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Un italiano scomodo
LINO PERTILE

FAUSTA GARAVINI, In nome dell'imperatore. Romanzo ottocentesco, Verona, Cierre, pp. 323, €12,50

Fin dagli anni della scuola elementare i nomi di Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Confalonieri vengono stampati in maniera indelebile nella nostra memoria nazionale. A questi nomi sono dedicati monumenti e intitolate strade, vie, vicoli, piazze, scuole e biblioteche in ogni città e cittadina d'Italia. Sono gli eroi del nostro Risorgimento, i giovani che sacrificarono gioventù e vita per l'indipendenza della patria. Perseguitati, imprigionati, torturati, condannati a morte o esiliati (come Dante!) dall'invasore straniero. O almeno cosí ci si diceva. Se c'era un periodo della storia italiana che ci veniva presentato in due sole tinte, questo era certo il Risorgimento. Da una parte gli italiani: buoni, umili, valorosi, generosi, leali, pronti a morire per un'Italia unita e indipendente; dall'altra gli austriaci: cattivi, ottusi, cupi, prepotenti, superbi, crudeli fino al sadismo. Tra gli uni e gli altri un baratro incolmabile. Le cose non cambiavano molto alle medie, mentre al liceo appena appena s'increspavano. Il quadro della storia italiana dell'Ottocento rimaneva solidamente agiografico, almeno fino a quando non ci s'imbatteva nell'inquietante "brigantaggio" meridionale, proprio all'indomani della proclamazione del Regno.

Ora Fausta Garavini rivisita i punti salienti di questa storia, ma in una prospettiva insolita rispetto a quella consacrata dalla tradizione, una prospettiva dissacrante, che non potrà non turbare chi, in materia di Risorgimento, non sia mai andato oltre le notizie imparate a scuola. Protagonista del suo romanzo, In nome dell'imperatore. Romanzo ottocentesco, è l'austriacante Antonio Salvotti, nato nei pressi di Trento nel 1789 e ivi morto nel 1866. Queste due date non potrebbero essere più emblematiche: da una parte l'inizio della rivoluzione francese e dall'altra la terza guerra dell'indipendenza italiana, tutta la storia del Risorgimento con il prologo della rivoluzione francese, le guerre napoleoniche, la rivoluzione e la restaurazione, le guerre d'indipendenza, l'unificazione

d'Italia. Un processo irresistibile, assecondato da tanti giovani patrioti impulsivi e romantici, ma resistito fino all'ultimo in nome della stessa Italia da altri italiani come Antonio Salvotti e il suo amico fraterno Paride Zaiotti, che in quel processo videro un nefasto declino, un graduale corrompersi di quanto di buono, nobile, generoso esisteva in Italia.

 

Laureato in legge all'università bavarese di Landshut, Salvotti fece pratica di avvocato a Milano (1810-1813), allora capitale del Regno italico, dove entrò nel circolo del Monti e strinse amicizia, tra gli altri, con Tommaso Grossi. Le sue coordinate storico-geografiche collimano con quelle dei più illustri rappresentanti della letteratura, della cultura e dell'arte dell'Italia risorgimentale, dal Manzoni (Milano 1785-1873) a Pietro Borsieri (Milano 1788-1852), Giovanni Berchet (Milano 1783-1851), Ludovico di Breme (Torino 1780-1820), Federico Confalonieri (Milano 1785-1846), Silvio Pellico (Saluzzo 1788-1854) e Piero Maroncelli (Forlí 1795-New York 1846), solo per fare alcuni nomi. Il fior fiore dell'aristocrazia, dell'intelligenza, dell'arte, ma anche della militanza patriottica del periodo. Salvotti avrebbe potuto essere uno di loro, e invece si pose risolutamente dall'altra parte: fu lui il magistrato che istruí i processi e condannò i mitici Pellico, Maroncelli, Confalonieri. Questo romanzo spiega il come e il perché, ricreando tutto l'ambiente in cui visse e operò il giudice trentino.

S'incomincia nel Polesine, una sera di nebbia del dicembre 1818. I nomi di Antonio Villa e del conte Fortunato Oroboni non godono di fama nazionale, ma a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, c'è da centoquarant'anni un monumento a loro memoria. Morirono entrambi nel carcere dello Spielberg, rei di carboneria. Con loro venne condannato Felice Foresti, pretore di Crespino (Rovigo), che, esiliato dopo quindici anni di Spielberg, succedette a Lorenzo Da Ponte come professore alla Columbia University di New York e finí console USA in Italia. A inquisirli e condannarli fu Antonio Salvotti, fresco di nomina da Trento, loro coetaneo e pari in termini culturali e sociali.

Il romanzo di Fausta Garavini parte appunto da questa intricata vicenda. La scrittrice ha scelto l'approccio "poliziesco" del suo stesso protagonista. Racconta al presente, per episodi che di volta in volta illuminano ambienti, personaggi o situazioni particolari; intreccia abilmente azioni che si svolgono contemporaneamente in luoghi diversi, da Venezia a Milano, a Vienna, a Parigi, a Londra; ricrea spazi ed eventi pubblici e privati; insegue Zaiotti, l'altro giudice austriacante, bravo critico e letterato, intimissimo di Vincenzo Monti, della cui figlia Costanza è segretamente innamorato. Qua e

là arricchisce la narrazione con documenti autentici – lettere, estratti delle Carte Segrete della polizia austriaca o di memorie di patrioti – che trascrive in forma originale o ritoccata quanto basta per renderli accessibili. Questa tecnica attualizza gli eventi e introduce un forte elemento di suspense nel racconto; ispira nel lettore l'illusione di rivivere i fatti nel loro farsi, come se non fossero già avvenuti. La verità storica non basta intuirla e nemmeno saperla. Come l'inquisitore, il lettore le si avvicina per gradi, un reperto alla volta, e mai completamente. Rimane sempre inquieto e con la sensazione che ci sia dell'altro da scoprire. E quel che legge, sarà verità o finzione romanzesca?

 

Leggiamo che a spifferare tutto e subito al primo inquirente, il commissario Lancetti, è il Villa, quello del monumento. È lui a incriminare l'Oroboni, il Foresti e parecchi altri, specificando persino dove l'Oroboni tiene nascoste le carte carboniche che il Foresti ha ordinato di bruciare. A sua volta, messo di fronte a quelle carte nella cappella di famiglia, anche il povero conte ammette tutto. L'osso duro è il Foresti: «Ben piantato, bruno, una ciocca sghemba sulla fronte spaziosa, inscena tutta una commedia». Ma Salvotti lo incalza con domande e repliche, precisazioni e contestazioni; lo costringe a far passi falsi e a poco a poco lo incastra. Alla fine anche Foresti deve arrendersi e ammettere i capi d'accusa che gli vengono contestati. Sotto la formidabile inquisizione del giudice Salvotti la mappa della cospirazione e dei suoi adepti incomincia a precisarsi.

Mentre all'Isola di San Michele (ora cimitero di Venezia) è in corso l'istruttoria a carico dei cospiratori del Polesine, a Milano si prepara il terreno per quella che sarà la seconda e ben più importante inquisizione di Salvotti. Sotto la penna della Garavini i sorvegliati speciali acquistano tratti di personaggi vivi: Porro Lambertenghi, «sempre in movimento», di Breme, «alto, magrissimo, spettrale», Pellico, «la testa scarna di passero implume». Si deve a loro il Conciliatore, ma a sostenerli c'è dietro le quinte il folto gruppo dei liberali romantici, Visconti, Berchet, Borsieri, e un po' defilati Manzoni, Romagnosi e il sempre tentennante Vincenzo Monti.

Salvotti sta vivendo anche un'altra schermaglia che però non è lui a dirigere. Il giudice è innamorato cotto di Anna Fratnich, figlia del consigliere aulico von Fratnich, presidente d'Appello della corte viennese a Venezia, «una bellissima giovane, un viso serio e luminoso, occhi immensi di ambra nera, la figura snella ma tornita, dritta, fiera, ma gentile». Neanche questa è una faccenda semplice. La Nanni – cosí tutti chiamano Anna – è una donna emancipata con un passato poco

convenzionale, non esattamente quel che ci vuole per un giudice dell'Impero; su di lei se ne raccontano di tutti i colori. Salvotti esita, soffre le pene dell'inferno, alla fine rompe ogni indugio: da un lato chiude il processo ai carbonari del Polesine, pur temendo di non avere ancora toccato il fondo della cospirazione; dall'altro sposa la Nanni, senza aver fatto luce sulle ombre che incombono sul suo passato.

 

Sotto la penna della Garavini i fatti si susseguono senza pietà. Il lettore sa come andranno a finire, ma inconsciamente spera che questa volta la storia faccia un'eccezione e si smentisca. Quando ci si trova di fronte a una coppia di duellanti "buoni", non si sopporta l'idea che uno dei due debba soccombere e si vorrebbe che cessasse il duello; purtroppo, questo duello, in quanto avvenuto, è assolutamente inarrestabile. Cosí va avanti ma non soddisfa nessuno. Né Salvotti, che come italiano preferirebbe che i cospiratori non cospirassero, ma, dal momento che lo fanno, si sente in dovere di ostacolarli; né il lettore, che vorrebbe che i patrioti fossero più coerenti, abili, preparati, o che lo fosse di meno Salvotti. Occorre dire che la passione con cui queste vicende si fanno seguire è dovuta anche a un eccezionale dato extratestuale: al di là della vicenda di Salvotti, questo è un romanzo sul nostro Risorgimento. Per di più, la scrittura sorvegliatissima della Garavini ha armi che non perdonano, in primis l'ironia che s'insinua dovunque e corrode anche i miti più tetragoni. Basti pensare a esempio ai titoli, spesso da opera buffa ("Si salvi chi può", "Signora Rosina", "Soffermati sull'arida sponda", "Gatte da pelare", ecc.), che all'interno di ogni capitolo danno il nome ai vari episodi; oppure, agli intertesti che formano quasi un comico controcanto rispetto a fatti o personaggi, in particolare le strofette di questa o quella poesia patriottica, tutte ugualmente tremende, ma capacissime di volgere in burletta, senza volere, anche gli eventi più seri.

Ora le cose precipitano anche a Milano. Chiuso dalla polizia il Conciliatore, Pellico si lascia aggregare alla carboneria da Maroncelli, lo spiantato musicista forlivese appena giunto da Napoli. I due giovani sono legati anche da altri fili. Pellico ha da poco messo in scena la sua Francesca da Rimini e spasima per la Gegia Bartolozzi che di lui non ne vuol sapere. Della cugina di lei, Carlotta Marchionni, l'attrice che ha interpretato Francesca, è innamorato Maroncelli senza maggior fortuna. Dilettanti in politica non meno che in amore, i due cercano di rafforzare le fila della carboneria reclutando personalità di spicco, quali il Romagnosi e il conte Leopoldo Cicognara. Lo fanno senza

prendere troppe precauzioni e in un batter d'occhio si trovano agli arresti. Interrogati alternativamente, si contraddicono. Maroncelli parla e parla, sostiene che scopo della carboneria è aggregare Piemonte e Romagna al Lombardo-Veneto; Pellico non riesce a seguire le fantasie dell'amico e nega tutto. Vengono trasferiti a Venezia, Pellico ai Piombi e Maroncelli a San Michele; le loro carte finiscono sul tavolo di Salvotti.

Prende qui avvio l'episodio che a Salvotti conferirà la nomea di perfido austriacante, e a Pellico e Maroncelli quella di eroi della patria. Il romanzo racconta una storia assai meno semplice. Salvotti ha due anime, una italiana e una austriaca, ed entrambe cooperano contro il disordine fomentato dalla cospirazione. È inquieto, certo; non ama il segreto istruttorio che lascia spazio alle calunnie più assurde contro la magistratura austriaca, né ama l'editto che punisce col carcere a vita chi non denunci, conoscendoli, i carbonari; non ha però il minimo dubbio sulla sua missione. Salvotti è un logico rigoroso e instancabile. Il suo senso del dovere, la sua passione per il diritto, la sua lealtà all'Impero non gli permettono di fermarsi in superficie; lo spingono a scavare sempre più addentro per illuminare anche gli angoli più bui della cospirazione. D'altra parte, egli si dimostra sempre buono con i detenuti e li agevola in tutti i modi consentiti anche a proprie spese, arrivando al punto, per esempio, di dare a Maroncelli qualche suo abito. La sua intelligenza e cultura, le sue capacità dialettiche, il suo stile personale e insieme il suo rispetto per la dignità del prossimo sono tali che gli stessi cospiratori ne vengono avvinti. Non solo confessano, ma tra inquisitore e inquisiti si stabilisce un tale rapporto di stima e reciproca fiducia, che quando Pellico e Maroncelli ricevono la dura sentenza, molto più dura di quella che Salvotti aveva proposto, è proprio Salvotti a consolare i due amici, ora riuniti a San Michele.

 

Siamo agli inizi della primavera del '22 e, mentre Pellico e Maroncelli partono per il terribile Spielberg con un bagaglio di centocinquantacinque volumi, Salvotti si appresta a trasferirsi a Milano dove l'imperatore l'ha nominato consigliere d'Appello. A Milano dovrà vedersela con alcune delle personalità più cospicue dell'aristocrazia lombarda – Porro, Pallavicino, Confalonieri, Trechi – ma la prospettiva non spegne il suo entusiasmo.

In realtà, i tre anni successivi si rivelano tremendi. Salvotti porta avanti la sua inchiesta con accanita, sistematica lucidità, ma è solo e stanco. I suoi amici sono lontani, Milano gli è ormai completamente

ostile. La caccia al carbonaro è diventata per lui un'ossessione, sostenuta dal suo rispetto per l'autorità della legge, ma stimolata anche da una motivazione nuova che la Garavini mette bene in luce: il desiderio di andare fino in fondo, vincere la sfida dei cospiratori, svelare il Gran Firmamento, il Consiglio segreto di tutte le sette. Riesce a incriminare Confalonieri e compagni, ma la rete cospiratoria cresce, si dilata, non finisce mai.

Il giovane giudice trentino è destinato alla sconfitta, ma non sembra rendersene conto e si batte con assoluta convinzione e straordinaria energia. Capisce i patrioti ma li ritiene alla meglio malconsigliati, fuorviati, illusi; alla peggio avidi di potere e senza scrupoli; in ogni caso avventatamente ribelli a un ordinamento politico che esiste, è legittimo e pertanto va rispettato. C'è in questa sua lucida caparbietà qualcosa di eroico, se non di tragico, qualcosa che mina alle fondamenta i successi e le promozioni che segnano la fine delle sue battaglie giudiziarie. Il fatto è che, benché le combatta per l'Impero, le vittorie di Salvotti sono più sue che dell'Impero. L'imprigionamento di Foresti, Pellico, Maroncelli, Confalonieri e tanti altri costa più caro all'Austria che all'Italia, che non ha ancora nulla da perdere perché ancora non esiste. Esso legittima le accuse dei patrioti, dà ossigeno all'insurrezione, ingrossa le file dei federati. I quali sono impetuosi, disorganizzati e sconsiderati, decisamente inferiori al poliziotto che li bracca, smaschera e condanna, ma, in quanto destinati a vincere, hanno dalla loro parte la "Storia", mentre Salvotti, per quanto onesto e temporaneamente vincente, è storicamente un vinto.

Le ripercussioni della rivoluzione francese del 1830 nel Lombardo-Veneto non sono ingenti, ma ovunque cresce l'odio per l'Austria. A Verona circolano scritte come Salvotti, sàlvati, i carboni ardono! A Modena la cospirazione tenta un colpo di mano che fallisce miseramente. Ciro Menotti, coetaneo di Leopardi («qua l'armi: io solo/ Combatterò, procomberò sol io»), finisce sulla forca. «Un errore madornale», commenta la Garavini con riferimento alla sentenza: «la morte estrae questo personaggio dal repertorio da operetta in cui si era prodotto e ne fa un eroe di tragedia». Priva di sostegno popolare o straniero, l'insurrezione si frantuma in schegge municipali che vengono agevolmente assorbite.

Negli anni Trenta incominciano a uscire le memorie dei cospiratori. È del 1832 Le mie prigioni di Pellico, uno dei libri italiani più letti in Italia e all'estero, almeno fino al 1950. Di Salvotti non vi si fa nemmeno il nome, ma un accenno obliquo (cap. 51) viene universalmente interpretato a sua perenne infamia, a torto o ragione non si sa. Le Addizioni di Maroncelli, uscite nel '33, puntano

invece il dito su Salvotti. Nel '32 esce anche L'Italie sous la domination autrichienne di Enrico Misley, che con Ciro Menotti aveva partecipato alla rivoluzione di Modena ma s'era salvato. Nel '37 escono a Parigi i Mémoires d'un prisonnier d'Etat di Alexandre Andryane, in cui Salvotti viene presentato come «il più bello e il più bieco degli aguzzini, adepto di Lucifero», e i patrioti «come campioni di coraggio e di virtù». Gli autori trascurano di riconoscere al loro inquisitore le doti umane che aveva ampiamente elargito nei loro confronti all'atto dell'inquisizione. Nel '46 circola a Verona un canto in cui Salvotti è ritratto come «una belva, un mostro fin dall'infanzia inebriato di sangue nella bottega del padre, macellaio a Trento». Attorno al giudice cresce l'odio. Tanto è detestato che nel giugno di quell'anno il governo di Vienna, cedendo all'opinione pubblica, lo trasferisce a Innsbruck.

 

Anche nella sua vita privata, dopo i primi anni felici di Verona e la nascita dei due bambini, Scipione (1830) e Giovannino (1832), le cose volgono al peggio. Il 10 marzo 1837 gli muore di cancro al seno l'adorata Nanni, una donna eccezionale, che, smentendo tutte le chiacchiere di cui era stata oggetto in gioventù, si era rivelata madre e moglie esemplare. Nel '43 muore il suo grande amico, coetaneo e collega Paride Zaiotti, autore, tra le altre cose, di un pamphlet contro Enrico Misley in difesa di Salvotti e dell'Austria (1834).

Ma il colpo più duro glielo sferra il figlio Scipione che fin dall'adolescenza dimostra forti simpatie liberali. Anche il figlio di Zaiotti, Paridino, è un liberale entusiasta, e i due ragazzi complottano insieme. Dopo il '48 le nuove generazioni sono tutte schierate dalla parte degli insorti. Nel '53 Scipione finisce condannato a 12 anni nella prigione di Theresienstadt. Il padre, straziato, gli scrive lettere nobili e dignitose. Graziato dopo poco più di un anno, Scipione non mette "la testa a posto". Si ricollega ai gruppi sovversivi e, mentre suo padre, ormai ritiratosi a Trento, inizia a scrivere le sue memorie per giustificare una vita al servizio dell'imperatore, lui, il figlio, è il primo a vergognarsi di quel servizio e fa di tutto per farselo perdonare. Salvotti smette di scrivere, sconsolato: a che pro farlo se nemmeno suo figlio lo ascolta? Alla fine, il giudice muore poco dopo la sconfitta che Garibaldi infligge agli austriaci a Bezzecca, nei pressi di Trento, nel 1866. Dieci anni dopo, il figlio, rientrato nell'ancora austriaco Trentino, verrà rimesso in carcere come cospiratore e in carcere scriverà anche lui versi dozzinali inneggianti all'Italia risorta.

A considerarlo in prospettiva storica, il fallimento di Salvotti, nella vita privata come in quella

pubblica, non potrebbe apparire più totale e devastante. In aggiunta i posteri sono stati tutt'altro che teneri con lui. Basti dire che oggi a Mori, dove nacque, c'è una via Scipione Salvotti, ma niente che ricordi Antonio. Il mito del Risorgimento, essenziale per fare gli italiani una volta fatta l'Italia, ha innalzato al ruolo di eroi nazionali i sovversivi da lui perseguiti a norma di legge, e abbassato lui a quello di abietto, sadico aguzzino.

Salvotti era un conservatore, a suo modo illuminato, un gentiluomo che credeva cosí fermamente in una sua utopia imperiale, da non potere a nessun patto scendere a compromessi con idee che mettessero a rischio quell'Impero nel quale essa bene o male, ma certo legittimamente, s'incarnava. Al servizio di questa fede egli pose la sua acuta intelligenza e il suo sapere senza mai rinunciare a umanità e ragione. Qualcosa di analogo avveniva in Italia cinquecento anni prima, quando Dante si opponeva con tutte le sue forze al progresso del guelfismo e indicava nel Sacro Romano Impero la sola istituzione all'interno della quale Firenze e l'Italia avrebbero potuto perseguire in pace il sogno della felicità sulla terra.

Ora il romanzo di Fausta Garavini rende giustizia allo sventurato giudice trentino. Lo fa prendendo l'unica strada ancora percorribile, quella della fiction. La biografia storica l'aveva scritta oltre un secolo fa Alessandro Luzio con risultati ancora insorpassati, e Salvotti ne era uscito ampiamente riabilitato, anche se gli italiani non se ne accorsero. Resta da vedere se dove non è arrivata la Storia, sarà in grado d'arrivare la finzione. Non che per Salvotti faccia una grande differenza. A giudicare dal ritratto che ce ne ha dato Fausta Garavini, Salvotti era uno che, anche se avesse saputo che la sua era una battaglia perduta in partenza, l'avrebbe ugualmente combattuta fino all'ultimo. L'avrebbe fatto in nome della legge e dell'autorità imperiale che egli rappresentava, convinto che solo sulle fondamenta della legge l'Italia avrebbe avuto un futuro. Ancor oggi, questa non è forse una lezione inutile nel nostro paese.


LINO PERTILE insegna Lingue e letterature romanze presso l'Università di Harvard. Dantista, tra i suoi libri in italiano ricordiamo: La puttana e il gigante. Dal «Cantico dei cantici» al paradiso terrestre di Dante (Longo, 1998); e La punta del disio: semantica del desiderio nella Commedia (Cadmo, 2005).

 
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