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Completare il revisionismo?
GIANFRANCO PASQUINO
GIAMPAOLO PANSA, Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, pp. 381, €17,00
GIORGIO BOCCA, Partigiani della montagna. Vita delle divisioni "Giustizia e Libertà" del Cuneese, Milano, Feltrinelli, pp. 179, €12,00
GIANCARLA ARPINATI, Malacappa. Diario di una ragazza, Bologna, Il Mulino, pp. 179, €12,50
Che cosa spinge un giornalista di fama come Giampaolo Pansa affermato, di sinistra, già autore di un efficace romanzo best-seller sulla Resistenza a scrivere un libro sui crimini commessi dai partigiani subito dopo il 25 aprile 1945? È il segno dei tempi, variamente letto e presentato, in cui le sinistre ben intenzionate vorrebbero un recupero del senso civico, inteso come appartenenza a un solo paese, attraverso una rilettura di una parte controversa e drammatica della storia italiana? Oppure è una concessione a quelle destre che ambiscono a una specie di riabilitazione di quello che è stato il loro passato e, comunque, a una ridefinizione drastica del ruolo della Resistenza, che pure sta a fondamento della libertà riconquistata e della stessa Costituzione? Se è un segno dei tempi, allora, e giustamente, anche la riproposizione, a quasi sessant'anni di distanza dalla sua prima apparizione, del libro di un altro giornalista di sinistra, pure lui storico di valore, Giorgio Bocca, deve essere considerato tale.
Su un piano molto diverso dal libro di Pansa, ma sicuramente ristampato per contrastarne la visione e gli effetti, il libro di Bocca intende "ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia, ricordare quella forte pagina di solidarietà e di civile dignità che oggi appaiono quasi impossibili". È sbagliato pensare che Pansa sia soltanto alla ricerca di uno scoop, certamente clamoroso, di straordinaria importanza e di significative dimensioni, o che il suo lavoro costituisca, in qualche misura, un cedimento alla moda corrente di un certo revisionismo nella versione che lui stesso ha definito "completista"?
Il "completismo" ossia il "far vedere l'altra faccia della medaglia" sarebbe, secondo Pansa, quel tentativo, non di italico revisionismo, perché non vuol riscrivere la storia, ma di arricchimento delle conoscenze, che ricorda e ricostruisce anche la storia dei vinti: in questo caso, dei fascisti, in particolare nel Nord, dall'Emilia-Romagna in su, alla fine della lotta partigiana e nei mesi che seguirono.
Non c'è ragione, naturalmente, per non prendere sul serio quello che Pansa afferma e per non considerare completamente legittimo il suo tentativo. È persino doveroso saperne di più su quella specifica fase della storia italiana, della guerra civile italiana, che ha lasciato grandi risentimenti: se, ovviamente, è davvero possibile saperne di più. Altrettanto ovviamente, appare opportuno valutare le interpretazioni diverse e spesso contrastanti di quello che viene scritto in materie tanto politicamente e umanamente delicate, e riflettere sulle conseguenze di quelle interpretazioni. Tuttavia, il punto non è come gli hanno rimproverato, neppure troppo indirettamente, molti critici, tra i quali lo stesso Bocca, grande vecchio del giornalismo italiano che Pansa non doveva scrivere quello che ha scritto. Ci mancherebbe altro che un giornalista, per di più con vere e provate competenze storiche, dovesse censurarsi nella ricerca di un argomento da trattare e nel modo in cui trattarlo! Il punto è molto diverso. Riguarda non l'opportunità del libro di Pansa, ma i suoi contenuti.
Andiamo per ordine, seguendo le preoccupazioni manifestate dall'autore. L'obiettivo centrale e dichiarato di Pansa è "offrire un quadro sufficiente a restituire il clima del tempo, così come lo vissero e lo subirono gli sconfitti della guerra civile". Questo obiettivo merita di essere perseguito poiché esistono "fatti che la storiografia antifascista ha quasi sempre ignorato di proposito, per opportunismo partitico o per faziosità ideologica". L'obiettivo è condivisibile, quantunque gli storici antifascisti dovranno chiarire se davvero la loro storiografia abbia ignorato quei fatti e per quali ragioni. A giudicare dalle reazioni di alcuni di quegli storici, sembra proprio che essi neghino l'addebito. Quanto alla restituzione del clima del tempo, altri hanno già scritto in materia; a esempio, nella prefazione alla nuova edizione di Partigiani della montagna, Bocca offre una possibile chiave non tanto di assoluzione, ma quantomeno di comprensione, degli eventuali eccessi commessi allora dai partigiani: "Chi, a distanza di soli sessant'anni, giudica la Resistenza dimentica la prova durissima a cui è stata sottoposta".
Le pagine più belle del libro di Pansa, che ricreano, almeno parzialmente, il clima del tempo, sono quelle biografiche, che riguardano lui stesso, bambino di nove anni e mezzo a Casale Monferrato, qualche giorno dopo la Liberazione. Con riferimento ai giustiziati in provincia di Alessandria, Pansa scrive due frasi importanti: "Qui la guerra civile era stata più cruenta. E più dura fu la resa dei conti". In realtà, come peraltro già si sapeva, la guerra civile fu molto dura anche in Emilia, e la resa dei conti ancora più dura, in qualche caso feroce, fino a richiedere l'intervento, forse tardivo, dello stesso segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti.
In entrambi i casi, in realtà, bisognerebbe non soltanto tenere conto della durezza della guerra civile, ma riferirsi anche alle modalità con le quali i fascisti avevano conquistato il potere e lo avevano esercitato. Questa problematica essenziale è assente, anche per ragioni di "taglio", dal libro di Pansa. Tuttavia, l'autore avrebbe potuto e forse dovuto, con qualche rapido inciso, farne cenno, poiché il ventennio fu in molte zone del Nord del paese davvero oppressivo (per fortuna loro, sappiamo che molti antifascisti del Nord vennero mandati in quella forma di vacanza secondo il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi chiamata "confino").
Tornando ai "fatti ignorati", ci si sarebbe attesi che Pansa scoprisse per l'appunto una mole di fatti che davvero non erano già noti. E che lo facesse, insisto, da giornalista investigativo e da storico capace qual è. Invece, a parte l'artificio narrativo dell'incontro con la avvenente bibliotecaria di Firenze, Livia Bianchi, che lo accompagnerà nel suo viaggio immaginario alla ricerca dei misfatti dei partigiani, Pansa non sembra avere cercato, e certamente trovato, nessun documento nuovo e non ha fatto nessuna intervista mirata ai protagonisti sopravvissuti di quell'epoca. Almeno in un caso, però, afferma di avere cercato di intervistare qualche protagonista, vale a dire i componenti della 28a Brigata Garibaldi guidata da Bulow, al secolo, l'ex senatore comunista Arrigo Boldrini. Tutti si sono negati in maniera che mi permetto di giudicare inquietante, non rendendo, in definitiva, un buon servizio all'accertamento dei fatti e, eventualmente, alla comprensione delle motivazioni.
Quanto ai documenti, Pansa non ha eseguito, come sarebbe stato auspicabile, nessuna ricerca, neppure sulle fonti migliori ancora disponibili, vale a dire sui quotidiani locali e sui bollettini diocesani del tempo. Se avesse voluto, avrebbe certamente trovato una mole aggiuntiva di informazioni. Invece, le informazioni di cui dispone e che offre al lettore elenchi di numeri e di nomi di morti, con pochi particolari specifici sono tratte da fonti già facilmente accessibili, per lo più elaborate e compilate (non è una critica, ma una constatazione) da giornalisti e da ricercatori di destra, qualche volta dichiaratamente fascisti, come il molte volte citato Giorgio Pisanò. Forse è questo, e lo dico con amara ironia, il significato profondo del neologismo "completista": fare completo affidamento su fonti e testi altrui (al proposito, avrebbe certamente giovato allo scopo del libro e all'educazione del lettore se fossero state inserite un'appendice bibliografica ragionata e una lista dei nomi citati).
In casi delicati come quelli analizzati da Pansa, naturalmente, lo storico avrebbe comunque effettuato riscontri e persino il giornalista avrebbe cercato altre fonti e qualche conferma in più. Lascio anche questo argomento agli storici, e in particolare, data la natura del problema, a quelli locali. Sono, peraltro, disposto ad accettare la veridicità di tutte le informazioni che l'autore ha raccolto, di tutti gli avvenimenti che racconta, di tutti i crimini che (ri)mette in luce. Sarei molto sorpreso se Pansa non fosse completamente affidabile. Noto tuttavia che, stando alle sue stesse dichiarazioni, non vi è nulla di nuovo. Semmai, è il cumulo di avvenimenti che si susseguono a destare la maggiore impressione. Eppure, non mi è chiaro perché, secondo Pansa, l'elencazione dei crimini, che ha il chiaro intento di impressionare il lettore e di farlo pensare, dovrebbe anche condurci alla conclusione, come accadde al Pansa bambino, che i fascisti (e i nazisti) "erano pure loro esseri umani come tutti, nel bene e nel male, anche se avevano scelto di combattere per una causa che, ancora oggi, giudico sbagliata". Vale la pena di citare a questo proposito, come replica non tanto indiretta, una frase di Bocca: "L'uso dei morti per dimostrare che le idee per cui morirono gli uni equivalgono a quelle per cui morirono gli altri è inaccettabile. La pietà per i morti è antica come il diritto dei loro parenti e amici a piangerli, ma non è dei morti che si giudica ma di quando erano vivi e stavano al fianco degli sterminatori nazisti" .
Una guerra civile, come ricorda un bellissimo libro di Claudio Pavone, si combatte fra i cittadini di uno stesso sistema politico. Spesso, è persino più tragica e spietata di qualsiasi altra guerra. Infatti, proprio perché cittadini di uno stesso sistema persone che hanno frequentato le stesse scuole, vissuto negli stessi luoghi, condiviso le medesime condizioni di lavoro , coloro che sono coinvolti in una guerra civile, nella quale, ha ragione Bocca, non esistono zone grigie, possono avere accumulato risentimenti e odi di natura molto varia e di altrettanto varia intensità, che un dato giorno esplodono. Soprattutto, le ostilità sono destinate a esprimersi in maniera violentissima, quasi incontrollabile, quando alcuni hanno oppresso con la forza altri, umiliandoli e schiacciandoli, ripetutamente, per venti lunghi anni.
Pansa riferisce di centinaia, forse migliaia di uccisioni e di assassinii perpetrati dai partigiani nel dopoguerra. Il problema non è stabilire se si trattasse o no di partigiani combattenti che ubbidivano agli ordini nel qual caso, a mio parere, non si tratterebbe affatto di un'attenuante quanto, piuttosto, di un'aggravante. Il problema, invece, è conoscere le motivazioni di quei comportamenti a opera dei partigiani. Potrebbe essersi trattato di rese dei conti personali che, con la politica, con la Resistenza, con Salò, avevano poco a che vedere. Potrebbero essere state rappresaglie politiche, assolutamente inevitabili, contro fascisti noti che avevano avuto ruoli di rilievo oppure che avevano commesso crimini rimasti impuniti.
L'assassinio di Leandro Arpinati, per un decennio il più importante capo fascista di Bologna ("il primo, il più metodico, il più violento, il più inesorabile degli squadristi bolognesi", dalla bella introduzione di Brunella Dalla Casa al Diario della figlia di Arpinati, Giancarla, Malacappa) è, per esempio, giustificato da una donna del commando che lo uccide mentre grida: "ha ucciso mio padre". Incidentalmente, il Diario della giovane Arpinati, che combina avvenimenti personali con le contingenze della situazione, suggerisce la consapevolezza dell'autrice, per quanto inevitabilmente superficiale, che, proprio come intelligentemente argomentato da Pavone, le guerre furono in effetti tre: patriottica, civile, di classe/rivoluzionaria. Si intersecarono e, di conseguenza, si intensificarono e si acuirono reciprocamente.
Sarebbe stato auspicabile che, nella sua ricognizione, Pansa avesse cercato di raccogliere più informazioni sulle persone uccise dai partigiani, non perché gli eventuali comportamenti precedenti, anche criminosi, giustifichino la giustizia sommaria, ma semplicemente per capirne di più. Per rispondere, non soltanto alle domande: chi, dove, quando, come, ma anche alla domanda cruciale: perché? Questo è, in effetti, l'obiettivo centrale, fondamentale, decisivo, di un "completismo" di successo. Uccisioni e assassini potrebbero, infine, ed è questa l'ipotesi più sconvolgente, essere stati la conseguenza voluta di una strategia consapevole, ovviamente decisa dall'alto, dei partigiani, in particolare di quelli comunisti: eliminare uno a uno, ovunque possibile, quei rappresentanti delle classi medie e alte che, per il loro prestigio personale, per le loro capacità, per la loro collocazione, fossero in grado di svolgere un ruolo dirigente nella fase successiva alla Liberazione. Coloro che avrebbero potuto impedire l'imposizione dell'egemonia comunista, della classe lavoratrice; che avrebbero reso impossibile il passaggio dalla guerra patriottica, di liberazione, alla guerra di classe, rivoluzionaria.
Tanto meglio, allora, per i "giustizieri", se quei "notabili" fossero anche stati coinvolti nel fascismo (ma raramente Pansa ce lo dice/suggerisce) perché, in questo caso, poteva essere utilizzata una giustificazione credibile e accettabile. Questa terza motivazione, proprio per la sua importanza e per le conseguenze che, forse, in qualche zona del paese ha effettivamente avuto, merita approfondimenti che, purtroppo, il libro di Pansa non fornisce: l'autore, evidentemente, non ha voluto o non ha saputo "scavare" con la dovuta sistematicità, con la necessaria completezza.
Un libro che mira a ristabilire le verità storiche, in questo caso a favore dei molti morti ammazzati e dimenticati fra i fascisti e i loro fiancheggiatori, dovrebbe fondarsi su una base documentaria più solida e, come ho già accennato, impegnarsi nell'approfondimento della critica di quei documenti. Lo strumento prescelto da Pansa, vale a dire, in sostanza, un romanzo-reportage, tutela l'autore contro alcune critiche e richieste: gli si potrebbe, per esempio, chiedere se ritiene di avere prodotto qualche "sconvolgimento interpretativo" della storia finora nota. Il romanzo-reportage ha, naturalmente, almeno altri due vantaggi. Anzitutto, ha raggiunto qualche centinaio di migliaia di lettori (forse trecentomila), moltissimi di più di quanto un qualsiasi libro di storia, anche ottimo, potrebbe mai riuscire a raggiungere. In secondo luogo, data la notorietà dell'autore e la sua collocazione politica, ha inquietato un ampio pubblico di sinistra, facendolo riflettere. Proprio qui si pone un interrogativo cruciale. Un romanzo di impegno civile dovrebbe, alla fine della lettura, consegnarci lettori che sono cambiati anche grazie a quanto hanno appreso dal libro. Certo, è difficilissimo rispondere al quesito "se" e, ancora di più, "come" siano cambiati i lettori de Il sangue dei vinti.
A giudicare dalle reazioni nei talk show televisivi, per esempio, sembra che la destra ne sia uscita ringalluzzita e, per certi versi, addirittura si consideri assolta, ovvero ritenga di potere assolvere il fascismo e la repubblica di Salò per i loro, efferati e documentatissimi, crimini. Al di là delle intenzioni dell'autore che, peraltro, è troppo intelligente per non avere previsto anche questa conseguenza, Il sangue dei vinti offre il destro non a chi vuole costruire, per quanto sia difficile (e secondo me impossibile, se non addirittura inutile), una memoria condivisa, ma a chi si propone (non è ovviamente il caso di Pansa) di annegare nelle notti di molti crimini dei partigiani le responsabilità dei fascisti e vuole confondere le prospettive. Non ce n'era francamente nessun bisogno.
Come era prevedibile, una parte della sinistra ha rifiutato in blocco le tesi di Pansa. Un'altra parte, invece di confrontarvisi, le ha ritenute (giuste o sbagliate che siano) inopportune. Per questa sinistra il problema è sempre un altro, sempre altrove. Una parte, infine, ritiene che l'operazione (termine che uso in senso neutro) di Pansa non ha comunque conseguito il suo, forse auspicabile e certamente meritorio, obiettivo: la creazione di una memoria storica condivisa. Dopo la lettura del libro di Pansa, dunque, invece di ritrovarci tutti meglio, tutti migliorati, stiamo probabilmente tutti peggio, sebbene non per colpa dell'autore ma della natura del dibattito politico in Italia. Siamo ancora più divisi sull'interpretazione del nostro passato che, nel bene e nel male, è un'ombra lunga che si proietta sulla Costituzione e sulla democrazia.
Non credo si debba dimenticare il passato: penso, al contrario, che occorra insegnarlo e studiarlo con l'aiuto di libri, magari più approfonditi e meglio collocati nel loro contesto di quello di Pansa. Penso anche che ognuno abbia il diritto di tenersi, se vuole, la propria memoria personale e storica purché accetti i princìpi della democrazia, operi al suo interno, agisca per ristabilirli quando, anche sottilmente e insidiosamente, sono minacciati. Sarebbe, in questo paese, già un grande passo avanti.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica all'Università di Bologna e al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi volumi più recenti, tutti pubblicati dalla Bononia University Press, sono Il sistema politico italiano (2002), Sistemi politici comparati (2003) e, con Donatella Campus, USA: elezioni e sistema politico (2003).
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