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Voci della natura
ALESSANDRO FO

PIER LUIGI BACCHINI, Scritture vegetali, Milano, Mondadori, 1999, pp. 120, € 12,91

RENZO GHERARDINI, Una vita, Firenze, La Rosa e lo Scorpione, 2001 pp. 56, s.i.p.

MARCO LODOLI, Zoe. Canzoniere per una barboncina, Viterbo, Millelire Stampa Alternativa, 2001, pp. 46, €1,03

FOSCO MARAINI, Il miramondo, Firenze, Polistampa, 1999 (edizione giapponese 2001), pp. 360, €41,32

NINO DE VITA, Cutusìu, pref. di Vincenzo Consolo, Messina, Mesogea, 2001, pp. 256, € 12,40

FERNANDO ACITELLI, Il bacio dei coniugi Arnolfini, Milano, ES, 2001, pp. 112, € 9,30

"Quando apro libri di poesia/ è come leggere una mano/ con le linee segnate dalla mucosa uterina,/ come lèggere nubi" (Bacchini, Scritture vegetali). E i Catoni, di cui è compiaciuto refrain che in Italia oggi la scrittura poetica sia in decadenza, semplicemente leggono (se pure lo fanno) libri sbagliati. Una minima riprova se ne avrebbe volgendosi ad alcune recenti raccolte di poesie, in cui, pur nelle cospicue diversità di progetto e d'impianto, si lascia percepire la linea di un rinnovato interesse per l'osservazione della natura, per il contesto in cui si animano sentimenti, pensieri e azioni e incontri — vegetazione, presenze animali, paesaggi naturali o cosmici.


Quella di Renzo Gherardini è la tipica poesia che ricostruisce e illumina fino nei suoi minimi particolari un intero universo — nel nostro caso quello dei campi, colto nei suoi particolari di paesaggio, di fauna e di flora, ma anche nelle attrezzature agricole, negli assetti degli insediamenti abitativi, nelle atmosfere che i secoli vi hanno stratificato. E come spesso accade (penso alla Valle del Rosello nei racconti del piacentino Maurizio Rossi, o alla Cutusìu di Nino De Vita), a proiettarci verso questa vastità di campo è lo studio minuto di un luogo marginale, a fatica rintracciabile su una carta geografica assai dettagliata: nel caso di Gherardini, "un'antica casa colonica nel Chianti: precisamente sull'ultimo podere a monte, lungo la stretta valle del torrente omonimo, del castello di Sezzate".

Da questo "luogo segreto, regno del silenzio", Gherardini sviluppa il corteo lirico dei segni e dei tratti che lo stringono alla natura campestre: il melodioso nitore del suo endecasillabo sembra restituire con immediatezza l'"armonia di sfere" che stringe l'oggetto e l'individuo che lo osserva. La consentaneità profonda si traduce in una naturalezza di preziosa, indiscutibile "autenticità", che salda i Poemetti a Sezzate con la precedente — non casuale — traduzione delle Georgiche e con il successivo La quinta stagione. Ma è proprio il ricordo del poema virgiliano a indicarci una via lungo la quale la poesia "georgica" dello stesso Gherardini ha conosciuto un perfezionamento e una intensificazione. Osservava Antonio La Penna che, avviandosi alla seconda metà del poema, "Virgilio non sottolinea la grande e prodigiosa novità che è la vita animale rispetto a quella vegetale, ma sente che entrare nel mondo degli animali significa entrare nel mondo della sofferenza". Lo si potrà agevolmente verificare in una recente e assai elegante traduzione del capolavoro virgiliano a opera di un altro poeta quale Elvio Natali.

I toni dell'ultimo Gherardini isolano appunto, nel corpo della Natura, il "problema" della vita animale, della sua chimica di istinti e sentimenti, articolandone l'espressione fra indagine di un mondo all'apparenza difficile da penetrare per comunicazione diretta, e storia poetica delle relazioni che si possono instaurare fra gradi diversi di questa modalità dell'esistere, vale a dire fra specie diverse, e soprattutto fra loro stesse e con la specie umana. È tale in Gherardini la progressiva distillazione di quest'ambito tematico, che — dopo La quinta stagione — egli ha sentito di doverne estrarre in autonoma plaquette il momento apicale: la storia cioè dello speciale rapporto che si era instaurato con Ciò Ciò, una passerotta caduta dal nido che, salvata, ha vissuto come "padre" il poeta che a sua volta l'ha vissuta quale figlia.

L'accento cade sull'intensità del legame sentimentale — indipendente dall'estensione del compagno nello spazio o nella maturità cerebrale — e sulla sua reciprocità. Per nove anni l'animaletto partecipa agli eventi dei giorni, ai riti della mensa, ed elegge le mura a suo habitat fino a rifiutare ormai quello "naturale". Gherardini studia quell'inattesa convivenza con un lirismo delicato che, nella sua librata leggerezza, diresti riprodurre "nei fatti" (i fatti di carta di un libro) il volo di un'aerea, semplice, stupefacente creatura aviforme ("come fioriva libero il tuo volo/ nella prigione della casa"). Il suo stile piano e fluente, sempre perspicuo ed elegante, inarcato in melodie di endecasillabi fra cui corre spesso la stretta solidarietà della sinafìa, si esempla sul fragile stupore di una vita semplice, intesa a un'immediata fruizione del creato. E in Gherardini, come poi in Lodoli, sul filo di questo rapporto corre un "mistero", un segreto che la natura, nel chiamare in scena la nostra vita, non intende dischiudere: di qui sta l'esistenza, tramata di parole, dell'uomo intento allo scrivere, di là "tu mi rispondevi che la vita/ era in te puro ascolto, meraviglia".

Ad aggrandire la tenerezza per queste creature è il loro essere individue, solitarie e sole, unicamente legate, quanto a affetti, al rapporto con "noi". Un isolamento che prosegue nella morte, dopo il cui subentrare Gherardini esorta Ciò Ciò in questi termini: "resta con la tua ferma solitudine/ d'immagine scolpita nello sguardo/ fisso della memoria, nella mente/ roccia effigiata, torre di metallo/ azzurro come acciaio". È infatti il trauma dell'ineluttabile distacco a dettare il regesto degli incanti passati e dell'attuale sofferenza: "calmo dolore, che tu sia demiurgo/ io chiedo ogni momento, puro tramite/ alla sua vita non più vita, al suo/ restare alta, serena, luminosa,/ entro l'ombra segreta del mio tempo". Alla relativa inattingibilità in un mondo separato, si sostituisce a tutto tondo l'assenza. Ne scaturisce una meditazione sulle ragioni più profonde dell'essere e — specifica invariante dell'intera poesia di Gherardini — un ennesimo episodio del conflitto fra luce e tenebra: "la dolcezza del vivere congiunta/ è spesso a un tempo amaro, da cui germinano/ momenti ricchi di speranza e chiuse/ fosse di solitudine: per l'uomo/ è il sentiero perenne. Forse non/ per le creature, cui sorride il bene/ e il male con medesima accoglienza,/ pur che sia vita, pur che albeggi il giorno/ dopo la notte e la notte richiuda/ le sue ali all'intorno e si rinnovi/ l'alternanza del buio e della luce". Il minuto canzoniere si chiude sulla splendida idea di riprodurre in soggettiva il momento dell'agonia e dell'avviarsi a quell'iter tenebricosum da cui, scriveva Catullo per il passer di Lesbia, negant redire quemquam. Lo sigilla una sorta di epigrafe conclusiva, sulla minima urna: "qui sento che il tuo sonno/ infinito si mescola alla vita/ ch'è intorno ad esso, anzi a te, che in lui dormi/ un intimo silenzio ove ancor vive/ tutta te stessa".


A perfetto riscontro di questa "tavola" stanno, in dittico, i dieci anni trascorsi da Marco Lodoli insieme con la barboncina Zoe e l'ineffabile tenerezza che li protocolla. I libri di Gherardini sottolineano con la raffinata veste tipografica l'assoluta rilevanza che ha per l'autore la cerimonia del consegnare al volume il sopravvivere di un'esperienza centrale. In Lodoli (sebbene la reale distribuzione sia di gran lunga più rilevante) l'umiltà editoriale e il sottotono complessivo del manufatto sembrano dire la disincantata consapevolezza di una marginalità (per gli "altri") dei fenomeni cantati, il rassegnarsi al loro preventivo stimma di occasionalità minore. La piccola, privata intimità si proietta sullo sfondo dei grandi ingranaggi del mondo, nell'ambito dei quali tutto "serviva", "serviva un cane bianco,/ piccolo e ubbidiente,/ un'allegria da poco:/ serviva chi dal niente/ cresceva le parole,/ nuvola rotta al sole./ Entrambi servivamo,/ e siamo qui, e andiamo". Al volatile librarsi del canzoniere di Gherardini risponde l'agile assenza di peso di un mondo regolato dal battere e levare di parole come maragià ("e Zoe mi salta in groppa/ come fossi elefante") e maragiù ("e torniamo sulla terra"). Poi la malattia di Zoe si dispone in parallelo con quella che portò via la madre di Lodoli. Una differenza di situazione consiste una volta di più nell'isola d'inconsapevolezza in cui le creature minori sono confinate — "non sa che i giorni stanno/ per perdersi nel vuoto". E ancora una volta minimo e massimo si raccordano nella dolente elaborazione del lutto: "una stagione muore/ nell'altra e niente dura,/ sia uomo, cane o pianto". Se la norma è questa dell'eterno ciclo, il tentativo è quello di adeguarvisi pianamente. "Tutto nel mondo ha un senso/ pure la morte e il freddo,/ dico, ma non lo penso". E la risposta vera resta un'altra, la stessa che riguarda i cari e gli amici scomparsi: "chi è atteso vive ancora".


Alla flora guarda invece principalmente il poema naturale di Pier Luigi Bacchini Scritture vegetali, ma terra, animali, vegetazione e cosmo vi si trovano saldamente interconnessi. È come se Bacchini svolgesse in dettato più ampio il tema proposto da Gherardini e Lodoli. Profondo, pensoso, mistico e sensuale, Bacchini si esprime in uno stile che procede per ampie campiture, pennellate e armonie.

Lo studio delle grandi cose dell'uomo, che vedevamo avviarsi da un passero o una barboncina, qui muove dalla morfologia botanica — e dalla grammatica onirica — di una viola: le "nemiche degli eserciti, le letterarie viole", con il loro "profumo da capogiro,/ inutilmente imitato dall'essenza del tuo rossetto". Poi, come sul panno verde di un biliardo cosmico, assistiamo a un continuo carambolare tra fasi stagionali, con primi piani di flora e di fauna, e fenomeni, l'"aritmetica del marzo", leggi fisiche e categorie e presenze celesti, dalle lune sui comignoli invernali a quelle di Saturno. E ancora "suoni astrali, sogni/ musiche telescopiche", soli mattutini e poi la sera velati di "paramenti funebri … d'un viola fumigato".

La raccolta insegue l'insistente reciproco embricarsi di tutte le realtà: animali e piante (il cedro, "coccodrillo vegetale" corredato da "serpi degli ampi rami"), con l'addendo degli aromi che collega fiori e amori. E ancora campi e mari, nubi celesti ("fumiganti disegni di nuvole/ subito dispersi dalla prodigiosa fantasia del caso") e nubi verdi di chiome d'alberi. Noi stessi siamo "spazi" di vuoto e minime costellazioni d'atomi. In un passo sono dunque raggiunte le sostanze ultime che rendono conto di queste interdipendenze: "tutta la fratellanza chimica ci chiama", in un continuo corso in cui "i superni/ hanno inventato persino la morte. E poi la vita/ che è la sua continuazione. E l'ingranaggio/ ingegnosissimo del dolore". Una gigantesca architettura in cui tutto è profondamente riassorbito nelle leggi fondamentali, tanto da doversi perfino riconoscere che "la cosa più necessaria/ a un certo giorno è la morte./ Vi sono bellissime donne, ma le mie ossa/ cigolano e le arterie si occludono/ e non trovo più tanta bellezza e novità/ da nessuna parte"; "e il male fa cose e il bene anche/ e cooperano. Poi il bene vince/ sul pianeta".

Le vertiginose prospettive trovano ulteriore dilatazione nella trasversalità del Tempo, contemplato dalle ère preistoriche (ancora manifeste nei loro reliquati di fossili) a un futuro guardato con disincanto. Su quest'asse del tempo, i giorni a venire caleranno fra congegni elettronici, lasciando l'autore come "impiccio, un vecchio disadatto/ pieno di memorie noiose/ e che discorre con gli alberi". Gli usi di ora (per esempio i fiori d'acacia fritti) saranno dismessi. Tuttavia vento, foglie, scorze, nuvole si troveranno replicati in una sorta di ciclica ridda, "con un'abbondanza/ e un piacere d'espressioni senza mai termine alcuno o limite/ estetico".

Di là da questa fuga della "Terra nel suo volo di 30 km al secondo" e delle sconvolgenti lontananze spaziotemporali, s'intravede Dio. Ma è molto più a portata di conoscenza di quanto non sembri, e si può quasi estrarre come una radice quadrata, come palesa Preghiera sotto la quercia: "la forza della luce e le dimensioni marine/ nel tuo ondeggiamento,/ e le configurazioni galattiche che ti trapassano/ nelle serenità delle notti, come quelle spaziali dei divisibili atomi/ col loro violento intrecciarsi:/ e io tirerò fuori Dio. La sua ombra".

Accanto all'epifania della bellezza, e in connessione funzionale con essa, la vera legge di questo universo sembrerebbe l'amore, che è sensualità e desiderio, ma anche attenzione e rispetto ("sfruconavo il cosmo dentro l'erba"), saper cogliere appieno il segreto delle infinite quotidiane meraviglie, dalle margherite ai "boschi/ incatenati dalle radici", con apertura indiscriminata a tutte le manifestazioni: "amo anche le persone chiassose, sanguigne/ e un poco stupide, che riempiono le stanze e la memoria./ La storia dopo le dimentica". Se ne conquista così una piena maturità filosofico-esistenziale, una piena dignità soggettiva di essere, fra le molteplici e mirabolanti essenze: "oh, ma da giovane/ nell'incoscienza taurina,/ mentre le calpestavo/ non sapevo nemmeno che esistessero".


A questa sorta di De rerum natura che dai vegetali sa proiettarsi sulle ragioni ultime del cosmo accosterei per immediata incisività il recente libro fotografico di Fosco Maraini, non a caso intitolato Il miramondo, in cui si concentrano i 60 anni di fotografia del grande orientalista, viaggiatore e genio letterario, che già questa rivista segnalò come "esperto di nuvole". In questo prezioso vademecum di ogni amante delle cose belle, certe immagini sono già esse stesse poesia, e il titolo ne perfeziona in tal senso la messa a fuoco. Penso a Un raggio di luce: una grotta di Sicilia (Cefalù, 1955): nel bianco e nero, un raggio fuori fuoco viene a colpire l'occhio di un delicatissimo volto femminile e ne sagoma, per puro frangersi di luce, il profilo. O a L'eroico cipresso (Sinai, 1960), che ritrae l'albero fieramente (come l'asfodelo di Segesta nella pagina a fronte) accampato fra le rocce, nella più assolutamente arida e brulla pietraia. E le morbide, femminili flessuosità di Neve voluttuosa (Hokkaido, 1939 e Dolomiti, 1975), o Le perle dell'alba, monile di gocce di rugiada, preziosamente appese alle geometrie di una ragnatela còlta dall'obiettivo alle Isole Tremiti nel 1965.

Né mancano gli esseri umani, le loro tracce, i loro metafisici specchi in forma di manichino nelle vetrine. S'intravedono ricoverati nel cuore di una Natura impervia e maestosa, come in Nido di case (Pentedattilo, in Calabria, 1950) o nello splendido notturno della gialla Tenda illuminata sul blu ghiaccio del Karakorum (1958), mentre — con notevole apertura al simbolo — La lotta col nulla ritrae, in una sorta di posa da arti marziali, un equilibrista arrampicato in cima a un'altissima scala a pioli senza nient'altro intorno che il cielo.

Ma più colpisce, com'è proprio al linguaggio della poesia, il richiamo all'inattesa eloquenza delle cose. Così in L'urlo di pietra (Muraglia di Tirinto, 1964), un masso forato dagli agenti atmosferici in modo che paia gridare; e, accanto, Il ghigno della razza trafitta (Palermo, 1951): su un banco del mercato, quel pesce, tirato in secco con gli occhi e le branchie spalancate, sembra un attonito commento animale agli assurdi del mondo — peraltro ritratti a tutta pagina di fronte: Bottiglie cotte dalla bomba atomica (Hiroshima, 1954). Del resto Maraini stesso è pienamente consapevole di questa sostanza ultima del suo fare artistico, quando annota: "il viaggiatore, se ha cuore e pensiero, è sempre un pellegrino. Un pellegrino di bellezza! Dalla Sicilia al Karakorum, dalla Cina alla Toscana, da New York a Gerusalemme e al Giappone, si delizia d'essenze".


Cosmo e natura passano a sfondo, a monito e grandezza che irraggiano da una distanza, quando nei libri di Acitelli e De Vita è soprattutto la condizione umana a venire al centro dello studio lirico: nel primo in un contesto urbano, nel secondo di nuovo in un ambiente campestre, questa volta siciliano. Dello splendido Il bacio dei coniugi Arnolfini si può qui soltanto segnalare come graviti attorno a una fantastica sorpresa: coglie un dato di cultura, il celebre dipinto di Jan Van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434), e lo "trascina" in natura, facendone una costellazione, la propria costellazione — non nel fatuo senso degli oroscopi, ma in quello di una specie di stella polare, di addentellato di consolazione e tutela che un io smarrito si trova nell'universo.

Quanto a Nino De Vita, si tratta di un poeta che, per l'indiscutibile forza dei suoi versi, si è guadagnato cospicua notorietà nonostante il fatto che finora la maggior parte della sua produzione sia stata diffusa in forma pressoché privata. Si può dire che l'unica sua raccolta in qualche modo raggiungibile fosse il (peraltro esaurito) suo solo libro in lingua italiana, Fosse Chiti; per il resto, De Vita ha sempre scritto nel dialetto trapanese della contrada in cui vive, Cutusìu, e il suo capolavoro, che ne porta a titolo il nome, ed era stato come altre singole prove pubblicato in proprio, viene oggi finalmente riedito presso la Mesogea, rivisto nel testo e nella traduzione, e con prefazione di Vincenzo Consolo.

Quella di Cutusìu è una poesia bifocale: attenta di qua a ogni minimo particolare, di là invece alla ricomposizione dei dettagli in un disegno che s'apre subito a epos. Il libro è in effetti una sorta di autobiografia poetica per frammenti, che si fa impercettibilmente narrazione leggendaria di piccoli-grandi eventi, balzati a rilevanza per la loro povera drammaticità, la loro violenza primordiale, fin dal primo trauma, la stessa nascita del protagonista l'8 giugno 1950: Nino era allora una massa nero-viola tormentata dal forcipe e all'apparenza priva di vita, poi stimolata a ceffoni, a sollecitazioni cardio-respiratorie, finché finarmenti — nìvuru — chiancii ("finalmente — nero — piansi").

Dell'aspra campagna siciliana, De Vita isola, per come affiorarono lungo i suoi giochi infantili, punte di esacerbata durezza: le frustate del figlio a Mastru ‘Nzinu, la disperata e vana fuga di Bbatassanu ("Baldassarre"), onesto contadino coinvolto suo malgrado in vicende di mafia, l'aborto letale di Bbinirittedda, e gli stessi personaggi tragicomici che assurgono a statura eroica come Mastr'Affiu o Àngiulu, il matto. Storie — spesso narrate con sapienti tecniche di contrasto (per esempio fra tempesta e sereno) — lungo le quali esseri umani cadono, o si riducono a scompagnate risultanze dei giochi del caso, magari convocate a completarsi a vicenda, come la donna che, perduto il marito pescatore in mare, piange ogni 2 novembre sulla tomba abbandonata di un defunto ormai ignoto.

La Natura, che pulsa con inderogabili norme dal "suo mondo", è neutrale e inflessibile impasto di vita e di morte. Nella pace che i cataloghi di esseri vegetali e animali s'incaricano di evocare, piomba improvvisa la lacerazione di un'ansia (la convulsa irruzione di Bbatassanu braccato, che infrange un idillio marino), o la notizia di un lutto (per es. p. 64 ss.). E subito a zzapitricchi, calànnari, scazziddi, crastuna, bbabbaluci, qualeddu, ciocca, maccarruneddu (pettirossi, allodole, martinelle, martinacci, chiocciole, brassica, fedia, euforbia) subentrano con rapida sequenza istantanee di veglia funebre e poi di esequie, scattate dagli occhi per sempre memori di un bambino: quel Nino che per vocazione ne salverà, dal naufragio nel tempo, non solo le immagini, ma anche le filature foniche, perché suo compito vuol essere conservare — di questo mondo atavico e votato a declino — anche tutte quante le parole, dall'ultimo filo d'erba al firmamento. E, in proposito, resta indimenticabile la piccola conferenza astronomica tenuta da Nino sulle proprietà della luna. Non è ancora terminata che Martino, 'u picciriddu ch'avia/ l'occhi astutati e stava cu' 'a testa calata,/ 'i manu ncapu l'erva/ chi spuntava, "il bambino che aveva/gli occhi spenti" e "stava a testa bassa,/ le mani sull'erba/ appena nata", affascinato interrompe d'improvviso l'oratore, proclamando è bbedda…'a luna! Un simbolo dell'incanto della poesia, capace di restituire la vista anche a un cieco.


Alessandro Fo insegna Letteratura latina all'Università di Siena. Particolarmente interessato alla tarda antichità, ne ha trattato in singole monografie ed edizioni. È autore di tre libri di poesie: Otto febbraio (Scheiwiller, 1995),Giorni di scuola (Einaudi, 2000) e Piccole poesie per banconote (Polistampa, 2002).

 
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