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L'uomo dei razzi
FREEMAN DYSON

MICHAEL J. NEUFELD, Von Braun: Dreamer of Space, Engineer of War, New York, Knopf/Smithsonian National Air and Space Museum, pp. 587, $35,00

Nell'estate del 1944, gli abitanti di Londra si erano abituati al forte rombo di una bomba volante al di sopra delle loro teste, all'improvviso silenzio quando l'ordigno si fermava e incominciava la sua caduta verso terra, ai pochi secondi d'ansia prima dell'esplosione. Le bombe volanti, dette anche V-1, erano semplicemente aeroplani senza pilota, cha partivano da postazioni lungo le coste francesi e olandesi. Alla fine dell'estate, quando gli eserciti degli alleati cacciarono i tedeschi dalla Francia, le bombe volanti non arrivarono più: furono rimpiazzate da un assai più inquietante strumento di morte, i razzi detti V-2, che venivano lanciati da postazioni più lontane situate nella parte occidentale dell'Olanda. Le V-2 non facevano saltare i nervi come le V-1. Quando arrivava una V-2, udivamo prima l'esplosione e, dopo, l'urlo quasi supersonico del razzo in discesa. Appena udita l'esplosione, sapevamo che l'ordigno ci aveva mancati. Le bombe volanti V-1 e i razzi V-2 uccisero poche migliaia di persone a Londra, ma non modificarono molto le nostre attività di civili e non ebbero alcun effetto sull'andamento della guerra, che allora infuriava in Francia e in Polonia. Anzi gli effetti prodotti dai razzi furono inferiori a quelli dovuti alle bombe volanti.

Per me, in quel momento, i razzi V-2 erano fonte di gioia e meraviglia. Ero, come ricercatore civile, occupato a indagare, per il Comando dei bombardieri della Royal Air Force (RAF), sulle cause delle perdite dei nostri aerei. Sapevo che la causa principale di tali perdite erano i cacciabombardieri tedeschi, e sapevo che la Germania era disperatamente a corto di questi aerei da combattimento. Se il numero dei caccia tedeschi fosse stato cinque volte più grande, la Germania avrebbe potuto impedire ai nostri aerei di sorvolare i suoi territori, rendendo per noi assai più difficile invadere il paese e porre fine alla guerra. Sapevo anche che le bombe volanti V-1 erano ordigni relativamente semplici e non molto costosi, mentre le V-2 erano apparecchi di grande complessità e i costi per la loro fabbricazione erano altissimi. Il costo di ogni V-2, almeno in termini di lavoro specialistico e di materiali necessari, era pari, per la Germania, a quello di un moderno cacciabombardiere.

Non riuscivo assolutamente a capire come mai i tedeschi avessero scelto di impegnare le loro limitate risorse nella costruzione di inutili razzi invece di investirle nella produzione di caccia il cui scarso numero costituiva un problema cruciale. Ogni volta che sentivo esplodere una V-2, facevo conto che un caccia tedesco fosse stato gettato via e che i nostri aerei abbattuti sarebbero stati dieci in meno. Sembrava quasi che in Germania uno sconosciuto benefattore stesse disarmando l'aviazione a nostro vantaggio. Allora non avevo idea di chi fosse questo benefattore. Ora conosciamo il suo nome: era Wernher von Braun.

Michael J. Neufeld nel suo libro Von Braun: Dreamer of Space, Engineer of War ci fornisce una biografia di von Braun basata su ricerche meticolose e ben documentata per gli aspetti tecnologici. In realtà von Braun nel 1944 non lavorava intenzionalmente per i nemici della Germania. Era un tedesco animato da sentimenti patriottici e si dava da fare per il bene del suo paese fabbricando i razzi V-2, che sarebbero stati utilizzati dall'aviazione. Non era colpa sua se questi razzi non erano lo strumento di cui i tedeschi necessitavano per difendere la loro patria. Von Braun fu nostro benefattore soltanto per caso. Da quando, diciottenne, aveva incominciato come dilettante a condurre esperimenti sulla propulsione a razzo, fino al momento della sua morte, lo scopo fondamentale di von Braun era la realizzazione del volo nello spazio interplanetario.

Nel 1932 venne arruolato nell'esercito tedesco per occuparsi della progettazione di missili con propulsione a razzo per uso militare. Dall'esercito ebbe ciò che voleva: continuità nei finanziamenti e libertà nella gestione degli esperimenti. Si impegnò a fondo nella progettazione di un razzo che potesse volare nello spazio, senza curarsi del fatto che le forze armate avessero o non avessero una ragionevole missione in cui utilizzarlo. Il risultato dell'impegno di von Braun fu la V-2, il primo missile balistico a lungo raggio, in grado di sganciare il carico utile di una tonnellata di esplosivo, sia pur con una mediocre precisione, entro il raggio di un po' più di 300 km. Quando, nell'ottobre del 1942, si concluse con successo il primo volo di una V-2, questo risultato rappresentò un notevole passo avanti per il sogno di von Braun, quello di riuscire a far camminare l'uomo su Marte. Deve invece essere stato ovvio, per i militari e i politici tedeschi, che la macchina era, dal punto di vista militare, un costoso e inutile giocattolo.

Come mai Hitler aveva dato la sua approvazione a un programma, di fatto non funzionale, per la produzione di un gran numero di V-2? Hitler non era pazzo. Militando in fanteria durante la prima guerra mondiale, era sopravvissuto ad alcuni massicci bombardamenti dell'artiglieria pesante. Nell'agosto del 1941, von Braun presentò personalmente i suoi progetti per le V-2 a Hitler, che reagí con alcune ragionevoli obiezioni. Chiese infatti a von Braun se si era preoccupato della temporizzazione dell'esplosione, perché un normale proiettile d'artiglieria, raggiungendo a velocità supersonica il bersaglio, si sarebbe conficcato nel terreno prima di esplodere, provocando cosí ben pochi danni. Si trattava di un problema serio e von Braun fu costretto ad ammettere che non ci aveva pensato. Hitler allora notò che la V-2 era soltanto un proiettile d'artiglieria con un raggio d'azione più grande di quelli solitamente coperti, e che l'esercito avrebbe dovuto disporre di centinaia di migliaia di tali ordigni e non di qualche migliaio perché il loro impiego tattico diventasse davvero utile. Von Braun ammise che ciò era vero.

Dopo l'incontro con von Braun, Hitler ordinò all'esercito di pianificare la produzione di centinaia di migliaia di V-2 all'anno, ma di non dare inizio alla produzione prima che l'uccello avesse dimostrato di volare in modo soddisfacente. Una tale decisione non sembrò in quel momento pericolosa, ma lo diventò nelle mani di chi, nell'esercito, era favorevole ai razzi. Lo stato maggiore sapeva che l'idea di produrre centinaia di migliaia di V-2 ogni anno era assurda, ma l'ordine venne accettato, perché dava a chi se ne sarebbe occupato la possibilità di spendere quanto voleva per il programma, senza alcun calendario prefissato. Nell'agosto del '41 la guerra andava a gonfie vele per la Germania. L'esercito aveva ottenuto cospicue vittorie nei primi due mesi della campagna di Russia, la Francia era stata tagliata fuori dalla guerra, e gli Stati Uniti non c'erano ancora entrati. Hitler non immaginava che tre anni dopo avrebbe dovuto combattere una guerra difensiva per la sopravvivenza del Reich. Non si chiese dunque se era possibile che le V-2 diventassero, per il Reich, un giocattolo troppo costoso.

In Germania, come in altre nazioni, la principale molla che spingeva all'acquisizione e allo sviluppo di nuovi ordigni era la rivalità tra le diverse componenti delle forze armate. L'esercito voleva le V-2 per rivaleggiare con la Luftwaffe. L'aviazione tedesca, con la progettazione di aerei a reazione, aerei a razzo e missili a razzo guidati a distanza, era prima nel mondo per l'altissima tecnologia dei suoi mezzi. Anche l'esercito doveva avere i suoi progetti d'alta tecnologia. Le V-2 erano la versione d'alta tecnologia dell'artiglieria; con esse, l'esercito poteva dire all'aviazione: i nostri razzi sono più grossi dei vostri.

Per quanto fosse riconosciuto come dittatore, Hitler non riusciva a tenere sotto controllo le rivalità tra le varie parti delle forze armate meglio di quanto ci riescano i capi politici delle nazioni democratiche. Poteva destituire importanti capi militari, e lo fece a più riprese, ma non sempre riuscí a ottenere che facessero ciò che voleva. Lo stato maggiore dell'esercito, con la collaborazione di von Braun, diede inizio alla produzione delle V-2, un programma destinato a fallire. In tutto vennero realizzate poche migliaia di V-2, sufficienti per eclissare la Luftwaffe, ma non abbastanza per essere davvero utili sul piano strategico. Hitler non poté spingere l'esercito a produrne tante quanto pensava fossero necessarie, ma non poté neppure ottenere che la produzione fosse interrotta e che le risorse venissero trasferite all'aviazione.

La Luftwaffe e l'esercito continuarono a operare come entità indipendenti fino al giorno in cui Hitler morí.

La carriera di von Braun come costruttore di razzi può essere suddivisa in sei periodi, nei quali lavorò per sei diversi padroni. Dai diciotto ai vent'anni, lavorò come dilettante presso la Verein für Raumschiffahrt, la versione tedesca della Società per i voli spaziali, un gruppo privato che riuniva vari appassionati di razzi. Sul piano tecnico era il membro più competente del gruppo. Dal 1930 al 1932, operando in un piccolo aeroporto presso Berlino, costruí e lanciò una serie di razzi a combustibile liquido. I razzi sono essenzialmente di due tipi: a combustibile solido e a combustibile liquido. Entrambi i tipi vengono spinti in avanti dai gas caldissimi espulsi dalla parte posteriore dell'apparecchio, quando il combustibile brucia. I razzi a combustibile solido sono più semplici e più economici. Razzi di questo tipo sono stati impiegati senza successo dalla Marina inglese nell'assedio di Fort McHenry (1814), come ricorda l'inno nazionale degli USA (dove si cita «il bagliore dei rossi razzi»). I razzi a combustibile liquido volano a velocità maggiore e più lontano, ma sono molto più complessi e più difficili da gestire.

Dall'età di vent'anni fino a quando ne ebbe ventotto, von Braun lavorò come civile per l'esercito tedesco. A Peenemünde, sulla costa del Mar Baltico, l'esercito aveva acquisito una vasta area di terreno, dove erano state costruite strutture e impianti per la progettazione e le prove di razzi da condurre su larga scala e con grandi disponibilità di mezzi. La madre di von Braun aveva vissuto, da bambina, non lontano da questo sito e aveva suggerito di sceglierlo come adatto per le attività del figlio. Walter Dornberger, maggiore dell'esercito e amico di von Braun, era incaricato di coordinare lo sviluppo del programma. Von Braun si pose ai suoi ordini come direttore tecnico dello stabilimento di Peenemünde.

Dai ventotto ai trentatré anni, cioè negli anni della seconda guerra mondiale, von Braun continuò a lavorare a Peenemünde come civile per conto dell'esercito, ma di fronte alla legge, la sua posizione era quella di un ufficiale delle SS. Ciò voleva dire che doveva attenersi alla disciplina cui sottostavano le SS. Ne indossò l'uniforme il meno possibile e soltanto in occasioni di carattere ufficiale. Non gli piacevano i suoi colleghi delle SS e ne diffidava; tuttavia, verso la fine della guerra, quando le SS sottrassero all'esercito le responsabilità della fabbricazione delle V-2, dovette fare ciò che le SS gli ordinavano. Nelle ultime settimane di guerra, quando venne evacuato con i pochi rimasti del personale che operava a Peenemünde e trasferito nell'angolo sudoccidentale della Germania, fu scortato da guardie delle SS, perché restasse nei ranghi.

Dai trentatré ai quarantotto anni lavorò per l'esercito statunitense a El Paso, Texas, e a Huntsville, Alabama, come direttore di un folto gruppo di tedeschi esperti di razzi. Questi erano stati reclutati in gran fretta nel 1945 dalle forze d'occupazione degli USA in Germania, per sottrarli alle mani dei sovietici, e subito trasferiti negli Stati Uniti dove furono impiegati nella progettazione e nello sviluppo dei missili Redstone per conto dell'esercito.

Dai quarantatré ai sessant'anni, von Braun lavorò per la NASA, appena istituita, prima a Huntsville e più tardi a Washington. Nel 1960 la Ballistic Missile Agency di Huntsville, che faceva capo all'esercito, si trasformò nel Centro Marshall per il volo spaziale della NASA. Qui von Braun ebbe l'incarico di progettare gli enormi razzi Saturn che hanno trasportato con successo ventuno astronauti delle missioni Apollo fino alla Luna e ritorno. Tra i sessant'anni e la sua morte, a sessantacinque, von Braun lavorò a Washington per la Fairchild Industries Corporation. Anche in questa azienda si impegnò intensamente, come sempre, controllando diversi progetti tecnologici e fornendo contributi alla progettazione di nuovi aerei e di satelliti artificiali per impieghi militari e civili.

Argomento centrale del libro di Neufeld è il terzo periodo della vita di von Braun, cioè i cinque anni in cui, durante la seconda guerra mondiale riuscí a concretizzare il suo sogno di lanciare razzi nello spazio e accettò un incarico di grande responsabilità tra le SS. Il corpo delle SS costituiva la struttura più sinistra e criminale del regime hitleriano: direttamente responsabile dell'amministrazione dei campi di concentramento in cui milioni di prigionieri vennero assassinati, fatti morire di fame, o costretti a lavorare come schiavi. Von Braun ebbe modo di conoscere di prima mano il lato oscuro delle SS. Quando, nel 1943, il complesso di Peenemünde fu pesantemente danneggiato da un attacco di bombardieri della RAF, le SS presero il controllo della produzione dei razzi V-2 e la catena di montaggio principale venne trasferita in una fabbrica sotterranea denominata Mittelwerk, che non sarebbe stata vulnerabile in altri attacchi aerei. La Mittelwerk era opportunamente dislocata nei pressi del campo di concentramento di Dora e della città di Nordhausen, in Turingia, nella Germania centrale. I prigionieri di Dora costituirono una parte importante della forza lavoro alla Mittelwerk, sotto il continuo controllo delle SS. Migliaia di prigionieri venivano confinati nelle gallerie dove lavoravano in condizioni disumane e dormivano sulla paglia o sulla nuda pietra. Moltissimi morirono di fame o per malattie. Altri, in numero inferiore, vennero impiccati pubblicamente per presunti atti di sabotaggio o per disobbedienza.

Il capo supremo della Mittelwerk era un generale delle SS, Hans Kammler, che von Braun temeva e odiava. Non competeva a von Braun occuparsi dello svolgimento delle operazioni: era soltanto consulente per gli aspetti tecnici. Visitò tuttavia più volte la Mittelwerk per controllare, come sovrintendente, i processi di produzione e migliorare la qualità dei prodotti. I fatti relativi alle attività di von Braun nella Mittelwerk e al suo esser membro delle SS sono stati resi noti nel libro Geheimnis von Huntsville ("Il mistero di Huntsville") di Julius Mader, pubblicato nel 1963 a Berlino Est. Il libro non venne tradotto in inglese e suscitò ben poco interesse negli USA, perché venne liquidato come un testo di propaganda comunista. Più tardi, un altro libro, Dora di Jean Michel,1 scritto in francese ma pubblicato in traduzione inglese nel 1979, illustrava gli stessi eventi ricevendo però un'attenzione decisamente maggiore. Il libro di cui ora ci occupiamo non contiene nulla che sia sostanzialmente nuovo, ma aggiunge vari dettagli che l'autore ha scovato in opuscoli inediti di von Braun e di altri. Certamente von Braun deve esser stato al corrente delle atrocità che si commettevano nelle gallerie dell'officina sotterranea, anche se evitò di avere contatti personali con i prigionieri.

L'ideologia nazista non ha mai interessato von Braun. Apparteneva alla vecchia classe aristocratica della nobiltà prussiana che possedeva vaste tenute in Pomerania e Slesia, regioni che oggi fanno parte della Polonia, e nella Prussia orientale, oggi compresa nei confini della Russia. Le terre di suo padre erano in Slesia, quelle di sua madre in Pomerania. Queste famiglie avevano avuto importanti incarichi di governo in Prussia per centinaia d'anni e in Germania dal 1871 al 1918. Per la maggior parte si trattava di persone che avevano ricevuto un'educazione di alto livello, ed erano abili amministratori, capaci di svolgere con coscienza incarichi d'interesse pubblico, non esenti da snobismi sul piano sociale, e che avevano più caratteristiche in comune con i loro cugini delle altre nazioni europee di quanti ne avessero con la gente comune della Germania. Essi guardavano con un certo disprezzo la plebaglia socialista che era giunta al potere nel 1918 e aveva costituito la repubblica di Weimar.

Disprezzavano ugualmente le canaglie naziste che avevano abbattuto la repubblica nel 1933, dando i pieni poteri a Hitler. Tuttavia rispettavano Hitler come un capo in grado di agire efficacemente e di portare ordine e prosperità alla Germania dopo il caos e la miseria degli anni di Weimar. Hitler, dopo tutto, era più nazionalista che socialista. E non costituiva una minaccia per la posizione sociale o per le proprietà degli aristocratici. Molti lo servirono di loro propria volontà come guida della Germania, pur disprezzando i nazisti che consideravano socialmente e intellettualmente inferiori.

Il padre di Wernher era un tipico esponente della nobiltà prussiana. Parlava correntemente tre lingue e sua moglie ne parlava sei. I loro tre figli crebbero a Berlino circondati da un'atmosfera caratterizzata da agi e privilegi. Nato nel 1912, Wernher fu iscritto a un collegio privato, che aveva sede nel castello di Ettersburg presso Weimar, con rette molto alte, ma anche livelli intellettuali altrettanto alti negli insegnamenti. Qui i suoi compagni erano ragazzi della sua stessa classe sociale. A scuola incominciò a svilupparsi la passione quasi ossessiva di Wernher per i razzi. Ebbe modo di leggere il classico testo Die Rakete zu den Planetenräumen ("Il razzo nello spazio planetario"), pubblicato dal pioniere delle ricerche sui razzi Hermann Oberth nel 1923. Il giovane decise allora che la sua missione sarebbe stata quella di trasformare i sogni di Oberth in realtà. A tredici anni diede una buona partenza a questo suo progetto mettendosi a studiare con impegno la matematica che gli era indispensabile per capire le equazioni proposte da Oberth nel suo testo. Aveva sedici anni quando divenne membro della Verein für Raumschiffahrt; a diciotto anni, appena ottenuto il diploma della scuola, padroneggiava già cosí bene teoria e pratica della fabbricazione dei razzi da essere posto a capo del laboratorio sperimentale di quella società.

Nel 1932 von Braun non esitò ad accettare l'incarico di progettista di razzi per uso militare che gli venne offerto dall'esercito. Hitler non era ancora al potere e l'esercito era ancora un'organizzazione in cui prevalevano i conservatori. L'interesse era dunque maggiore per i missili automatici che per le navi spaziali con uomini a bordo, ma gli stessi razzi che potevano far volare i missili avrebbero potuto spingere un veicolo interplanetario. Von Braun scoprí di avere molti punti di vista in comune con le persone che, nell'esercito, avevano incarichi relativi ai razzi. Come lui, esse non si occupavano di politica, erano capaci di affrontare insieme difficili problemi tecnici e preferivano non attirare troppo l'attenzione pubblica. Quando Hitler divenne cancelliere, nel 1933, le cose non cambiarono sensibilmente per von Braun. L'esercito si manteneva abbastanza estraneo alla politica e i fondi destinati alle ricerche sui razzi continuavano ad aumentare.

I cambiamenti arrivarono nel 1939, quando la Germania scatenò la guerra: i razzi smisero di essere giocattoli d'alta tecnologia e diventarono vere armi e le SS tentarono di assumere il controllo del programma. Per von Braun il momento di compiere la scelta morale decisiva si ebbe nel 1940, quando l'esercito gli chiese di diventare un ufficiale delle SS. Non voleva aver nulla a che fare con le SS, quindi si rivolse all'ufficiale che era il suo diretto superiore, Walter Dornberger, per chiedere un consiglio. E Dornberger gli disse che le alternative erano soltanto due: o accettava l'incarico delle SS, o doveva smettere di lavorare per l'esercito. La decisione era già stata presa ai livelli più alti del governo. Von Braun non avrebbe mai abbandonato il progetto elaborato per l'esercito cui aveva dedicato otto anni della sua vita, perciò disse di sí alle SS.

Uno dei suoi amici, che partecipava al programma, palesò il suo sgomento quando lo vide apparire con un'uniforme delle SS. E von Braun gli disse con tristezza: «Es geht nicht anders [Non c'è alternativa]». In realtà un'altra via c'era e von Braun avrebbe potuto prenderla: rinunciare ai suoi sogni sulla costruzione dei razzi e arruolarsi volontario per servire il suo paese come soldato o come aviere. Era un esperto pilota e gli piaceva volare: poteva dunque entrare a far parte della Luftwaffe e servire la patria abbattendo i bombardieri della RAF. Ma la sua avversione per le SS non era abbastanza forte da fargli apparire ragionevole questa seconda alternativa.

Al 21 febbraio 1944 risale un episodio che segna un momento di parziale redenzione, nel comportamento di von Braun, quando con fermezza si oppose al demonio cui aveva venduto la sua anima. Inaspettatamente venne convocato per un incontro riservato da Heinrich Himmler, capo delle SS e ormai divenuto l'uomo più potente in Germania dopo Hitler. Si riteneva che in quella fase le V-2 fossero pronte per l'impiego strategico contro l'Inghilterra, ma che fossero intervenuti ritardi per qualche problema d'ordine tecnico. Himmler invitò von Braun a interrompere la sua collaborazione con l'esercito e a trasferirsi direttamente nelle SS, portando con sé l'intero programma relativo ai razzi. Von Braun riferisce i termini del colloquio in una memoria redatta sei anni più tardi.2 Himmler aveva detto: «Perché non vi unite a noi? Sapete che la porta del Führer è sempre aperta per me, o non lo sapete? Sarò in una posizione ben più favorevole per aiutarvi a superare le ultime difficoltà di quanto lo sia quella goffa macchina dell'esercito!».

Von Braun cortesemente rifiutò l'invito. Secondo quanto riferisce in questa memoria, si azzardò a paragonare la V-2 a «un piccolo fiore che ha bisogno della luce del sole, di suolo fertile e di qualche giardiniere che ne abbia cura». E disse a Himmler che «rovesciare un grosso fiotto di letame liquido su quel fiorellino, per farlo crescere più in fretta, avrebbe potuto ucciderlo». Probabilmente la sua ragione per non accettare l'invito veniva più dalla preoccupazione per la salute degli amati razzi che da quella per la salute dei prigionieri di Dora. Comunque ci voleva una discreta dose di coraggio per declinare un invito di Himmler e una dose anche più grande per paragonare l'aiuto offerto dal capo delle SS a una massa di sterco.

«Un mese dopo, ci fu la liquidazione, nello stile di Himmler», ricorda von Braun nella sua memoria. Agenti della Gestapo bussarono alla sua porta in piena notte e lo trasferirono in una cella di prigione a Stettino, sulla costa del Baltico, nell'attuale Polonia. Dopo una settimana in cella, gli fu concessa un'udienza in presenza di tre ufficiali delle SS durante la quale venne formalmente accusato di aver sabotato la produzione dei razzi, di aver espresso osservazioni disfattiste sulla guerra e di aver pianificato di volare in Inghilterra con tutti i progetti delle V-2. Nel frattempo, con l'aiuto di Albert Speer, ministro per gli Armamenti, che era amico personale sia di von Braun sia di Hitler, Dornberger riuscí a ottenere un pezzo di carta, firmato dal quartier generale del Führer, che autorizzava il rilascio provvisorio di von Braun per un periodo di tre mesi. Von Braun rimase in prigione soltanto dieci giorni e non subí violenze fisiche. Questi dieci giorni ebbero per lui un valore enorme quando raggiunse gli USA. Ogni volta che qualcuno gli chiedeva di parlare del suo passato, poteva citare i dieci giorni passati in prigione come prova del fatto che non era stato un nazista. Non ha per altro mai sostenuto di essersi opposto con una resistenza attiva al regime nazista, ma la storia della sua incarcerazione lo ha certamente fatto apparire come una vittima dei nazisti, piuttosto che come un complice dei loro crimini.

La seconda parte del libro di Neufeld descrive la vita di von Braun negli USA, a partire dal 1945. Con una rapidità stupefacente l'uomo si è adattato allo stile di vita di questa nazione. Nel 1946 è diventato, in una rinascita del suo essere cristiano, membro della congregazione di una piccola Chiesa del Nazareno in Texas. Per vari anni ha lavorato con pazienza per l'esercito, mettendo a posto i razzi V-2 inutilizzati, che gli USA avevano importato dalla Germania. L'esercito non poteva offrirgli un impiego più interessante perché non esistevano finanziamenti per ulteriori progetti di razzi e missili. Molto presto von Braun capí che, negli USA, le spese erano controllate dal Congresso e che il Congresso era controllato dall'opinione pubblica. I fondi mancavano perché alla gente non importava nulla dei razzi. Quindi von Braun decise di rivolgersi direttamente alla gente.

Ogni volta che ne aveva l'opportunità, prima in articoli di riviste, poi con discorsi alla radio o alla televisione, predicava il vangelo della missilistica. Non parlava soltanto di razzi senza piloti per la difesa della nazione, ma anche di razzi con equipaggi per l'esplorazione del sistema solare. Gli servirono soltanto sette anni, a partire dal suo arrivo negli Stati Uniti, per diventare famoso in tutto il mondo come principale promotore dei viaggi nello spazio. Nel 1952, la rivista Collier's pubblicò un articolo di grande effetto, con immagini di navi spaziali alate in orbita, e un testo, "Crossing the Last Frontier", firmato da von Braun. L'anno seguente il suo libro The Mars Project, con dettagliate informazioni sui pesi e sui carichi utili dei razzi necessari per inviare in esplorazione uomini su Marte, venne pubblicato in inglese e in tedesco. Mentre cresceva la fama di von Braun, aumentavano anche gli stanziamenti per il programma relativo ai razzi, portato avanti dall'esercito a Huntsville.

Sono stati due i momenti davvero entusiasmanti della vita di von Braun negli USA. Dopo la messa in orbita dello Sputnik da parte dell'Unione Sovietica (4 ottobre 1957) e dopo l'umiliante fallimento del lancio del satellite Vanguard della Marina statunitense (6 dicembre 1957), esploso sulla rampa di lancio, il gruppo diretto da von Braun a Huntsville riuscí, il 31 gennaio 1958, a mettere in orbita con successo l'Explorer 1, primo satellite artificiale degli Stati Uniti. Undici anni dopo, nel 1969, von Braun poté vedere Neil Armstrong e Buzz Aldrin camminare sulla Luna, portati lassù dai suoi razzi, trasformando in realtà i suoi sogni di far uscire il genere umano dall'infanzia. Von Braun è stato un eccezionale organizzatore di grandi progetti, in grado di convincere le prime donne della politica a lavorare insieme in perfetta armonia e che conosceva perfettamente ogni dettaglio delle macchine.

Dopo il 1969, continuò a darsi da fare, ma le sue speranze di riuscire a raggiungere Marte si spensero. Nelle cinque successive missioni Apollo è stata di nuovo raggiunta con successo la Luna. Il fallimento di un'altra, l'Apollo 13, ha avuto connotati epici, perché è stato possibile riportare a terra sani e salvi i membri dell'equipaggio. Dopo questi successi, la gente sembrava però non essere interessata ad andare oltre. Gli stanziamenti sono stati rapidamente ridotti e si è posto fine al programma Apollo. Tutto ciò che von Braun poteva fare per mantenere in vita i progetti relativi alle missioni spaziali con equipaggi era sostenere la realizzazione delle navette spaziali, veicoli riutilizzabili che inizialmente dovevano essere una parte accessoria e di minor conto del Progetto Marte. Si immaginava che lo Shuttle potesse essere poco costoso e sicuro e potesse compiere di continuo rapidi viaggi di andata e ritorno, proprio come una nave-traghetto. Quando, dopo molti ritardi lo Shuttle riuscí a volare, si scoprí che non era poco costoso, né sicuro, né veloce. Von Braun ebbe la fortuna di non vivere abbastanza per vedere il misero fallimento del relativo programma.

Sono tre le importanti questioni sollevate dal libro di Neufeld: una d'ordine storico, le altre due di carattere etico. Il problema storico si presenta come una domanda: la grande impresa di von Braun, cioè l'aver fornito i mezzi per far camminare dodici uomini sulla Luna, è stata ragionevolmente utile? Ha rappresentato davvero un grande passo avanti verso la realizzazione del suo sogno di colonizzare l'universo, o si è trattato soltanto di un vicolo cieco, senza alcuna utile conseguenza? A breve termine, il programma Apollo è stato certamente un vicolo cieco. Come progetto finanziato da denaro pubblico, cioè dalle tasse pagate dai contribuenti, esso è andato in pezzi appena i contribuenti stessi hanno smesso di trovarlo interessante. Quando, nel 1972, si è trasferito dalla NASA alle Fairchild Industries, von Braun era pronto a scommettere che le avventure dell'uomo nello spazio avrebbero trovato più facilmente un sostegno negli investimenti dei privati che negli stanziamenti governativi. Morí di cancro cinque anni dopo questo trasferimento. Oggi, a trent'anni dalla sua morte, assistiamo a una crescita notevole di imprese spaziali sostenute da finanziamenti privati. Se von Braun avesse vissuto vent'anni di più, sarebbe forse riuscito a farci entrare prima in questa era delle imprese spaziali private. E forse ce l'avrebbe fatta anche a salvare lo Space Shuttle, il suo figlioletto rimasto orfano, e a trasformarlo nello strumento economico, sicuro e veloce che voleva diventasse. Su tempi lunghi, in un modo o nell'altro, la gente sognerà di nuovo di colonizzare l'universo e di nuovo costruirà navi spaziali su cui imbarcarsi per viaggiare nei cieli. E quando ciò accadrà, lo si farà calcando le orme di von Braun

Vediamo le due questioni relative alla sfera etica prese in esame dal libro. Si può giustificare von Braun per aver venduto la sua anima a Himmler? Si possono complessivamente giustificare gli USA per aver dato rifugio e onorevoli opportunità di lavoro a von Braun e agli altri membri del gruppo operante a Peenemünde? Alcuni tra i ricercatori erano colpevoli di atti peggiori di quelli imputabili a von Braun. La fama peggiore, in proposito, è quella di Arthur Rudolph, amico intimo di von Braun, che aveva aderito entusiasticamente al nazismo e aveva prestato la sua opera come capo della produzione nello stabilimento sotterraneo della Mittelwerk. Rudolph era stato coinvolto più direttamente di von Braun nello sfruttamento dei prigionieri e nei maltrattamenti da essi subiti. Dopo tali azioni, Rudolph è vissuto per trentanove anni negli Stati Uniti percorrendo una brillante carriera come tecnico progettista di razzi. Nel 1984, sono finalmente emersi alcuni documenti, in precedenza tenuti segreti, che descrivevano le attività svolte da Rudolph in Germania: lo si è allora sottoposto a un procedimento legale con il quale si è contestato il suo diritto a godere della cittadinanza degli USA. Piuttosto che affrontare una battaglia giudiziaria, Rudolph ha rinunciato alla cittadinanza e, con la moglie, è ritornato in Germania. Uno degli investigatori che si sono interessati del caso Rudolph ha detto: «È una fortuna, per noi, che von Braun non sia più vivo». In effetti von Braun era morto, ricco d'anni e d'onori, sette anni prima. Se fosse stato ancora vivo nel 1984, con la fama di cui godeva e il suo intatto prestigio politico, avrebbe potuto testimoniare a favore di Rudolph che probabilmente avrebbe vinto la causa. L'autore del libro di cui ci stiamo occupando condanna von Braun perché ha collaborato con le SS, e condanna gli USA perché hanno nascosto le prove della sua collaborazione. Su questo punto chiedo di poter dissentire dal giudizio dell'autore. La guerra è un'attività intrinsecamente immorale. Anche la più giusta delle guerre comporta crimini e atrocità, e ogni cittadino che prende parte a una guerra collabora fino a un certo punto con individui criminali. Devo qui dichiarare che sono io stesso coinvolto in un tale dibattito. Nel mio lavoro per il Comando dei bombardieri della RAF ho collaborato con coloro che hanno pianificato il bombardamento di Dresda nel febbraio 1945, tristemente famoso disastro in cui molte migliaia di persone morirono bruciate. Se avessimo perso la guerra, i responsabili di questo atto, sarebbero stati condannati per crimini di guerra, mentre a me poteva toccare di essere considerato colpevole per aver collaborato con loro.

Dopo questa dichiarazione circa il mio coinvolgimento personale, lasciate che dia la mia conclusione. Secondo me, l'imperativo morale al termine di ogni guerra è la riconciliazione. Senza la riconciliazione non ci può essere una vera pace. E riconciliazione significa amnistia. È ammissibile giustiziare i peggiori criminali di guerra, con o senza un regolare processo, purché tutto si faccia presto, mentre le passioni scatenate dalla guerra sono ancora accese. Concluse le esecuzioni, non si dovrebbero più avere cacce ai criminali e ai collaborazionisti. Per ottenere una pace duratura, dobbiamo imparare a vivere con i nostri nemici e a dimenticare i loro delitti. L'amnistia comporta che si sia davvero tutti uguali davanti alla legge. L'amnistia non è facile da realizzare e non è simpatica, ma costituisce una necessità morale, perché l'alternativa sarebbe un ciclo interminabile di rancori e vendette. Il Sudafrica ci ha fornito un buon esempio, indicandoci come si può procedere in questo senso.

Per concludere dirò che ammiro von Braun perché ha usato le sue capacità innate allo scopo di dar concretezza alle sue visioni, anche se ciò l'ha obbligato a firmare un patto con il diavolo. È riuscito a piegare Hitler e Himmler ai suoi fini più di quanto essi siamo riusciti a piegarlo ai loro. E ammiro l'esercito degli Stati Uniti perché gli ha fornito una seconda opportunità per star dietro ai suoi sogni. Alla fin fine, per salvargli l'anima dopo il diabolico patto e per dar compimento al suo destino, l'amnistia concessagli dagli USA è stata ben più utile di quanto sarebbe stata una rigorosa valutazione dei suoi errori.

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1 . J. Michel, Dora: nell'inferno del campo di concentramento dove gli scienziati preparavano la conquista dello spazio, Milano, Rusconi, 1976 (ed. orig. 1975).

2 . La versione originale di questa memoria del 1950 non è mai stata pubblicata e oggi si trova tra le carte di von Braun a Huntsville. È stata invece pubblicata una versione riveduta, con il titolo "Reminiscences of German Rocketry", Journal of the British Interplanetary Society, vol. 15 (1956), pp. 125-45. Dal punto di vista storico, questi ricordi non sembrano essere attendibili, scritti come sono per un pubblico statunitense o inglese molto tempo dopo i fatti. Non esistono altri documenti indipendenti che diano un resoconto del colloquio con Himmler.


FREEMAN DYSON è professore emerito di Fisica presso l'Università di Princeton. Tra le sue opere uscite in traduzione italiana ricordiamo: Turbare l'universo (Bollati Boringhieri, 1981); Infinito in ogni direzione (Rizzoli, 1989); Da Eros a Gaia (Rizzoli, 1993); Mondi possibili (McGraw-Hill, 1998); Il Sole, il genoma e Internet (Bollati Boringhieri, 2000); e Il piacere di scoprire (Adelphi, 2002).

 
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