INTERVENTI
A proposito di: "Il problema del riscaldamento globale" di
Freeman Dyson (la Rivista dei Libri, ottobre 2008)
L'articolo di Freeman Dyson "Il problema del riscaldamento globale"
(la Rivista dei Libri, ottobre 2008) ha suscitato un vivace scambio di opinioni.
Di seguito pubblichiamo i commenti di William D. Nordhaus (il cui libro, A Question
of Balance: Weighing the Options on Global Warming Policies, veniva recensito nell'articolo
di Dyson), di altri due lettori e una risposta dello stesso Freeman Dyson.
- La redazione
Non sono del tutto d'accordo con la recensione di Freeman Dyson al mio libro A Question
of Balance: Weighing the Options on Global Warming Policies. Questa recensione peraltro
ha stimolato l'invio di una vera e propria valanga di lettere che, in egual misura, si lamentavano
del mio lavoro o della recensione di Dyson. Questi commenti rappresentano una buona opportunità
per riprendere alcuni punti del mio libro che sono all'origine del maggior numero di controversie.
1.
L'economia dei cambiamenti climatici è perfettamente chiara. In pratica
ogni attività che preveda direttamente o indirettamente l'utilizzo di combustibili
fossili determina l'emissione di diossido di carbonio nell'atmosfera. Il diossido
di carbonio si accumula e, con il passare dei decenni, determina il riscaldamento globale oltre
a molti altri cambiamenti geofisici potenzialmente dannosi. Le emissioni di diossido di carbonio
rappresentano le cosiddette "esternalità", cioè le conseguenze sociali
di cui gli operatori del mercato non tengono conto. Questa omissione da parte dei mercati dipende
dal fatto che la gente non paga i costi attuali e futuri delle proprie azioni.
Se in campo economico si volesse proporre un'unica linea di condotta fondamentale bisognerebbe
decidere di correggere questa omissione del mercato in modo da assicurarsi che tutte le persone,
ovunque e sempre, anche in futuro si confrontino con un prezzo di mercato dell'impiego dei
composti del carbonio che tenga conto dei costi sociali delle loro attività. Bisognerebbe
che gli operatori economici migliaia di governi, milioni di aziende, miliardi di persone,
per un totale di milioni di miliardi di scelte ogni anno considerassero la vera spesa legata
all'impiego dei combustibili fossili se vogliamo che le loro decisioni su consumi, investimenti
e innovazione siano adeguate.
La strategia migliore per rallentare o prevenire il cambiamento climatico è quella di
imporre una tassa sulle emissioni di diossido di carbonio (o carbon tax) universale e modulata
a livello internazionale che tenga conto del contenuto di carbonio dei combustibili fossili.
Per contenuto di carbonio si intende la quantità totale di diossido di carbonio emesso,
a esempio, quando utilizziamo 1 kilowattora di energia elettrica o bruciamo 1 gallone di gasolio.
Per comprendere il concetto di carbon tax consideriamo un cittadino americano medio
che consuma circa 12.000 kwh di energia elettrica all'anno, spendendo 0,10 dollari per kwh.
Se questa energia elettrica derivasse da un combustibile fossile, la quantità consumata
genererebbe 3 tonnellate di diossido di carbonio. Supponiamo che la tassa sulle emissioni di diossido
di carbonio sia di 30 dollari per tonnellata, il costo annuale dell'energia elettrica ricavata
dal petrolio salirebbe in questo caso da 1.200 dollari a 1.290. Per contro, i costi dell'energia
nucleare o dell'energia eolica non sarebbero influenzati da una carbon tax, perché
queste forme di energia non prevedono l'uso di combustibili fossili.
Aumentare il costo dei combustibili fossili imponendo una tassa sulle emissioni di diossido
di carbonio avrebbe principalmente lo scopo di promuovere forti incentivi alla riduzione di tali
emissioni. Questo scopo verrebbe raggiunto mediante quattro diversi meccanismi. Primo, la carbon
tax indicherebbe ai consumatori quali beni e servizi producono elevate emissioni di diossido
di carbonio e dovrebbero dunque essere utilizzati meno frequentemente. Secondo, segnalerebbe
ai produttori quali forme di energia utilizzano più composti del carbonio (come l'elettricità
ricavata dal carbone) e quali ne usano di meno (come l'elettricità ricavata dall'energia
eolica), inducendoli di conseguenza alla scelta di tecnologie a basso uso di combustibili fossili.
Terzo, fornirebbe incentivi agli inventori e agli innovatori per sviluppare e introdurre nuovi
prodotti che prevedano un ridotto sfruttamento dei composti del carbonio e processi in grado di
sostituire le tecnologie dell'attuale generazione.
Infine imponendo un prezzo di mercato alle emissioni di diossido di carbonio si ridurrebbe
la quantità di informazione necessaria per raggiungere tutti e tre gli scopi indicati
sopra. I consumatori etici che oggi cercano di ridurre al minimo la propria "impronta carbonica"
(la cosiddetta carbon footprint, cioè la quantità di composti del carbonio
che utilizzano) possono incontrare serie difficoltà nel compiere un calcolo accurato
delle relative emissioni di diossido di carbonio che risultano, a esempio, dallo spostarsi in
automobile piuttosto che in aereo. Con una carbon tax il prezzo di mercato di tutte le attività
che prevedono l'impiego di combustibili fossili salirebbe in base al contenuto di composti
di carbonio tassati. Molti consumatori continuerebbero a non sapere in che misura il prezzo di
mercato è dovuto al contenuto di composti del carbonio, ma potrebbero ugualmente compiere
le loro scelte con la certezza di pagare anche il costo sociale per i combustibili fossili di cui
fanno uso.
Qualcuno potrebbe sostenere che una tassa sulle emissioni di diossido di carbonio è soltanto
un altro triste esempio della filosofia economica del "tassa e spendi". Questo argomento
tuttavia fraintende la logica che sta alla base della stessa economia. Chi oggi utilizza i combustibili
fossili sta traendo guadagno da una sorta di sovvenzione, di fatto ingrassandosi alle spalle della
collettività globale senza pagare il prezzo reale della propria attività. Una
carbon tax determinerebbe un incremento e non una riduzione dell'efficienza economica
perché correggerebbe l'implicito sussidio legato all'uso dei combustibili
fossili.
Rimane però aperto il principale problema in termini economici: qual è infatti
il giusto prezzo da pagare per le emissioni di diossido di carbonio? Attualmente è impossibile
(o comunque rovinosamente costoso) prevenire in parte o del tutto il futuro riscaldamento; tuttavia
un riscaldamento incrontrollato rappresenta una seria minaccia per l'umanità
e in generale per i sistemi naturali. Abbiamo di conseguenza bisogno di trovare un equilibrio tra
due obiettivi in competizione: prevenire ulteriori danni al clima globale e mantenere un certo
livello di crescita economica evitando rischi catastrofici e senza imporre eccessive privazioni
alla gente più povera o alle generazioni future.
La valutazione dei danni al clima globale include non soltanto l'impatto sui prodotti
dei mercati come il cibo o il legname ma anche la stima delle perdite dovute all'impatto su
parametri svincolati dal mercato. Gli studi più onnicomprensivi dei danni includono fattori
diversi come la maggiore frequenza e violenza degli uragani, le conseguenze del cambiamento delle
temperature e delle precipitazioni sulla produzione di alimenti, sugli svaghi e le comodità
e il peso crescente della diffusione di malattie. Le stime considerano anche le correzioni dovute
al rischio di eventi a bassa probabilità ma con gravi conseguenze come a esempio un cambiamento
radicale del clima. Fornire stime attendibili relative a cosí tante conseguenze future
rappresenta davvero una sfida notevole, ma è altresí del tutto ragionevole che questi
effetti vengano considerati quando si stimano i danni provocati dal cambiamento climatico.
I miei studi in campo economico, riportati in A Question of Balance, suggeriscono che
si possa raggiungere un equilibrio imponendo un prezzo alle emissioni di diossido di carbonio
compreso tra 30 e 50 dollari per tonnellata, crescente con il passare del tempo. La cifra più
bassa corrisponde all'optimum economico in termini di costi-benefici; la cifra
più alta prevede un limite grazie al quale le temperature e le concentrazioni di diossido
di carbonio dell'atmosfera non dovrebbero superare livelli "di guardia".
Per gli Stati Uniti una tassa simile corrisponde a circa 50-80 miliardi di dollari di entrate
all'anno. Traducendo questo valore in termini di spesa per un cittadino medio, una tassa
sulle emissioni di diossido di carbonio di 30 dollari per tonnellata corrisponde a una tassa sul
gasolio di circa 7 centesimi al gallone; questo aumento determinerebbe un incremento del prezzo
dei combustibili fossili e dei beni dipendenti da essi del 5% circa, un aumento che è significativamente
inferiore rispetto a quello sperimentato negli ultimi cinque anni.
2.
Fatte queste premesse, vorrei analizzare due questioni sollevate da Freeman Dyson nella
sua recensione e anche in alcune lettere e commenti che ho ricevuto a proposito dell'articolo
di Dyson. Primo, il problema del tasso di sconto e, secondo, la questione delle tecnologie a basso
costo finalizzate alla riduzione delle emissioni di diossido di carbonio.
Una delle questioni più spinose nell'affrontare il problema del cambiamento climatico
riguarda la scelta del giusto tasso di sconto da adottare quando si confrontano i costi attuali
e i ricavi futuri. Questo aspetto risulta importante perché, riducendo l'uso dei combustibili
fossili, la società deve affrontare oggi il problema dell'abbattimento della spesa
necessaria per ridurre le emissioni, anche se la maggior parte dei danni evitati si colloca lontano
nel futuro. (Ricordate, come già ho notato, che il concetto di danno è assai ampio
e include gli impatti sui mercati, gli aspetti non commerciali e l'impatto ecologico, insieme
alle correzioni necessarie per gli eventi ad alto rischio). Perfino la Stern Review on the Economics
of Climate Change elaborata da Lord Stern e caratterizzata da una visione assai pessimistica,
ritiene che i danni derivati dal cambiamento climatico nel secolo a venire saranno relativamente
limitati, mentre le conseguenze più pesanti si faranno sentire dopo il 2200. Abbiamo di conseguenza
bisogno di individuare un tasso di sconto appropriato per equilibrare la necessità attuale
di abbattere i costi e quella futura di limitare i danni che si registreranno fra un secolo o ancora
più tardi.
Per illustrare il problema rappresentato dalla scelta del tasso di sconto possiamo utilizzare
il seguente esempio. Supponiamo che una persona vi proponga un affare sicuro capace di far guadagnare
ai vostri discendenti 100 milioni di dollari (corretti secondo l'inflazione) in duecento
anni in cambio di un contributo attuale di una certa somma di denaro, pari a x dollari. Se
volete, i 100 milioni di dollari di ricavo potrebbero corrispondere alla riduzione dei danni dovuti
al cambiamento climatico; in alternativa, potreste immaginare che corrispondano all'acquisto
di parte dell'isola di Manhattan. Qual è la somma più alta che vi sentireste di
investire?
Una persona che si basi sulla semplice aritmetica potrebbe ragionare nel modo seguente. Io
so che il denaro investito grazie agli interessi aumenterà nel tempo. Se scegliessi un
tasso del 5%, in 200 anni arriverei al 1.000%, ovvero a una crescita pari a un fattore dieci. Di conseguenza,
in base a questi calcoli, per guadagnare 100 milioni di dollari in 200 anni, avrei bisogno oggi di
investire 10 milioni di dollari. In altri termini, ipotizzando che il valore denaro investito
nel periodo di tempo considerato cresca di dieci volte, dovrei contribuire all'affare con
non più di 10 milioni di dollari oggi. Forse il tasso di interesse potrebbe essere superiore.
Se il fondo crescesse di 100 volte rispetto al suo valore iniziale, dovrei contribuire con non più
di 1 milione di dollari.
Questo potrebbe essere il tipo di ragionamento matematico da fare per stabilire il valore dell'investimento
da compiere. Tuttavia, questo tipo di approccio non è corretto. Il calcolo intuitivo non
tiene conto del fatto che in realtà l'interesse è composto, cioè viene
calcolato sull'investimento iniziale a cui si devono sommare gli interessi che nel tempo
si aggiungono all'importo inizialmente investito. Un consulente finanziario vi spiegherebbe
che per calcolare in modo corretto l'investimento da compiere oggi bisogna considerare
i 100 milioni di dollari e "scontarli" a partire dal presente usando un appropriato
tasso di interesse o tasso di sconto. Il tasso di sconto dovrebbe corrispondere all'importo
che potete guadagnare grazie ai vostri investimenti nell'arco di tempo considerato.
Nel nostro esempio inoltre 100 milioni dollari è una cifra corretta in base all'inflazione,
ciò significa che verremo pagati in beni futuri. Per questa ragione vogliamo applicare un
tasso di sconto sui beni per calcolare il valore dell'investimento da compiere oggi. (Di
nuovo ricordate che stiamo utilizzando un metro complessivo per valutare i beni in questa analisi;
inoltre i beni il cui valore sta salendo rispetto alla media avranno un tasso di sconto inferiore).
Un tasso di sconto sui beni è il tasso che applicheremmo convertendo il valore dei beni consumati
in futuro (corretto in base all'inflazione) nel valore attuale. Il tasso dovrebbe riflettere
non soltanto il guadagno implicito negli investimenti sociali ma anche i fattori di rischio: chi
ci propone l'affare potrebbe, a esempio, essere una banca privata e non lo Zio Sam, oppure
potremmo non avere eredi o, ancora, la parte dell'isola di Manhattan di cui diventeremmo
proprietari potrebbe essere sommersa.
Basandosi su indagini e proiezioni storiche, si può affermare che il rendimento di un
investimento (corretto tenendo conto dell'inflazione) è dell'ordine del 3-6%
annuo a seconda del periodo di tempo considerato e del rischio. Nel mio modello ho scelto un tasso
di sconto del 4%. Se applichiamo questo tasso di sconto all'affare significa che l'attuale
x che deve essere pagato corrisponde a 39.204 dollari. In duecento anni, dato che l'interesse
su questo importo è pagato e composto, si raggiungerebbe la somma di 100 milioni di dollari.
Molte persone sono turbate nel sentirsi proporre una cifra iniziale cosí bassa. Come
possiamo preoccuparci cosí poco per il futuro? Non stiamo forse correndo il rischio di truffare
le prossime generazioni? La risposta è che non siamo indifferenti al futuro ma possiamo però
contare su un'ampia varietà di investimenti produttivi in un'economia caratterizzata
da rapida trasformazione tecnologica. La forza della crescita composta trasforma piccoli investimenti
paragonabili a ghiande in gigantesche querce finanziarie nell'arco di un secolo o più.
È sempre utile ricordare, pensando all'interesse composto, che con un tasso di interesse
monetario del 6%, i famosi 26 dollari pagati per Manhattan nel 1626 sarebbero oggi 120 miliardi
di dollari, una cifra approssimativamente uguale al valore dell'intera superficie di questo
possedimento immobiliare cosí prezioso.
Qualcuno potrebbe affermare che non è eticamente molto corretto applicare uno sconto
al futuro e che dovremmo dunque scegliere un tasso molto basso per calcolare il valore attuale dei
beni futuri e dei danni dovuti al cambiamento del clima. Se è vero che in alcune circostanze
la scelta di un tasso di sconto basso appare plausibile, questa scelta si rivela peraltro poco applicabile
considerando la crescita economica ipotizzata nella maggior parte degli studi sulle conseguenze
del cambiamento climatico. La Stern Review, a esempio, ipotizza che il reddito reale pro
capite a livello globale salirà dagli attuali 10.000 a circa 130.000 dollari in due secoli.
Allo stesso tempo però sostiene che dovremmo compiere interventi urgenti oggi per ridurre
i danni che si osserveranno nel lontano futuro e sceglie pertanto un tasso di sconto vicino allo
zero. Certamente esistono buone ragioni per agire rapidamente sul cambiamento climatico, ma
non ritengo che la necessità di ridistribuire il reddito attuale a un ricco futuro sia una
di queste.
La conseguenza della scelta di un tasso di sconto basso può essere illustrata con una "prova
della piega". Supponiamo che, analizzando il sistema climatico del futuro, gli scienziati
scoprano una piega, una lieve imperfezione, dovuta all'attuale cambiamento del clima
forse potrebbe trattarsi di una piccola variazione nelle traiettorie delle correnti oceaniche
in grado di determinare danni pari allo 0,1% dei consumi a partire dal 2200, continuando
poi con lo stesso ritmo negli anni seguenti. Quanto dovrà essere consistente l'investimento
oggi per eliminare l'imperfezione che incomincerà ad avere effetto soltanto tra
due secoli circa?
Se adottiamo il tasso di sconto proposto dalla Stern Review, la risposta sarebbe
la seguente: dovremmo pagare fino al 56% dei consumi annuali a livello mondiale per eliminare quella
piega. In altri termini, adottando la logica di scontare il meno possibile, sarebbe necessario
un consumo oggi di circa 30.000 miliardi di dollari per correggere un piccolo problema che avrà
effetto tra due secoli. Questo esempio dimostra perché le implicazioni della scelta di un
tasso di sconto vicino allo zero scelta basata sull'idea che la generazione attuale
sia eticamente obbligata a compiere oggi grandi sacrifici per prevenire danni climatici relativamente
limitati alle ricche generazioni future potrebbero essere davvero stravaganti.
La logica che sta alla base della scelta del tasso di sconto non deve peraltro essere quella di
consumare tutto il nostro reddito, come fanno gli Stati Uniti oggi. Piuttosto io inviterei a considerare
i numerosi investimenti ad alto rendimento che potrebbero migliorare la qualità della
vita delle future generazioni a casa nostra e fuori. Tra gli investimenti possibili ci sono quelli
nel nostro sistema sanitario, nelle cure contro le malattie tropicali, nell'educazione
a livello mondiale, nella ricerca di base di nuove fonti di energia e tecnologie a basso consumo
di combustibili fossili, nonché nelle infrastrutture in paesi martoriati dalla guerra
come l'Afghanistan. È difficile sostenere una tesi secondo cui cambiamenti relativamente
ridotti nei consumi dopo il 2200 dovrebbero avere una priorità rispetto a queste pressanti
necessità attuali.
3.
La maggior incertezza relativa al cambiamento climatico riguarda l'evoluzione
delle tecnologie delle energie alternative che può verificarsi in un periodo di mezzo secolo
e oltre. Per riuscire a rallentare o a invertire la marcia del cambiamento climatico, le nostre
economie hanno bisogno di tecnologie radicalmente nuove, che siano poco costose, non dannose
per l'ambiente e virtualmente neutre per quanto riguarda l'emissione di diossido
di carbonio.
Dyson nota che nel mio libro ho affrontato il problema delle tecnologie del futuro in modo poco
approfondito limitandomi a indicare genericamente varie possibilità. Dyson peraltro
suggerisce una propria proposta risolutiva e scrive: «Io penso davvero che potremmo avere
"alberi geneticamente modificati per assorbire carbonio" nell'arco di vent'anni
e quasi certamente entro cinquant'anni». Se è vero che in questo modo potremmo
assorbire gran parte del diossido di carbonio, tuttavia rabbrividisco di fronte alla prospettiva
di destinare vaste aree del pianeta alla crescita sovvenzionata di piantagioni di alberi. Il rischio
è che un programma di riforestazione sovvenzionata cosí massiccio interesserebbe
vaste aree oggi occupate da terreni agricoli, prevederebbe l'impiego di grandi quantità
di acqua e fertilizzanti e determinerebbe una crisi alimentare globale su scala ancora più
vasta di quella attuale causata in parte dal programma mal concepito e sovvenzionato negli Stati
Uniti per produrre etanolo.
La storia del progresso tecnologico ci insegna che dovremmo evitare di mirare a una soluzione
vincente nella nostra ricerca di tecnologie rivoluzionarie in campo energetico. L'invenzione
radicale è fondamentalmente impraticabile. Chi avrebbe potuto prevedere le caratteristiche
della moderna elettronica, delle biotecnologie o delle comunicazioni un secolo fa? Allo stesso
modo è una scelta prudente quella di avere soltanto una vaga idea riguardo le tecnologie che
salveranno il pianeta dai danni dovuti al cambiamento climatico tra un secolo. Dovremmo fare a
meno di credere che, per sviluppare la tecnologia chiave, sia necessario un progetto strategico
sul clima come il Progetto Manhattan, che portò alla costruzione della bamba atomica. Sembra
più ragionevole pensare che le nuove tecnologie amiche del clima saranno il risultato cumulativo
di un gran numero di invenzioni, molte delle quali sviluppate da piccoli inventori e nate in campi
diversi e non correlati.
Il modo migliore per incoraggiare il processo in grado di portare all'invenzione risolutiva
è assicurare un ambiente economico che sostenga l'innovazione e l'imprenditorialità.
I governi dovrebbero creare le condizioni perché vi sia un campo d'azione equilibrato
tra le diverse tecnologie in modo che nessuna riceva un trattamento di favore mediante sovvenzioni,
regolamentazioni o la protezione della proprietà intellettuale.
Il cambiamento climatico è un fenomeno complesso, caratterizzato da una notevole incertezza
e dal mutare quasi quotidiano delle nostre conoscenze. A breve termine è poco probabile che
il cambiamento climatico si riveli catastrofico, tuttavia questo fenomeno ha la potenzialità
di provocare gravi danni a lungo termine. Esistono numerosi sostegni economici alla progettazione
di un approccio efficiente in grado di rallentare il riscaldamento globale e assicurare che l'ambiente
economico sia favorevole all'innovazione. L'approccio internazionale del Protocollo
di Kyoto attualmente in vigore risulterà molto costoso in termini economici e virtualmente
non avrà alcun impatto sul cambiamento climatico. A mio parere l'approccio migliore
è quello relativamente più semplice: imporre tasse sulle emissioni di diossido di
carbonio modulate a livello internazionale. Gli economisti e gli ambientalisti continueranno
senz'altro a discutere il giusto prezzo del carbonio, ma chiunque riconosca che siamo di
fronte a un problema globale serio sarà anche d'accordo sul fatto che il prezzo attuale
(cioè zero) sia troppo basso e debba perciò essere prontamente corretto.
William D. Nordhaus
All'editore:
Come autore, insieme ad altri, della Stern Review on the Economics of Climate Change,
devo rispondere alla recensione fuorviante di Freeman Dyson dell'ultimo libro di William
Nordhaus contenuta nell'articolo "Il problema del riscaldamento globale".
La valutazione in termini economici degli effetti dei gas serra sulle emissioni di diossido di
carbonio è basata (1) sugli eventi attesi prodotti dall'innalzamento delle temperature
globali, come inondazioni, carestie, migrazioni e conflitti e (2) sull'importanza che
si deve attribuire a questi eventi oggi e nel futuro. Dyson sbaglia nel riconoscere i difetti dell'approccio
di Nordhaus su entrambi i fattori indicati, approccio che per questo motivo propone di ridurre
le emissioni di diossido di carbonio meno radicalmente di quanto prospettato nella Stern Review.
Per quanto riguarda il primo fattore, Nordhaus sottostima pesantemente la minaccia rappresentata
dal riscaldamento globale. In un paragrafo che lascia alquanto perplessi, Dyson scrive: «Il
libro [A Question of Balance] non si occupa … della scienza del riscaldamento globale
o della stima dei danni che questo fenomeno potrebbe causare … Le conclusioni di Nordhaus
sono dunque del tutto indipendenti dai dettagli scientifici».
Questa osservazione è grossolanamente sviante. Il modello di Nordhaus è il frutto
dell'opinione che lo stesso Nordhaus ha della scienza. Il problema è il fatto che le
sue previsioni non sembrano in linea con alcun tipo di analisi scientifica. Nordhaus dichiara,
sorprendentemente, che con una crescita incontrollata delle emissioni di diossido di carbonio,
il mondo raggiungerà nel 2100 lo stesso livello di ricchezza che avrebbe raggiunto, senza
il problema del riscaldamento globale, nel 2099, un "ridicolo" 2,5 per cento di differenza
nel Prodotto Interno Lordo.
Il più recente rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)
indica invece l'esistenza di rischi significativi se le temperature globali, senza alcun
intervento da parte nostra per frenare le emissioni di diossido di carbonio, salissero di oltre
5°C rispetto all'età preindustriale entro il prossimo secolo. L'ultima
volta che il nostro pianeta è stato globalmente caratterizzato da temperature di 5°C
superiori alle attuali è stata 35-55 milioni di anni fa, quando ovunque c'erano foreste
pluviali e paludi, e i coccodrilli vivevano al Polo Nord. L'ultima volta che il nostro pianeta
è stato caratterizzato da temperature di 5°C inferiori alle attuali è stata durante
l'ultima Glaciazione, circa 10-12.000 anni fa, quando gigantesche coltri glaciali si sviluppavano
verso sud fino a raggiungere l'attuale città di New York e l'Inghilterra centrale.
Qui però non parliamo di ghiacciai e coccodrilli. Si tratta infatti di ridisegnare con una
velocità mai vista prima la geografia di come e dove la gente vive. Se le temperature dovessero
aumentare di 4°C o più nel prossimo secolo, il livello del PIL probabilmente ritornerebbe
indietro di decenni, non di anni, e miliardi di persone soffrirebbero a causa della fame, della
scarsità di acqua, delle migrazioni di massa e dei conflitti.
Tuttavia Nordhaus riesce in qualche modo a dedurre, partendo dall'innalzamento di temperatura
indicato dall'IPCC di 3°C entro il 2100 e di 5,3°C entro il 2200, che l'impatto
sarà rispettivamente di un paio di punti percentuali e dell'8 per cento. Nordhaus
con disinvoltura nota che «i sottomodelli usati nel DICE non possono riprodurre i dettagli
a livello regionale, industriale e temporale generati da altri modelli più grandi e specializzati»,
ma è proprio a livello regionale che si deve stimare il vero danno all'umanità.
Nel libro si fa qualche accenno agli uragani, ma i termini "inondazioni" e "carestie",
cause principali della sofferenza umana e ambientale, vengono a malapena citati. Nordhaus sistematicamente
sottostima i rischi regionali e locali e attribuisce a questi fattori impatti economici molto
limitati: perfino nel 2200 il PIL mondiale dovrebbe essere equivalente a quello di quattro anni
prima, rispetto all'andamento fondamentale previsto nel caso in cui non si abbiano cambiamenti
climatici.
Riguardo al secondo fattore, Dyson considera fondamentale la necessità di valutare
l'insieme degli eventi attesi per il futuro e risultanti dall'innalzamento delle
temperature globali quando si stabiliscono scelte politiche. Correttamente, riconosce poi
la scelta del tasso di sconto come fattore cruciale della questione. Applicare uno "sconto"
ai consumi significa definire il valore attuale che una certa unità di consumo avrà
in una qualche data nel futuro. La riduzione del valore dell'unità di consumo da un
anno all'altro viene determinata applicando il giusto "tasto di sconto" annuale.
Da un punto di vista personale tutti preferiamo guadagnare oggi piuttosto che domani e, a un certo
punto, ci aspettiamo di morire e dunque di subire un pesante "sconto" nel futuro. Ma
dal punto di vista della società, il problema di come i politici dovrebbero valutare le
conseguenze delle azioni attuali sulle future generazioni richiede di superare l'impazienza
innata dei singoli individui.
Tradizionalmente, esistono due ragioni per cui economisti e filosofi applicano un tasso di
sconto al reddito futuro della società. Dyson indica correttamente la prima e più
importante ragione e scrive: «I costi futuri vengono ricalcolati in base al tasso di sconto
scelto perché il mondo del futuro sarà più ricco e più preparato ad affrontarli.
I futuri ricavi vengono ricalcolati perché rappresenteranno una frazione sempre minore
del benessere futuro».
La perdita di "felicità" causata da un dollaro in meno che entra (per esempio
a causa di una ridotta disponibilità dell'acqua o per la sommersione delle coste)
sarà, in generale, minore per la gente ricca piuttosto che per chi fa fatica a sbarcare il
lunario. L'intuizione è semplice da capire: la "felicità" perduta
corrispondente al valore di un dollaro e determinata da una riduzione dei consumi per Bill Gates
sarà meno grave della stessa perdita per un bimbo di strada affamato, per il quale potrebbe
rappresentare la differenza tra la vita e la morte. Di conseguenza, se le future generazioni saranno
più ricche, intraprendere ora iniziative per salvare le prossime generazioni da impatti
sgradevoli richiederà un minor investimento delle attuali risorse rispetto a quanto
richiesto per intraprendere ora azioni volte a evitare esattamente le stesse conseguenze sulla
gente più povera di oggi. Per questo motivo abbiamo bisogno di "scontare" gli
impatti futuri nella nostra valutazione del "valore attuale" dei danni dovuti al cambiamento
climatico.
Ciò che Nordhaus sembra dimenticare, tuttavia, è il fatto che, in base a quanto dicono
gli scienziati, le conseguenze particolarmente distruttive, come le inondazioni su larga scala,
la siccità diffusa e le violente perturbazioni, potrebbero rendere alcune delle generazioni
future più povere rispetto alle generazioni attuali, cancellando i benefici della crescita
economica: per considerare questo effetto, bisognerebbe compiere uno sconto in negativo. La
scelta, in questo caso, è tra percorsi incerti con implicazioni radicalmente diverse per
il pianeta. Tuttavia Nordhaus sbaglia e sceglie di applicare lo stesso elevato tasso di sconto
del 5,5 per cento senza tener conto del fatto che si possano verificare perdite banali ma anche devastanti
sottostimando dunque sistematicamente le ultime. Il tasso di sconto proposto
da Nordhaus è talmente alto che la perdita di valore di un dollaro dovuta al calo dei consumi
viene valutata per il 2150 vicina allo 0,02 per cento del valore attuale, senza tener conto della
possibile dimensione della catastrofe. Minimizzando le perdite future in questo modo, Nordhaus
determina in anticipo la sua proposta politica di un'azione più limitata e di un prezzo
più basso per le emissioni di diossido di carbonio.
Il non considerare sistematicamente la riduzione della "felicità" extra
per ogni dollaro mette inoltre in luce le debolezze della valutazione dei rischi compiuta da Nordhaus.
Noi attribuiamo un peso maggiore alle conseguenze peggiori proprio perché ci preoccupiamo
maggiormente a causa degli eventi estremi più gravi. La nostra paura degli eventi catastrofici
capaci di renderci più poveri spiega perché la maggior parte di noi assicura la propria
casa, anche se sappiamo che le compagnie di assicurazione si arricchiscono grazie alle polizze
che ci difendono dai vari rischi prospettatici. Attribuendo un peso maggiore agli eventi più
gravi (cioè abbassando il tasso di sconto), l'approccio di Stern tiene automaticamente
conto di questo aspetto; Nordhaus non lo fa.
Dyson scrive: «Stern rifiuta l'idea di ricalcolare i costi e i ricavi futuri comparandoli
con quelli attuali». Ma si tratta di un'affermazione chiaramente errata. La Stern
Review basa la scelta del tasso di sconto esattamente sul principio per cui le future generazioni
potranno essere più ricche ma anche più povere, come sottolineato sopra. Di fatto la
Review è andata oltre applicando uno sconto aggiuntivo per coprire i rischi estremi
come nel caso in cui il mondo venisse devastato dall'impatto di asteroidi, dalla peste o da
un "Armageddon nucleare". Se non è possibile garantire l'esistenza delle
generazioni future, sembra inopportuno considerarle sullo stesso piano rispetto all'attuale
generazione, che invece chiaramente esiste.
Ciò che la Review rifiuta è lo sconto aggiuntivo che deriva dal discriminare
le future generazioni semplicemente sulla base della loro data di nascita, un processo indicato
come pure time discounting (tasso di preferenza temporale puro, ovvero "impazienza").
Questo è il secondo motivo che giustifica la scelta del tasso di sconto: il passaggio del tempo
in sé. In questo caso il tasso di sconto è diverso da quello che tiene conto della differenza
delle entrate o da quello che considera il rischio di una futura estinzione, due fattori espressi
quantitativamente nella Stern Review. Il pure time discounting è
invece radicato nel desiderio dell'economista di riflettere le preferenze delle persone
e la gente appare in effetti impaziente in molte delle cose che fa. Ma il cambiamento climatico è
un problema sociale talmente a lungo termine da rendere inappropriata l'adozione di simili
preferenze personali per determinare una scelta politica. Perché dovremmo considerare
sulla stessa base il benessere delle attuali generazioni applicando però un trattamento
diverso al benessere delle generazioni nate l'anno prossimo o l'anno dopo ancora?
Dyson è ancora più impreciso quando scrive: «Nordhaus, che segue …
l'abitudine adottata da economisti e dirigenti di impresa, considera questa correzione
dei costi necessaria per ottenere un qualunque bilancio logico tra il presente e il futuro. Nell'idea
di Stern questa operazione è eticamente scorretta perché discrimina tra le generazioni
attuali e quelle future. Stern cioè ritiene che un simile approccio imporrà pesi
eccessivi alle generazioni future». Qui si afferma non soltanto che Stern sbaglia a scegliere
il tasso di sconto, che è falso, ma anche che egli unilateralmente si allontana dal normale
approccio degli economisti.
Per essere chiari, Nordhaus propone una discriminazione puramente basata sul tempo, in parte
perché assume che i tassi di rendita stabiliti dal mercato rivelino una preferenza sociale
per i premi futuri piuttosto che attuali. Un secolo di letteratura economica tradizionale,
da Marshall e Pigou a Arrow e Mirrlees, ha ormai riconosciuto che questo nesso logico è errato,
tranne che in circostanze poco plausibili (a esempio quando i mercati siano perfettamente concorrenziali
e tutti i consumatori siano rappresentati). Altri economisti, da Ramsey a Solow,
Keynes e Sen rifiutano l'applicazione del tasso di sconto basata esclusivamente sul tempo
in quanto arbitraria, priva di fondamenti etici indispensabili nelle scelte politiche a lungo
termine. È dunque Nordhaus che si allontana dalla "normale abitudine"
che caratterizza i più rinomati economisti e filosofi, e non Stern.
Infine se decidessimo di investire convenzionalmente ai tassi di mercato e più tardi
cercassimo di limitare i futuri danni ambientali, i costi dell'azione sarebbero saliti
fortemente perché l'accumulo di gas serra basato sulle attuali stime dell'IPCC
sarebbe tale da poter ribaltare il clima globale causando cambiamenti pericolosi e irreversibili.
Allo stesso modo i consumatori attribuirebbero un valore più alto all'ambiente e di
conseguenza risarcirli per un dato deterioramento climatico sarebbe molto più costoso
di quanto sia oggi.
I tentativi volti a quantificare l'azione di contrasto del cambiamento climatico devono
riflettere tutto il complesso dei rischi cosí come viene indicato dalle ultime conoscenze
scientifiche e adottare le scelte in campo economico che rispecchino in modo concreto questi rischi.
Le generazioni future non si meritano niente di meno. Gli approcci adottati nell'articolo
di Dyson e nel libro di Nordhaus sfortunatamente non raggiungono questo fondamentale obiettivo.
Dimitri Zenghelis
Senior Visiting Fellow della London School of Economics
Associate Fellow del Royal Institute of International Affairs, Londra, Inghilterra
All'editore:
L'eccellente recensione di Freeman Dyson dei libri di William Nordhaus e di Ernesto Zedillo
sul riscaldamento globale rimprovera gli autori perché non indicano i metodi low-cost
backstop come valide scelte per affrontare il problema del clima. Dyson dimostra con eleganza
che lo sviluppo dovuto all'ingegneria genetica di «alberi che assorbono carbonio»
con la capacità di «trasformare gran parte del carbonio sottratto all'atmosfera
in qualche composto chimicamente stabile e trasferirlo in profondità sottoterra»
pone nelle nostre mani il destino nell'atmosfera di questo gas serra. Per Dyson è probabile
che la comparsa di questo tipo di vegetazione mangia-carbonio si verifichi nei prossimi vent'anni
e certamente entro i prossimi cinquant'anni, un periodo di tempo che dovrebbe permettere
alle nostre conoscenze del genoma delle piante di essere sufficientemente avanzate da consentirci
di controllare i processi biochimici dei vegetali.
Tuttavia mi permetto di sottolineare che non abbiamo bisogno di attendere neppure vent'anni
per utilizzare la vegetazione "mangia-carbonio" come strumento per limitare il riscaldamento
globale. Oggi siamo già in possesso delle necessarie biotecnologie (si veda, a esempio,
Jeffrey F. Parr e L.A. Sullivan, "Soil Carbon Sequestration in Phytoliths", Soil
Biology and Biochemistry, vol. 37, 2005, pp. 117-24). Le comunità vegetali naturali
hanno per millenni sottratto in piena sicurezza centinaia di milioni di tonnellate di diossido
di carbonio dall'atmosfera, intrappolando ogni anno il carbonio in microscopiche sferette
di silice contenute nelle loro foglie. Queste sferette di silice delle piante chiamate
fitoliti, cioè "pietre vegetali" hanno una notevole resistenza e si mantengono
inalterate a lungo dopo che gli altri composti di carbonio presenti nei vegetali sono stati decomposti
e sono già ritornati nell'atmosfera. Di conseguenza il carbonio intrappolato in
questi fitoliti è estremamente resistente alla decomposizione.
Molti dei vegetali che coltiviamo nei campi (a esempio piante erbacee come grano e canna da zucchero)
hanno una capacità di inglobare carbonio molto maggiore rispetto a quella di molte comunità
vegetali naturali simili (si veda, a esempio, <www.gold schmidt2007.org/abstracts/A985.pdf>).
Questo particolare offre all'agricoltura la capacità potenziale di svolgere un
ruolo importante nel controllo dell'immissione di composti di carbonio nell'atmosfera.
Inoltre, tra le diverse varietà di una stessa specie coltivata, si osservano importanti
variazioni nella capacità di sequestrare il carbonio in sferette di silice, di conseguenza
l'adozione di queste soluzioni biotecnologiche davvero a basso costo richiederebbe di
compiere soltanto minimi cambiamenti all'attuale utilizzo dei terreni. Ne consegue, fatto
assai importante, che le scelte compiute ogni giorno dagli agricoltori nei loro campi su quali
piante seminare hanno, cumulativamente, un impatto considerevole sulla quantità di
carbonio sequestrato senza alcun pericolo per i terreni agricoli in tutto il mondo.
In breve non è necessario attendere decenni per decifrare il genoma delle piante e sviluppare
una vegetazione mangia-carbonio capace di limitare il cambiamento climatico: le nostre conoscenze
attuali dell'insieme dei fenotipi delle piante sono sufficienti. In modo un po' perverso,
data la frequenza con cui in politica si parla della necessità impellente di limitare il
cambiamento climatico, uno dei più grandi ostacoli che intralcia la coltivazione di vegetali
mangia-carbonio è però la mancanza di iniziative strutturali nazionali e internazionali
capaci di garantire incentivi ai proprietari dei terreni per selezionare e allevare una vegetazione
"mangia-carbonio" più efficace.
Leigh Sullivan
Director Southern Cross GeoScience, Southern Cross University, Lismore, New South Wales,
Australia
Freeman Dyson risponde:
1. A tutti gli autori: queste lettere sono un insieme rappresentativo di molte altre, alcune
nettamente in disaccordo con la mia recensione, altre che esprimono consensi qualificati. Mi
scuso con gli autori delle lettere che non sono state pubblicate qui. Le mie risposte sono indirizzate
alle lettere pubblicate ma si adattano allo stesso modo anche alle altre. Da scienziato so che tutte
le opinioni, comprese le mie, possono essere errate. Io sostengo fermamente le mie idee perché
credo che siano corrette, ma non mi dichiaro certamente infallibile. Vi supplico, adottando le
parole di Oliver Cromwell, di considerare che anche voi potreste sbagliare. Un principio su cui
tutti dovremmo essere d'accordo è infatti l'incertezza del futuro.
2. A Dimitri Zenghelis: la lettera che mi scrive è una sintesi della tesi di Stern, che fondamentalmente
non condivido e riguardo alla quale invito i lettori a considerare le argomentazioni dell'intervento
di William Nordhaus nel numero di gennaio di questa rivista. La tesi di Stern si basa su una
visione nera del futuro. Il principale motivo per cui io la penso diversamente è il fatto che
nel primo decennio del XXI secolo il mondo si è irreversibilmente spostato verso un futuro
di maggiore speranza. In quest'ultimo decennio la Cina e l'India hanno infatti stabilito
che il denaro è più importante delle ideologie. Hanno insomma deciso di arricchirsi.
Questa decisione è simile a quella compiuta dall'Inghilterra nel XVIII secolo. Chi
governava l'Inghilterra decise allora che il denaro era più importante della religione.
Il background intellettuale alla base di queste decisioni è descritto in un libro,
Le passioni e gli interessi, dell'economista Albert Hirschman, che
è stato mio collega per anni all'Institute for Advanced Study di Princeton. Nel XVIII
secolo "le passioni" erano le dottrine teologiche che nel XVII secolo guidavano le
guerre di religione. Nel XXI secolo "le passioni" sono le dottrine ideologiche che
nel XX secolo causavano le guerre nazionalistiche. In tutti questi secoli "gli interessi"
sono il predominio del commercio e dell'industrializzazione che rendono i paesi ricchi.
La scelta di diventare ricchi non ha determinato la scomparsa della povertà in Inghilterra,
né comporterà che questa sparisca in Cina e in India. Questa scelta significa però
che Cina e India, come l'Inghilterra trecento anni fa, diventeranno paesi ricchi, con un'influenza
dominante sul resto del mondo. L'Asia, il centro di gravità della popolazione mondiale,
sarà d'ora in avanti ricca e non più povera. Questo è il motivo per cui il
tasso di sconto del 4 per cento all'anno scelto da Nordhaus per l'economia mondiale
nel XXI secolo appare ragionevole.
La differenza tra l'idea di Lord Stern del futuro e la mia è la differenza che c'è
tra passione e interesse, tra stagnazione ideologicamente imposta e libera crescita. Lord Stern
vorrebbe che ci adeguassimo alla sua passione. Io vorrei che seguissimo i nostri interessi. Non
credo che la stagnazione, frutto dei costosi controlli proposti da Lord Stern per ridurre le emissioni
di gas serra, abbia senso se consideriamo l'economia o anche se consideriamo la climatologia.
Nelle società umane proprio come nei climi, i periodi di stagnazione si sono sempre alternati
a periodi di drastici cambiamenti. Un futuro caratterizzato da stagnazione permanente non è
attuabile né auspicabile. La Cina ha sopportato secoli di stagnazione ed è ragionevolmente
determinata a non sopportarne più. La invito a considerare con attenzione l'ultima
frase del libro di Hirschman: «Probabilmente questo è tutto ciò che possiamo
chiedere alla storia, e in particolare alla storia delle idee: non di risolvere i problemi, ma di
innalzare il livello del dibattito».
3. A William Nordhaus: apprezzo che lei sia d'accordo con gran parte della mia recensione
e che non abbia pensato di essere stato male interpretato. La sua principale critica, nell'ultima
parte della lettera, è il fatto che io considero soltanto la crescita su larga scala degli
alberi mangia-carbonio come una possibile soluzione low-cost backstop per fronteggiare
i dannosi effetti del riscaldamento globale. Non è d'accordo sulle estese piantagioni
di alberi perché richiedono l'uso dei terreni agricoli interferendo quindi con la
produzione di cibo, oltre ad avere altri effetti ecologici indesiderabili. Ho scelto di parlare
degli alberi mangia-carbonio perché si tratta di una delle possibili alternative da lei
citate nel suo libro. Ho scelto di ipotizzare che soltanto un quarto della terra destinata alla
vegetazione venga occupata da varietà mangia-carbonio della stessa specie in modo che
la sostituzione si possa compiere senza toccare terreni agricoli o foreste commercialmente di
valore. La vegetazione sostituita potrebbe essere rappresentata da boscaglie e terreni agricoli
abbandonati e non utilizzati in questo momento per produrre cibo o legname. Ho anche sottolineato
che le specie mangia-carbonio dovrebbero rispettare la stessa varietà ecologica e costituire
lo stesso ambiente selvatico formato dalle piante sostituite. Non dovrebbe dunque ripetersi
il caso delle piante di granoturco convertite dalla produzione di cibo a quella di etanolo in seguito
allo stanziamento di sussidi governativi che lei, a ragione, giudica negativamente.
Due possibili proposte low-cost backstops di cui non ho parlato nella mia recensione,
dato che non erano state citate neppure nel suo libro, sono rappresentate dal fitoplancton mangia-carbonio
degli oceani o dall'aumentare la quantità di neve (o snow dumping) nell'Antartide
orientale. Entrambe queste proposte potrebbero essere alternative preferibili rispetto agli
alberi mangia-carbonio. Fitoplancton è il nome tecnico con cui si indicano le microscopiche
piante che vivono nello strato superficiale degli oceani illuminato dal sole. Il fitoplancton
mangia-carbonio si potrebbe ottenere grazie all'ingegneria genetica per sequestrare
diossido di carbonio negli oceani e trasformare il carbonio in pallottole che sprofonderebbero
sui fondali e lí rimarrebbero. Si eliminerebbe cosí il diossido di carbonio negli oceani
e questo verrebbe poi rimpiazzato dallo stesso gas sottratto questa volta dall'atmosfera.
Il fitoplancton prodotto grazie all'ingegneria genetica dovrebbe essere meno costoso
e politicamente più accettabile rispetto agli alberi con genoma modificato. Il fitoplancton
geneticamente modificato potrebbe anche essere utile per altri due motivi: può infatti
incrementare la popolazione ittica di interesse commerciale, nonché ridurre l'acidità
degli oceani.
Aumentare la quantità di neve nell'Antartide orientale potrebbe invece essere
un mezzo valido per impedire l'innalzamento del livello dei mari. Il livello dei mari è
salito ininterrottamente a partire dall'ultima glaciazione, circa 12.000 anni fa. La maggior
parte dell'innalzamento non ha nulla a che fare con le attività umane degli ultimi
due secoli. Un innalzamento di 15 m sarebbe il risultato del completo scioglimento dei ghiacci
nella Groenlandia e nell'Antartide occidentale dovuto al riscaldamento globale. Questo
scioglimento completo è improbabile ma non impossibile. Per fortuna la parte orientale
dell'Antartide è più fredda e più estesa della Groenlandia e dell'Antartide
occidentale e la calotta glaciale dell'Antartide orientale non rischia dunque di sciogliersi.
Un'area permanente di alta pressione (anticiclonica) sull'Antartide orientale
mantiene l'aria al di sopra del continente asciutta e le precipitazioni scarse. Lo stesso
anticiclone determina la formazione di forti correnti occidentali di aria umida che circolano
intorno all'oceano meridionale.
Per aumentare la quantità di neve accumulata nella parte orientale dell'Antartide
bisognerebbe spostare l'area anticiclonica dalla parte centrale a quella marginale del
continente. Questo spostamento si potrebbe determinare schierando un vasto numero di aquiloni
o palloni legati tra loro in modo da bloccare il flusso occidentale su un solo lato del continente.
Il blocco determinerebbe un innalzamento locale della pressione atmosferica. Il centro dell'anticiclone
si sposterebbe allora verso il blocco e una parte dei venti occidentali circolanti sul lato opposto
dell'Antartide si sposterebbe dall'oceano verso il continente. Gli aquiloni o palloni
si potrebbero anche usare per generare quantità molto ingenti di energia elettrica da
impiegare in altri progetti di ingegneria su scala planetaria. Con o senza generatori elettrici,
il flusso di aria umida proveniente dalla costa con una velocità di alcuni kilometri all'ora
produrrebbe una media delle precipitazioni corrispondente alla formazione di qualche metro
di ghiaccio sull'Antartide orientale. Tutto il ghaccio aggiunto al continente verrebbe
sottratto agli oceani. Si avrebbe insomma una quantità di precipitazioni nevose sufficiente
per bilanciare l'innalzamento del livello dei mari prodotto dal completo scioglimento
dei ghiacci della Groenlandia e dell'Antartide occidentale in due secoli. Anno dopo anno,
potremmo alzare o abbassare gli aquiloni e regolare il flusso di aria umida attraverso il continente
in modo da mantenere il livello del mare sempre costante.
Il fitoplancton mangia-carbonio e l'aumento della quantità di neve in Antartide
sono due progetti fantasiosi. Come altri sogni ingegneristici del passato probabilmente verranno
superati da idee migliori e da tecnologie nuove molto prima di diventare necessari. Si tratta però
di due esempi del principio generale per cui gli antidoti anche alle peggiori conseguenze del cambiamento
climatico saranno presto disponibili se permetteremo all'economia di continuare a crescere.
Il futuro della tecnologia a cinquant'anni da oggi è del tutto imprevedibile. Questo
è un altro dei buoni motivi per cui ha senso applicare il tasso di sconto del 4 per cento all'anno
da lei suggerito ai costi dei disastri futuri.
4. A Leigh Sullivan: sono davvero felice del fatto che le piante mangia-carbonio esistano già
e non debbano essere inventate. Ma nella sua lettera o negli articoli da lei citati non viene specificato
quanto carbonio queste piante sono in grado di sottrarre all'atmosfera. La questione fondamentale
è infatti di tipo quantitativo. Le comunità naturali di piante sequestrano soltanto
una piccola parte del carbonio che assorbono. Ho conoscenze limitate in campo agricolo o della
fisiologia delle piante, ma credo che in questo rapporto le migliori piante mangia-carbonio siano
in perdita di un fattore pari almeno a dieci. Se questa mia idea è corretta allora è necessario
che l'ingegneria genetica si dia un gran da fare per riuscire ad avere piante mangia-carbonio
in grado di sequestrare il diossido di carbonio in quantità tali da controbilanciare l'impiego
dei combustibili fossili. Lo stesso appunto si estende anche al fitoplancton mangia-carbonio.
Per controbilanciare l'uso dei combustibili fossili anche il fitoplancton dovrebbe infatti
sequestrare una parte preponderante del carbonio che riesce ad assorbire.
5. A tutti gli autori e ai lettori: vi ringrazio per avermi concesso questa opportunità
di discutere i problemi dell'inquinamento globale senza polemiche e accuse. Ritengo che
per raggiungere soluzioni plausibili dei problemi tutte le opinioni vadano ascoltate e tutti
i partecipanti al dibattito debbano essere trattati con rispetto.
(Traduzione di Allegra Panini)
. Il problema della scelta del tasso di sconto è approfondito estesamente
nel nono capitolo del mio libro, A Question of Balance (Yale University Press, 2008). Questo
capitolo è anche disponibile in rete all'indirizzo: <nordhaus.econ.yale.edu/Balance_prepub.pdf>.
. 5,5 per cento è il valore calcolato ufficialmente da Nordhaus nel suo modello
per i prossimi 50 anni. Egli inoltre sostiene di essere convinto che si possa applicare un tasso
di sconto medio del 4 per cento nel prossimo secolo, ma non chiarisce come arriva a questa valutazione,
che dovrebbe presumibilmente essere il frutto dell'applicazione di un tasso un po'
più basso indicativamente intorno al 2,5 per cento per la seconda metà
del secolo. Perfino con un tasso di sconto permanente del 4 per cento, la rendita di una persona nella
metà del prossimo secolo corrisponderebbe a circa 1/40 di quella di una persona oggi, favorendo
cosí scelte politiche che portano benefici alle nuove generazioni a spese di quelle future.
. Tecnicamente Stern e Nordhaus usano entrambi il cosiddetto modello di Ramsey
per scomporre il tasso di sconto. La differenza sta nel fatto che Stern stabilisce il proprio tasso
di sconto considerando princípi fondamentali per giungere a un tasso di sconto complessivo.
Nordhaus adotta la tecnica esattamente opposta. Parte con la risposta 5,5 per cento dedotto
dall'andamento dei mercati e torna indietro per dare un nome ai vari termini dell'equazione
e "giustificare" il numero indicato. Questa tecnica si può adottare soltanto
applicando un elevato pure time discounting dato che i termini legati alle entrate differenziali
da soli non lo porterebbero a un valore di 5,5 per cento sulla base di una logica plausibile.
. Di fatto i mercati finanziari sono pieni di deformazioni. Cameron Hepburn, nel
suo "Discounting Climate Change Damages: Working Note for the Stern Review" (Oxford
University, 2006), e Simon Dietz, Cameron Hepburn, Nicholas Stern, in "Economics, Ethics,
and Climate Change" (London School of Economics, 2007), ammettono che è difficile
trovare un qualsiasi mercato che possa dare chiare risposte alla domanda: in che modo noi, come
generazione, valutiamo i vantaggi derivati dall'azione collettiva volta a proteggere
il clima per generazioni che esisteranno tra un centinaio di anni o più da oggi? Per un'analisi
più dettagliata, il lettore può fare riferimento alla recente Ely Lecture tenuta da
Lord Stern nel gennaio del 2008 all'American Economic Association Meetings e pubblicato
sull'American Economic Review, vol. 98, n. 2 (maggio 2008).
. Si veda, a esempio: F. Ramsey, "A Mathematical Theory of Saving",
The Economic Journal, vol. 38, n. 152 (dicembre 1928), pp. 543-59; A. Pigou, The Economics
of Welfare (Londra, Macmillan, 19324), pp. 24-25; R. Harrod, Towards a Dynamic
Economics (Londra, Macmillan, 1948), pp. 37-40; R. Solow, "The Economics of Resources
or the Resources of Economics", American Economic Review, vol. 64, n. 2 (maggio 1974),
pp. 1-14; J. Mirrlees e N. Stern, "Fairly Good Plans", Journal of Economic Theory,
vol. 4, n. 2 (aprile 1972), pp. 268-88; S. Anand e A. Sen, "Human Development and Economic Sustainability",
World Development, vol. 28, n. 12 (2000), pp. 2029-49.
. Il professor Mohammed Dore del Climate Change Lab della Brock University, St.
Catharines, Ontario, spiega questo punto brevemente in A Question of Fudge: Professor Nordhaus
on Global Policy for Climate Change (in stampa) quando sottolinea che: «È strano
come l'intera tradizione di Cambridge dell'economia del benessere da Ramsay,
de Graaf fino a Mirrlees non faccia alcuna differenza per Nordhaus; egli infatti afferma
che il cambiamento climatico può essere considerato la madre di tutto il bene pubblico e poi
si dimentica però del bene pubblico nel proporre le proprie linee di condotta ottimali!».
. Lord Stern è attualmente l'IG Patel Professor of Economics and Government
alla London School of Economics, e ha alle spalle moltissimi anni di lavoro dedicati all'economia
pubblica. Ha pubblicato quindici libri e un centinaio di articoli e, dal 2000 al 2003, è stato
dirigente della Banca Mondiale. Di recente è stato eletto presidente della European Economic
Association dagli economisti accademici d'Europa ed è consulente di un lungo elenco
di capi di governo in tutto il mondo.
. Si veda S. Dietz, Ch. Hope, N. Stern e D. Zenghelis, "Reflections on the Stern
Review (1): A Robust Case for Strong Action to Reduce the Risks of Climate Change", World
Economics, vol. 8, n. 1
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