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Storia di una crisi di Stato
ALFIO MASTROPAOLO
PAOLO PEZZINO, Senza Stato. Le radici storiche della crisi italiana, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 190, €14,00
Era un libro da scrivere. Ci ha pensato Paolo Pezzino, storico d'archivio, noto per i suoi lavori, animati da intensa passione civile, sulla storia della mafia e su alcune drammatiche pagine della Resistenza. Stavolta, quello di Pezzino è un agile inventario dei luoghi comuni che hanno da sempre accompagnato e condizionato la lettura della storia d'Italia. Condizionato e inquinato, giacché se le interpretazioni della storia, di quella patria a maggior ragione, fanno parte di un conflitto che perennemente infuria per imporre legittime interpretazioni di tale storia, tipico tratto italiano è un utilizzo spregiudicato di questo strumento per delegittimare gli avversari politici. Si sollevano così argomenti spietatamente critici nei confronti del paese nel suo insieme, miranti in realtà a destabilizzarne le istituzioni.
Consapevole di questo conflitto, Pezzino si prova a prendere le distanze dalla polemica politica e a risituare con pacatezza alcuni temi fondamentali della storia italiana nel loro contesto e in un più ampio scenario internazionale. Invita a comparare con più rigore le vicende italiane e quelle degli altri paesi dell'Occidente liberale, sottraendo questi ultimi agli stereotipi costruiti da commentatori che a loro uso e consumo hanno elevato a modello una Francia, un'Inghilterra, una Germania (e via di seguito) largamente immaginarie, spesso a dispetto delle smentite provenienti dal paese in questione.
Chi fra i tanti estimatori di casa nostra del modello francese rammenta l'impietosa critica del fenomeno burocratico d'oltralpe elaborata da Crozier in un celebre saggio dei primi anni '60?
Quanto al contesto in cui gli eventi si sono svolti, poteva la storia d'Italia andare molto diversamente da com'è andata? Il libro di Pezzino aderisce all'idea che la storia la fanno gli uomini in "condizioni date" come diceva Marx , ma senza vincoli ineludibili o coazioni a ripetere. Al pari di ogni altra, anche la storia italiana conosce congiunture, opportunità, tornanti critici, in cui gli uomini hanno scelto in un modo e avrebbero potuto scegliere in un altro, altrimenti orientando il corso degli eventi. Non ha senso parlare, come troppo spesso si fa a proposito del nostro paese, di tratti immutabili (specie per chi fa lo storico), ma non è nemmeno il caso di struggersi troppo sulle occasioni sprecate e sugli errori commessi. Qualche opportunità felicemente colta e qualche appropriata scelta politica ci sarà pur stata, in Italia. Lungi dal drammatizzare i fallimenti, imputandoli al paese e non agli uomini, occorre evitare di appagarsi troppo agevolmente dei successi, considerandoli dovuti, o dimenticandone l'intrinseca provvisorietà: fresco esempio è l'ingresso dell'Italia nel club della moneta unica, conseguito malgrado le circostanze militassero contro, e assai sbrigativamente archiviato.
In questa chiave il libro si rivolge al nostro dibattito pubblico, in cui alla deprecatio temporum, alle impietose denunce del carattere degli italiani, alla stigmatizzazione degli italici peccati originali, fa da contraltare rituale la suggestione della palingenesi: a lungo rivoluzionaria, "riformatrice" più di recente, comunque sempre distantissima dai problemi reali. Si consideri solo lo stucchevole dibattito in corso sulle riforme istituzionali, quasi che premierato o semipresidenzialismo bastassero di per sé a rimediare all'obsolescenza del nostro sistema industriale o alla quota troppo bassa di popolazione attiva.
Che non sia questo continuo recriminare il vero vizio, o vezzo, nazionale? Se lo chiede Pezzino, invitandoci ad accettare l'idea che nelle cose degli uomini, delle nazioni e degli stati, la "norma" è una costruzione artificiosa, e che ciascuno in realtà segue la propria strada.
Composto di un'introduzione, e di nove capitoli, ognuno dedicato a uno stereotipo, il libro ruota intorno a un principio metodologico cruciale: sfatare i luoghi comuni non significa affatto negare i problemi. Dietro ogni stereotipo, dice l'autore, c'è un qualche intricato nodo problematico. Alcuni di tali nodi sono di pertinenza degli storici, altri appartengono ancora alla politica. Chi gli stereotipi li fabbrica, tuttavia, attinge dalla realtà la materia prima, che poi adopera come più gli conviene. Sarebbe troppo facile negare la problematicità di certi nodi, quando invece si tratta di assumerne piena coscienza, interrogandosi sulla loro complessità. Quando i problemi competono alla politica, sarebbe opportuno rifuggire le lamentazioni e i vagheggiamenti palingenetici: ciò che occorre escogitare sono politiche realistiche e appropriate.
Proprio alla moda ottocentesca della deprecatio temporum e al catastrofismo contemporaneo Pezzino dedica i due primi capitoli. Ecco due stereotipi insistentemente agitati tanto da destra, quanto da sinistra, da una parte e dall'altra evocando l'esasperante continuità della storia nazionale: una continuità statica, per gli uni, non all'altezza delle aspettative di rinnovamento sociale; una continuità dinamica, secondo gli altri, ove la politica appare imbelle dinnanzi al degrado indotto dalla modernità, o dalla democrazia che avanza, o ancora più di recente dallo Stato sociale. Torna alla memoria l'antiparlamentarismo alla Turiello e alla Mosca, ma anche larga parte del dibattito pubblico postbellico, così ossessivamente concentrato sul quadrilatero corruzione, clientelismo, partitocrazia, consociazione.
In ambo i casi, l'Italia mancherebbe l'appuntamento con un destino più alto, più nobile (ma quale?), e affondererebbe nella melma della politique politicienne: perché è mancata l'alternanza, suggerisce un altro sub-stereotipo anch'esso assai ostinato. Degrado della vita pubblica e fughe estremistiche sarebbero allora effetto del mancato avvicendamento delle forze politiche al governo. Anche qui c'è un problema reale. Posto che la continuità è lo stato più ovvio della società e della pubblica opinione (non solo in Italia, paese che d'istinto rifugge sobbalzi troppo bruschi), l'alternanza nell'esperienza occidentale è un simulacro di cambiamento (fondato su un modello di società condiviso), che rende la continuità meno greve, individuando in chi perde le elezioni un capro espiatorio e favorendo provvisori ricambi di personale politico. Ebbene, perché mai è mancata codesta rottura, simulata, ma utilissima? Premesso che utile non vuol dir necessaria, e che tanti paesi hanno con successo adottato formule di "governo al centro" o consociative (Italia compresa, se con più rispetto si considerassero i risultati), avverte Pezzino, il serpente si morde la coda. C'è chi dice che l'alternanza è preclusa dalla propensione estremistica delle opposizioni; queste però, dicono altri, inclinano all'estremismo proprio perché escluse dall'alternanza. Ciò indurrebbe a pensare che se una qualche normalizzazione si vuole, obbligatorio sarebbe pilotarla con cura. Il che non è accaduto nell'esperienza italiana più recente, allorché la smania da parte di alcuni settori di secondo piano del ceto politico di accedere al potere li ha indotti a recitare la parte degli apprendisti stregoni. In una fase delicata di cambiamento, si è destabilizzata la democrazia facendo ricorso alle solite pratiche denigratorie, all'evocazione populistica del popolo sovrano (avventurosamente profittando della sua incompetenza, per via referendaria s'è imposta la modifica della legge elettorale), e, senza rassicurare i fautori della continuità, si è provocato, per reazione, un estremismo di segno contrario che ha allontanato l'Italia dalla norma, come era già accaduto dopo il Ventennio.
La conoscenza della storia avrebbe invece dovuto sollecitare gli attori, politici e intellettuali, a muoversi con più cautela. E qui si entra nel tema del capitolo successivo, in cui protagonista è proprio il tempo lungo della storia. Si parla della contraddizione fra una periferia forte, fatta di interessi locali robusti, in grado d'opporsi con efficacia a ogni ambizione unificante, e uno Stato costruito in ritardo, sotto un'impegnativa ipoteca politico-parlamentare, sovraccaricato di funzioni e responsabilità tipiche d'ogni modernizzazione ritardata. Si parla di uno Stato che di fronte a urgenze sociali crescenti è progressivamente spinto ad articolarsi in una pluralità di segmenti retti da logiche diverse, spesso politiche e partigiane, che la sintesi statale avrebbe dovuto contrastare. Si parla della contraddizione fra centralità del parlamento e tormentata coscienza di tale centralità, che è giocoforza precaria, in ragione della natura composita di un'assemblea parlamentare, e che in più cozza col difficile apprendimento dei princìpi del regime liberale. Si parla infine della contraddizione fra le virtù tattiche di talune personalità politiche come Giolitti che consentono al paese significativi progressi, e le miserie inerenti alla tattica. Ragionamento, quest'ultimo, che può replicarsi a proposito della tanto denigrata "democrazia dei partiti", che ebbe, malgrado tutto, la sapienza di conciliare ciò che l'Italia liberale non aveva saputo conciliare (i nuovi attori sociali che avevano fatto il loro ingresso sulla scena), costituendo una rinnovata comunità politica lì dove lo Stato, insieme con la nazione, era stato drammaticamente indebolito dal regime fascista e dal suo collasso. A sostituire la nazione fu chiamata la Carta costituzionale, redatta dal consesso politico più prestigioso e autorevole che l'Italia unita abbia mai conosciuto (confrontando quel consesso con chi da ultimo ha manomesso quella Carta e con chi promette di manometterla il sentimento più ovvio è lo sgomento), ma con tutti i limiti che ha una carta, simbolicamente troppo più lieve della tradizionale simbologia nazionale.
Eppure, in mancanza di collanti più robusti, la Costituzione ha a lungo rappresentato un codice condiviso dalle forze politiche, tollerato inizialmente, e poi via via assimilato. Altra cosa, ovviamente, sono stati gli accordi, palesi e occulti, di cui la politica è divenuta teatro dagli anni '70 in poi, quando si erano riequilibrati i rapporti tra i partiti, perfezionando quella trama dualistica che altrove dà luogo all'alternanza.
In tre successivi capitoli Pezzino articola il tema della nazione: quella nazione che l'Italia non sarebbe mai stata, secondo qualcuno, e che la Resistenza ha definitivamente conculcato; quella che avrebbe potuto essere, secondo altri, rileggendo altrimenti le vicende resistenziali; quella soffocata, secondo altri ancora, dall'impronta ideologica, e antinazionale, dei partiti postbellici. Pezzino tratta il tema con misura, scartando per esempio i ragionamenti più sconcertanti sulle modeste virtù militari degli italiani. A parte il fatto che in molti casi gli italiani si sono battuti con coraggio, a parte la bolsa retorica sulle virtù militari degli altri (vengono in mente le migliaia di soldati francesi fucilati per codardia tra le trincee di Verdun), è proprio certo che sia la virtù militare a fare una nazione? La vera virtù non starà magari nel fatto che gli italiani, sospinti dalla storia a valorizzare i vincoli famigliari, siano un popolo tendenzialmente pacifico (non "brava gente": i libri di Del Boca e di altri vietano di dirlo)? E come imputare agli italiani torti gravissimi dei loro gruppi dirigenti, militari e civili, che tante volte hanno mandato i loro concittadini in divisa allo sbaraglio? E poi: il vero spirito nazionale non consisterà piuttosto nella solidarietà generosamente rivelata, al di là d'ogni localismo, dalle mille tragedie che hanno colpito il paese?
Pezzino riprende alcune sottili pagine di Remo Bodei sull'identità frammentata, sul "noi diviso". Queste sono le tessere che la storia ha messo a disposizione di chi doveva ricomporre il mosaico nazionale. Ed è forse da considerare un merito della classe dirigente repubblicana che pure ne ha pagato i costi aver rinunciato a investire di nuovo in simbologie nazionali. D'altro canto, come invidiare gli occultamenti "nazionali" operati nella nostra consorella d'oltralpe a proposito della Resistenza (anche quella francese fu una terribile guerra civile) o dei crimini perpetrati dall'esercito in Algeria?
Accettiamo, pare dire Pezzino, il noi diviso. Ragionandoci sopra, ovviamente. A un secolo e mezzo dall'unificazione, dovremmo essere un popolo adulto a sufficienza per non proiettare sull'oggi gli odi di ieri. E cerchiamo, da democratici adulti, di non confondere le scelte giuste di alcuni, per la giustizia, la libertà, la democrazia, e quelle errate di altri, per l'oppressione, la violenza, la dittatura. Cerchiamo invece di trasmettere alle generazioni a venire il ricordo di un lungo e laborioso, ma non inutile, processo di apprendimento, che ci ha fatto migliori di quel che eravamo in partenza. Invece, in questa stagione politica, si è di nuovo preferita la denigrazione confusa del nostro comune vissuto, tutt'altro che casuale, sia chiaro. Da un lato c'è chi vi ha insistito ancora una volta per accedere ai vertici del potere, inaccessibili o accessibili assai difficilmente secondo le procedure ordinarie della nostra dialettica politica. Dal lato opposto, la denigrazione è stata lo strumento con cui si è puntato a ribaltare, giacché non vi si riusciva altrimenti, oltre un solido equilibrio elettorale, la versione italiana di quello che viene definito di regola il "compromesso socialdemocratico" maturato negli anni '70. Che codesta versione fosse tutt'altro che perfetta, distorta da sprechi, inefficienze, rendite ingiuste, squilibri sociali e territoriali, parassitismi, corruzione, privatismo esasperato, è fuor di dubbio. E Pezzino, puntualmente, lo ricorda. La dismissione di quel modello, per lo più con cautela, tranne il caso del Regno Unito, è avvenuta dappertutto in Europa, ma in Italia ha trovato resistenze politiche e istituzionali pressoché insormontabili. Di qui il sospetto di un disegno neoliberale pronto a pagare ogni prezzo pur d'inverarsi. Curiosamente, un aiuto prezioso gli è venuto da chi pretendeva di coltivare un progetto di rigenerazione morale della vita pubblica, in realtà moralistico, in quanto non accompagnato né da una riflessione sui motivi del degrado, né da un programma politico di qualche tipo.
Quella che chi scrive ha una volta definito una democrazia bicefala, imperniata intorno alla DC e al PCI, è dunque divenuta una democrazia azzoppata. E qui la maggiore debolezza attuale è forse quella esplicitamente indicata da Pezzino fin dal titolo: Senza Stato. È però vero che in Italia lo Stato non c'è stato mai? Pezzino allude a questa possibilità, compiendo una scelta di valore: la società è un'intrapresa collettiva e serve un'agenzia per la sua manutenzione. Per un neoliberale, di Stato, in Italia, ve n'è stato fin troppo. Condividendo l'opzione di valore di Pezzino, saremmo più inclini a dire che di Stato non ve n'è stato abbastanza, o solo a pezzi e bocconi. Come non v'è stato abbastanza (o solo in maniera discontinua), il senso dello Stato e la fiducia in esso (il senso civico), preferendo gli italiani l'arrangiarsi per conto proprio, le protezioni clientelari (e mafiose) e le tutele corporative. Lo Stato c'è stato con alcune figure di politici, o di grands commis pubblici: Crispi, seppur non per intero, Giolitti, con parecchie lacune, Nitti e la generazione di alti burocrati da lui ispirata, Parri, De Gasperi, Moro e altri ancora. Vi sono state burocrazie di qualità, al centro e negli enti locali. Nella magistratura vanno ricordati da ultimo i nomi di Falcone, Borsellino e dell'appena scomparso Antonino Caponnetto, il cui operato ha segnato una stagione di risveglio civile nel Mezzogiorno. Tanto non è bastato a consolidare definitivamente lo Stato e a rilegittimare il "pubblico" a spese del privato sormontando antichi vincoli storici, la pervasiva presenza della politica, la dispersione dei sistemi locali, la robustezza di altre solidarietà. Di nuovo però un serpente che si morde la coda, stavolta più reale: la sfiducia nello Stato ne pregiudica l'efficienza; l'inefficienza genera sfiducia. Quel che è meno spiegabile o è più faticoso perdonare è l'inadeguato investimento delle élite dirigenti, anche le più lungimiranti, nei confronti dello Stato, nel colmarne le lacune, nel compensarne i ritardi. Purtroppo oggi, si sa, lo Stato si ritrae, come pretende l'orientamento politico-ideologico egemone. Ovunque questo avvenga lo Stato ne esce delegittimato. Difficile è concludere che siamo ancora in tempo. L'ipotesi più ottimistica è che prima o poi "a' nuttata" passi e ci sia permesso di ricostruire. Pezzino non sembra tuttavia nutrire troppe aspettative. Come dargli torto del resto, coi tempi che corrono?
ALFIO MASTROPAOLO insegna Scienza politica all'Università di Torino. Il suo ultimo libro è: Antipolitica. Alle origini della crisi italiana (L'Ancora, 2002).
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