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Palestinesi smarriti
HUSSEIN AGHA e ROBERT MALLEY
La decisione presa dall'Autorità palestinese di posticipare le elezioni legislative
aggiunge un elemento di incertezza a un processo elettorale già altamente problematico.
A differenza della consultazione presidenziale, in cui l'elezione di Abu Mazen era del tutto
prevedibile, le votazioni per il Consiglio Legislativo Palestinese sono sin dall'inizio
avvolte nelle nebbie dell'incertezza. Fatah, l'organizzazione laica e nazionalista
che per decenni ha dominato la scena politica, può contare sul vantaggio di essere al potere,
dell'appoggio di istituzioni quasi statali, e di quello di tutti i principali attori internazionali.
Hamas, l'organizzazione islamica radicale, non ha mai partecipato a elezioni nazionali,
non ha esperienza di governo, ed è considerata un gruppo terroristico sia dagli Stati Uniti
sia dall'Unione Europea. Eppure, è proprio Hamas a guadagnare terreno, e Fatah non
nasconde le sue preoccupazioni.
L'incertezza ha fatto germogliare strane reazioni. Incoraggiata da non pochi israeliani
e occidentali, solitamente fautori della democrazia palestinese, Fatah stava da tempo prendendo
in seria considerazione la possibilità di rinviare le elezioni per evitare risultati
più che mediocri. La differenza di alcuni mesi rispetto alla data prevista, in luglio, potrebbe
consentire a Fatah di vantar credito per il ritiro israeliano da Gaza, per l'annunciata ripresa
economica, per il ristabilimento della legge e dell'ordine. O almeno cosí si spera.
Da parte sua, Hamas, solitamente scettica nei confronti della politica di tipo occidentale, e
contraria a ogni interferenza straniera, aveva richiesto e richiede l'intervento di osservatori
internazionali per monitorare le procedure di voto.
Quando si terranno, le elezioni di certo rifletteranno il giudizio popolare sulla situazione
presente. L'opinione pubblica è a dir poco divisa. Certo, regna maggior calma e vi sono
segni di una certa normalità, cose queste di non poco conto per dei palestinesi esausti.
Eppure, i miglioramenti si sono verificati a una lentezza esasperante. Israele ha mantenuto la
propria presenza militare in gran parte dei territori, i posti di blocco sono ancora lí, si
continuano a costruire insediamenti di coloni a ritmo sostenuto e delle migliaia di prigionieri
palestinesi solo poche centinaia hanno lasciato le prigioni israeliane. Il primo ministro Sharon
continua a dire di volersi ritirare da Gaza, ma il futuro rimane incerto. La posizione statunitense
è per certi versi cambiata, ma l'amministrazione Bush non sembra intenzionata a impegnarsi
seriamente nel processo di pace. Il tutto non costituisce certo motivo di vanto per la nuova leadership
palestinese.
La crisi di Fatah, il movimento fondato da Arafat, è sotto gli occhi di tutti. Con l'arresto
del processo di Oslo, l'inizio della nuova intifada, le incursioni militari israeliane,
la morte di Arafat e il virtuale collasso dell'Autorià palestinese, il movimento
ha perso cruciali punti di riferimento politico. Alcuni dei suo quadri e non pochi militanti si
sono uniti alla lotta armata, mentre almeno ufficialmente la sua leadership all'interno
dell'Autorità palestinese si è attenuta alla strategia diplomatica. Fatah
ha anche sofferto per divisioni interne che non possono spiegarsi solo in termini di conflitti
generazionali. I capi di diverse parti del paese non hanno molti contatti reciproci, e la dirigenza
del movimento si è frantumata in una serie di gruppi ciascuno dei quali avanza pretese nei
confronti di una fetta di potere e di influenza, senza che alcuno sembri disporre di una strategia
globale.
I leader storici compagni di Arafat, Abu Mazen e i membri del Comitato Centrale, seppure divisi
e in lite perenne, godono ancora di una certa legittimità, rappresentano una continuità
col passato e hanno molti legami con la diaspora. I membri di Fatah che sono divenuti responsabili
della sicurezza dell'Autorità palestinese possono contare sulla fedeltà
dei loro seguaci armati, ma l'ambizione personale dei singoli li paralizza come gruppo.
I quadri politici di Gaza e della West Bank cercano di mobilitare la base, anche se, con poche eccezioni
Marwan Barghouti, ancora in carcere, è una di queste eccezioni nessuno sembra
godere di un riconoscimento a livello nazionale. I prigionieri palestinesi detenuti in Israele,
o che ne sono usciti, condividono un'esperienza e dunque un legame un linguaggio comune,
valori comuni, un comune atteggiamento nei confronti di Israele e costituiscono una fonte
importante di legittimità e di pressione. Alcuni militanti, infine, solitamente affiliati
alle Brigate al-Aqsa, continuano a credere nella lotta armata. Lontani discendenti dei primi
combattenti di Fatah, si credono rivoluzionari vecchio stile. Sono invece diventati dei ribelli
senza una causa precisa, e i rivoluzionari privi di una rivoluzione sono spesso indistinguibili
da bulli violenti.
Fatah sta rapidamente diventando un'etichetta, un marchio logoro cui politici e uomini
delle milizie si richiamano per guadagnare una manciata di credibilità.
Quattro decenni dopo la sua creazione, Fatah sembra essere priva di un canovaccio di iniziativa
politica da seguire, mentre Hamas pare intenzionata a scriverne uno nuovo. Al pari di Fatah, Hamas
si staccò dalla Fratellanza Musulmana, l'organizzazione che si dedicava al proselitismo
nelle società arabe. Mentre i capi di Fatah si resero indipendenti dalla dirigenza della
Fratellanza per perseguire la lotta armata, quelli che sarebbero divenuti i leader di Hamas si
concentravano su questioni interne: la loro priorità era la trasformazione in senso religioso
della società palestinese, non il confronto militare con Israele. Paradossalmente,
delle due organizzazioni, è oggi Hamas a poter vantare un pedigree militare di tutto rispetto.
E in assenza di un confronto militare prolungato, è Hamas ad avere altre risorse politiche
a sua disposizione.
Dal punto di vista del presidente palestinese, è meglio avere Hamas all'opposizione
all'interno delle istituzioni palestinesi, piuttosto che fuori. Abu Mazen non si fa molte
illusioni sul fatto che Hamas possa in breve tempo rinunciare all'uso della violenza, accettare
una coesistenza di lungo periodo con Israele, o le politiche di una Palestina indipendente. Eppure,
una volta che Hamas sia entrata nel Consiglio Legislativo, comincerà a vedere le cose in
modo diverso, e dovrà persino accettare quelle decisioni di maggioranza che si sarà
trovata a contrastare. Hamas può certo aspirare al lusso di partecipare senza avallare ogni
decisione, ma non potrà partecipare senza accettarle. Abu Mazen spera che, dando tempo
al tempo, offrendo garanzie da parte dell'Autorità, e lasciando che l'opinione
pubblica eserciti le sue pressioni, Hamas permetterà al suo pragmatismo di elaborare
nuove e diverse politiche. Hamas è certo capace di sponsorizzare attentati suicidi, ma non
è un'organizzazione suicida.
D'altra parte, un confronto diretto andrebbe incontro a pericoli ben maggiori. Hamas
è diventata parte integrante della società, ha messo radici sociali e culturali
profonde, e si è guadagnata la lealtà di un numero significativo di palestinesi.
Ogni tentativo di disarmarla con la forza mentre perdura l'occupazione israeliana provocherebbe
forti resistenze, al punto di scatenare una guerra civile. Dopo tutto, Sharon, che può contare
su un potere istituzionale e militare ben maggiore, fa di tutto per evitare un conflitto aperto
con i suoi coloni, che rappresentano un gruppo irrisorio rispetto ad Hamas.
Fondata per guidare il popolo palestinese alla liberazione, Fatah ha perso la sua ragion d'essere
prima ancora di aver raggiunto i suoi obiettivi. E oggi è difficile dire per cosa si batta,
chi rappresenti, e cosa la distingua dall'Autorità palestinese. Il che ha lasciato
un vuoto al centro della politica palestinese, e l'ascesa di Hamas è solo una delle conseguenze.
Le elezioni parlamentari, tuttavia, non saranno solo un confronto diretto tra Fatah e Hamas.
Molti palestinesi voteranno in base alle famiglie e ai clan di appartenenza, e non saranno influenzati
più di tanto dai programmi politici. Entrambe le formazioni si preoccupano di come saranno
percepite (Hamas come troppo estremista, Fatah come arrogante e opportunista) e cercheranno
senza dubbio di reclutare candidati indipendenti e rispettabili.
Rimane comunque certo che il confronto diretto tra le due formazioni è il tema più
interessante delle elezioni, destinato a pesare sul futuro delle relazioni tra Israele e i palestinesi.
L'integrazione di Hamas nel processo politico e la ripresa di Fatah sono requisiti indispensabili
per le possibilità di successo di qualunque strategia diplomatica Abu Mazen voglia mettere
in atto. Il mantenimento del cessate il fuoco ha bisogno del consenso degli islamici, il che implica
inevitabilmente concedere loro una posizione adeguata nel sistema politico. Il negoziato con
Israele sulle questioni più spinose del contenzioso richiede un consenso ampio intorno
a una piattaforma che goda di legittimità e di appoggio popolare.
Nulla di tutto ciò sarà possibile senza risolvere, o quanto meno aggirare, la
contraddizione che ha tormentato il movimento nazionale palestinese sin dagli anni '90.
Come si possono costruire istituzioni in regime di occupazione? E come si può resistere all'occupazione
mentre si è impegnati nel processo pacifico della costituzione di uno stato? Nel corso degli
anni, la contraddizione ha arrecato beneficio a Hamas e logorato Fatah, i cui ingegneri istituzionali
si sono dimostrati privi di scrupoli e hanno ridotto al silenzio gli oppositori interni. Abu Mazen
riflette fedelmente questa contraddizione, nel modo in cui cerca di combinare i suoi attuali convincimenti
e le sue radici. Preoccupato per lo stato di caos oggi prevalente, sembra aver adottato con decisione
un piano d'azione statuale, convinto che le riforme, nuove istituzioni e l'affermazione
di uno stato di diritto siano essenziali per il benessere dei palestinesi. Non si possono d'altra
parte dimenticare i decenni spesi da militante per i diritti del suo popolo: in questo, Abu Mazen
resta in tutto e per tutto un leader che aspira alla liberazione, che si preoccupa per gli effetti
rilassanti della prosperità economica, del riconoscimento diplomatico, e della costituzione
di un mini-stato a Gaza e in parte della West Bank.
Tra i leader di Fatah, Abu Mazen è uno degli ultimi a preoccuparsi seriamente per il dilemma
in cui si trova, convinto com'è della tensione inevitabile tra costruzione dello stato
e liberazione, angustiato per il fatto che privilegiare un aspetto potrebbe far fallire l'altro,
sempre alla ricerca di un punto di equilibrio tra le due esigenze. Certo della possibilità
di una soluzione negoziata e permanente del conflitto, è determinato a far cessare la violenza,
e a costruire una società più trasparente e fondata sul diritto. Quando rappresentanti
di Israele lo descrivono come vicino ad Arafat nei suoi obiettivi politici, pensano a un solo aspetto
del suo pensiero. Si preoccupano dei suoi trascorsi nella Fatah di un tempo, della sua prospettiva
di liberazione nazionale, dei suoi legami con la diaspora palestinese. Abu Mazen non ignora questi
sospetti, e per certi versi li comprende. Ma non se ne preoccupa più di tanto.
(Traduzione di Pietro Corsi)
HUSSEIN AGHA è membro associato del St. Anthony's College di Oxford ed è autore, insieme con A.S. Khalidi, di A Framework for a Palestinian National Security Doctrine (Chatham, 2005).
ROBERT MALLEY è stato assistente speciale del presidente Clinton per gli affari arabo-israeliani e direttore per le questioni del Medio Oriente presso il National Security Council. Attualmente dirige il Middle East and North Africa Program presso l'International Crisis Group.
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