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Democrazie globalizzate
GIANFRANCO PASQUINO
CHARLES TILLY, Democracy, Cambridge, Cambridge University
Press, pp. 246, £35,00 (£12,99 brossura)
GIOVANNI SARTORI, Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, pp.
388, €19,00
OTFRIED HÖFFE, La democrazia nell'era della globalizzazione,
trad. di Furio Ferraresi e Carlo Sandrelli, Bologna, Il Mulino, pp. 364, €32,00
I tre fenomeni più importanti degli ultimi vent'anni a livello mondiale sono, a
mio parere, l'espansione della democrazia, la globalizzazione e il fondamentalismo. Si
tratta di fenomeni variamente intrecciati sui quali è oramai disponibile un'ampia
messe di studi. Volendo sintetizzare i rapporti che intercorrono fra di loro, potremmo sottolineare
come l'espansione della democrazia sia favorita, ma anche sfidata, dalla globalizzazione,
e trovi il nemico più agguerrito nel fondamentalismo, in special modo quello di stampo islamico.1
Al tempo stesso, il fondamentalismo trova terreno fertile nella globalizzazione, e persino nelle
resistenze a quella globalizzazione che, in quanto portatrice di modernizzazione e secolarizzazione,
è spesso associata con l'Occidente e con gli USA. Dal canto loro, i rapporti fra democrazia
e globalizzazione sono visti da alcuni autori in chiave pessimistica come se la democrazia, intesa
quale potere dei cittadini nei loro rispettivi singoli sistemi politici, fosse destinata a essere
indebolita, o addirittura travolta, dalla globalizzazione.
Non esistono tuttavia casi di regimi democratici che siano caduti in seguito a fenomeni riconducibili
alla globalizzazione. Semmai, ed è questa un'acquisizione duratura degli studi sulle
democrazie, il crollo di tali regimi dipende sostanzialmente da fenomeni interni, da implosioni
collegate alla dinamica dei conflitti fra componenti delle élite. Forse, in alcuni casi,
come rileva Charles Tilly nella sua fin troppo complessa teorizzazione in Democracy,
il problema non è dato dal crollo delle democrazie, ma dai processi di «sdemocratizzazione»,2
vale a dire, di riduzione cospicua di alcune delle componenti essenziali di un regime democratico.
In questa prospettiva, il punto di partenza di qualsiasi discussione fruttuosa sulle democrazie
contemporanee è rappresentato dal raggiungimento di un accordo di massima su quelli che
sono o dovrebbero essere gli elementi determinanti di un regime democratico.
I migliori fra gli studiosi non mostrano significative differenze al riguardo. In linea di
massima, la più recente definizione, quella di Tilly «Un regime è democratico
nella misura in cui le relazioni politiche fra lo stato e i suoi cittadini configurano consultazioni
ampie, egualitarie, protette e reciprocamente vincolanti» contiene tutti gli elementi
indispensabili, anche se, a ben guardare, sono tutti da precisare. A esempio, è evidente
che l'espressione «consultazioni» deve riferirsi anche alle elezioni, mentre
meno evidente è che cosa significhi «protette». Tilly dovrebbe chiarire che
la protezione riguarda la non interferenza dei poteri dello stato. Con tutta probabilità,
«reciprocamente vincolanti» suggerisce che i cittadini non hanno soltanto diritti,
ma anche doveri, pur potendo avanzare rivendicazioni nei confronti dello stato. Tuttavia, rimane
aperto il problema del potere politico a effettiva disposizione dei cittadini.
La definizione di Tilly avrebbe molte probabilità di diventare operativa se non fosse
che l'autore decide di fondare tutta la sua analisi successiva su tre processi che servono
sia per la democratizzazione che per la sdemocratizzazione. Più precisamente, Tilly asserisce
che «i processi fondamentali che promuovono la democratizzazione in tutti i tempi e in tutti
i luoghi … consistono nell'aumentare l'integrazione delle reti di fiducia
nella politica pubblica, nell'aumentare la separatezza della politica pubblica dalla
disuguaglianza fra categorie e nel diminuire l'autonomia dei maggiori centri di potere
dalla politica pubblica». Ovviamente, la «politica pubblica» è quella
attuata dalle autorità che hanno acquisito il potere secondo regole elettorali e istituzionali
formulate in accordo con tutti, o quasi, coloro che ne sono soggetti. Evitare che le disuguaglianze
o i dislivelli di potere acquisito in altre sfere, ma massimamente in quella economica, influenzino,
se non addirittura dominino, la politica pubblica è il principio costitutivo del liberalismo;
sta a fondamento dell'individuazione e della critica del conflitto di interessi; apre un
discorso di straordinaria importanza sui rapporti fra politica ed economia, ma anche su quale
sistema economico sia maggiormente compatibile con un regime democratico.
Mi limiterò a sottolineare che per decenni si è sostenuto che il capitalismo è
incompatibile con la democrazia (a maggior ragione, lo dovrebbe essere il capitalismo globalizzato
che, quasi per definizione, riesce a violare qualsiasi regola e a eludere qualsiasi controllo);
d'altra parte, empiricamente, come fa notare Giovanni Sartori in Democrazia. Cosa
è, due fatti appaiono innegabili: 1) tutte le democrazie si sono sviluppate in situazioni
in cui il sistema economico era di tipo capitalistico; 2) dal canto suo, il capitalismo sembra saper
prosperare anche in sistemi politici non democratici, rivelandosi molto flessibile e adattabile.
Dovremmo semmai piuttosto chiederci e dei tre autori recensiti lo fa esclusivamente Sartori
se l'elemento caratterizzante, necessario e, al limite, addirittura sufficiente,
affinché esista un regime effettivamente democratico, non debba essere individuato nella
competizione. Non è tanto a un indifferenziato capitalismo che dovremmo dunque guardare,
quanto alle economie di mercato in cui, per l'appunto, le regole che sovrintendono al mercato
impongono, garantiscono e mantengono la competizione. Situazioni politiche nelle quali emerga
un capitalismo monopolistico non sono suscettibili di nessuna transizione alla democrazia e
situazioni già di per sé flebilmente democratiche sono destinate a inaridirsi rapidamente.
La tematica dei rapporti politica/economia, democrazia/mercato non può, però,
essere lasciata cadere senza approfondimenti. Infatti, da un lato, negli ultimi cinquant'anni
non poche teorizzazioni sono arrivate a una conclusione che sembra abbastanza solida: i regimi
democratici fanno la loro comparsa in situazioni nelle quali si sono affermati alcuni requisiti
socioeconomici, soprattutto in termini di industrializzazione e di livello di reddito, ma anche
di grado di istruzione. A riprova, credo opportuno sottolineare che l'impetuoso sviluppo
socioeconomico delle "tigri asiatiche" (Taiwan e Sud Corea, in special modo, ma anche
Hong Kong, mentre si sentono scricchiolii nel ricco e istruito regime autoritario di Singapore)
ha spinto verso la democratizzazione. Non bisogna tuttavia trarne l'affrettata conclusione
che il rapporto fra sviluppo socioeconomico e affermazione della democrazia sia diretto e unilineare.
Quella che conta è la variabile interveniente, vale a dire la pluralità di gruppi
creati dallo sviluppo socioeconomico, la loro probabile autonomia dal potere politico e la loro
convinzione di avere sufficienti risorse, informazioni e conoscenze per svolgere efficacemente
anche un ruolo politico, ovvero per ridimensionare l'interferenza dello stato/potere
politico nella vita sociale, economica, culturale.
Di contro, troviamo una posizione molto diversa e piuttosto pessimista che vede negli "istinti
animali" (per parafrasare John Maynard Keynes a proposito del capitalismo) della globalizzazione
la condizione che crea la più agguerrita delle aggressioni ai regimi democratici. È
un'aggressione che potrebbe rivelarsi letale e riconsegnare il potere politico, più
che agli imprenditori e agli industriali, protagonisti del capitalismo concorrenziale, ai finanzieri,
ai banchieri, agli speculatori. Tuttavia, non saranno le democrazie consolidate, anche se di
piccole dimensioni, a soccombere di fronte all'aggressione della globalizzazione. Saranno
quelle democrazie che funzionano poco e male e che quindi, a causa della debolezza e della limitata
legittimazione delle loro istituzioni, non riescono a controllare i processi socioeconomici
che le riguardano.
Neppure Otfried Höffe, nel suo La democrazia nell'era della globalizzazione,
è disposto ad accettare una visione della globalizzazione come fenomeno esclusivamente
negativo. Ne critica sia il riduzionismo economico somma del marxismo ortodosso e di un
liberalismo ugualmente ortodosso, che, a mio avviso, sarebbe meglio definire "liberismo
primitivo" sia la dimenticanza degli elementi di cooperazione, ma anche della tragica
possibilità che la globalizzazione si esprima come comunità di violenza. La sua
lunga e approfondita analisi dell'espansione (globale) dei diritti mi sembra tuttavia
esposta a due tipi di critiche: da un lato, è fortemente prescrittiva, vale a dire, sottolinea
che "deve essere" cosí, senza preoccuparsi delle condizioni di fattibilità;
dall'altro, non fa posto alla possibilità che, nel corso del processo, vi siano distorsioni,
battute d'arresto, rovesci. Il punto di forza dell'analisi di Höffe sta nel chiamare
a raccolta i maggiori esponenti del pensiero politico occidentale affinché indichino la
strada della democrazia nella selva della globalizzazione e segnalino come percorrerla nella
maniera più soddisfacente e gratificante. L'obiettivo appare condivisibile, almeno
per coloro che accettano i princípi "repubblicani": «La globalizzazione
nelle sue diverse forme crea o accentua un bisogno di azione che, per soddisfare le esigenze del
diritto, della giustizia e della democrazia, necessita di un ordine di fondo che sostituisca la
forza con il diritto, vincoli il diritto a princípi di giustizia e affidi il diritto giusto
a una repubblica mondiale sussidiaria e federale». Il percorso attraverso il quale raggiungere
tale obiettivo suscita alcuni dubbi, che soltanto appropriate e approfondite riflessioni sociologiche
e politologiche possono tentare di sciogliere con qualche speranza di successo.
Il quadro delineato dal sociologo della Columbia University, Charles Tilly, non è, lessico
a parte, differente da quello che costituisce il fondamento dell'analisi del politologo
Giovanni Sartori. Coincidenza vuole che la seconda edizione riveduta e ampliata del libro di Sartori,
Democrazia. Cosa è, veda la luce esattamente cinquant'anni dopo la pubblicazione
di Democrazia e definizioni e vent'anni dopo The Theory of Democracy Revisited.3
Naturalmente, Sartori non si limita affatto a una, pur indispensabile, opera di pulizia concettuale,
nutrita di solide conoscenze del pensiero politico e di logica, ma, allora come oggi, ha di mira
la critica serrata e durissima delle conseguenze negative che derivano dall'uso di terminologie
inadeguate, prive di ragionevoli fondamenti nella storia della democrazia e nella teorizzazione
degli studiosi. Soprattutto, Sartori mette in rilievo la compresenza nel termine democrazia
di due elementi: l'uno descrittivo (per l'appunto: che cosa è concretamente
"democrazia"); l'altro prescrittivo (ovvero quale promessa contiene). Tuttavia,
da questa ineliminabile, e persino feconda, discrepanza non segue affatto che il concetto di "democrazia"
possa essere stiracchiato senza criterio né che possa essere esteso fino a ricomprendervi
fenomeni che non attengono alla sfera politica e delle istituzioni.
Giustamente, Sartori si erge a guardiano di quella che è la concezione classica della
democrazia competitiva a fronte di coloro che, spesso, confondono temi e problemi e si avventurano
in proposte di soluzioni che, non fondate su una buona teoria, sono garanzia di disastri. E, contrariamente
a troppi autori che non meritano neppure di essere menzionati, non vede alcun arricchimento della
democrazia rappresentativa in aggiunte puramente terminologiche quali "partecipativa"
o "deliberativa". Infatti, che democrazia sarebbe quella rappresentativa che non
si sostenesse anche sulla partecipazione dei cittadini e che non si esprimesse attraverso un dialogo
che conduce alla deliberazione? Il "novitismo", non soltanto non contribuisce al
miglioramento delle teorizzazioni, ma ne è nemico, perché non riesce a costruire su
quello che già sappiamo o che avremmo dovuto imparare da tempo.
Fra gli insegnamenti già disponibili ve ne è uno di particolare rilevanza che
riguarda una problematica messa seriamente alla prova: l'esportabilità della
democrazia. Proprio la rilevanza politica dell'argomento, unita alla scarsa o nulla memoria
storica e istituzionale, ha consentito l'affermarsi di due posizioni egualmente errate:
quella di coloro che negano qualsiasi possibilità di esportazione della democrazia e
quella di coloro che cercano di esportarla con le armi. In punto di analisi scientifica, la risposta
corretta necessita di essere impostata con riferimento a due modalità: 1) esplorare se,
in effetti, esistano empiricamente casi nei quali la democrazia sia concretamente stata esportata;
2) formulare teoricamente le condizioni che consentirebbero un'esportazione coronabile
da successo, ovviamente tenendo in massimo conto tutte le condizioni rilevanti esistenti nel
paese che dovrebbe accogliere questa "esportazione". Dimentichi di quanto è
stato fatto sia nella Germania del dopoguerra, nella quale peraltro, seppure tormentatissima,
era esistita una fase democratica, sia in Giappone, nel quale non potevano riscontrarsi neppure
gli abbozzi di una democrazia, pochi studiosi si sono misurati con il compito difficile, ma sicuramente
gratificante, di una ricerca approfondita in materia.
Dei libri in discussione, forse quello di Tilly poteva, in realtà, dare molto di più.
Esportare la democrazia ovviamente non sulla punta delle baionette né con i carri
armati non può non essere un obiettivo condivisibile, in special modo se la democrazia
che viene recepita crea condizioni di libertà, sicurezza e prosperità fino ad
allora assenti. Purtroppo, il tema dell'esportabilità della democrazia si è
caricato di valenze assolutamente non scientifiche. Da un lato, perché la guerra in Iraq
è stata variamente giustificata dai neo-con americani proprio con riferimento a quell'obiettivo,
propagandandolo come altamente probabile. Dall'altro, e all'opposto, vi sono molti
che, quando non le difendono esplicitamente, accettano pratiche non democratiche (e che non condurranno
mai alla democrazia) soltanto perché le considerano caratteristiche di un determinato
popolo, di un determinato stato, di una determinata religione.
Questa seconda posizione, intrisa di malposto relativismo e, forse, anche di inconscio razzismo,
nasconde il pregiudizio secondo il quale alcuni popoli non saranno mai maturi, come siamo noi,
per la democrazia. Si tratta di un atteggiamento piuttosto diffuso, che trova anche una dubbia
giustificazione nelle teorie del comunitarismo. Ma la democrazia, come, seppure indirettamente,
nota Tilly, si afferma anche in quanto elimina le organizzazioni separate e aumenta il tasso trasversale
di fiducia; e, come dichiara senza incertezze Sartori, è «in primo luogo, demoprotezione,
la protezione del popolo dalla tirannide; e, secondo, demopotere, l'attribuzione
al popolo di quote, e anche quote crescenti, di effettivo esercizio del potere». Tutto questo
è, naturalmente, esportabile, anche se necessita di qualche fondamento interno ai rispettivi
sistemi politici per mettere radici e consolidarsi.
Nell'epoca della globalizzazione, il radicamento e il consolidamento della democrazia
sono più o meno difficili? E su quali leve possono fare affidamento? Tutto il discorso filosofico,
qualche volta persino troppo filosofico (nel senso che non ricerca conferme nella realtà),
di Otfried Höffe mira a individuare le leve dell'espansione democratica e della sua
affermazione globale. La chiave è trovata e argomentata nella definizione dei diritti e
nella coltivazione delle virtù civiche che si fanno cosmopolitiche. Ed è a questo punto
che l'analisi di Tilly potrebbe aiutare a mettere ordine nell'insieme di processi
complessi che conducono alla democratizzazione e al suo "riavvolgimento" su se stessa
(sdemocratizzazione). Per quanto l'autore faccia ricorso a una pluralità di esempi
(dalla Francia al Sudafrica, dalla Spagna alla Russia, dalla Svizzera al Venezuela, e l'elenco
non è esaustivo), riesce difficile giungere a conclusioni precise e sicure. In verità,
ciascuno degli esempi di Tilly appare molto suggestivo e meritevole di essere ulteriormente approfondito,
anche se talora solo parzialmente corretto e riorientato.
Nell'insieme, però, Tilly non si interroga a sufficienza sulla dimensione internazionale
della democratizzazione, che si tratti di esportabilità oppure di imitabilità,
processi certamente e provatamente all'opera nel caso della Spagna postfranchista. La
sua conclusione, poi, va a scontrarsi con tutta l'argomentazione di Höffe. Tilly sostiene
che per diffondere i benefici della democrazia in paesi non democratici non dovremmo sprecare
il nostro tempo «predicando le virtù democratiche, progettando costituzioni, formando
organizzazioni non-governative e individuando sacche di sentimenti democratici in regimi non
democratici». Dovremmo, invece, «dedicare una grande quantità di sforzi
a promuovere l'integrazione di reti di fiducia nella politica pubblica, ad aiutare la politica
pubblica a trovare scudi contro le disuguaglianze di categoria e a lavorare contro l'autonomia
dei centri di potere coercitivo». Questo lavorio, come nei casi del Sudafrica e della Spagna,
è suscettibile proprio di essere influenzato dall'esterno.
A parziale correttivo delle sue affermazioni critiche, a Tilly viene subito il dubbio che le
virtù democratiche, le costituzioni e le organizzazioni non governative possano concretamente
servire, visto che il suo approccio volontaristico risulta in effetti alquanto complesso e difficile
da maneggiare. Senza una buona ingegneria istituzionale, non sarà possibile disegnare
percorsi affidabili per sistemi politici nei quali si aprano spazi e opportunità di democratizzazione,
e neppure condurre la globalizzazione stessa a un esito democratico. La mia conclusione è
in linea con il pensiero di Sartori. Per costruire e migliorare le democrazie reali dobbiamo tenere
alti gli standard che vengono dalla democrazia come ideale, ma bisogna conoscere e sapere applicare
in maniera competente le tecniche dell'ingegneria costituzionale. Democrazie costruite
con cognizione di causa funzionano meglio e il loro soddisfacente rendimento contribuisce a rafforzarne
la legittimità e il consenso agli occhi dei cittadini, rendendole spesso anche oggetto
di possibile positiva imitazione.
1 . Ho trattato questo fenomeno nelle sue varie componenti, in special modo, di attacco all'autonomia
della politica, in "Il problema delle religioni forti", la Rivista dei Libri,
XVI, n. 10 (ottobre 2006), pp. 7-9.
2 . La traduzione di «de-democratization» non è facile. "Sdemocratizzazione"
mira a suggerire l'esistenza di processi che, invece di svilupparsi, si "riavvolgono"
su di sé, tornano indietro e si ingarbugliano, ma che non sono né inevitabili né,
a loro volta, irresistibili e definitivi.
3 . Pubblicato nel 1957 (Bologna, Il Mulino), più volte ristampato, tradotto in inglese
dall'autore agli inizi degli anni Sessanta, Democrazia e definizioni è stato
un libro di notevole influenza culturale, quasi il manifesto di una rigorosa visione della democrazia
liberal-costituzionale. Quanto a The Theory of Democracy Revisited (Chatham, N.J.,
Chatham House Publishers, 1987, 2 voll.), è un peccato che non abbia trovato adeguata collocazione
nella pur ampia bibliografia del libro di Tilly.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi volumi più
recenti sono Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2004, 2 a
ed.); Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2007) e con Riccardo Pelizzo, Parlamenti
democratici (Il Mulino, 2006). Ha inoltre curato Strumenti della democrazia (Il Mulino,
2007). |