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Prestigiatori del Partito democratico
GIANFRANCO PASQUINO

ANDREA ROMANO, Compagni di scuola. Ascesa e declino dei postcomunisti, Milano, Mondadori, pp. 167, €16,50

Manifesto per il Partito democratico www.ulivisti.it

Come nascono e come muoiono i partiti non sembra essere, neppure nell'ordine inverso, una questione di interesse per i prestigiatori del Partito democratico prossimo venturo. Vale a dire che nessuno degli avventurosi fautori di quel partito ha mai neppure tentato di spiegare i processi che condurranno gli italiani ad avere un Partito democratico e a dimenticarsi sia della Margherita – in effetti, mai riuscita a diventare un partito, ma appena una collezione di gruppi, piccoli, anche solidi e in qualche luogo radicati –sia dei Democratici di Sinistra, un partito a insediamento e diffusione molto variabili. Naturalmente, la risposta più facile, se i Democratici si curassero di darla, è che non stiamo assistendo né a nascite né a decessi, ma soltanto a trasformazioni. Ovvero, saremmo di fronte, se si leggono il Manifesto per il Partito democratico e, si parva licet (confesso, però, di non sapere quale dei due sia il "piccolo"), il testo della Mozione n. 1 del segretario dei Democratici di Sinistra, a un inveramento. Cito dal Manifesto che afferma che il «progetto è stato coltivato all'ombra di un sentimento che ci accomuna e di un simbolo che ci rappresenta: l'Ulivo, il simbolo del nostro radicamento»; e, con immeritata iperbole, in chiusura: «con la trasformazione dell'Ulivo in un partito ... creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea». Agli occhi degli estensori del Manifesto, poco sembra contare, con un minimo di rispetto della verità storica, che l'Ulivo sia stato una coalizione politica molto più ampia che non la semplice aggregazione dei due partiti che vanno a un incontro che segnerà «la politica europea»! Peraltro, non si capirebbe perché cercare di fare un partito nuovo, se i vecchi, come sembra sostenere il segretario DS, Piero Fassino, che vanta una sequela di vittorie elettorali, mentre il suo partito rimane inchiodato al 17,5 per cento, sono tanto orgogliosi dei loro successi.

Da quello che conosco della storia e della letteratura internazionale sui partiti, in special modo in Europa, di partiti nuovi nella seconda metà del XX secolo, se si eccettuano i Verdi, il Partito gollista e Forza Italia, non ne sono praticamente nati. Comunque, un partito nasce sulla base di una qualche frattura sociale oppure grazie a un "imprenditore politico" (l'espressione è attribuibile sia a Max Weber che a Joseph Schumpeter, che se ne intendevano). Non vedo né l'una, la frattura, né, per quel che riguarda più specificamente il Partito democratico, l'altro, l'imprenditore. È curioso che Romano Prodi, che ha avuto per due volte l'occasione di dedicarsi al compito in prima persona, dopo la clamorosa caduta del suo primo governo, ottobre 1998, e dopo le primarie dell'ottobre 2005, vi abbia sempre rinunciato. Adesso, invece, la locomotiva sembra essersi messa in moto e non potersi fermare più. Ma è partita in modo alquanto strano.

Infatti, non sono a conoscenza di nessuna situazione nella quale sia stata appaltata a un gruppo di persone, dalle variegate, ma sicuramente non eccezionali, qualità, la stesura di un Manifesto dei Valori per un partito che ancora non c'è e che potrebbe anche non materializzarsi mai. Questa è, però, la situazione del Manifesto per il Partito democratico (disponibile su vari siti, ma, per quel che ne so, non ancora pubblicato su carta). Apparentemente e sbrigativamente, due gruppi dirigenti, quello della Margherita e quello dei Democratici di Sinistra – in verità, per quel che riguarda i DS, sicuramente non nella loro interezza – hanno dato mandato a dodici persone di scrivere il manifesto del futuro eventuale partito. Gli estensori dovevano essere in realtà tredici, ma il socialista Giorgio Ruffolo si è chiamato fuori dopo la prima riunione. L'interpretazione prevalente è che non abbia voluto sottoscrivere un'operazione il cui esito era già predefinito, almeno in negativo: nessun input di qualsivoglia elemento di socialismo. Incidentalmente, sembra che nell'ottobre 2006, a Orvieto, oltre al Manifesto del partito che non c'è, i gruppi dirigenti dei DS e della Margherita abbiano anche dato mandato per la preparazione di una rivista e per il lancio di una università: Ulibo (da qualche tempo già funzionante).

 

Per quale ragione dovremmo occuparci di quel Manifesto in una rivista che si dedica alla discussione di libri? La ragione non sta soltanto nel fatto che qualsiasi manifesto è un genere letterario che può meritare di essere analizzato in quanto tale, ma perché, in collegamento con il libro di Andrea Romano sui postcomunisti, getta luce sulla dinamica politica italiana. Romano affronta con grande incisività e inside knowledge la dinamica del gruppo dirigente dei DS dal 1989 a oggi, attraverso le azioni e le dichiarazioni dei tre leader più importanti, in rigoroso ordine alfabetico: Massimo D'Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni. Poiché tutti e tre hanno firmato la Mozione 1, ovvero la mozione del segretario Fassino che perora e appoggia fino in fondo, come è stato detto "senza se e senza ma" e, aggiungo io, "senza perché", la causa del Partito democratico, appare utile interrogarsi, guidati dal loro passato cosí intelligentemente e causticamente ricostruito da Romano, sulle motivazioni dei tre diessini in riferimento al Manifesto.

Incidentalmente, sarebbe di straordinario interesse disporre di un testo non dissimile su almeno alcune delle personalità della Margherita che ne ricostruisca percorso, motivazioni, carriera. Molti hanno scritto sui democristiani, con intento spesso elogiativo e nostalgico. Nessuno sembra abbia voglia di confrontarsi con le carriere politiche di Francesco Rutelli, Arturo Parisi e, in definitiva, anche Romano Prodi, che sono sicuramente fra i protagonisti a vario e non marginale titolo del Partito democratico.

Poiché l'adesione al Manifesto è condizione dirimente per l'adesione al Partito democratico e poiché il Manifesto è inemendabile, la sua importanza appare enorme. Di nuovo, non sono a conoscenza di dibattiti precongressuali sui quali aleggi un documento scritto da fuori, che non debba essere messo in discussione e non possa neppure essere emendato. Né riesco a immaginare una situazione simile neppure, a esempio, per il referente che molti considerano quello naturale dei Democratici italiani: il Partito democratico USA. Il paragone potrebbe, con non piccolo stiracchiamento, effettuarsi con la Convenzione che sceglie – ma, oramai, dopo la capillare diffusione delle primarie, dovremmo dire incorona – il candidato (magari, la prossima volta, la candidata) alla presidenza. Negli USA, quando viene approvato un manifesto che costituirà la piattaforma del candidato vincente, i casi sono due. Primo: lo ha scritto il candidato, ovvero il suo staff, che è spesso di notevole qualità. Secondo: è il frutto di una elaborazione collettiva di consulenti e intellettuali che rappresentano, si direbbe in Italia, le varie sensibilità del partito, comprese le idee di alcuni dei candidati sconfitti. Il Manifesto dei Democratici USA non viene da fuori, ma da dentro il partito; parte dalle sue viscere e mira ad arrivare alla testa e al cuore degli attivisti e degli elettori.

Gli estensori del Manifesto del Partito democratico hanno deciso di cominciare con una frase che, tecnicamente, è in effetti un'americanata, ovvero un'espressione che fa parte del gergo politico americano classico: «Noi, i Democratici, amiamo l'Italia». Naturalmente, non tutti i cittadini italiani sono tenuti a ricordare gli incipit dei messaggi politici ed elettorali utilizzati nel nostro paese. Tuttavia, per chi si interessa di politica, è assolutamente imperdonabile non ricordare almeno alcune delle frasi a effetto che hanno segnato un cambio di passo, se non addirittura un'epoca. E, allora, come non lasciarsi riportare alla mente un più giovane, distinto, elegante, serio, ma sereno, Silvio Berlusconi che, nella videocassetta inviata a molte televisioni nel gennaio 1994, annunciava la sua discesa in campo con le parole, semplici e incisive: «L'Italia è il paese che amo»? E, poi, lasciando da parte questa conturbante assonanza ed entrando sulla tematica più politica e valoriale, non sarebbe stato preferibile lanciare il messaggio proprio su un valore da perseguire, per esempio: "Noi, i Democratici, vogliamo un'Italia migliore", invece che su un'emozione, e dedicare tutta la riflessione successiva a spiegare perché e come l'Italia diventerà migliore? Comunque, davvero, soltanto i Democratici amano l'Italia?

 

Per il resto, senza procedere a nessuna analisi testuale, punto per punto, di un documento di 35 mila battute circa, mi eserciterò soltanto, con puntiglio, nella ricerca di quello che non c'è. Infatti, sostanzialmente, il documento dice che i Democratici sono buoni («ci riconosciamo nei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona che ispirano la Costituzione repubblicana» – dunque, niente di nuovo) e garantisce che si comporteranno in maniera commendevole, impegnandosi a fare vivere quei valori «in Europa e nel mondo». Segue, senza fantasia, senza scatto, senza nessuna declinazione originale, il classico elenco che va dalle opportunità ai meriti, dalle capacità alla creatività, dalla concorrenza al mercato. Spesso, non si tratta affatto di valori, ma di qualche indicazione di politica spicciola e vaga, a esempio, sul locus classicus della riforma dello stato sociale e sul locus novus dell'immigrazione. La chiusa è riservata, da un lato, alla politica, che, chi poteva dubitarne, «è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro paese», dall'altro, alla strategia: «abbattiamo definitivamente i muri ideologici del Novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e settori della società italiana, tra i generi e le generazioni».

In verità, nella strategia si colloca anche una rivendicazione generazionale dal momento che il Manifesto batte più volte sul tasto del rinnovamento, a partire proprio dalla prima pagina dove asserisce che «i giovani si scontrano con rendite e privilegi nelle imprese e nelle professioni, nella scuola, nell'università e nella ricerca, nella politica e nella pubblica amministrazione», e poco oltre, stigmatizzando la gerontocrazia (il presidente dei saggi che hanno scritto il Manifesto è l'ottantenne storico cattolico, Pietro Scoppola, già senatore democristiano per una legislatura) e il nepotismo che «ritardano l'assunzione di responsabilità da parte dei giovani, mortificano e sprecano i migliori talenti del nostro paese». In attesa di vedere quanti dei giovani estensori otterranno cariche politiche nel prossimo futuro, mi limiterò a una citazione da Max Weber che di professionismo politico se ne intendeva: «Non l'età conta; bensí lo sguardo addestrato a scrutare senza pregiudizi nelle realtà della vita, la capacità di sopportarle e l'intima maturità di fronte ad esse».1

Nel periodo fra il 1989 e il 1994, l'ultima generazione del gruppo dirigente comunista fu costretta a un passaggio di estrema delicatezza: fuoriuscire dalle macerie del comunismo e andare oltre, saltando a piè pari le esperienze socialdemocratiche, che non aveva mai smesso di considerare inadeguate, poi in crisi, infine addirittura superate. La scelta del nome del partito postcomunista, ovvero Partito democratico di Sinistra, era assolutamente indicativa di una opinione non soltanto diffusa nel corpo del partito, ma assolutamente maggioritaria. Quel gruppo dirigente di quarantenni in carriera da più di vent'anni sfrutta il ruolo svolto da Achille Occhetto che li traghetta e, appena può, cioè prestissimo, si sbarazza di lui spingendolo fuori dal partito stesso. Certamente, Occhetto era tutt'altro che privo di responsabilità politiche e gestionali: un partito è anche un'organizzazione complessa fatta di compiti, di ruoli, di funzioni, di processi di selezione e di aspettative di carriera. Romano gli riconosce maliziosamente una «carica di geniale e vitalistica irresponsabilità di cui si era nutrita la sua intera vita politica» e gli attribuisce anche una notevole dose di «gioiosa imperizia», quando si lanciò nella trasformazione dal PCI al PDS. Tuttavia, non mi pare fuori luogo sostenere, quanto alla sua rapidissima emarginazione, che «il modo [brutale e, in sostanza, nient'affatto democratico] ancor m'offende». Quel ripudio fu, però, secondo Andrea Romano, soltanto il segnale di una mutazione, non dirò "genetica", ma generazionale e, specialmente, del modo di fare politica. Forse, per usare una terminologia occhettiana, fu una "rivoluzione copernicana".

Fino al 1989 quello che faceva bene al PCI faceva bene alla carriera dei comunisti. Dopo il 1989, se la carriera dei postcomunisti avesse potuto fare bene al PDS, tanto meglio; se no, pazienza. Certamente, i giovani D'Alema, Fassino e Veltroni sapevano che cosa volevano e hanno combattuto contro la gerontocrazia del loro partito approfittando di una modica dose di nepotismo. L'analisi di Romano va diritta alla rivelazione e alla critica spietata dei tre personaggi più importanti dei Democratici di Sinistra nell'ultimo quindicennio. Credo che l'aggettivo corretto per definire la critica debba essere "devastante". Tutti e tre, D'Alema, Fassino e Veltroni, in tempi diversi, si inventano, come strumento di propria legittimazione personale, una loro interpretazione di Berlinguer che, naturalmente, verrebbe abbastanza a puntino anche per legittimare la costruzione del Partito democratico: il compromesso storico che si avvera. Naturalmente, ciascuno dei tre ha cercato una sua strada, di sopravvivenza politica e di ascesa personale. Il meno ambizioso e, secondo Romano, il meno originale è Piero Fassino, caratterizzato «da una propensione naturale al lavoro operoso», che «si adatta con serenità a vivere più modestamente», che «cerca di salvare il salvabile». Probabilmente, nella fase attuale, la decisione di Fassino di procedere rapidamente alla costruzione del Partito democratico è ispirata esclusivamente all'obiettivo di «salvare il salvabile».

 

Molto diverse, e sicuramente molto più ambiziose, sono le motivazioni di Massimo D'Alema e di Walter Veltroni. «Il dalemismo», scrive Romano, «nasce come ideologia della ricostruzione. Del partito, del paese, della leadership della nazione», fino all'affermazione dell'obiettivo di fare dell'Italia «un paese normale». «Perciò il dalemismo liberale si presenta con le caratteristiche di un'impresa giacobina, che annuncia al proprio popolo la presa del potere e al paese la normalità della rivoluzione», senza però mai «affrontare alla luce del sole i nodi ideologici e culturali all'origine del postcomunismo italiano per mutarli in quelli di un moderno riformismo di stampo europeo». Sicuramente, la conversione di D'Alema al Partito democratico è un fatto recente, forse soltanto dettato dalla «logica delle circostanze», che, secondo Romano, è il fondamentale principio ispiratore della politica di D'Alema. Dieci anni fa la posizione di D'Alema era infatti totalmente diversa e merita, come fa Romano, di essere citata per esteso: «Bisogna muovere appunto dalla realtà, senza pensare che possano svanire d'incanto partiti, sindacati, associazioni, centri di ricerca, forze sociali, storie individuali e collettive mentre qualche mago estrae dal cilindro il coniglio bianco di un nuovo partito democratico tra gli applausi della platea estasiata ... Non credo che oggi il PDS, stemperando la propria identità e ricambiando nome, magari sotto la guida di qualche professore, possa incorporare i cattolici e i laici democratici» (corsivo mio). Evidentemente, «la logica delle circostanze» ha fatto cambiare idea a D'Alema, magari, lo si vedrà, soltanto tatticamente. Oggi, per lui, il PD è la soluzione.

Chi, grazie a «una spiccata propensione al funambolismo politico e culturale» e «alla manipolazione delle immagini», non si preoccupa neanche delle circostanze è Walter Veltroni. «Asseconda gli umori dell'antipolitica, sorvola perfettamente incolume le asprezze degli anni Novanta ed esce con la leggerezza di un ballerino dalla serie di tre sconfitte consecutive collezionate dai Democratici di Sinistra durante la sua segreteria», ma, aggiunge Romano, «non perde mai, neppure per un istante, la solida presa sulle vele e le gomene del vero potere: prima la direzione del quotidiano di partito, poi la vicepresidenza del Consiglio e la guida della delegazione diessina al governo [vi aggiungo, per completezza, il Ministero dei Beni Culturali], poi la segreteria del partito, infine la poltrona di sindaco». Quanto alla strategia, Veltroni afferma che «il kennedismo è stato, con la socialdemocrazia svedese, la più alta forma di governo sperimentata dai democratici in società occidentali avanzate», mentre l'alleanza tra il centro cattolico e la sinistra socialista non è, si noti, che «la giustapposizione meccanica di due forze politiche». Tuttavia, il suo "funambolismo" gli consente sia di apporre la sua firma alla mozione del segretario Fassino che vuole il Partito democratico sia di attenderselo in eredità quasi naturale.

Questi sono i massimi dirigenti del partito che muore. Anzi, se leggo correttamente nella lucidissima e cattivissima amarezza di Andrea Romano, il partito di D'Alema, Fassino e Veltroni è già morto e non meriterebbe comunque di vivere appoggiandosi a «posture rituali di una generazione che ha già dato il meglio di sé», avendo i suoi dirigenti fallito nella loro missione principale: «lasciare dietro di sé un'eredità ancora vitale, assicurarsi una discendenza in grado di garantire la sopravvivenza dell'istituzione o degli ideali a cui si è dedicata la vita». Addirittura, il probabile futuro capo del Partito democratico, Veltroni, preconizza la sua uscita di scena dalla «vita pubblica appassionata e disinteressata», senza «nessuna nostalgia del potere», per fare quello che più gli piace, per esempio «passare un pomeriggio con i bambini ricoverati in ospedale». Se è vero, come conclude Romano, che «nel traguardo del Partito democratico la leadership postcomunista ha trasferito l'ennesimo sforzo di conservazione della propria unità familiare», allora non si troverà più nessun prestigiatore democratico che dal cilindro di un vago manifesto di valori alquanto melensi riuscirà a creare l'entusiasmo e anche il conflitto in cui nascono e si temprano partiti capaci di rappresentare la loro società e di governarne le contraddizioni.

1 . M. Weber, La politica come professione, Torino, Einaudi, 1971 (ed. orig. 1919), p. 118.


GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Di recente ha scritto Le istituzioni di Arlecchino (ScriptaWeb, 2007, disponibile anche su www.ScriptaWeb.it) e, con Riccardo Pelizzo, Parlamenti democratici (Il Mulino, 2006); ha curato Strumenti della democrazia (Il Mulino, 2007).

 
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