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Eco e l'Autore PATRIZIA VIOLI
UMBERTO ECO, La misteriosa fiamma della regina Loana, Milano, Bompiani, pp.
454, €19,00
Leggere l'opera narrativa di qualcuno a cui siamo legati da una lunga consuetudine di
affetto e conoscenza è sempre un'operazione "a rischio". Capita infatti
o almeno a me capita di provare un curioso effetto di spiazzamento. Irresistibilmente
sono tentata di ritrovare, nelle pieghe delle storie narrate e dei personaggi messi in scena, le
tracce della persona nota, di cui cosí bene conosco intonazioni e battute, l'aria accigliata
e l'improvviso sciogliersi in una risata, e quasi senza accorgermene mi ritrovo alla ricerca
di indizi che di lei mi parlino. Tentazione che forse ha provato ogni lettore: chi, anche in assenza
di una conoscenza diretta dell'autore, non ha fantasticato su di lui, non ha intrecciato,
almeno una volta, la persona all'opera, leggendo la seconda sulla filigrana della prima,
secondo un biografismo ingenuo eppure irresistibile?
Ma questo è un percorso critico impossibile, anzi in qualche misura interdetto. Ben sappiamo
che le storie e i personaggi che incontreremo aprendo le pagine di qualunque opera narrativa sono
irrimediabilmente, direi quasi ontologicamente, separati e lontani dalla persona reale che
le ha immaginate e scritte. Il mondo narrato e il mondo di chi narra sono due universi incommensurabili
che non possono incontrarsi perché pertengono a due diversi statuti di realtà.
Di questa impossibilità Umberto Eco ha scritto e teorizzato in tutta la sua produzione
critica, insistendo sulla indispensabile distanza che dobbiamo sempre porre fra l'autore
e il lettore empirico, le persone reali che producono e leggono i testi, e quei "simulacri"
che sono l'Autore e il Lettore Modello, pure strategie che esistono solo in quanto figure
testuali. L'Autore Modello, in quanto strategia di scrittura, non ha alcun legame diretto
con l'ingombrante soggettività dell'autore empirico, la cui esistenza e
memoria si collocano in un fuori testo inattingibile; l'unica soggettività che
un testo può rendere intelligibile è quella iscritta nelle sue forme testuali. Che
ogni tentativo di spingersi più in là sia illecito lo ha più volte sottolineato
lo stesso Eco, e non solo nella sua opera teorica. Dopo l'uscita de Il nome della rosa,
a chi gli chiedeva con quale dei suoi personaggi si identificasse e dove soprattutto la sua soggettività
fosse rintracciabile nel romanzo, Eco rispose genialmente: «Il soggetto è negli avverbi».
Con questo Eco alludeva all'impraticabilità di ogni domanda autobiografica:
la soggettività può solo essere rintracciata nello stile, nelle forme di una scrittura.
Oltre non è lecito andare, né si possono ipotizzare connessioni o contiguità
fra l'autore e i suoi personaggi, fra le loro vite, passioni, paure e il fuori testo di quella
soggettività specifica che le ha realmente prodotte.
Leggendo La misteriosa fiamma della regina Loana, l'ultimo romanzo di Umberto
Eco, è tuttavia difficile resistere alla tentazione e non tornare a interrogarsi su quello
spazio ambiguo e inquietante che separa e allo stesso tempo tiene unite la soggettività
di chi narra e quella, fittizia, delle sue creature.
Certo, nell'opera narrativa di Eco spesso anche in passato ci si era imbattuti in figure
che alludevano alla reale biografia dell'autore: Guglielmo da Baskerville ne condivideva
la passione inferenziale e la capacità di congetture, Baudolino, come pure Roberto de
la Grive, sono originari della stessa regione che ha dato i natali a Umberto Eco, i protagonisti
del Pendolo di Foucault lavorano in una casa editrice, come a lungo ha fatto il suo autore
empirico. Ma mai come in Loana l'autore sembra giocare a una continuità con
il suo personaggio, disseminando nel testo rimandi e allusioni: identica l'età,
simili le frequentazioni, stessi i luoghi dove vive e dove ha passato l'infanzia, analoga
la passione per i libri antichi, ma soprattutto identica la condivisione di un'epoca e di
una cultura fatta di canzoni, di fumetti, di oggetti e di racconti.
Se nei precedenti romanzi gli elementi di continuità erano solo indizi ma molte erano
le distanze, di ordine temporale, spaziale e culturale, che separavano i personaggi dalla individualità
del loro autore, in Loana questa distanza appare più difficile da instaurare tanto
è evidente il gioco dei richiami speculari. Più forte si fa cosí la tentazione
di una lettura in chiave autobiografica. Davvero possiamo guardare a Yambo come a una figura, per
quanto romanzata, della soggettività del suo autore empirico? E soprattutto, quale soggettività
è qui in gioco?
Forse, per capire meglio questo punto, ci può aiutare una breve incursione nel territorio
della teoria semiotica di Eco, dove fin dalla metà degli anni '70, con l'uscita
del Trattato di semiotica generale, si è spesso parlato di soggetto e soggettività.
Il soggetto che Eco tratteggia in tutti i suoi lavori è un soggetto di tipo assai particolare,
non trascendentale né tanto meno psicologico, ma inerentemente culturale. La soggettività
non è riconducibile a una forma definibile in modo specifico, ma rimanda piuttosto a una costellazione
diffusa di possibili percorsi di senso all'interno di quella enciclopedia generale di tutte
le conoscenze stratificate e in continua metamorfosi che costituisce la semiosi, incessante
attività di produzione di senso. L'enciclopedia è, nella teoria di Eco, al
tempo stesso un'ipotesi regolativa dei processi semiotici e una potente metafora: repertorio
virtuale di tutti i nostri saperi, biblioteca di tutte le biblioteche, possiamo immaginarla come
una prefigurazione ante litteram della rete virtuale che, venti anni dopo la formulazione
di Eco, sarà realizzata da internet, oppure ritrovarne una traccia nella favolosa biblioteca
dell'Abbazia che, nel finale de Il nome della rosa, arde e si consuma per tre giorni
nel fuoco.
I soggetti sono iscritti in questa rete, e hanno esistenza solo in quanto ne rappresentano dei
possibili percorsi o, al massimo, ne prefigurano trasformazioni. Sono soggetti culturali, non
psichici, e come tali interamente risolti nella cultura che li forma; la loro individualità
non è mai interrogata a partire da una memoria personale, da un percorso singolare. Potremmo
dire che anche nella teoria semiotica di Eco «il soggetto è negli avverbi», in
quanto diffuso nella rete dei processi di produzione del senso, soggetto storico e culturale,
non memoria del singolo.
Ora, La misteriosa fiamma della regina Loana pare proprio esemplificare la storia
di un siffatto soggetto. Yambo, il protagonista, in seguito a un non meglio precisato incidente,
rimane affetto da una particolare forma di amnesia retrograda che investe tutta la sfera della
sua esistenza personale, lasciando intatte le sue vastissime conoscenze enciclopediche. Per
dirla nei termini del dottor Gratarolo che lo ha in cura, la sua memoria semantica è perfettamente
funzionante, ma si è perduta la memoria autobiografica, quella costituita da tutti gli episodi,
grandi e piccoli, che formano la nostra storia individuale, unica e irripetibile, quella memoria
che ci consente di dire io, o meglio, di essere un io. E infatti il povero Yambo non ricorda neanche
il suo nome, ce l'ha solo «sulla punta della lingua». «Sa tutto quello che
sanno anche gli altri, tutto quello che si apprende per averlo letto da qualche parte, o sentito
dire, non quello che è associato alle sue esperienze dirette.»
Yambo ci appare cosí proprio come un uomo senza individualità, un soggetto enciclopedico
per eccellenza, che si muove con perfetta padronanza nei saperi condivisi della sua cultura, ma
ha perduto la rete delle proprie più intime e segrete assonanze. E senza la cifra della propria
singolarità l'infinito reticolo enciclopedico si presenta come un dispiegarsi
insensato e folle di catene associative prive di vero senso. Non è certo una distanza storica
pacificata e ricomposta quella che Yambo sperimenta nel suo smarrimento, quanto piuttosto un'angosciosa
perdita della propria autenticità.
«L'enciclopedia mi cadeva addosso a fogli sparsi, e mi veniva da battere le mani
come in mezzo a uno sciame d'api. E intanto i bambini mi dicevano nonno, sapevo che avrei dovuto
amarli più di me stesso e non sapevo chi chiamare Giangio, chi Alessandro e chi Luca. Sapevo
tutto di Alessandro il grande, e niente di Alessandro il piccolino mio.»
Per recuperare il filo della propria memoria, e con esso il senso della sua stessa esistenza,
Yambo si ritira, solo, nella casa di Solara che è stata la casa della sua infanzia, ancora piena
di ricordi, libri, riviste, oggetti appartenuti a quel tempo e che dovrebbero aiutarlo a risalire,
di parola in parola, lungo la catena associativa sino alla "parola finale", forse quell'impossibile
"io" che sembra sottrarsi a ogni ricerca. Inizia cosí il viaggio di Yambo nella
memoria della sua infanzia, e insieme nella storia dell'Italia fascista (Eco, pardon, Yambo
è nato nel 1932), e poi della guerra, della lotta partigiana che arriva fino a Solara, attraversando
la vita di Yambo e sancendone drammaticamente l'uscita dall'infanzia.
Il percorso di Yambo in questa storia è innanzitutto un itinerario visivo che il lettore
è invitato a ripercorrere scorrendo, lungo le pagine del libro, le riproduzioni delle immagini
di un'epoca colta soprattutto attraverso la sua cultura popolare: i fumetti innanzitutto,
dal mitico Flash Gordon a Cino e Franco, l'Uomo Mascherato, Dick
Tracy, Fantomas, l'Avventuroso. Poi la letteratura per l'infanzia con
le copertine della "Biblioteca dei miei ragazzi", i romanzi di Salgari, il Corriere
dei Piccoli, e ancora le canzoni, i manifesti pubblicitari, le riviste, i francobolli, gli
oggetti, le immagini dei balilla e dei pacchetti di sigarette Fez.
Vale la pena di soffermarsi su questo uso delle immagini all'interno di un testo narrativo,
che non è esclusivo solo del romanzo di Eco. Negli ultimi anni anche altri autori, per altro
molto diversi fra loro, hanno fatto ricorso a questa modalità narrativa mista, dove due
diversi linguaggi, quello verbale e quello iconico, interagiscono fra loro, producendo inedite
forme di libri "illustrati". Il primo esempio a mia conoscenza è forse il libro
di Kobo Abe, The box man, uscito in Giappone nel 1974 ma tradotto per la prima volta in inglese
nel 2001. Poi Gli emigranti, ma soprattutto lo stupendo Austerliz, di W.G. Sebald,
e infine il recentissimo ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente
vicino.
Forse questi casi sono troppo pochi per poter parlare di una tendenza o di un "segno dei
tempi", ma certo ci inducono a riflettere su di un uso molto particolare delle immagini e del
loro rapporto con la scrittura narrativa. Quale ruolo riveste, e quali particolari effetti di
senso produce, la compresenza di un registro visivo che si intreccia con quello linguistico? Bisogna
infatti tenere presente che immagini e parole non possono essere visti come due forme espressive
semplicemente accostate, che scorrono, per cosí dire, in parallelo; al contrario ognuno
dei due linguaggi ristruttura la forma dell'altro, producendo un nuovo testo, che non è
né visivo né linguistico, ma esibisce piuttosto un carattere misto. I semiotici parlano
a questo proposito di testi "sincretici" perché risultano dalla interconnessione
fra linguaggi e sistemi segnici di vario tipo. I risultati di questa interconnessione possono,
tuttavia, essere assai diversi e dare luogo a esiti anche molto lontani.
Per non fare che un esempio, in Austerliz le immagini, all'inizio almeno apparentemente
didascaliche e funzionali a un piano più cognitivo di lettura, seppure da subito dotate di
un inquietante effetto straniante, assumono progressivamente una coloritura emotiva sempre
più esplicita che permea e struttura il ritmo della nostra lettura, fino alle intensissime
foto del protagonista bambino e della madre perduta. Finiamo cosí con il ribaltare le modalità
di percezione visiva proprie delle immagini su quelle della parola, che acquisisce in questo modo
una inedita risonanza.
Per quanto l'accostamento possa sembrare stravagante, in fondo anche il libro di Eco
è la ricerca di una identità perduta, e un faticoso percorso all'indietro,
verso i territori lontani di un'infanzia smarrita, ma poco altro potrebbe accomunare due
libri, e due autori, cosí distanti fra loro. Mi pare che, nel romanzo di Eco, la scelta di ricorrere
all'accumulo di immagini sia strettamente connessa al tema della memoria e al diverso ruolo
che vi giocano i sensi. Spesso Eco ha sostenuto che una diversa grammatica sensoriale regola i nostri
ricordi segnando un primato del visivo su tutti gli altri sensi: è molto difficile ricordare,
in quanto tale, un sapore o un odore, molto più facile rammentare un'immagine. Non so
se sia proprio cosí, ma certo Yambo si affida soprattutto alla vista, e in parte all'ascolto
musicale, per riattivare la sua memoria perduta. Ma quali sono le immagini di cui Yambo si serve?
È qui che troviamo la differenza principale fra il romanzo di Eco e quelli che ho citati. Sia
Sebald che Foer che Kobo Abe utilizzano esclusivamente fotografie in bianco e nero. Nel romanzo
di Eco le fotografie sono pochissime, qualche riproduzione di pagine di giornale, rarissime foto
documentarie, qualche immagine cinematografica. Ma, più importante ancora, tutte le immagini
appartengono all'enciclopedia di un'epoca, sono immagini di una cultura, non di una
storia individuale. Sono i fumetti, le illustrazioni di libri e giornali, i manifesti, le canzoni;
se si tratta di fotografie sono foto "pubbliche", che rinviano al cinema o all'attualità,
e non rimandano mai a un'esperienza singolare, specifica, a un'inquadratura soggettiva,
particolare e irripetibile, come è il caso negli altri romanzi.
Potremmo dire che La regina Loana è un romanzo di immagini collettive, non individuali,
e in questo la struttura del testo visivo riproduce, in una sorta di mise en abîme
espressiva, la sua stessa struttura narrativa: la storia che ci racconta è precisamente
la perdita della soggettività singolare in quella culturale.
Questa caratteristica sortisce, a mio parere, un effetto di lettura del tutto diverso, e quasi
opposto, a quello prodotto nei romanzi di Sebald, e in parte di Foer: mentre in questi ultimi testi
le foto costituiscono dei momenti di dilatazione percettiva intensiva del dettaglio, che rallentano
e ispessiscono il senso del testo linguistico, in Loana l'apparato iconico opera
piuttosto per accumulo estensivo di colori e di forme; il cromatismo dinamico proprio dei fumetti
di quell'epoca "colora" letteralmente tutto il testo verbale e ne pervade il
ritmo interno. In questo senso si potrebbe dire che solo Loana è un vero "romanzo
illustrato", come d'altronde esplicitamente ci viene detto nel sottotitolo di copertina,
ed è illustrato dall'intera cultura di un'epoca. È di nuovo, insomma, il
potere dell'enciclopedia che stende la sua colorata e cangiante rete di rimandi culturali
in ogni direzione, suggerendo accostamenti e percorsi anche impensati fra i nodi della rete, ma
che pur sempre rimandano a un universo pubblico e condiviso di significati (almeno per chi appartiene
alla generazione di Yambo e di Eco).
Con una sola, importante, eccezione. A pagina 273 del libro compare una piccola foto in bianco
e nero, un'istantanea un poco sfuocata che rappresenta due bambini, un maschietto più
grande che si china, lievemente imbarazzato, mentre una bambinetta un po' più piccola
lo bacia con trasporto su una guancia. È questa l'unica immagine "privata"
dell'intero romanzo, che rimanda al mondo individuale del protagonista e non a quello enciclopedico,
ed è, non a caso, una fotografia. Le foto hanno, fra tutte le immagini, uno statuto assai particolare:
non rappresentano infatti il loro oggetto per via di somiglianze formali, ma ne sono una vera e propria
traccia fisica. Testimoniano, per dirla con Roland Barthes, di una presenza avvenuta, punti di
ancoraggio dell'esistenza individuale: quel bambino ero io, la fotografia rappresenta
e garantisce al tempo stesso la continuità di una singolarità.
Yambo sa che quella foto è sua, mostra lui stesso bambino accanto alla sorellina minore,
ma non vi si riconosce, non arriva a sentirla parte della propria storia personale e la guarda come
si potrebbe guardare un fotogramma di un film, potremmo dire che la guarda ancora con occhio enciclopedico
e non individuale.
I più sospettosi fra i lettori potrebbero interrogarsi su una inquietante somiglianza
fra quel bambinetto in calzoncini corti e il nostro notissimo autore empirico. I più familiari
con lui sanno che in effetti quella è proprio una foto dell'autore bambino. Certo, si
dirà, questa informazione è irrilevante in quanto totalmente extratestuale: il
testo non ce lo dice e il lettore non è tenuto a saperlo. Questo è vero, ma resta che il nostro
autore ha scelto proprio quella foto, una sua foto, e non una qualunque foto di un qualunque bambino
dell'epoca. E con questa mossa ha scientemente giocato sul margine ambiguo fra il proprio
io e quello dei suoi personaggi, riaprendo quello spazio imbarazzante e misterioso dove la soggettività
individuale di chi scrive emerge nella scrittura. Spazio da sempre interdetto dalla teoria che,
ben lo sappiamo, ne nega ogni pertinenza.
Più volte Eco ha affermato di avere scritto romanzi per poter raccontare «ciò
di cui non si può fare teoria». Forse quell'indicibile teorico di cui ci racconta
La misteriosa fiamma della regina Loana è proprio il mistero dell'individuale,
la componente più inesprimibile della soggettività, di fronte a cui la teoria si
ritrae, ma anche la narrazione pare smarrirsi.
Per tutto il corso del romanzo Yambo ricercherà l'accesso misterioso alla propria
storia individuale, che assume simbolicamente il volto di Lila, il perduto amore. Ma il segreto
dell'individuale pare davvero l'estremo indicibile: come per Martin Eden si può
sapere solo quando si cessa di sapere. E anche per Yambo nell'attimo in cui l'amato volto
splendente sta per rivelarsi, dando infine senso e pace al suo affannoso cercare, la visione si
allontana per sempre, il fumo la nasconde e il sole si fa nero.
PATRIZIA VIOLI insegna Semiotica presso l'Università di Bologna ed è
autrice, tra l'altro, di: L'infinito singolare (Essedue, 1986); Significato
ed esperienza (Bompiani, 1997) e, con Anna Maria Lorusso, Semiotica del testo giornalistico
(Laterza, 2004).
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