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Romanzare il nulla
ENZO GOLINO
NICO ORENGO, L'intagliatore di noccioli di pesca, Torino, Einaudi, pp. 372, €18,50
Un titolo dopo l'altro, anche se non tutti, sembra che Nico Orengo abbia voluto costruire il De rerum natura della sua ispirazione narrativa e poetica. Nella sequenza dei titoli pubblicati troviamo il mare, il ribes, le rose, il basilico, l'acciuga, la spiaggia, il solleone, la stella, l'allodola, il cinghiale; e persino, in un libro da lui tradotto, un bambino ostrica. Questo corposo, sintomatico, coerente lessico naturale si espande e si moltiplica nelle numerose pagine in cui hanno un ruolo cospicuo le specie animali e vegetali crude e cotte, l'acqua e l'aria, il territorio inteso nelle sue accezioni storiche e geografiche: tanto che il repertorio dei titoli orenghiani meriterebbe un'accurata titologia, propedeutica all'analisi critica dell'opera. Una cartografia da estendere, ovviamente, alla natura umana.
Il più recente romanzo di Orengo sfoggia un titolo, L'intagliatore di noccioli di pesca, che accresce la nomenclatura indicata. A una prima lettura può apparire misterioso, eccentrico: non certo per i noccioli e per la pesca, un frutto buono da mangiare, bello a vedersi e toccarsi, buccia vellutata e appetibili varianti di genere, di colore, di polpa. È invece l'intagliatore, e la sua non immaginabile attività che si esercita sui noccioli di pesca, a rendere oscuro il titolo: unico barlume sarebbe piuttosto il richiamo a un lavoro di carceraria pazienza, come l'allestimento di un modellino di veliero, pezzo a pezzo, dentro una bottiglia.
Eppure, il mistero e l'eccentricità evaporano subito se si va a leggere l'epigrafe che Orengo ha tratto da un articolo, "Il critico superstite", di Fruttero & Lucentini. In quel brano recensori e prefatori di libri vengono trafitti dallo spillone della celebre coppia, accusati di "tanta involuta aridità", "impotenze e frustrazioni private, faticosi snobismi, ingenui ideali di "scientificità" elettronica, empiti sociologici, sbrindellati sogni di controllo rivoluzionario, zdanoviano".
Fruttero & Lucentini ravvisarono in questa sgradevole camarilla "un'aura pateticamente fanatica e vana d'intagliatori di noccioli di pesca". Insomma, il programma di Lor Censori era chiaro: quell'aura è il sigillo di una uggiosa e meschina inutilità. E chissà se nell'energia dell'accusa qualcuno ha potuto scorgere un piglio di snobistico distacco nei confronti della categoria (salvo eccezioni): benché F. & L. autori di prefazioni, antologie, recensioni ne siano stati talvolta brillanti affiliati, prima che il suicidio di Lucentini (5 agosto 2002) lasciasse al solo Fruttero il compito di rappresentare il talento del sodalizio.
Ancora il titolo, dunque. Tutti sanno cos'è il nocciolo d'una pesca, e tutti sanno che esiste un uso traslato del nocciolo riscontrabile in ogni vocabolario: in senso figurato un nocciolo vuol dire "nulla", come indicano le frasi "valere un nocciolo", "stimare un nocciolo". E "nocciolo", ripeto, sta per "nulla". Un motivo in più per lodare il coraggio di Orengo (lui stesso uno del mestiere, sia committente sia prestatore d'opera) che ha elevato a protagonista del suo romanzo il professor Pietro Scullino, recensore delle novità di narrativa italiana per il settimanale ligure La Riviera. Ha scelto cioè, secondo la metafora di F. & L., il nulla. Compito arduo romanzare il nulla... Scullino aveva però un'altra professione, di scaduta nobiltà sociale: insegnava Lettere in un liceo di Ventimiglia, ma ha preferito andare in pensione anzitempo perché stanco di una scuola ridotta a routine burocratica, priva ormai di felicità pedagogica, ma per la quale avverte di tanto in tanto ritorni di nostalgia.
Scullino è il simbolo di una mutazione genetica epocale, di una categoria afflitta da penose derive, forse in via di estinzione. Era un docente appassionato, leggeva Ariosto in piedi sulla cattedra fumando un toscano, non dispiaceva a qualche sua allieva. La scuola è riuscita ad avvilirlo, a costringerlo alla fuga. Ora preferisce il lavoro recensorio, settanta righe ad articolo, i rapporti non sempre facili con il caporedattore Sergio Belcit, la vita culturale della costa di Ponente, i maneggi della giuria del glorioso premio letterario Cinque Bettole da riportare all'antico splendore. Ma soprattutto si gode il più esteso spazio vitale di giornate libere, senza obblighi, per dedicare più tempo alle passeggiate in mare con il suo gozzo a remi, ai piaceri della tavola, alle chiacchiere con i quattro frequentatori abituali del Café de Paris (Sandro, Milò, Boniscontro, Bari, che si riuniscono anche nell'agenzia funebre Aldiquà & Aldilà, magari seduti a cavalcioni delle bare di mogano chiaro), alla sua amante Marisa, titolare di una casa di riposo per anziani.
Impressa sul gluteo sinistro la piacente e formosa quarantasettenne esibisce "una voglia grande quanto un nocciolo di pesca", che cambia colore secondo la mutevolezza del clima e dell'umore (anche erotico) di lei. Oltre al rosso, al blu, al rosa e al giallo, la gamma cangiante dei colori è raffigurata da un frutto: al vertice del benessere la pesca, negli stadi intermedi una fragola, un supermirtillo, un lampone. Il corpo di Marisa è una mappa segnaletica di elementi naturali. E reagisce con orgasmi spontanei, a distanza, se il suo "Yoghi" le recita al telefono i versi di Giuseppe Conte: "un bel poeta, un po' barocco, un po' ampolloso, petto da siciliano ma bravo", dice Scullino che mai dismette la sua attitudine critica, rallegrata dalla gioiosità della sua nuova vita abbandonata alle pratiche di un solerte edonismo. Pietro l'Epicureo? Certo, e trova in Marisa una prodiga dispensatrice di grazie muliebri, ben consapevole della fragilità dei maschi: "Andavano avanti a responsabilità limitata, sempre in cerca di aiuto e conferme, incapaci di sbrogliarsela autonomamente. Sempre in cerca di una spalla femminile". Uno sprazzo di bonario femminismo.
Attività e distrazioni, quelle di Scullino, che gli consentono inoltre di supplire alla scarsa intensità degli affetti familiari, al grigiore di un mènage arido: la moglie Margherita, poco interessata alle sue ambizioni culturali, efficiente segretaria-capo di un ricco commercialista, Giovanni Cassano, con il quale ha una relazione; la figlia Lucrezia, bizzarra creatura, generazione anni Settanta, alla ricerca scombinata di lavori appaganti (ultimo l'allestimento di un agriturismo, tanto per essere alla moda), specialista nel lanciare in faccia al padre i libri di autori da lui recensiti che a lei non piacciono (per esempio Tamaro, Baricco, Eco, Tabucchi), sposata con Silvio, squattrinato epigono della land-art, e subito separata; il nipotino Andrea, da accudire, magari con l'aiuto di tv e cartoni animati, se Lucrezia è fuori casa (ma lei consiglia Pulp Fiction di Quentin Tarantino invece delle scemenze disneyane!).
E forse alla moralità professionale di Scullino, non tanto agli effetti del cibo e del sesso, è da imputare l'infarto che lo costringe al ricovero in ospedale dove gli verranno applicati due pace-maker. Ha scoperto che Lilli Longoni-Piva, fascinosa e sensuale collaboratrice della Riviera, pervasa da risoluto spirito concorrenziale, si rende colpevole di un plagio. L'accesso di collera gli fa scoppiare il cuore: sarà operato da un cardiochirurgo, marito di Lilli, e da questa coincidenza nascono implicazioni post-operatorie di boccaccesca virtualità: la sola vista della signora procura a Scullino erezioni e conseguenti orgasmi. Anche dopo la degenza. ("Una questione chimica?") Per una volta succederà anche a Lilli, eccitata dallo sguardo intenso che Scullino dirige ai suoi seni durante una riunione del Cinque Bettole.
La commedia umana del romanzo di Orengo, animata da balzachiana tumultuosità, si svolge nell'ambiente naturale, la Liguria, di gran parte della sua narrativa; e qui in luoghi frequentati o appena evocati come Ventimiglia, Albenga, Bordighera, Sanremo, Taggia, Alassio, Imperia e altre località interne o costiere. Nel raggio di pochi chilometri fioriscono parole dialettali marocchino, pisciadella, sciancalassi, belin, magaglio, burnia, putagé incastonate in una lingua media di fluente costruzione, crepitante di cose e di fatti, non immune da impennate espressive ("accecanza", un neologismo?) e dall'ironico, stridente, tecno-burocratico verbo "posizionandosi", riferito al movimento del corpo di Scullino che Marisa invita a stendersi su di lei.
Ma se nel titolo il nocciolo è la metafora del nulla, e per di più l'intagliatore è l'aereo ricamo fantasmatico di una vacua funzione metaforica, un senso di angosciosa inutilità si percepisce a tratti nella nostalgia di un altrove che sta al centro della vita politica e culturale del paese, cioè Milano e Roma: l'ombra lunga del governo, i critici e gli scrittori famosi, le grandi testate giornalistiche, l'editoria importante. Nell'alternanza serrata di dialoghi e soliloqui s'insinua un sentimento claustrofobico vissuto dentro gli angusti perimetri geografici e mentali della provincia: appena mitigato dalla vista dell'orizzonte marino, dalle assidue bevute di Campari, Pernod, Martini, Aperol, vini bianchi e rossi, dal conferire a un tartufo l'eccitante funzione di talismano, di feticcio, simbolo di gaudiosità gastronomica. Forse un surrogato di sogni che non si adempiono.
Nel paesaggio di avvolgente materialità fisica, biologica, antropica, la morte di Scullino conclude il romanzo. All'alba, il corpo senza vita, con pesanti escoriazioni al volto, tagli e graffi di violenza disumana, viene scoperto in un sentiero attiguo a una piccola casa di sua proprietà al mare, La Clessidra, dove il professore si era rifugiato, anche spinto dalla famiglia, per rimettersi da un malore. C'è una sfumatura di giallo in questa morte. Sarà una morte naturale? Provocata da una caduta accidentale o da un nuovo infarto? Il professore doveva incontrare qualcuno? Forse una contadinotta di recentissima conquista? Potrebbe essere un rapporto erotico la causa della morte, visto che il professore è un cardiopatico? E se fosse vittima di un tentativo di rapina da parte di un extracomunitario?
Sono, queste domande, un eccesso improprio di investigazione a cui potrebbe ludicamente cedere il lettore sulla base delle chiacchiere che si sentono in giro. La morte di Scullino galleggia in una momentanea sospensione narrativa, apre intenzionalmente un vuoto nella struttura del racconto, che subito riprende a macinare eventi per l'organizzazione del funerale. E di questa morte Orengo parla, anche attraverso il quartetto vocale del Café de Paris, briosissima dimensione orale del romanzo, con l'allusività tipica motore della leggerezza del suo modo di raccontare, e che nell'Intagliatore produce snodi e scorci della vicenda, istantanei cambi d'inquadratura.
L'happening marino di Silvio lancia come uno slogan il marchio esistenziale che piaceva al defunto: una sentenza da testamento universale pronunciata più volte da Scullino "La vita è storta" e che Silvio scrive in nero su un grande telone arancione srotolato sul mare e trascinato da quattro barche. Appoggiate sui muretti dell'Aurelia, centinaia di persone applaudono l'evento d'impronta situazionista. La cerimonia sembra la realizzazione delle baldorie funerarie proposte nel 1914 da Aldo Palazzeschi nel manifesto futurista Il controdolore, quando raccomandava che la tristezza provocata dalla morte fosse rovesciata in azioni di vitale allegria.
Quel sapiente burattinaio d'intrecci e d'incroci che è il narratore muove una folla di personaggi minori, evocati per nome e cognome, non tutti indispensabili all'economia romanzesca: gente qualunque (come la sodomizzata Nazzarena, cassiera del Café de Paris) o scrittori e critici diffusamente noti. Orengo evita quasi sempre che il rapido metabolismo affabulatorio e minime congestioni di dettagli comportamentali deraglino in marasma strutturale. Disturbano appena piccoli intoppi: Tommaso Landolfi non è toscano, nacque a Pico; gli spaghetti che poche righe dopo si trasformano in tagliatelle, e tali restano; Andrea diventa Marco per una volta, e pare sia un vezzo dell'autore.
Siparietti veloci, l'uno via l'altro, scorrono con un ritmo da giostra, da carosello, e mi piace apparentare la sfilata di protagonisti e comparse a una sorta di Palio dei Buffi palazzeschiano trapiantato in terra ligure. Nel salto generazionale tra gli anziani e i giovani ha un suo degno rilievo Silvio, dolorosamente buffo, infelice giullare politicamente scorretto dei nostri tempi, come dimostrano le sue artistiche e non violente velleità rivoluzionarie che mandano all'aria le giunture della vita organizzata. Provoca un Grande Ingorgo deviando il traffico stradale, tinge di blu con siringhe di anilina più di trecento mandarini che pendono dagli alberi. Sono rivendicazioni movimentiste del bisogno di fantasia in cui Silvio, allievo inconsapevole di Guy Debord, mette in atto una critica spettacolare della società consumistica, industrializzata, frenetica, schiava di una malintesa modernità. E non a caso ho citato Palazzeschi, il suo estro grottesco che lega insieme comicità e malinconia. Con le opportune differenze non solo anagrafiche, Orengo incarna l'eredità letteraria modernizzata del fiorentino "saltimbanco dell'anima".
Altra particolarità del romanzo è l'amalgama di individualismo e collettività nella sfera alta e bassa del ceto medio. Le singole persone si rispecchiano fedelmente, con straordinaria levità, negli strati sociali a cui appartengono; e la dimensione pubblica si rispecchia in quella privata, creando così l'immagine di una communitas, siano o meno condivisi i valori fondamentali e le caratteristiche. Né inferno né paradiso, la contea orenghiana somiglia a un limbo: gli eventi tragici la morte di Scullino; il suicidio inesplicabile di Bruno, che s'impicca, il vero artista della costa sono vissuti con una sapienza del mondo non impassibile ma nemmeno furiosa. Alternando gli aculei della satira alla umana sopportazione di quel che accade, la rabbia civile all'ironia e allo scetticismo, Orengo racconta uno scenario attendibile di vita quotidiana. Volano coltelli e aleggiano complessi d'ogni genere, mediocrità e sogni di potenza, bovarismi e affarismi, faide intellettuali, intrighi erotici, speculazioni economiche, ideologie in conflitto, scontri sociali, disubbidienze no-global.
E sono davvero pochi i romanzi di anni recenti a cui si possa applicare en plein air e in luoghi chiusi la non ancora ossidata formula "realismo atmosferico" con la quale Erich Auerbach, il grande critico e filologo di Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, definiva i connotati di un ambiente e dei personaggi che in esso agiscono in rapporto a una "situazione storica generale". L'intagliatore è pienamente immerso in questo "realismo atmosferico" che fotografa e interpreta senza appiattimenti lo spirito del tempo.
Un indizio si può cogliere nella capillare osservazione dell'abbigliamento. A cominciare dalla sempre elegante Marisa: le piace la moda degli anni Quaranta e Cinquanta, e quindi veste tailleur attillati, camicie dal collo alto, magliette girocollo, mantelline leggere, colori delicati, tonalità pastello. Ma sfiora il ridicolo quando mima la Dickinson indossando abiti bianchi per leggerne i versi. E rende omaggio a Virginia Woolf adoperando "lunghi bocchini neri" per fumare sigarette Camel light "inebriandosi" del suo epistolario. Orengo inchioda Marisa con implacabile e amabile presa in giro di una posa, di un atteggiamento, e la infilza come una farfalla da conservare in bacheca.
Gli abiti, il look, sono un facile terreno di esercizio per misurare lo spessore del "realismo atmosferico" auerbachiano. Orengo affonda lo stiletto dell'ironia e si ripete con Tommaso, per breve tempo amante di Marisa, marito abbandonato di sua sorella Benedicta che si è involata a New York con un americano. Tommaso veste abiti che ostentano un'atroce mescolanza di colori. La descrizione è impassibile ma l'effetto è peggio di un pugno nell'occhio. Passi per i pantaloni di flanella e la "giacca di velluto a coste sottili di color ruggine", ma davvero insopportabili spiccano "un gilet nero su una camicia giallo mimosa e una cravatta celeste".
Che dire, poi, del mutamento vestimentario del pensionato Scullino, suggerito da Margherita e da Marisa, ovviamente in sedi diverse, quando invitano l'ex professore, allo scopo di ringiovanirne l'immagine, ad abbandonare l'abbigliamento troppo formale consono allo status scolastico? Malvolentieri il professore lascia negli armadi "i suoi completi in tinta unita, marroni, celesti, i suoi sobri principe di Galles" e acquista jeans neri, maglioni blu, camicie azzurre, "un giubbotto color panna e scarpe spagnole, Camper", abolendo anche la cravatta. Orengo trasmette al lettore il disagio di Scullino, lo smarrimento, quando il professore capisce che questo look dovrebbe girare "verso un'immagine più da intellettuale francese o da inglese in Riviera". Profondo conoscitore di quelle zone, Orengo trattiene a stento lo sghignazzo; ma non può fare a meno di affidarsi alla "voce fastidiosa di Boniscontro", che viperinamente chiede a Scullino: "Professore, ha cambiato sarto?". La mutazione prosegue.
Invitato dal collega Francesco Improta al Tiro a Volo di Sanremo, alla festa brasiliana esilarante trionfo del Kitsch esotico dove ci saranno possibili finanziatori del premio Cinque Bettole, l'audace Scullino indossa "una giacca azzurra sopra un maglione blu da marinaio e un paio di pantaloni color nocciola", mentre Improta ha scelto "una giacca bianca sopra un maglione nero a collo alto e un paio di blue-jeans"; e guida sull'Aurelia, spericolatamente, la sua Stilo gialla. È una mentalità che si rivela in questi fotogrammi di antropologia sartoriale e automobilistica.
Lo scenario si dipana con l'andamento di un musical, di un cabaret, forme espressive rivisitate guardando a certe invenzioni filmiche di Woody Allen. Il quartetto degli avventori del Café de Paris droghiere, fioraio, impresario di pompe funebri, negoziante di ferramenta è lo spigliatissimo coro agito da Orengo come una parodia della tragedia greca e dell'epica didascalicità brechtiana, tra una notizia e un pettegolezzo, una malignità e una bevuta, la Storia e le storie. Intanto a New York gli attentatori di Bin Laden distruggono le Twin Towers e Bush scatena la guerra contro l'Iraq di Saddam: incombe, la grande Storia, sullo sfondo, e appare ancor più minacciosa al cospetto del microcosmo ligure a cui sono incatenati gli individui con le loro piccole storie.
Ma qual è la colonna sonora di questo musical, di questo cabaret allestito da un autore che mette in scena anche se stesso, con divertito e un po' masochistico sdoppiamento? La musica dello spettacolo è il poetico suono della natura, l'eros botanico sprigionato da un amore antico per gli alberi, i fiori; è la luce di un crepuscolo, il riverbero degli astri; è il mare e la terra con le specie che li abitano; è il "canto di conchiglia" che si effonde dai "singhiozzi erotici" di Marisa; è il profumo di un coniglio arrosto alle erbe, la fragranza di un tartufo, il sapore dei tordi sott'olio; è l'armonia di una curva stradale, l'angolo di un edificio. Ma non vorrei banalizzare la sensibilità ecologica di Orengo che sente il paesaggio come se fosse tatuato sulla propria pelle, tanto ci sta dentro, e ne avverte i guasti avvenuti o futuri provocati dalla dissennata mano dell'uomo. Dunque, farò a meno di definirlo un verde, termine troppo gravato da connessioni ideologiche e politiche.
Infine, suggerisco al lettore un'analogia. Se è vero che la Natura, attraverso le sue molteplici incarnazioni, è un personaggio onnipresente del romanzo, anche la Letteratura ha un posto di rilievo nelle fibre della narrazione. Il gossip letterario è soltanto la schiuma superficiale di una passione autentica. Natura e Letteratura, ai migliori livelli, sono entità esaltate dal pathos dell'autore, che non si nasconde l'incombente degrado di entrambe. Le speculazioni territoriali auspice e mezzana la politica per la prima; le distorsioni del mercato e l'insidia del "consumo intelligente" per la seconda. E qui si percepisce in Orengo la conoscenza di vizi e virtù della società letteraria, del mondo editoriale e giornalistico (dalla Einaudi a La Stampa dove dirige l'inserto settimanale di "Libri e Tempo Libero").
Rinunciando a sterili altezzosità intellettualistiche, Orengo non lesina sottili perfidie a certe mode correnti, come l'imperversare di giallisti. Il successo di un outsider, Giorgio Faletti, con le settecento pagine di Io uccido, storia di un serial killer psicopatico, divorate dai lettori, è oggetto di un tormentone estetico che agita la mente di Scullino e di altri; e fotografa l'avvento di una letteratura d'intrattenimento che non è più un fenomeno limitato a uno o due best-seller ma già si può definire di massa. La letteratura va' dove la porta il mercato? È l'assillo, esplicito o velato, che serpeggia nel romanzo. Ma l'intelligenza di Orengo non si lascia invadere da mutrie roviniste.
ENZO GOLINO sscrive per la Repubblica, L'espresso, Alias (supplemento> di il manifesto) e altre testate. Il suo libro più recente è Sottotiro. 48 stroncature (Manni, 2002).
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