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Legalizzare la tortura
ANTHONY LEWIS
1.
La lettura, da cima a fondo, dei rapporti scritti dai vari consulenti legali del governo Bush in merito al trattamento dei prigionieri della cosiddetta "guerra al terrore" costituisce una strana esperienza. Sembra cioè di leggere i consigli impartiti da una avvocaticchio della mala a un mammasantissima della mafia su come circuire la legge ed evitare il carcere. Quegli americani che sottopongono i prigionieri a pressioni fisiche potranno sfuggire al castigo se sapranno dimostrare che non erano mossi dall'"intento di causare forti pene mentali o sofferenze corporali". E "un imputato potrà sempre negare di aver avuto cattive intenzioni, asserendo di aver agito in buona fede e sostenendo che la sua condotta non comportava atti proibiti dalle norme di legge".
I brani citati sono tratti da una bozza di rapporto al ministro della Difesa USA, Donald Rumsfeld, da parte di un consesso di avvocati da lui scelti ad hoc, perlopiù consulenti di nomina politica della Difesa e altri dicasteri, per avere da essi consigli sulle tecniche di interrogatorio dei prigionieri detenuti a Guantánamo Bay. Il rapporto reca la data del 6 marzo 2003. Sul frontespizio si legge: "Riservato al ministro Rumsfeld".
Un altro tema trattato da queste memorie tema ancor più inquietante riguarda la facoltà concessa al presidente degli Stati Uniti di ordinare la tortura dei prigionieri, sebbene ciò sia vietato dalla legge federale e dalla Convenzione internazionale contro la tortura, sottoscritta anche dagli Stati Uniti.
Il concetto che i poteri del presidente USA possano "scavalcare" i trattati internazionali e le leggi promulgate dal Parlamento ha fatto la sua comparsa all'indomani dell'attacco terroristico dell'11 settembre 2001. John Yoo, professore all'Università della California in Berkeley, era allora viceassistente dell'avvocato generale dello Stato. John Yoo scrisse diversi rapporti, nell'ultimo quadrimestre del 2001 e poi, in collaborazione con Robert J. Delahunty (altro consulente legale del ministero di Giustizia), un'importante relazione datata 9 gennaio 2002. Era indirizzata a William J. Haynes II, capoconsulente legale del ministero della Difesa. In quel memorandum si legge fra l'altro: "Porre limiti al potere supremo del presidente [degli Stati Uniti] per quanto concerne le operazioni militari (ivi compreso il trattamento dei prigionieri) [sarebbe un] atto dubbio dal punto di vista costituzionale".
Nell'agosto del 2002, il ministero di Giustizia preparò un ulteriore memorandum per la Casa Bianca. Ne era autore l'assistente dell'avvocato generale, Jay S. Bybee, capo dell'ufficio di consulenza legale del ministero stesso. Questo memorandum di 50 pagine affronta il tema della costituzionalità. Vi si legge fra l'altro: "In una guerra come l'attuale, le informazioni acquisite mediante interrogatori possono scongiurare e impedire futuri attacchi da parte di nemici stranieri. Qualsiasi impegno mirante ad applicare [la legge penale contro la tortura] in modo tale da interferire con le direttive del presidente degli Stati Uniti su una questione essenziale come la detenzione e gli interrogatori di combattenti nemici sarebbe, pertanto, incostituzionale".
Il memorandum del ministero della Difesa datato 6 marzo 2003 incorpora i concetti e fa proprio in gran parte il linguaggio del memorandum di Bybee. In esso il concetto della insindacabilità dei poteri presidenziali viene espresso in senso lato e in termini non ambigui: "Affinché sia rispettata l'implicita autorità costituzionale del presidente per quanto riguarda la gestione di una campagna militare
[il divieto di far ricorso alla tortura] deve considerarsi inapplicabile agli interrogatori effettuati in ossequio alla di lui autorità quale comandante supremo delle forze armate
Il Parlamento non è in grado di dettar regole e norme sulla facoltà del presidente di detenere e interrogare combattenti nemici, così come non è in grado di dettar regole e norme sulla sua facoltà di dirigere i movimenti delle truppe sul campo di battaglia
Qualsiasi mozione del Parlamento mirante a dettar norme circa gli interrogatori di combattenti irregolari [= terroristi] costituirebbe una violazione della Costituzione laddove questa investe il presidente dell'autorità di unico comandante supremo".
Il memorandum del 6 marzo 2003 aggiunge un non superfluo monito ai torturatori: "Dal momento che detta autorità compete al presidente degli Stati Uniti, sarebbe opportuno che l'esercizio di essa da parte di subalterni fosse in grado di dimostrare che è dal presidente che la stessa deriva per il tramite di una direttiva o altro scritto".
Sia il memorandum di Bybee sia quello del ministero della Difesa analizzano minuziosamente, in ogni dettaglio, le leggi contro la tortura al fine di suggerire come difendersi da eventuali accuse a tal riguardo. Un ragguardevole suggerimento è questo: un inquirente che abbia causato lesioni a un prigioniero durante un interrogatorio può accampare la "legittima difesa" a mo' di giustificazione legale, adducendo di aver agito in difesa non di sé personalmente, ma della nazione: "Come [il ministero di Giustizia] ha chiaramente detto e ribadito, in dichiarazioni riguardanti la guerra contro al-Qaeda, il diritto della nazione alla propria difesa scaturisce dagli eventi dell'11 settembre. Qualora un inquirente governativo infliggesse lesioni a un combattente nemico durante un interrogatorio in misura tale per cui potrebbe aver eventualmente violato le norme penali previste in materia dal codice, egli potrebbe sempre addurre a discolpa di aver agito come ha agito al fine di evitare ulteriori attacchi contro gli Stati Uniti da parte della rete terroristica di al-Qaeda. In tal caso il ministero di Giustizia ritiene che il suddetto inquirente potrebbe sostenere che il mandato del potere esecutivo, mirante a proteggere la nazione da attacchi, giustificava la sua condotta".
In ogni memorandum inoltre si cerca ripetutamente di dare definizioni ristrette degli atti proibiti. Nel rapporto del ministero della Difesa si legge che la somministrazione di droghe ai prigionieri violerebbe il divieto di sconvolgere "profondamente la coscienza o la personalità" di un prigioniero soltanto qualora producesse "un effetto estremo" e ciò fosse voluto e calcolato. Nel memorandum Bybee si legge che, per essere definito tortura, il trattamento inflitto al prigioniero deve comportare qualcosa di più di un dolore moderato o momentaneo: la tortura "deve essere equivalente, in intensità, al dolore che accompagna una grave lesione fisica, come un danno organico, la menomazione di una funzione fisica o persino la morte".
Particolarmente ingegnoso è poi un altro argomento, ma forse qui calza piuttosto l'aggettivo "ipocrita". Il regolamento federale contro la tortura è limitato ad atti commessi "fuori degli Stati Uniti". La base navale di Guantánamo Bay "è inclusa entro la speciale giurisdizione navale e marittima degli Stati Uniti" si legge nel memorandum del ministero della Difesa in data 6 marzo 2003 quindi la tortura, colà, non sarebbe contemplata dal suddetto regolamento. Nei casi di Guantánamo tuttora in attesa di giudizio da parte della Corte Suprema, il governo Bush ha strenuamente sostenuto la tesi opposta: Guantánamo è soggetta alla sovranità di Cuba e, pertanto, si situa al di fuori della giurisdizione dei tribunali statunitensi.
Un altro tema di vasta portata viene trattato nei vari documenti legali del governo Bush. Vale a dire, se i prigionieri detenuti a Guantánamo Bay siano, o no, coperti dalla Convenzione di Ginevra cui quasi tutti i paesi del mondo aderiscono la quale fissa le norme per un trattamento umanitario dei prigionieri catturati in conflitto. In particolare, la Terza Convenzione di Ginevra stabilisce il meccanismo in base al quale decidere se la persona tenuta in custodia sia un soldato regolare militante in una forza armata avversaria, un sabotatore o terrorista oppure un civile innocente arrestato per caso. Tale meccanismo consiste in un'udienza davanti a un "tribunale competente".
Durante la guerra del Golfo del 1991, si tennero 1.196 siffatte udienze presso tribunali militari. Quasi il 75% dei prigionieri vennero allora giudicati "civili innocenti" e rilasciati. Ma al termine della guerra in Afghanistan, dai rapporti legali del governo è risultato che né i membri di al-Qaeda né i soldati talebani erano qualificati per ricevere il trattamento previsto dalla Terza Convenzione di Ginevra. La discussione prese le mosse dal memorandum Yoo-Delahunty datato 9 gennaio 2002.
Tale documento giunge alla sbrigativa conclusione che la Convenzione di Ginevra tratta solo di stati sovrani e al-Qaeda non è uno stato. Quanto ai soldati talebani, si asseriva che l'Afghanistan, sotto il regime talebano, era "uno "stato al collasso" il cui territorio era stato in gran parte invaso e assoggettato con violenza da una milizia o fazione piuttosto che da un governo". Si può senz'altro convenire che quello dei talebani era un movimento crudele e violento, ma sta di fatto che il loro governo controllava l'intero paese, a eccezione di una ristretta fascia al Nord.
Poco dopo il memorandum del 9 gennaio 2002, il presidente Bush riscontrò che la Convenzione di Ginevra non "copriva" i prigionieri detenuti a Guantánamo. Tutti quanti loro scoprì erano "combattenti illegali" espressione questa che non ricorre mai nelle Convenzioni di Ginevra. Il segretario di Stato Colin Powell chiese al presidente di "riprendere in considerazione tale decisione". In un memorandum indirizzato ad Alberto Gonzales, consigliere della Casa Bianca, e a Condoleezza Rice, consulente per la sicurezza nazionale, Powell sostiene che la Terza Convenzione di Ginevra dovrebbe coprire anche il conflitto afgano, asserendo che, sì, i prigionieri potevano venir considerati "combattenti illegali" ma solo dopo esser stati processati a uno a uno, se lo avessero richiesto.
Il dibattito fra le interpretazioni fu in realtà un dibattito fra la tradizionale concezione americana della legge e la tesi radicalmente diversa degli avvocati di Bush. William H. Taft IV, consulente legale del dipartimento di Stato, in una memoria da lui indirizzata a Gonzales, sostiene la tesi di Powell, dicendo che essa starebbe a dimostrare che gli Stati Uniti "basano la loro condotta sugli obblighi legali internazionali e sulla rule of law [principio di legalità] e non soltanto sulle loro preferenze politiche". Secondo Colin Powell, non applicare le norme ginevrine a Guantánamo equivarrebbe a "ignorare oltre un secolo di politica e prassi statunitense
e far saltare le protezioni che la legge marziale garantisce alle nostre truppe".
Il consulente Gonzales, in un memorandum a Bush datato 25 gennaio 2002, respinge le argomentazioni del dipartimento di Stato. "La natura della nuova guerra" al terrorismo scrive "privilegia di gran lunga altri fattori, quali l'abilità di ottenere informazioni da terroristi catturati e dai loro sponsors al fine di scongiurare nuove atrocità ai danni di civili americani.
Questo nuovo paradigma rende obsolete le severe limitazioni imposte da Ginevra agli interrogatori dei prigionieri" e rende altresì fuori posto altre clausole ginevrine. Il presidente Bush si è detto d'accordo. L'ordine impartito dal governo Bush di trattare tutti i prigionieri di Guantánamo alla stregua di "combattenti illegali" rappresenta uno straordinario giudizio unilaterale sul destino di centinaia di prigionieri. Come si fa a esser certi che essi sono, tutti quanti, dei terroristi, senza che i dati di fatto siano stati vagliati da un regolare processo? (E persino le persone sospettate di terrorismo sono protette dalla Convenzione contro la tortura.)
Un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, ha detto lo scorso maggio in risposta ad accuse riguardanti il trattamento dei prigionieri di Guantánamo: "Quelli là sono dei combattenti illegali, catturati sul campo di battaglia". Sappiamo, però, che perlomeno alcuni non sono stati catturati sul campo di battaglia in Afghanistan, bensì tratti in arresto in paesi lontani, come lo Zambia, consegnati alle autorità americane e di là spediti a Guantánamo. Alcuni funzionari dei servizi segreti dicono che molti dei detenuti di Guantánamo erano civili afgani catturati per sbaglio durante la guerra.
Colin Powell prevede, correttamente, che rendere le Convenzioni di Ginevra inapplicabili a Guantánamo, nuocerebbe gravemente agli Stati Uniti in seno all'opinione pubblica del mondo. Ma il ministro della difesa Donald Rumsfeld prende di sottogamba le critiche straniere e le ha liquidate, nel 2002, come "sacche isolate di iperventilazione internazionale".
2.
Le questioni sollevate dalle asserzioni legali del governo Bush nella sua "guerra al terrore" sono tanto numerose e tanto spinose che non si sa da dove cominciare a discuterle. Le torture e la morte di prigionieri, risultato finale di fredde astrazioni legali, pesano sulla nostra coscienza nazionale. Tutto questo è descritto dettagliatamente in un terrificante rapporto pubblicato di recente dallo Human Rights Watch dal titolo "The Road to Abu Ghraib". Altrettanto inquietante è, a suo modo, la tesi dei fautori del governo, secondo cui il potere del presidente non può essere vincolato dai lacci e laccioli della legge.
Bush e il suo governo hanno ripetutamente usato l'attacco dell'11 settembre come un argomento per auspicare maggiori poteri all'esecutivo. Un segnale esemplare è dato dalla pretesa che il presidente può annoverare qualsiasi cittadino americano fra i "nemici combattenti" e farlo rinchiudere in isolamento, a tempo indeterminato, senza processo né patrocinio legale. Questa è la richiesta attualmente al vaglio della Corte Suprema, nei casi di José Padilla e Yasser Hamdi.
L'asserzione, contenuta in varie memorie legali, per cui il presidente può ordinare la tortura di prigionieri a dispetto di regolamenti e trattati che lo vietano, presagisce un ulteriore passo avanti verso l'egemonia presidenziale. La premessa su cui si basa tutto il sistema costituzionale americano è che i detentori del potere sono anch'essi soggetti alla legge. Come per primo disse John Adams, gli Stati Uniti intendono essere un governo delle leggi, non degli uomini. A ciò gli avvocati di Bush sembrano disposti a sostituire qualcosa di analogo al diritto divino dei re.
Io trovo particolarmente inquietante la distorsione della legge a opera di alcuni avvocati. Ho trascorso la vita convinto che la sicurezza di questo diverso, difficile Paese risiede, in notevole misura, nella buona fede degli uomini di legge e nel loro impegno a rispettare le regole. Sennonché i legali di Bush mostrano di avere facce di bronzo a tal punto che sono pronti a distorcere, dissimulare e mentire per la causa del potere centrale.
Cito un esempio, piccolo ma rivelatore, di tale dissimulazione. All'indomani del fatidico 11 settembre, il 13 novembre 2001, Bush emise un'ordinanza per cui non-cittadini sospetti fiancheggiatori del terrorismo potevano essere processati da commissioni militari. Quell'ordinanza dice, esplicitamente, che chi viene processato da tale commissione "non godrà del diritto di cercare alcun rimedio o appellarsi ad alcuna procedura, né direttamente né indirettamente
presso: (1) alcun tribunale degli Stati Uniti o di qualsiasi Stato dell'Unione, (2) alcun tribunale di alcuno Stato estero, (3) alcuna corte internazionale".
Il divieto di appellarsi a un tribunale civile per chiedere una revisione è stato oggetto di critiche. Il 30 novembre, Alberto Gonzales, consulente di Bush, ha scritto una lettera aperta al New York Times in cui si industria a offrire rassicurazioni. L'ordinanza relativa alle commissioni militari egli dice "preserva una revisione giudiziaria presso tribunali civili". Ciò appare in netto conflitto con il testo dell'ordinanza. Ma Gonzales soggiunge che, lui, sta parlando del diritto di "richiedere un mandato di habeas corpus".
Il comune lettore avrà pensato che la promessa di "revisione giudiziaria" di Gonzales alludesse al diritto di ricorrere in appello contro effettivi accertamenti e sentenze emesse da una commissione militare. Sennonché l'habeas corpus consentirebbe solo di contestare a Bush l'istituzione delle commissioni militari, non già di impugnare le loro sentenze. Numerosi avvocati militari nominati dal Pentagono difensori d'ufficio dei detenuti di Guantánamo, ai processi da svolgersi in sede di commissione militare, hanno protestato per il fatto che non è loro consentito di ricorrere in appello presso un tribunale civile.
Poi si è avuto, quest'anno, l'intervento nel caso Padilla di Theodore B. Olson, rappresentante del governo federale USA presso la Corte Suprema. Dopo che la Corte Suprema ebbe prestato orecchio a Olson, di punto in bianco il governo Bush fece sapere ai difensori di Padilla che potevano incontrarsi con il loro patrocinato come se si trattasse di una grazia concessa una tantum. Quando i legali arrivarono alla prigione in cui Padilla è detenuto, nella Carolina del Sud, poterono vedere il loro cliente, attraverso una parete di cristallo, ma non fu loro consentito di chiedergli come era stato trattato. Olson comunicò per iscritto alla Corte Suprema che il motivo di quell'incontro non era di prendere in considerazione la questione del diritto di Padilla al patrocinio legale.
Un ulteriore stupefacente risvolto, nel caso Padilla, si è avuto alcune settimane dopo che di esso si era discusso presso la Corte Suprema, in attesa del giudizio di quest'ultima. Il viceavvocato generale James B. Comey Junior rilasciò un documento in cui si specifica che cosa secondo il governo Padilla ha fatto per aiutare al-Qaeda. Le accuse sono sensazionali ma completamente unilaterali, senza alcun commento da parte di Padilla o dei suoi legali.
L'intervento di Comey Junior è talmente rozzo che, ci si chiede, cosa sperasse di ottenere con esso. Si sarà magari prefisso di avvicinare i membri della Corte Suprema alla presa di posizione del governo, in favore di una detenzione di Padilla sine die e senza processo? Quale che ne sia il motivo, l'azione di Comey è di quelle che un tempo erano considerate inammissibili da parte dei legali del governo.
Gli avvocati di Bush sarebbero forse passibili di sanzioni professionali a causa delle loro irresponsabili argomentazioni in favore di uno scavalcamento della legge? Alberto Gonzales dice che le Convenzioni di Ginevra sono fuori posto e obsolete. Ritiene forse che qualsiasi trattato possa essere messo in non cale, qualora dispiaccia al governo americano? Come si sentirebbe, qualora altri governi assumessero lo stesso atteggiamento a nostro scapito?
Scott Horton, già presidente del comitato internazionale per i diritti umani dell'Associazione degli avvocati della città di New York, ritiene che gli avvocati di Bush dovrebbero essere passibili di provvedimenti disciplinari a causa del loro operato mirante a concedere l'impunità ai colpevoli di torture nei confronti di prigionieri. "Siamo in presenza, qui, di gravi deficienze professionali", ha dichiarato Scott Horton al Financial Times. "Gli avvocati impiegati dal governo statunitense hanno il dovere di sostenere e far rispettare le leggi degli Stati Uniti. Sostenere invece che il potere di un presidente in tempo di guerra gli dia diritto di infischiarsene, è assurdo". I francesi hanno una frase che stigmatizza il tradimento degli intellettuali: la trahison des clercs. Secondo me, qui è il caso di denunciare la trahison des avocats.
Horton e il suo comitato si sono fatti carico dei problemi connessi con il trattamento di prigionieri afgani e iracheni, in seguito alla visita di un piccolo gruppo di ufficiali appartenenti al JAG, il corpo degli avvocati della giustizia militare americana. Quegli ufficiali poterono dire ben poco, ovviamente, dal momento che i rapporti legali su cui la discussione verteva erano protetti dal segreto di stato, tuttavia espressero le loro preoccupazioni. Fra l'altro, fecero notare che l'inveterata norma per cui è richiesta la presenza di esponenti del JAG nei luoghi di detenzione non era stata osservata. Quella visita, insomma, lanciò un segnale.
Non erano solo gli uomini del JAG a essere preoccupati. Altri esponenti dell'apparato militare USA temevano che i cenni di tacito assenso e le strizzatine d'occhio alla tortura, nonché la messa in non cale delle Convenzioni di Ginevra a Guantánamo, nuocessero gravemente all'inveterata tradizione militare statunitense di cavalleresca condotta in guerra. Mai prima di Guantánamo gli Stati Uniti avevano deciso di non attenersi a quei trattati.
Inoltre, i manuali da campo dell'Esercito USA impongono severe norme per gli interrogatori cosiddetti di assunzione di informazioni. Fra l'altro tali norme vietano di costringere il prigioniero ad assumere una posizione dolorosa per lunghi periodi e proibiscono la deprivazione del sonno. Si tratta di due delle tattiche di pressione che, viceversa, il governo Bush ha consentito di adoprare in Iraq: e il recente rapporto dello Human Rights Watch fornisce le prove di ben peggiori maltrattamenti. Secondo il ministro Rumsfeld e il vicepresidente Dick Cheney i manuali da campo militari imponevano troppe restrizioni. Nell'autunno del 2002 e ai primi del 2003 entrambi si adoprarono per apportarvi modifiche; ma, a detta degli avvocati del JAG, tali modifiche non potevano conciliarsi con le leggi vigenti in USA o con i trattati dagli USA sottoscritti.
Comunque, le norme dei manuali da campo che impongono limiti alle tecniche inquisitorie sono state o rivedute e corrette o semplicemente trasgredite, con l'avallo sostiene e dimostra il suddetto rapporto del ministro della difesa Rumsfeld e dell'allora direttore della CIA, George Tenet, nelle sfere di rispettiva competenza. Le nuove norme non sono state rese di dominio pubblico. Noto è, però, cosa è stato fatto ad alcuni prigionieri. I dettagli sono agghiaccianti.
Il rapporto dello Human Rights Watch descrive usando un linguaggio estremamente sobrio e cauto cose come l'uccisione di militari iracheni detenuti e interrogati dagli americani. Uno di essi era il generale Abed Hamed Mowhoush, comandante dell'antiarea: catturato in ottobre, morì in carcere il 26 novembre 2003. Il Pentagono comunicò che la morte era sopraggiunta "per cause naturali". Ma dopo che un servizio apparso sul Denver Post ebbe messo in dubbio le circostanze del decesso, il Pentagono ammise che dall'autopsia risultava che il generale Mowhoush era morto per "asfissia dovuta a soffocamento e a compressione del torace" e che si erano riscontrate "tracce di traumi al torace e alle gambe". Il Pentagono comunicò che un'inchiesta per omicidio era stata aperta.
Un altro ufficiale iracheno, il tenente-colonnello Karim Abd al-Jalil, morì il 9 gennaio 2004 mentre era sotto torchio. Il certificato emesso a tutta prima parla invece di "morte per cause naturali, durante il sonno". In seguito alla notizia apparsa sul Denver Post e ripresa dalla televisione tedesca, secondo cui dei soldati americani gli avevano "danzato sulla pancia", il Pentagono emise un nuovo certificato di morte in cui si parla di omicidio per mezzo di "maltrattamenti e asfissia". I due erano ufficiali dell'esercito iracheno regolare, non già terroristi. Nel corso della storia americana, fino a oggi, agli ufficiali nemici catturati era stato sempre riservato il massimo rispetto.
Il titolo della Convenzione sulla tortura suona, per intero, così: Convenzione (Accordo) contro la Tortura e contro Altri Crudeli Disumani Degradanti Trattamenti o Punizioni. Il rapporto dello Human Rights Watch fornisce esempi di trattamento deliberatamente degradante. Un suddito britannico detenuto a Guantánamo, Tarek Dergoul, rilasciato e rimpatriato lo scorso marzo, ha raccontato di essere stato incatenato al pavimento per lunghi periodi, da solo. Gli toccava persino orinarsi addosso. "Non appena me l'ero fatta sotto, ecco che arriva una donna della Polizia militare e si mette a urlare: Guarda cos'hai fatto! Sei uno sporcaccione!"
Un servizio apparso sul New York Times l'8 giugno scorso dice che nel carcere di Abu Ghraib costringere i detenuti a denudarsi era una inveterata prassi normale. Veniva loro ordinato di marciare nudi, di saltellare e cantare un inno americano, nonché di stare in piedi sopra una cassetta a braccia spalancate. Questi maltrattamenti erano cominciati un pezzo prima dell'arrivo ad Abu Ghraib dei sette soldati i cui abusi sono stati documentati da una famosa serie di fotografie.
In un reportage apparso sul Washington Post l'11 giugno 2004, si legge che nel carcere di Abu Ghraib ufficiali del controspionaggio si servivano di cani militari senza museruola per metter paura ai detenuti e ammansirli durante gli interrogatori. Siffatto uso dei cani hanno dichiarato i loro ammaestratori era approvato dal capo del controspionaggio, ad Abu Ghraib. Un inquirente militare ha detto che questi aguzzini facevano a gara, fra loro, a chi costringesse a pisciarsi addosso, dalla paura, più detenuti.
Il maggiore generale Geoffrey D. Miller sovrintendeva agli interrogatori, a Guantánamo. Nell'agosto 2003, fu inviato in Iraq, per ordine del ministro della Difesa Rumsfeld, con l'incarico di incrementare l'acquisizione di notizie durante gli interrogatori.
Un capitano di fanteria, Carolyn A. Wood, che già aveva prestato servizio al campo di prigionia di Bagram, in Afghanistan (dove due detenuti erano rimasti vittime di "omicidi" comprovati) fu trasferita in Iraq. Qui, stando al rapporto dello Human Rights Watch, Wood applicò tecniche inquisitorie già sperimentate in Afghanistan. Si ritiene, soggiunge il rapporto, che fu lei a stilare il prontuario dei metodi da usarsi ad Abu Ghraib: deprivazione del sonno fino a 72 ore, incappucciamento, posture stressanti fino a 45 minuti. Il generale Ricardo Sanchez, comandante in capo in Iraq, evidentemente condivideva tali sistemi dal momento che, dopo la pubblicazione delle foto sciagurate, emanò un ordine per negare tale approvazione.
Sulla base dei fatti noti, la tesi secondo la quale le brutture documentate dalle foto ad Abu Ghraib sarebbero esclusivamente imputabili a un pugno di subalterni "morbosi" (uomini e donne), come Bush ha a più riprese asserito, non sta in piedi. È incredibile. Un rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa ha richiamato l'attenzione degli ufficiali americani sui maltrattamenti perpetrati ad Abu Ghraib, comprendenti dice "deliberati atti di violenza fisica", nudità coatta, e "l'esser costretti a restare per lunghi periodi in posizioni dolorose e stressanti". In questo rapporto si legge altresì che siffatti "metodi di coercizione fisica e psicologica venivano usati dall'intelligence militare in maniera sistematica onde estorcere confessioni e carpire informazioni". A questo rapporto della Croce Rossa Internazionale, datato 24 dicembre 2003, il direttore del carcere, brigadiere generale Janis Karpinski, reagì con una lettera in cui fra l'altro si legge che i detenuti "aventi un significativo valore di intelligence" non avevano alcun diritto di usufruire appieno della protezione sancita dalla Convenzione di Ginevra. La lettera inoltre pregava la Croce Rossa di non effettuare ispezioni "senza preavviso" nel braccio del carcere dove i peggiori abusi avevano luogo.
Donald P. Gregg, per molto tempo consigliere per la sicurezza nazionale di Bush padre, in una lettera aperta al New York Times ha scritto che le memorie degli avvocati invocanti l'abrogazione del divieto di tortura "hanno spianato la strada agli orrori che sono stati rivelati in Iraq, Afghanistan e Guantánamo e si sono fatti beffe delle asserzioni del governo secondo cui a perpetrare abietti abusi sui prigionieri sarebbero stati solo alcuni sprovveduti subalterni. Non riesco a immaginare niente che potrebbe ledere il buon nome dell'America nel mondo e, quel ch'è più importante, imbrattare la nostra immagine di noi stessi, in maniera più devastante di codeste decisioni".
Ciò che ancora non è chiaro è chi, precisamente, ha chiesto consiglio agli avvocati ed, esattamente, quali provvedimenti sono stati presi. Il ministro della Difesa Rumsfeld diede il suo nulla osta all'uso di speciali tecniche inquisitive negli interrogatori dei terroristi sospettati di essere figure-chiave. Questo è noto. Ma Rumsfeld si è sempre rifiutato di rivelare pubblicamente, o al Senato, quali fossero di preciso le tecniche speciali da lui approvate. Sappiamo che alcuni interrogatori si sono conclusi tragicamente. L'esercito ha ammesso che almeno trentanove prigionieri in Iraq e Afghanistan sono morti, alcuni di loro sotto torchio.
Inoltre, stando al Comitato Internazionale della Croce Rossa, tra il 75% e il 90% dei civili iracheni arrestati dalle forze della coalizione sono stati "arrestati per sbaglio", spesso facendo ricorso a tattiche brutali. I funzionari della Croce Rossa hanno portato questi fatti e le loro scoperte riguardo alla brutalità carceraria a conoscenza di alti funzionari americani.
Chi dunque è da ritenersi responsabile delle malefatte? Il memorandum Bybee dell'agosto 2002, in cui si sostiene per conto del ministero di Giustizia che il presidente poteva ordinare il ricorso alla tortura, era indirizzato ad Alberto Gonzales, consulente legale della Casa Bianca. Quali provvedimenti prese Bush al riguardo? Una possibilità è che il presidente, sentitosi dire dagli avvocati che era a sua piena discrezione non tener alcun conto di limitazioni legali, abbia delegato questo potere a Rumsfeld e Tenet. Ha forse Bush detto qualcosa in una formale ordinanza? Si è limitato forse a dire a Rumsfeld e Tenet che potevano strapazzare i prigionieri in qualsivoglia modo essi ritenessero adeguato e necessario per estorcere informazioni?
Una cosa perlomeno dovrebbe risultare chiara e lampante da questo sordido episodio della storia americana. Gli artefici della Costituzione americana sapevano quel che facevano quando eressero barriere contro il potere governativo assoluto quando cioè controbilanciarono il potere del presidente mediante quello del Parlamento e quello dei tribunali.
Il giudice Robert H. Jackson della Corte Suprema fece a suo tempo un mordace commento, rimasto famoso, in merito alla pretesa presidenziale di un potere derogatorio in tempo di guerra. Nel 1952, durante la guerra di Corea, sulle acciaierie statunitensi incombeva la minaccia di uno sciopero. Il presidente Truman, per scongiurarlo, confiscò le acciaierie. La Corte Suprema ritenne tale confisca incostituzionale, in mancanza di una legge del Parlamento che la autorizzasse. Gli avvocati di Truman asserirono che il presidente aveva il potere intrinseco di fare ciò che fosse necessario allo sforzo bellico. Il giudice Jackson allora disse: "È piuttosto evidente che la Costituzione non contempla che il titolo di comandante supremo delle Forze Armate faccia del presidente anche il comandante supremo del Paese, delle sue industrie e dei suoi abitanti".
Oggi la Corte Suprema ha di fronte a sé la pretesa di speciali poteri presidenziali per quanto riguarda i casi Hamdi e Padilla. Storicamente, la Corte Suprema è sempre stata restia a contestare le richieste del potere esecutivo in tempo di guerra. Stavolta essa potrebbe inviare un segnale forte, nel senso che vi sono dei limiti da rispettare, essendo Bush privo del potere di detenere cittadini americani sine die e senza processo.
Ma noi non possiamo aspettarci dalla Corte Suprema una risposta alle torture e al trattamento disumano dei prigionieri in Afghanistan e Iraq. Tale risposta deve provenire dal sistema politico. Potrebbe, ragionevolmente, consistere in un'indagine parlamentare, magari a opera di una speciale commissione congiunta (bicamerale). Ma almeno finora, i membri del Parlamento non sembrano averne tanta voglia. Né possiamo aspettarci veri e propri risultati dalle varie inchieste avviate dalle forze armate.
La situazione richiede un'indagine penale condotta da un pubblico ministero indipendente con potere di emettere mandati di comparizione e avente l'impegno etico di una persona come Archibald Cox. Inutile dire che non potrebbe esserne incaricato l'avvocato generale dello Stato Ashcroft. All'indomani dell'11 settembre, questi spiegò in chiare note quale fosse il suo concetto di costituzionalità, allorché disse che coloro i quali esprimevano preoccupazione circa l'impatto delle misure governative sulle libertà civili, in pratica, aiutavano i terroristi. Al Senato, ascoltato come teste sullo scandalo delle torture, lo stesso Ashcroft fece di tutto per ostacolare ogni tentativo di scoprire chi avesse ordinato cosa.
Un pubblico ministero impegnato farebbe ciò che gli investigatori di crimini aventi il crisma dell'ufficialità hanno sempre fatto da Norimberga in qua: applicare il principio della responsabilità di chi comanda e risalire di anello in anello lungo tutta la catena, fino alla fonte delle malefatte. È grazie a questo principio che Slobodan Milosevic si trova in gattabuia all'Aia.
Non sarà facile trovare un pubblico ministero indipendente adatto a tale compito. George W. Bush e Karl Rove faranno di tutto per impedire una vera indagine. Occorre che il Parlamento e l'opinione pubblica esercitino forti pressioni. Ma non si vede altra via da seguire affinché l'America riacquisti il suo buon nome e ritrovi il senso morale di se stessa.
17 giugno 2004
(Traduzione di P.F. Paolini)
ANTHONY LEWIS è un giornalista del New York Times. Due volte vincitore del premio Pulitzer, è anche autore di Make No Law (Random House, 1991).
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