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Da New York a Baghdad
FELIX ROHATYN
In Medio Oriente si combatte. Il presidente degli Stati Uniti sta per aprire un nuovo teatro di guerra in Asia. Il mercato azionario ha subito un crollo: particolarmente colpiti i settori informatico, tecnologico e le conglomerate, con un calo medio di 80 e più punti percentuali contro un calo del 40 per cento dell'indice Dow Jones. L'incertezza diffusa, che minaccia la sopravvivenza della Borsa, ha portato sull'orlo del collasso parecchie grandi case di investimento; a ciò si aggiunga la chiusura o la liquidazione di un centinaio di altre società per falsificazione contabile e fuga di capitali. New York, capitale mondiale della finanza, sta avviandosi alla bancarotta e molti americani nutrono profondi dubbi sul sistema politico ed economico del paese.
Tutto ciò accadeva agli inizi degli anni Settanta. Il conflitto arabo-israeliano aveva causato l'embargo sul petrolio e innescato la recessione. Il presidente Nixon inviò truppe americane in Cambogia per quella che doveva essere una "incursione", il rifiuto dello stesso Nixon e di Johnson di pagare i costi della guerra danneggiò l'economia del paese e la società americana si ritrovò lacerata dalla protesta. Tutte queste crisi si risolsero grazie a iniziative di pace all'estero e alla collaborazione politica in patria.
Dopo la morte di 55.000 americani, Nixon negoziò una tregua in Vietnam e Jimmy Carter stipulò poi con Menachem Begin e Anwar Sadat gli accordi di Camp David, che sono uno dei motivi per cui a Carter è stato assegnato nel 2002 il premio Nobel per la pace. Il varo di una legge che tutelava i beni dei detentori di titoli pose fine alla crisi della Borsa newyorkese e la città di New York superò la sua crisi grazie all'intervento del governatore Hugh Carey e del sindaco Ed Koch, al sostegno collettivo dei legislatori dello stato di New York e alla collaborazione fra lavoratori e imprese su una serie di dolorosi provvedimenti miranti a ridurre le spese; dal canto suo, pur malvolentieri, il presidente Ford stanziò un modesto contributo federale. Alla luce di quel che successe all'epoca vale la pena esaminare cosa sta succedendo adesso, per mettere in pratica almeno in parte la lezione imparata ed evitare le insidie che una situazione simile comporta.
La crisi che si profila all'orizzonte della città di New York nasce ancora una volta dalla sua posizione di vulnerabilità rispetto alle condizioni in cui versa l'economia del paese e in particolare la sua industria finanziaria e rispetto alla situazione internazionale. La recessione degli anni Settanta e il crollo del mercato azionario furono una conseguenza della guerra in Medio Oriente, dell'aumento del prezzo del petrolio e dall'invasione americana della Cambogia, che si sommavano agli effetti della bolla speculativa generatasi alla fine degli anni Sessanta. La mia tesi è che una serie di fattori analoghi abbia determinato la congiuntura attuale. Stiamo reagendo allo scoppio della bolla del mercato azionario e agli scandali seguiti a quello scoppio alla fine degli anni Novanta; ma New York porta ancora vive dentro di sé le ferite dell'11 settembre, e sia l'economia locale sia molte società che in questa città hanno sede sono oggi più sensibili alle conseguenze di un'eventuale guerra in Iraq e ai probabili strascichi che avrebbe.
I princìpi che salvarono New York venticinque anni fa sono tuttora validi, ma sarà più difficile applicarli con risultati positivi. Il sindaco Bloomberg deve porre rimedio a un buco nel bilancio cittadino di 5 o 6 miliardi di dollari, quasi equivalente in proporzione a quello del '75; il piano di salvataggio che allora misi a punto con i miei colleghi, tuttavia, prevedeva di arrivare al pareggio nell'arco di quattro anni, mentre la legislazione in vigore e l'esigenza di mantenere la posizione finanziaria acquisita impongono adesso che il bilancio sia azzerato nel giro di un anno. Nel '75 lo stato fu in grado di offrire alla città un aiuto considerevole; oggi c'è addirittura il rischio che navighi in acque peggiori. In ogni caso, il governatore Pataki può e deve sostenere il ripristino dell'imposta sui pendolari, che farebbe entrare nelle casse cittadine 500 milioni di dollari all'anno.
Nel '75 la città e lo stato potevano contare sul sostanzioso investimento diretto di undici banche affiliate alla stanza di compensazione, capeggiate da Citibank, Chase e Morgan; oggi JPMorgan Chase e Citicorp, i due giganti nati dalla loro fusione, avranno più probabilmente impegni e interessi finanziari in Argentina e in Brasile che non a New York e dintorni. All'epoca i sindacati newyorkesi, guidati da Victor Gotbaum e dai suoi colleghi, accettarono di fare grosse concessioni sulle loro richieste contrattuali e di investire parte dei loro fondi pensione in titoli emessi dall'amministrazione cittadina; ma sono decisioni che sarà difficile ripetere. Alla fine degli anni Settanta, inoltre, l'economia nazionale e i mercati erano in ripresa, il che non avviene ora; qualche giornata di mercato forte non basta a sancire la risalita.
Sindaco e governatore, quindi, dovranno vagliare le stesse soluzioni dolorose che si prospettarono nel '75, ma in un clima più difficile. Visto che un aumento delle tasse e un taglio ai servizi e ai posti di lavoro è inevitabile, anche stavolta la questione sarà combinare i vari provvedimenti nella maniera meno negativa per l'economia e per il tessuto sociale della città. La lezione credo più importante che imparai all'epoca è la necessità di una ripartizione equa dei costi. La realtà insegna purtroppo che i meno preparati ad affrontare una crisi patiscono sempre più degli altri i suoi effetti; starà ai nostri governanti adoperarsi perché i sacrifici vengano distribuiti con la maggior equità possibile, e questo dovrebbe essere un obiettivo chiaro del piano che verrà varato per risolvere i problemi della città. Ci auguriamo che il sindaco Bloomberg si dimostri particolarmente attento a questo aspetto della questione.
Nonostante le dimensioni raggiunte, il debito dell'amministrazione cittadina è stato ristrutturato al punto di evitare il pericolo di bancarotta che si profilò nel '75. Tuttavia, esiste ancora il rischio che il tentativo di risolvere una seria crisi di bilancio che potrebbe durare almeno un altro biennio provochi danni economici e sociali inaccettabili. La città dovrebbe chiedere l'aiuto del governo federale. Nei prossimi anni finanziari, quarantasei stati su cinquanta si troveranno a dover affrontare un disavanzo compreso fra i 75 e i 100 miliardi di dollari; sarà dunque assai sentita la necessità di approvare un piano straordinario di assistenza federale alle amministrazioni statali e cittadine. Fra il 1972 e il 1975 Nixon mise a punto con esiti largamente positivi il piano della "ripartizione del gettito fiscale". Sarebbe auspicabile che Pataki e Bloomberg organizzassero una lega di governatori e sindaci per sollecitare governo e Congresso a inaugurare oggi un piano analogo. Il momentaneo aumento del deficit federale per finanziarlo sarebbe del tutto giustificato dai benefici economici e sociali derivanti dalla sua applicazione, poiché darebbe uno stimolo diretto a un'economia indebolita.
Mentre la città è alle prese con questi problemi, su di essa e su tutto il paese aleggiano le ombre dell'Iraq e del terrorismo. Qualche settimana fa, a New York, ho preso parte a un simposio, nel corso del quale il presidente ceco Václav Havel, Bill Clinton e Elie Wiesel sono intervenuti in un dibattito su potere, libertà e diritti umani. Mi ha particolarmente colpito il discorso di Havel, il quale, arrivato ormai alla fine del suo incarico, descriveva le proprie incertezze, il senso di inadeguatezza, la preoccupazione di non esser in grado di influenzare gli eventi. Ciò nonostante, appoggiava con decisione un intervento americano in Iraq nell'ambito di una coalizione internazionale approvata dall'ONU e dalla NATO. "Con i tiranni non si può trattare" ha detto.
Havel, tuttavia, teme molto le conseguenze di un'azione unilaterale da parte americana. Per aver protestato contro il regime comunista, egli ha trascorso vari anni in carcere. La sua forza morale è stata una delle cause più importanti che hanno portato al crollo di un regime totalitaristico, e alla luce delle sue grandi conquiste l'umiltà con cui è andato avanti è stata una fonte d'ispirazione per tutti. Vedendo come l'America sbandiera oggi la nuova dottrina della superiorità globale e il diritto a un'autodifesa preventiva, non mi resta che augurare al nostro paese di poter dimostrare anche solo un briciolo dell'umiltà e dell'apertura intellettuale di Havel; sarebbe rassicurante in un mondo che ora si trova improvvisamente alle prese con le sue imperiose affermazioni di potere globale, esito di una strategia politica lontanissima dagli accordi collettivi e multilaterali per la sicurezza proposti da Roosevelt, Truman, Eisenhower e Nixon.
Gli Stati Uniti debbono raccogliere due sfide. La prima riguarda l'atteggiamento da assumere sulla questione della sicurezza nazionale e internazionale affrontando l'Iraq e la guerra al terrorismo; la seconda concerne invece l'economia e le politiche da adottare di fronte a una possibile guerra e a un'economia indebolita. Si tratta di due sfide strettamente legate; ma nel dibattito pubblico odierno questo legame non viene indicato esplicitamente. E purtroppo non possiamo neanche aspettarci che questi temi vengano discussi in maniera esauriente, poiché la maggioranza ha stabilito in Congresso che è preferibile approvare rapidamente la richiesta di pieni poteri avanzata dal governo in caso di guerra che analizzare i rischi e le conseguenze della guerra stessa. Chi porrà gli interrogativi rimasti per ora senza risposta sull'Iraq e sul suo futuro, sul potere globale dell'America e sulla nuova dottrina dell'attacco preventivo? L'assenza di voci che sollevino tali questioni appare ancor più deplorevole se si pensa che l'occultamento di notizie sui piani nucleari segreti della Corea del Nord ha impedito l'avvio di un dibattito informato e coerente sulla sicurezza nazionale sia nel Congresso che nell'opinione pubblica americana.
Stavolta non ci saranno negoziati a Camp David; Saddam non è Sadat e l'idea che sia disposto a rinunciare a eventuali armi di distruzione di massa in suo possesso appare poco plausibile. Nell'impossibilità di convincerlo o di costringerlo a farlo, prende corpo la prospettiva di una guerra. Ma che genere di guerra?
Finora il governo non ha saputo fare distinzioni tra l'impatto economico e politico diversissimo dei due possibili approcci all'intervento militare in Iraq, cioè un'azione di concerto con la NATO e l'ONU o, in alternativa, l'attacco unilaterale. Alcuni senatori repubblicani di spicco come Richard Lugar e Chuck Hagel e democratici quali Ted Kennedy e Carl Levin hanno cercato di mettere in luce l'importanza cruciale di questa distinzione; ma i loro argomenti sono stati ignorati.
E questo è uno sbaglio: il modo in cui ci porremo di fronte all'Iraq non solo avrà profonde ripercussioni sulla nostra posizione a livello internazionale e sulla forza del patto atlantico, ma influenzerà in maniera significativa sia l'economia che la coesione della società americana.
Oggi appare chiaro che l'incertezza con cui si guarda all'Iraq è diventata un'importante causa di debolezza per un'economia già indebolita. C'è incertezza sulla guerra, sui suoi costi e soprattutto sui costi del dopoguerra, c'è incertezza sulle future modalità di fornitura e i futuri prezzi del petrolio, sul costo di una guerra continuata in Afghanistan e di una ricostruzione della sua economia, sull'atteggiamento che gli Stati Uniti decideranno di adottare nei confronti di Iran, Corea del Nord, Pakistan, Indonesia e altri territori a rischio, sulla possibilità che vengano compiuti altri atti terroristici in America. Il modo in cui affronteremo l'Iraq avrà un impatto determinante sulla nostra situazione socioeconomica. È pertanto necessario rapportare l'una questione all'altra.
Una guerra "in solitaria" comporterebbe danni permanenti all'efficacia dell'ONU, della NATO e del patto atlantico, istituzioni che da cinquant'anni sono un pilastro della sicurezza del nostro pianeta; nell'ipotesi che queste istituzioni venissero escluse dalle ragioni della politica statunitense, e dal loro storico ruolo di deterrente o di contrasto attivo a qualunque minaccia alla pace, le conseguenze potrebbero rivelarsi assai destabilizzanti negli anni venturi. Fra gli Stati Uniti e i paesi che vantano con noi una collaborazione di lunga data si verificherebbe un allontanamento mai occorso dalla seconda guerra mondiale a oggi.
Il sostegno dei nostri più importanti alleati e del Consiglio di sicurezza dell'ONU farebbe una differenza cruciale, qualunque fosse la politica adottata. Con l'autorizzazione dell'ONU, l'appoggio degli alleati offrirebbe vantaggi rilevanti nel caso di ricorso all'azione militare: si manterrebbe una maggiore stabilità nel mondo islamico, l'onere della ricostruzione verrebbe condiviso, si favorirebbe la coesione della NATO quale base dell'alleanza e verrebbe stimolata una maggiore aggregazione sociale sia negli Stati Uniti sia in Europa qualora la guerra, com'è senz'altro plausibile, si rivelasse lunga e avida di vite e risorse più del previsto.
Il presidente Bush ha dichiarato che la guerra è la sua ultima opzione. Ma se intende esercitare quest'opzione in maniera unilaterale, il governo e il Congresso dovranno fornire all'opinione pubblica e al mondo intero una spiegazione più chiara di quelle udite finora sui rischi e i costi di una simile operazione, rischi e costi che saranno senza dubbio maggiori di quelli già dibattuti. La guerra potrebbe essere più lunga e dannosa per tutti di quanto l'amministrazione Bush non abbia ammesso. Esperti militari hanno indicato la possibilità che Saddam Hussein ricorra ad armi biologiche o chimiche contro gli avversari ed è una possibilità che non può essere ignorata.
Se scoppia una guerra, dovremo in ogni caso valutare l'introduzione di provvedimenti più incisivi per garantire la sicurezza nazionale e la disponibilità economica, per esempio riducendo drasticamente il consumo energetico civile. Saremmo costretti a modificare i tagli alle imposte già praticati per sovvenzionare una difesa più forte, e a offrire un aiuto agli stati e ai governi locali affinché sostengano investimenti per la protezione dei cittadini. Forse dovremmo anche fornire maggiori risorse al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale per far fronte alle crisi finanziarie di paesi come la Turchia o il Brasile. E provare ad accelerare le vaccinazioni contro il vaiolo in tutta la nazione. Vale la pena notare inoltre che la nostra nuova dottrina dell'assoluta superiorità militare globale implica un aumento illimitato, da qui al lontano futuro, di quel "complesso militar-industriale" contro il quale Eisenhower ci mise in guardia più di quarant'anni fa. Prima di tuffarsi a capofitto nell'attuazione dei suoi progetti, l'amministrazione dovrebbe informarci sui costi effettivi che tutto ciò comporta. E quali che siano questi costi, andrebbero comunque ripartiti in maniera equa.
Al momento attuale su questi temi non è in corso alcun dibattito che possa definirsi tale. Eppure capita che si perda il controllo di una guerra. L'Iraq è sicuramente più debole oggi di quanto non fosse durante la guerra del Golfo e gli Stati Uniti, prima o poi, vincerebbero qualunque conflitto in cui fossero coinvolti. Tuttavia, non solo il Medio Oriente, ma tutto il mondo è meno stabile che nel '91 e le conseguenze di una guerra, specie se gli Stati Uniti la portassero avanti sostanzialmente senza alleati, sono imprevedibili.
Occorre anche vedere se il nostro paese gode delle risorse e della stabilità politica ed economica necessarie per potersi imbarcare in una simile impresa. La crisi finanziaria sofferta da New York mi ha insegnato che un leader politico può chiedere notevoli sacrifici alla popolazione americana, purché questi sacrifici si ritengano giustificati e vengano distribuiti in maniera ragionevolmente equa. Purtroppo, dubito che oggi l'opinione pubblica creda all'esistenza di questa equità, visti i tagli alle imposte che favoriscono gli strati più abbienti della popolazione e gli scandali scoppiati in alcune grandi aziende, dove i dirigenti sono fuggiti con centinaia di milioni di dollari e i dipendenti hanno perso il posto e i risparmi; qualcuno di quei dirigenti, fra l'altro, aveva goduto di un accesso privilegiato alle prime e lucrose offerte pubbliche di "azioni a rischio".
A quanto ricordo, il settore finanziario non ha mai attraversato un periodo più cupo di quello attuale; ci si avvicina giusto la crisi che colpì la Borsa di New York negli anni Settanta. Allora l'incertezza era legata principalmente a tre fattori: le traballanti strutture del capitale delle agenzie d'intermediazione (occultate da una contabilità irregolare e da una dirigenza incompetente), la guerra arabo-israeliana che aveva portato all'embargo sul petrolio e il lungo mercato al ribasso derivante dagli alti costi dell'energia. Oggi, non solo molti di questi elementi sussistono ancora, ma a destare sospetti è l'integrità economica dell'intero mondo imprenditoriale americano. La parola "credito" viene da "credere"; se l'opinione pubblica non ha più fiducia nelle grandi società di capitali e nelle istituzioni, significa che tutto il sistema è in pericolo. E questo è ciò che sta accadendo.
La nostra economia viaggia fondamentalmente su un binario sbagliato. Il bilancio federale, che alla fine degli anni Novanta presentava un avanzo in costante crescita, registra adesso un deficit in aumento. Avanzo di bilancio, moneta forte e debito interno in calo: alla situazione di un tempo si è sostituita oggi quella di un paese con un disavanzo a lungo termine, una valuta indebolita e un debito interno sempre più ingente. L'enorme passivo che abbiamo con l'estero richiede un afflusso nel paese di oltre un miliardo di dollari al giorno, che fino a qualche tempo fa veniva fornito in larga parte da investitori stranieri attratti sia dalla forza della nostra economia e della nostra moneta, sia dall'integrità dei nostri mercati. Quest'afflusso ora si è drasticamente ridotto, deprimendo il dollaro e aumentando i rischi per l'economia statunitense.
La dipendenza del nostro paese dal petrolio straniero e il fatto che questo non provenga da fonti affidabili peggiora il deficit estero. Per ragioni di sicurezza nazionale si impone una necessità di risparmio, ma nessun governo, né democratico né repubblicano, ha voluto presentare alla nazione un piano realistico per ridurre i consumi. Il piano dovrebbe prevedere non solo una tassa sull'importazione del petrolio e standard più severi per il consumo di benzina degli autoveicoli, ma anche lo sviluppo di fonti energetiche alternative. Molti americani sembrano disposti a combattere una guerra preventiva per proteggere il paese dall'Iraq, ma non a prendere semplici provvedimenti per prevenire una crisi energetica ormai quasi certa.
La questione più importante che gli Stati Uniti si trovano ora a dover affrontare è quella dell'equità. Il boom del mercato azionario e l'inevitabile bassa congiuntura hanno creato un divario sempre più ampio tra i ceti ricchi e il resto della popolazione. Gli scandalosi compensi di molti manager aziendali e gli abusi scoperti nelle nostre istituzioni finanziarie hanno scosso la fiducia dell'opinione pubblica nell'equità del sistema americano, convincendo i critici all'estero che il capitalismo all'americana e la globalizzazione sfruttino gli strati meno fortunati della popolazione. Molti americani potrebbero arrivare a nutrire la stessa convinzione.
Poco meno di cent'anni fa Theodore Roosevelt si scagliò contro i "malfattori dalle grandi ricchezze", riferendosi ai Morgan e ai Rockefeller, ai Carnegie e ai Vanderbilt. Nei primi anni del Novecento, il sistema della Federal Reserve e le leggi antitrust varate dallo stesso Roosevelt segnarono l'inizio di una risposta normativa agli eccessi di questi e altri "signorotti", che pure, possiamo dire a posteriori, crearono buona parte delle infrastrutture industriali ed economiche e molte istituzioni culturali e scolastiche del nostro paese. Negli anni Venti, tuttavia, ai signorotti si sostituirono gli speculatori finanziari che causarono il crollo di borsa del '29 e la grande depressione. Il capitalismo finanziario portò quasi alla rovina gli Stati Uniti e fu Franklin D. Roosevelt, con le leggi del New Deal che regolamentavano l'attività bancaria e l'industria della negoziazione di titoli, a salvare la società americana e il suo capitalismo. La situazione che ci si presenta oggi è più simile alla situazione del '29 che alla crisi del 1905 e degli imperi di carta rovinati da quella crisi. È mia convinzione che il capitalismo di mercato sia il miglior sistema economico mai inventato per creare ricchezza; ma questo sistema dev'essere equo, regolamentato e rispettoso di un codice etico. Gli eccessi di questi ultimi anni dimostrano invece un fallimento su tutti e tre i fronti.
Solo i capitalisti possono uccidere il capitalismo, ma il sistema non riuscirà a sopportare ancora per molto abusi analoghi a quelli di cui siamo stati testimoni recentemente. Non si può permettere che compagnie come Enron, WorldCom, Global Crossing e Tyco e i loro direttori generali siano considerati rappresentativi dell'attività imprenditoriale in America. E ci vorrà del tempo per assorbire il colpo e reagire alla spudoratezza di questi manager, ladri d'alto bordo che per arricchirsi hanno derubato azionisti e dipendenti, violando la legge e tradendo le loro responsabilità. A meno che i nostri capitani d'industria non sappiano dimostrarsi rispettosi della legge e del principio di equità, il futuro del capitalismo americano continuerà a essere in pericolo.
New York, in quanto capitale mondiale della finanza, ha un interesse enorme a che venga ridata fiducia al nostro sistema finanziario. Il processo di riforma è stato avviato con la legge Sarbanes-Oxley, che fra le altre cose prevede un sistema di controllo federale attuato da revisori dei conti esterni tramite una cosiddetta Commissione di vigilanza sulle public companies, nuove regole di trasparenza, nonché sanzioni civili e penali per chi si rende responsabile di falso in bilancio e false dichiarazioni contabili. Può darsi tuttavia che la legge non abbia né la portata necessaria, né sufficienti capacità di essere attuata per una riforma su vasta scala.
C'è ancora molta strada da fare prima che regolamentazione ed etica aziendale diventino realtà sufficientemente solide. È chiaro che gli sforzi compiuti dal procuratore generale dello stato di New York Eliot Spitzer per istruire processi contro corruzione e truffa nelle grandi aziende vanno incoraggiati, così come va incoraggiata la sua collaborazione con Harvey Pitt, presidente della Commissione di controllo delle borse statunitensi. Ma il recente rifiuto del governo di concedere a quest'ultima i fondi previsti dalla legislazione sostenuta dallo stesso governo smentisce tutta la retorica sorta intorno alla sua volontà di porre fine agli abusi. Solo una riforma globale permetterà di creare le premesse per un consolidamento del principio di equità e il bisogno di equità va oltre le conseguenze che potranno subire salari e risparmi dei privati cittadini. La sicurezza nazionale in un'economia depressa è la questione più importante che oggi dobbiamo affrontare. Per farlo si richiederà a tutti gli americani un vero sacrificio. Ma perché un sacrificio sia giustificato, deve anche essere considerato equo.
24 ottobre 2002
(Traduzione di Claudia Valeria Letizia)
FELIX ROHATYN è stato governatore della Borsa di New York, presidente dell'Authority municipale newyorkese e ambasciatore americano in Francia.
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