggi, nel quarantunesimo anniversario del maggio '68, guardiamo con una certa nostalgia
stupita tanto all'energia politica quanto alla vigorosa arte d'avanguardia espresse
negli anni Sessanta: a William S. Burroughs, all'influenza esercitata da Alain Robbe-Grillet
su narrativa e cinema, ai film pseudoartistici di Andy Warhol, ai saggi di Susan Sontag, alla prima
produzione di Ballard. Un periodo ricco ed esaltante.
Qualsiasi sia il genere letterario considerato, Ballard risulta sempre uno scrittore affascinante
con un affascinante passato alle spalle. Gli scrittori contemporanei si possono suddividere
fra coloro ai quali è capitato qualcosa e coloro che devono improvvisare basandosi su fatti
di vita quotidiana (spesso privilegiata): quelle esperienze universali che danno spunto a tanta
narrativa, dai grandi avvenimenti determinanti ai piccoli, dalla morte dei genitori alla paura
del primo giorno di scuola, dal divorzio ai pericoli dell'appartenenza a un'etnia,
e via dicendo. La maggior parte degli scrittori americani rientra in questo secondo gruppo.
Fra i britannici, al contrario, si annovera una ricca galleria di giramondo di derivazione
coloniale. Ballard a esempio è senz'altro noto a molti grazie all'Impero
del sole (1984), primo di due romanzi più o meno autobiografici da cui Steven Spielberg
ha tratto il film omonimo (1987) che descrivono l'infanzia protetta vissuta dall'autore
a Shanghai, quando dall'auto con autista che lo portava in giro per le vie della città
assisteva a penose scene popolate di cinesi affamati e moribondi: «In Nanking Road i ragazzi
cinesi che mendicavano inseguivano la nostra auto e battevano sui finestrini gridando "No
mama, no papa, no whisky soda…". Avevano forse imparato il motto con cui rispondevano
ironicamente gli europei che non volevano farsi coinvolgere?».
Come un bambino intelligente e idealista cresciuto in un bordello che fin dalla più tenera
età è testimone di cose che nessuno dovrebbe mai vedere, Ballard non si sorprende
di nulla.
Quando nel marzo del '43 la guerra giunse a Shanghai, egli aveva dodici anni. Gli europei
furono internati dai giapponesi e il piccolo James Graham visse quasi tre anni in un campo di prigionia.
Se nell'esistenza di gran parte degli scrittori manca tutto tranne il quotidiano dramma
domestico, questa singolare esperienza bellica aveva lasciato in Ballard un'impressione
profonda e nelle sue opere successive si colgono dovunque echi di situazioni analoghe di prigionieri
che fondano società nuove, artificiali e solitamente distopiche, proprio come fecero
le facoltose famiglie di uomini d'affari inglesi, i piloti americani e le altre persone rinchiuse
nei campi di internamento giapponesi. Nei romanzi di Ballard c'è gente presa in ostaggio
al supermercato o costretta a fondare una colonia in un canale sotterraneo sotto un'autostrada
dal quale non si può fuggire, gente che resta isolata in un deserto africano o che si apparta
volontariamente in un lussuoso studio di consulenza o in un altrettanto lussuoso complesso residenziale
per soli anziani.
I protagonisti adulti di Ballard sono personaggi solitari sopravvissuti a circostanze difficili
e obbligati a usare astuzia, ingegno e talvolta espedienti disgustosi, come quando nell'Impero
del sole Jim mangia i cereali con i vermi e riflette che chi degli altri prigionieri non farà
come lui probabilmente morirà prima. Che si svolgano sotto un'autostrada (L'isola
di cemento, 1973) o nell'Africa più nera (Il giorno della creazione, 1987),
le sue storie raccontano spesso di una fame onnivora e disperata. E se più avanti il tema della
fame e della sopravvivenza lascia il posto a quello di una sazietà nauseata, salta comunque
agli occhi quale sia lo schema e quale la fonte. Questi assaggi del mondo che verrà, o della
vera natura della civiltà umana, si rivelano spesso di una lungimiranza inquietante.
Ballard ha continuato a narrare la storia di "Jim" ne La gentilezza delle donne
(1991), altro romanzo autobiografico in cui l'autore, alterando ben poco i fatti, cambia
nome ad amici e amanti ma descrive con precisione gli eccessi e le idee stravaganti dell'Inghilterra
anni Settanta. Nel 1944, alla fine della guerra, Ballard venne mandato a vivere dagli zii, terminò
le superiori e andò a Cambridge a studiare medicina.
Due anni dopo concluse di non essere portato per la materia. Ma forse è proprio dai suoi
studi medici che prendono le mosse le straordinarie descrizioni, particolareggiate e cliniche,
di argomenti come il sesso o il parto: descrizioni anatomiche e fredde, tinte spesso di una leggera
ripugnanza: «Esitavo a penetrarla, timoroso di maltrattare la sua apertura, ma Sally spinse
il mio pene all'interno, aggiungendo altra saliva tra un ansito di dolore e un gemito di piacere».
Nelle sue opere, insieme a quella freddezza essenziale e a quel misto di disprezzo e affetto disinteressato
per l'umanità che caratterizzavano sia il critico sociale che, forse, il medico,
il lettore trova un distacco clinico che si pone anch'esso come cifra stilistica di questo
scrittore. Il cadavere di donna esaminato da Ballard durante una lezione di anatomia non era molto
diverso «dai cadaveri maschili il seno era scomparso, annegato nello strato di grasso
delle pareti toraciche, cosí come i genitali dei maschi si erano affossati nell'inguine
ma lei era già un oggetto di attenzione. Moltissimi degli studenti avevano trascorso
gli anni della guerra in scuole e collegi lontani dalle città sottoposte ai bombardamenti
aerei, e probabilmente mai avevano visto un corpo nudo, figurarsi poi quello di una donna d'età
matura». L'autore è presente a queste scene, ma accenna di rado alle proprie reazioni.
Ballard nutrí per molto tempo il desiderio di scrivere, ma voleva anche fare il pilota:
da ragazzo aveva guardato con venerazione non solo ai piloti americani reclusi nel suo campo di
prigionia ma anche ai piloti e ai soldati giapponesi, esempio di distacco e di accettazione, molti
dei quali egli sapeva coraggiosi e degni d'essere ammirati. Erano i primi sintomi di uno spirito
di contraddizione che anche in seguito continuò a farlo sentire distante dai suoi contemporanei
vissuti nella bambagia. Dopo aver lasciato la facoltà di medicina, Ballard si arruolò
nella RAF e seguí un corso d'addestramento per piloti, in Canada: un periodo turbolento
di grandi bevute, di voli rischiosi e di bagordi con le prostitute di Moose Jaw, nel Saskatchewan.
Al ritorno in Inghilterra fece vari lavori; nel frattempo provò a scrivere, si sposò
ed ebbe tre figli, tutto nel giro di pochi anni. Quest'inizio scontato per uno scrittore esordiente
fu sconvolto dalla morte improvvisa della moglie durante una vacanza in Spagna con la famiglia,
quando il primogenito aveva appena sei anni. Il giovane scrittore, rimasto con tre figli piccoli,
dovette trovare un equilibrio tra una vita di un edonismo un po' puerile, giustificata filosoficamente
dalla moda dell'epoca, e le preoccupazioni di un padre solo che cerca coscienziosamente
di tirare su tre bambini a Shepperton.
Il protagonista de La gentilezza delle donne frequenta bordelli brasiliani, il set
di un film porno con donne e cani, party letterari a Londra in cui gira la droga. Il lettore pragmatico
sarà forse curioso di sapere come faccia nel frattempo a dare ai figli una solida educazione
borghese. A quanto pare è questione di coordinare i complicati orari di una doppia vita piuttosto
precaria: «Nel primo periodo l'alcol fu un amico e quasi un confidente; di solito bevevo
un bello scotch con soda dopo che avevo portato a scuola i ragazzi e mi ero seduto a scrivere, poco
dopo le nove. In quei giorni finivo di bere grosso modo all'ora in cui adesso comincio»,
cioè quando era il momento di andare a riprendere i figli. Oppure: «Non mi piaceva quella
giovane donna cosí sicura di sé, mi era abbastanza sgradita da concupirla, mentre i
miei figli aspettavano in macchina con i Nordlund».
I miracoli della vita, caratterizzato dal tipico tono spassionato e da un atipico titolo
celebrativo, si distacca notevolmente sia dall'Impero del sole che dalla Gentilezza
delle donne per l'atmosfera che lo permea. In più corregge alcuni particolari.
Nei romanzi si colgono alcuni tagli efficaci: a esempio, quando il piccolo Jim resta separato dai
genitori e dalla sorella, un comodo espediente che Ballard chiarisce in queste ultime memorie
perché mentre il Jim del romanzo si ritrova eccezionalmente libero dai vincoli familiari,
nella realtà Ballard fu rinchiuso nel campo di prigionia di Shanghai assieme ai suoi. Lo
scrittore attesta inoltre pubblicamente l'amicizia con Kingsley Amis e Martin Bax e in generale
riporta ordine negli avvenimenti.
2.
Ma se gli episodi turbolenti che hanno caratterizzato la vita di Ballard sono molto più
essenziali per capire i suoi leit motiv le distopie, la cattività di quanto
non avvenga con tanti altri autori, non per forza il passato spiega la sua singolarissima preveggenza,
ovvero il fatto che eventi pronosticati nei suoi romanzi già quarant'anni fa si siano
quasi tutti avverati: la crisi idrica, il riscaldamento globale, i problemi del traffico, la droga,
la violenza, le guerre. Il percorso artistico di questo scrittore ricapitola in sé la storia
degli ultimi decenni. Negli anni Cinquanta, quando cominciò a scrivere, Ballard si vedeva
come un autore di fantascienza: «A Parigi il genere era popolare fra scrittori di primo piano
e registi come Robbe-Grillet e Resnais», che egli ammirava. Cosí diede per scontato
di poter «trovare una situazione del genere a Londra, ma fu un grave errore».
Le opere di Ballard, tuttavia, nonostante il fascino che esercitava su di lui la fantascienza,
sono sempre state opere allegoriche che non hanno veramente approfondito il tema della tecnologia
come invece fanno, a esempio, i libri di Larry Niven, che pubblicò Ringworld nello
stesso anno il 1970 in cui uscí La mostra delle atrocità. I mondi
di Ballard, pur essendo collocati in un futuro prossimo, presentano elementi contemporanei molto
riconoscibili supermercati o cittadelle per soli anziani e di rado sono caratterizzati
da alta tecnologia o da particolari futuristici, mentre nel Ringworld di Niven la popolazione
ha duecent'anni, vive in un anello artificiale intorno a una stella ed è dotata di teletrasporto
e altre tecnologie avanzate, ideate con cura meticolosa per esigenze di coerenza interna come
nelle opere di Arthur C. Clarke e Isaac Asimov.
Ballard, dal canto suo, si muoveva nel mondo dell'avanguardia inglese degli anni Sessanta,
il mondo della rivista Ambit e della controcultura affascinata a livello globale dagli
assassinii, dalla guerra del Vietnam, dall'LSD, dagli hippy e da tutti gli altri fenomeni
culturali che interessarono gli Stati Uniti all'epoca. Se l'America aveva la Jackie
di Warhol, l'Inghilterra, nell'atmosfera diffusa di riottosità e comportamenti
trasgressivi che si respirava allora (sempre una versione un po' annacquata di quella americana),
aveva il "Piano per l'assassinio di Jacqueline Kennedy" di Ballard
e le sue altre elaborate fatiche metanarrative: "A Project for a New Novel", che strizza
l'occhio a Robbe-Grillet, e soprattutto i due romanzi La mostra delle atrocità
e Crash (1973).
Fu in questo periodo che lo scrittore organizzò un evento memorabile nell'ambiente
dell'avanguardia londinese: la mostra delle "Automobili sfasciate", installazione
di carcasse di automobili che attirò un pubblico assai numeroso. Come racconta lo stesso
Ballard nei Miracoli della vita, i visitatori danneggiarono i pezzi esposti e aggredirono
la hostess in topless assunta per l'occasione, confermando la tesi sul legame tra sesso,
fama e distruzione che gli era stata ispirata dalla riflessione sulla morte mitica di personaggi
come James Dean, Albert Camus, Jayne Mansfield e altri.
A distanza di parecchi anni, l'incidente stradale in cui ha perso la vita la principessa
Diana rappresenta perfettamente i due temi centrali prefigurati anche in Crash e nel romanzo
La mostra delle atrocità che lo precedeva: la violenza del mondo moderno e il legame
tra automobili, sesso e violenza. Nelle sue opere successive Ballard ha continuato a esaminare
l'importanza di questo rapporto con lo stesso stile preciso ed elegante. Laddove alcuni
dei tentativi più risoluti di fare metanarrativa che si parli di Coover o della Acker
sono naufragati in burlesche allusioni pop per lo stesso motivo che ha portato l'architettura
"postmoderna" a flirtare col kitsch, Ballard non si è mai lasciato tentare né
dalla prima né dalle seconde, attenendosi a un linguaggio denotativo semplice e alla sua
notevolissima capacità descrittiva.
In una introduzione a La mostra delle atrocità William Burroughs scrisse che
l'operazione di Ballard in campo narrativo era analoga a quella che Rauschenberg portava
avanti in campo artistico, facendo letteralmente esplodere, ingrandendola, l'immagine,
perché fosse più facile analizzarne il significato. Anche se la definizione di "libro
profondo e inquietante" resta tuttora valida per qualsiasi sua opera, La mostra delle
atrocità costituisce un esempio particolarmente forte della produzione letteraria
di Ballard che raccoglie in sé le immagini sconvolgenti e gli accadimenti violenti di quell'epoca:
l'abito rosa di Jackie macchiato di sangue, Marilyn, la foto dell'ufficiale sudvietnamita
che uccide un uomo sparandogli alla testa, i bambini vietnamiti nudi che bruciano, James Dean e
via dicendo. Il libro uscí negli Stati Uniti solo nel 1972: come racconta lo scrittore, Nelson
Doubleday era rimasto talmente scosso dal capitolo intitolato "Ecco perché voglio
fottere Ronald Reagan" che aveva mandato al macero tutte le copie (il libro fu pubblicato
poi col titolo Love and Napalm: Export USA e ricevette sia elogi che critiche ingiuriose).
Susan Sontag disse: «Invidiabile e ammirevole Ballard! Sottile, brutale, cerebrale, inebriante:
Love and Napalm, che ho appena finito di leggere … mi sembra il suo libro più
bello».
Paul Theroux lo definí invece «un'elegante anatomia dell'abominio
e piena di argomenti speciosi, statistiche fasulle e un'attrazione disgustata per i divi
del cinema e le connotazioni sessuali di marchi e classici oggetti americani, sballottata da un
modo di narrare che spinge da parte il lettore e si trascina avanti con frasi pesanti infiorettate
di parole come "concettuale", "googoplex", "quasar" e "blastosfere",
la sua bravura … viene meno e si è tentati di metterla in ridicolo o liquidarla».
Ballard avrà sicuramente accolto entrambe le critiche con gran piacere. Theroux definí
anche «mostruoso» il romanzo Crash (che a sua volta ha ispirato l'omonimo
film di David Cronenberg del 1996, vincitore di un premio speciale a Cannes).
3.
Ballard ha affermato di vedersi come un «esploratore mandato in avanscoperta a verificare
se l'acqua sia potabile o meno». Dopo i primi esperimenti affini alla Mostra delle
atrocità, lo scrittore è passato a forme più sottili di critica sociale
rivolte a quello che sarà il nostro mondo di domani (sempre che non sia già il nostro
mondo di oggi). Per fortuna dei suoi lettori e per sfortuna forse dei suoi scopi più
seri alle riflessioni filosofiche Ballard unisce un notevole talento di romanziere comico,
capace di narrare in maniera abile e spassosa variazioni avvincenti e salienti dei temi che affronta:
un talento che specie in Inghilterra ha continuato ad allargare il suo pubblico a mano a mano che
la sua opera si è avvicinata al realismo e che la realtà si è avvicinata ai suoi
lavori.
Il passato avventuroso spiega indubbiamente la particolare libertà con cui lo scrittore
si avventura in Africa, sulla Costa Azzurra o in scenari inattesi ed emblematici, per esempio nell'Isola
di cemento, dove un architetto londinese, tornando a casa dal lavoro, sfonda un guardrail
con la sua Jaguar e atterra, o meglio finisce, in una landa desolata di cemento sotto uno svincolo
autostradale, in una piccola società di vittime a lui simili dove i problemi della sopravvivenza
e dell'impossibilità di fuggire si sostituiscono pian piano alle sue preoccupazioni
di una volta.
E il mondo si è avvicinato alla visione che Ballard reitera da tempo: quella del medico
un po' folle che aggirando guerriglie e guerriglieri compie uno strano viaggio allegorico
attraverso un deserto africano risalendo un fiume fino alle sue origini (Il giorno della creazione);
oppure quella dei privilegiati abitanti di un complesso residenziale esclusivo che vengono tutti
assassinati mentre si è persa traccia dei loro figli. «Tutti li hanno concordemente
descritti come genitori amorevoli e avveduti, sottolineandone l'umanità e la tolleranza,
persino eccessive» (Un gioco da bambini, 1988), ragion per cui sono stati uccisi.
In Cocaine Nights c'è un personaggio che si dà al crimine per ravvivare
e rendere interessante l'esistenza dei pensionati sonnolenti, annoiati e viziati che sono
andati a vivere sulla Costa del Sol. Anche quando la sua fantasia spicca il volo, Ballard si rivela
un ironista fedele a una certa tradizione di realismo, ovvero un autore che descrive in maniera
realistica «il quarto mondo … Quello che aspetta di rilevare tutta la baracca».
In questo scenario non compaiono né navicelle né robot ma solo persone sedute «con
le facce illuminate dalla luce tremolante di una televisione». In altre parole, Ballard
descrive il mondo che ha davanti presentato sotto le mentite e trasparenti spoglie di un'epoca
ambigua, forse futura, prefigurando alcuni degli sviluppi sociali che avanzano verso di noi a
grandi passi, specie il tedio del privilegio: «La Costa del Sol è il più lungo pomeriggio
del mondo, e hanno deciso di trascorrerlo dormendo». Il suo romanzo più recente, Regno
a venire (2006), è ambientato fra gente barricata in un centro commerciale uguale in
tutto e per tutto a quelli di oggi. Super-Cannes (2000) è un esclusivo quartiere residenziale
sopra Cannes realmente esistente, che nel romanzo diventa una vetrina di quegli estremi di autocompiacimento
e di abbandono drogato contro cui lo scrittore rivolge le sue critiche. In qualche versione modificata,
anche le sue fantasie più esagerate, dense di sottintesi metaforici e satirici, sono quasi
sempre approdate nel mondo vero.
Il ruolo di profeta alla maniera di Orwell o Huxley pone Ballard in una posizione singolare all'interno
della letteratura inglese contemporanea: quella di un autore ai margini, defilato rispetto a
grandi nomi quali Martin Amis, Julian Barnes e Ian McEwan che egli sopravanza per età, ammirato
da fedelissimi più giovani e anticonformisti come Will Self e scrittore di culto per una schiera
di appassionati della fantascienza e di artisti d'avanguardia.
4.
I romanzi di Ballard, specie i primi, sono stati studiati da alcuni critici seri, in particolar
modo in Francia. Il compianto Jean Baudrillard, per esempio, ha scritto: «Dopo Borges, ma
seguendo un registro completamente diverso, Crash si presenta come il primo grande romanzo
dell'universo della simulazione col quale d'ora in avanti avremo a che fare: un universo
non simbolico che attraverso una sorta di rovesciamento della sua sostanza mass-mediata (neon,
cemento, automobili, erotismo meccanico) sembra davvero saturo di un intenso potere iniziatico».
Di fatto questo potere iniziatico sarebbe tramontato proprio insieme all'avanguardia
che, come lo stesso Ballard, venne semplicemente inglobata dal movimento pacifista e quindi assorbita
in una tradizione più conciliante e addirittura più accogliente. Quantunque Ballard,
Burroughs, Thomas Pynchon e altri si sforzassero di trovare un'ottica sperimentale o uno
stile personale, lo sperimentalismo degli anni Sessanta, a quanto sembra, non è mai decollato.
Gli esperimenti dell'epoca, cosí come quelli compiuti negli anni Trenta, sono stati
ampiamente accettati, ma l'accettazione in fondo è una specie di abbandono, forse
perché se un esperimento non riesce a innescare un dialogo critico significativo che interessi
anche lo scrittore, quest'ultimo non trova un suo contesto. Resta solo col suo stile, libero
di perfezionarlo, di limarlo, di imitarlo, parodiarlo o di gettarlo via in una situazione di isolamento,
e al suo ritorno scopre che il pubblico ha opportunamente allargato le proprie vedute fino a considerare
leggibile e alla moda quello che in un primo momento aveva giudicato difficile o strampalato. Cosí
è successo a Ballard, oggi scrittore di culto per un manipolo di entusiasti che si scambiano
commenti nella "Ballardosfera", in libri e articoli, o tramite il sito web Ballardian.com
e altrove.
A quanto pare Ballard non è del tutto a suo agio nell'abbraccio di una letteratura
più convenzionale e si pronuncia contro il trionfo del «romanzo borghese», scrivendo
che questo è «il massimo nemico della verità e della schiettezza che sia mai
stato inventato. È una struttura immensa e sentimentalizzante che rassicura il lettore
e gli offre in ogni momento il conforto di schemi morali sicuri e di personaggi riconoscibili. Questo
concetto è stato esposto anni fa da Mary McCarthy e altri, secondo i quali la funzione principale
del romanzo era quella di portare avanti una sorta di critica morale della vita. Ma non sta allo scrittore
dare giudizi morali o presentarsi come un tribunale presieduto da un magistrato unico. A mio parere,
come ha fatto Burroughs e come nel mio piccolo ho cercato di fare anch'io, è molto meglio
dire la verità».
Altrove Ballard dice che preferisce «chiamarla schiettezza» e con ciò intendeva
probabilmente la disponibilità a descrivere sgradevoli particolari anatomici e casi
fisiologici o psicologici sui quali uno scrittore di solito sorvola. Sino alla fine, la purezza
della sua indignazione non è mai diminuita, quanto meno nella sua narrativa. Ciò nonostante,
si può dire a ragione che, come altri scrittori che deplorava, anche Ballard si rivela un moralista
attraverso i giudizi impliciti nella sua scelta di materiale e nei particolari di depravazione
o noia che narra; come altri autori di narrativa, neanche lui riusciva a sottrarsi a questa caratteristica
implicita della forma romanzo, residuo delle sue origini borghesi ed espressione di continuativa
fedeltà alle stesse.
Lo scrittore appare sostanzialmente come un irriducibile degli anni Sessanta, radicato all'idea
di essere il prodotto di un'epoca più pura e dignitosa, esponente di una generazione
che si muoveva nella società disse qualcuno «come un topo dentro un
pitone», un rigonfiamento visibile nella muscolatura liscia di quel corpo; ma questa posizione
oggi può sembrare un prezioso correttivo che addirittura andrebbe coltivato. Un entusiasta
ballardiano scrive di lui che sebbene alcuni suoi romanzi siano migliori di altri «anche
quando Ballard non sembra fare sforzo alcuno piscia comunque in testa a gente come Iain Banks e Alex
Garland. Il che credo illustra abbastanza bene che i grandi sono grandi solo quando è necessario».
E questa è forse la vera lezione che ci insegnano la vita straordinaria e la formidabile
carriera di J.G. Ballard.
(Traduzione di Claudia Valeria Letizia)
ALTRE OPERE DI J.G. BALLARD CITATE IN QUESTO ARTICOLO
La mostra delle atrocità, trad. di Antonio Caronia, introd. di William
S. Burroughs, Milano, Feltrinelli, 2006 (ed. orig. The Atrocity Exhibition, 1970)
Crash, trad. di Gianni Pilone Colombo, Milano, Bompiani, 1996 (ed. orig. Crash,
1973)
L'isola di cemento, trad. di Massimo Bocchiola, Milano, Feltrinelli,
2007 (ed. orig. Concrete Island, 1973)
L'Impero del sole, trad. di Gianni Pilone Colombo, Milano, Feltrinelli,
2007 (ed. orig. Empire of the Sun, 1984)
Il giorno della creazione, trad. di Giuseppe Settanni, Milano, Rizzoli, 1988
(ed. orig. The Day of Creation, 1987)
Un gioco da bambini, trad. di Franca Castellenghi Piazza, Milano,
Feltrinelli, 2007 (ed. orig. Running Wild, 1988)
La gentilezza delle donne, trad. di Andrea Terzi, Milano, Rizzoli,
1992 (ed. orig. The Kindness of Women, 1991)
Cocaine nights, trad. di Antonio Caronia, Milano, Baldini & Castoldi,
1997 (ed. orig. Cocaine Nights, 1996)
Super-Cannes, trad. di Monica Pareschi, Milano, Feltrinelli,
2005 (ed. orig. Super-Cannes, 2000)
Regno a venire, trad. di Federica Aceto, Milano, Feltrinelli, 2006
(ed. orig. Kingdom Come, 2006)
DIANE JOHNSON è autrice di saggi e romanzi. È nota al lettore italiano per Itinerari
stupefacenti: racconti di una viaggiatrice (Feltrinelli, 1993). Il suo ultimo romanzo pubblicato
negli Stati Uniti è Lulu in Marrakech (Dutton, 2008).
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