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Quello che i bambini sanno e noi no
MICHAEL GREENBERG

ALISON GOPNIK, Il bambino filosofo. Come i bambini ci insegnano a dire la verità, amare e capire il senso della vita, trad. di Francesca Gerla, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 298, € 18,50

Il periodo più elusivo della nostra vita è compreso tra la nascita e i cinque anni circa. Misteriose ed eteree, l'età neonatale e la prima infanzia sono interessate più tardi, nel corso della vita, da una curiosa amnesia interrotta da sprazzi di ricordi che emergono senza essere cercati, per la maggior parte fuori da un contesto coerente. Questi ricordi sono sensazioni, impulsi cellulari che sembrano risiedere nel corpo e non nella mente, ma appaiono di fondamentale importanza per la coscienza che ciascuno ha di se stesso.

Parte del fascino della psicoanalisi deriva dal fatto che, nella sua ricerca del bambino nascosto e dimenticato dentro di sé, l'adulto si trasforma in un bambino che vive l'appuntamento con l'analista come un incontro di gioco con un coetaneo. L'appuntamento è infatti strutturato sulla falsariga di un gioco di finzione, con le sue associazioni libere e le conversazioni senza limiti che possono andare ovunque; allo stesso tempo, però, proprio come in un gioco di finzione, l'incontro con l'analista segue una serie di rigide regole. Lo scopo è quello di far emergere e rendere coerente ciò che è stato rimosso, per colmare i vuoti nella propria storia personale. Però, come hanno scoperto Alison Gopnik e i suoi colleghi psicologi cognitivi, la difficoltà di recuperare gli anni della prima infanzia non dipende dalla rimozione, ma dal fatto che lo stato di coscienza e il tipo di memoria nell'età infantile sono diversi da quelli degli anni seguenti.

«I bambini non sono solo adulti manchevoli e primitivi, che gradualmente raggiungono la perfezione e la complessità: sono una forma diversa di Homo sapiens», scrive la Gopnik nel suo Il bambino filosofo, un viaggio attraverso le più recenti scoperte compiute dalle scienze cognitive sulla mente dei bambini. Questa diversità è dovuta in parte al funzionamento della corteccia prefrontale, che svolge un ruolo preminente nell'escludere gli stimoli provenienti da altre parti del cervello in modo da concentrare l'attenzione internamente. Questa struttura è poco sviluppata nei bambini e, nella maggior parte delle persone, non si forma del tutto prima dei vent'anni. La capacità di convogliare dentro di sé l'attenzione, come suggerisce la ricerca cognitiva, manca nei neonati e nei bambini piccoli e viene completamente acquisita intorno ai cinque anni. Nell'età infantile l'attenzione è risvegliata da quanto abbiamo davanti agli occhi, ovvero dal primo sprazzo di informazione sui rapporti di causa ed effetto nel mondo fisico.

Molto sviluppate nel cervello dei bambini piccoli sono invece la corteccia occipitale (nella parte posteriore del cervello), che concentra l'attenzione sul mondo visivo, e la corteccia parietale, che aiuta l'individuo ad adattarsi in presenza di nuovi eventi. Non sorprende dunque che le immagini ottenute grazie alla risonanza magnetica mostrino la corteccia occipitale e quella parietale particolarmente attive negli adulti impegnati a guardare un film (mentre, al contempo, la corteccia prefrontale riposa). Di fronte a questo bombardamento passivo di inattesi stimoli visivi l'adulto accetta anche eventi incredibili e la sua coscienza percettiva può dunque risultare più simile a quella infantile.

La Gopnik ipotizza che la prima infanzia ci prepari per apprezzare e creare l'arte: i giochi di finzione tra bambini affinano la capacità di gestire contesti controfattuali (i mondi alternativi dai quali derivano l'arte e qualsiasi altra invenzione). Mantenersi nel ruolo immaginato che si è assunto richiede disciplina, indispensabile per avere una proiezione psicologica di che cosa significhi essere una madre, un pompiere, un soldato, un prigioniero. Se non viene percepito come reale, il gioco non funziona. I giochi di finzione sono una sorta di prova generale per capire la mente e le intenzioni degli altri, una capacità fondamentale per sopravvivere.

Queste affermazioni sono di vasta portata ma la Gopnik le argomenta in modo valido e a tratti appassionato. Quasi tutti i neuroni del sistema nervoso umano, circa 100 miliardi, sono già presenti alla nascita e le sinapsi (i punti di contatto tra neuroni che attivano la memoria e la percezione) sono sovrabbondanti nella prima infanzia. In larga misura la maturità è un processo di potatura neurale, una ripulitura della coscienza percettiva utile per approntare e, inconsapevolmente, rendere disponibile ciò che serve di più per far fronte agli impegni della giornata (guidare l'automobile, a esempio, o fare la spesa al supermercato). Le nostre vite adulte sono molto più incentrate sulla ripetizione che sulla novità. I neuroni meno utili, pertanto, si indeboliscono e muoiono in una sorta di oblio.

La Gopnik ci ricorda che, per far fronte a un rapido spostamento di attenzione, il cervello dei bambini genera una quantità enorme di neurotrasmettitori colinergici, rilasciati dalle diverse parti del cervello quando elaborano informazioni specifiche. Su questi stessi trasmettitori agiscono anche gli anestetici e infatti, per sedare i bambini piccoli prima di un'operazione chirurgica, occorre una concentrazione relativamente alta di anestetici. L'autrice suggerisce l'idea accattivante per cui i bambini avrebbero una coscienza percettiva più sviluppata di quella degli adulti, ma al contempo avrebbero anche un inconscio meno sviluppato, dato che possiedono pochi comportamenti automatici.

Un simile stato di altissimo assorbimento è rappresentativo del processo che la Gopnik indica come «divisione dei compiti tra bambini e adulti dovuta all'evoluzione». In questa collaborazione il periodo di immaturità del bambino dura a lungo perché consente di svolgere tutti gli esperimenti privi di inibizioni che permetteranno infine all'adulto, più laborioso e concreto, di modificare (o almeno manipolare) la realtà del proprio mondo. In questa interpretazione, il bambino non è «limitat[o] all'"hic et nunc"». Nell'immagine aristotelica classica il bambino non era importante per sé ma per il suo potenziale. La Gopnik ribalta questa idea e considera il bambino come un vero e proprio collega di lavoro, con un cervello diverso da quello di un adulto, più capace, dotato di una maggiore plasticità e di una più spinta attitudine ad assorbire nuove informazioni. Il bambino è l'autore, l'adulto l'esecutore.

L'idea di fondo della scienza cognitiva, nelle parole della Gopnik, «è che il nostro cervello si comporta come una sorta di computer, anche se molto più potente». La studiosa spiega che, come alcuni computer, i bambini piccoli possiedono mappe causali innate grazie alle quali possono farsi un'idea di come va il mondo intorno a loro. Partendo da queste mappe, «i bambini posseggono delle teorie quotidiane sul mondo – idee sulla psicologia, la biologia e la fisica. Teorie simili a quelle scientifiche, ma per lo più inconsce e codificate nel loro cervello, anziché registrate su carta o presentate ai convegni scientifici».

Anche i bambini piccoli applicano i modelli statistici. L'apprendimento del linguaggio nei primi stadi dello sviluppo è influenzato dalla previsione statistica riguardo ai tipi di suoni che si susseguono uno dopo l'altro (in un'applicazione inconscia della teoria delle probabilità). La Gopnik sostiene che questa capacità di riconoscere i modelli probabilistici vada oltre il linguaggio (a esempio si applica ai toni musicali nei bambini di otto mesi) e non sia limitata a una parte specializzata del cervello, come credono Noam Chomsky e altri studiosi.

Uno studio davvero affascinante sul mistero della comprensione istintuale ha rivelato che i bambini di cinque anni di culture diverse condividono un approccio vitalistico all'esistenza, che ricorda quello della medicina tradizionale cinese e giapponese: «A quanto pare, a quest'età i bambini credono nell'esistenza di un'unica forza vitale, simile al Qi cinese, che ci tiene in vita; se, ad esempio, non si mangia abbastanza, questa forza svanisce e ci si ammala. Per loro la morte è la perdita irreversibile di questa forza, e gli animali che muoiono non torneranno in vita».

Nei bambini più piccoli esiste una complicata interconnessione tra regole e moralità, e una particolare e complessa sensibilità riferita all'intenzione, quando le regole non vengono rispettate, nonché una sottile distinzione tra regole considerate importanti e altre che lo sono meno. La conoscenza morale, spiega la Gopnik, è conoscenza immaginativa, una diretta estensione dell'empatia che i bambini sembrano possedere quasi dalla nascita. L'autrice, a questo proposito, cita uno studio condotto dalla psicologa dello sviluppo Judit Smetana negli anni Ottanta del Novecento. Questo studio contraddiceva la tesi dello psicologo svizzero Jean Piaget, per il quale la vera conoscenza morale non si sviluppa fino all'adolescenza, perché i bambini sarebbero incapaci di immaginare il punto di vista degli altri.

Nel suo esperimento, Smetana raccontava a un gruppo di bambini di due anni e mezzo un certo numero di storie. In alcune venivano violate regole che i piccoli apprendono alla scuola materna (a esempio non rimettere via i vestiti o chiacchierare durante il riposino). In altre storie un bambino veniva picchiato o infastidito, oppure qualcosa veniva rubato. La Gopnik spiega: «Anche i bambini più piccoli differenziarono tra infrangere le regole e fare un torto: entrambi i comportamenti erano sbagliati, ma fare un torto era di gran lunga peggio. Affermarono anche che le regole si potevano cambiare o non applicarsi in un'altra scuola, ma insistettero che fare del male era sempre sbagliato, a prescindere dalle regole o da dove ci si trovava». Inoltre lo studio dimostra che «i bambini capiscono anche la struttura di base delle regole: l'obbligo, la proibizione e il permesso … Quando le regole specificano degli obblighi, bisogna agire secondo il loro dettame; quando specificano delle proibizioni, vuol dire che non ci si deve comportare in un certo modo; quando danno un permesso, si può decidere se agire o meno in quel modo».

Già a nove mesi i bambini mostrano una particolare sensibilità rispetto all'intenzione: reagiscono con più impazienza quando un gioco viene loro negato senza un motivo apparente, piuttosto che quando un adulto non può dare loro un gioco per motivi che trascendono dal suo controllo.

I bambini imitano e l'imitazione è un mezzo per impadronirsi di un'emozione facendola propria. La gioia riflette la gioia, la tristezza provoca tristezza, non soltanto come espressione facciale, ma come stato emotivo che unisce chi dà e chi riceve (il bambino). Permettendosi un certo grado di riflessione non motivata scientificamente, la Gopnik scrive: «È probabile che i bambini piccoli non capiscano la differenza tra il dolore proprio e quello altrui. Forse vogliono solo mettere fine a tutte le sofferenze, a prescindere da chi ne è vittima. Per loro, il dolore è dolore e la gioia è gioia. Pensatori morali da Buddha a David Hume, fino ad arrivare a Martin Buber, vedono in quest'eliminazione dei confini tra se stessi e gli altri il fondamento della moralità. Sappiamo che la concezione di un Sé continuo, distinto e separato da quello altrui, si sviluppa lentamente nei primi cinque anni di vita».

Dunque l'attaccamento, l'empatia e la moralità sono inseparabili, benché nessuna di esse sia inevitabile. Anche se l'empatia sembra essere innata, e gli atti spontanei di altruismo da parte dei bambini siano comuni (i bambini di diciotto mesi cercano istintivamente di aiutare un estraneo in difficoltà anche se nessuno ha insegnato loro a farlo), lo sviluppo dell'empatia non è garantito. È possibile che sia stimolata o stroncata in seguito a particolari relazioni ed esperienze. Un solido legame affettivo nei primi sei mesi è essenziale. In poche ore, subito dopo la nascita, il bambino impara a riconoscere i caratteri del viso della madre e preferisce guardare il viso della madre piuttosto che quello di un estraneo. In questo scambio, l'adulto che accudisce può subire un rinforzo (e qualche volta un risveglio) del comportamento etico. Gopnik sottolinea che «l'amore tra genitori e figli è caratterizzato da una speciale intensità morale», un flusso intenso che scorre in entrambe le direzioni. La relazione tra colui che lo accudisce e il bambino è la nostra più efficace iniziazione all'etica. Le principali teorie sull'etica in campo filosofico e legale emergono dalla fondamentale comprensione infantile del fatto che, dal punto di vista emozionale, le altre persone si comportano più o meno come facciamo noi.

L'imitazione, naturalmente, non è soltanto una via diretta verso l'empatia, ma è anche un modo per escludere gli altri, per formare quelli che i sociologi chiamano "gruppi minimali", in cui una distinzione piccola e arbitraria diventa fonte di ostilità. In alcuni esperimenti «i bambini di tre anni dissero di preferire come compagni di giochi quelli dello stesso colore di capelli e maglietta». L'empatia e il coinvolgimento morale non sono concessi al bambino con la maglietta sbagliata. Se si mantiene il ragionamento sviluppato nella prima infanzia come modello comportamentale negli anni seguenti, questa dinamica "dentro o fuori dal gruppo" si applica al parco giochi, sulle strade delle città, come violenza tra gang, e nel mondo in forma di "pulizia etnica".

Non sorprende quindi che la capacità di mentire emerga effettivamente nella maggior parte di noi non prima dei cinque anni, quando la consapevolezza interiore del sé ha già incominciato a mettere radici. Mentire in questo contesto diventa un procedimento sofisticato: per rendere credibile una menzogna, chi inganna deve capire la mente della persona ingannata. In un esperimento citato dalla Gopnik veniva mostrata ai bambini una scatola chiusa, in cui si faceva credere che fosse nascosto un giocattolo; ai bambini, però, si raccomandava di non sbirciare nella scatola. Quando lo sperimentatore lasciava la stanza, naturalmente, i bambini sbirciavano nella scatola. Quando lo sperimentatore ritornava, i bambini di tre anni insistevano nel sostenere di non aver guardato dentro la scatola e, quasi senza riprendere fiato, dichiaravano allo sperimentatore che cosa conteneva. I bambini di cinque anni invece erano capaci di protrarre l'inganno.

I bambini, come è noto, sono anche facilmente ingannabili, soprattutto a causa di quella che la Gopnik indica come «amnesia della fonte». Nella prima infanzia, infatti, si tende a dimenticare da dove provengano le nostre informazioni e opinioni. In un esperimento la Gopnik mostrava ai bambini un mobiletto con nove cassetti, ciascuno contenente un oggetto diverso. Ai bambini veniva detto o mostrato il contenuto dei cassetti ed essi non avevano difficoltà a ricordarlo. Spesso, però, i bambini di tre anni «dichiaravano di aver visto l'oggetto in questione quando gli era stato solo detto e viceversa. Quelli di cinque anni, d'altro canto, potevano riferire sia i dati in loro possesso sia le circostanze che avevano permesso loro di ricavarli».

Questa profonda differenza tra le percezioni di un bambino di tre anni e quelle di uno di cinque ci dice molto sul modo in cui cambia la coscienza percettiva nell'età infantile, quando si sviluppa il senso di una memoria personale, autobiografica, e la capacità di riconoscere la sequenza temporale degli eventi. Prima dei cinque anni sembra che i bambini percepiscano il tempo in un modo diverso. Sono perfettamente capaci di "dimenticare" eventi che hanno vissuto un minuto prima e anche di scordare il loro stato mentale mentre l'esperienza si verificava. I bambini sembrano pensare per associazione, un po' come avviene durante lo stato ipnagogico che separa la veglia dal sonno, e non sviluppando un ragionamento ordinato cronologicamente con passato, presente e futuro.

La Gopnik approfondisce la natura di queste diverse forme di consapevolezza descrivendo un esperimento sulla «falsa credenza», in cui i bambini vedevano una scatola di dolci chiusa che, in realtà, era piena di matite. I bambini «comprensibilmente restano stupiti e delusi. Ma quando chiediamo loro cosa avevano pensato che ci fosse nella scatola prima di aprirla, nonostante la scoperta sia avvenuta solo pochi minuti prima con grande sorpresa, ugualmente dichiarano di aver sempre saputo la verità. Hanno completamente dimenticato la falsa credenza di poco prima».

Questo è il motivo per cui i bambini sono pericolosamente suggestionabili e, di conseguenza, la loro testimonianza, nella maggioranza dei casi, non dovrebbe essere ammessa nei processi. Essi hanno un'eccellente memoria per i particolari, se viene loro suggerito di ricordare un evento specifico con una domanda specifica, ma un ricordo libero non è possibile, perché dipende da una consapevolezza interna di sé che non possiedono ancora del tutto. A questo proposito, vengono in mente le reazioni isteriche che si sono avute tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, quando, dopo che un "esperto" aveva interrogato i bambini, alcuni genitori e operatori degli asili furono accusati di abusi sessuali, stupro, tortura, di aver preso parte a rituali satanici, e, in un caso, di aver partecipato a orge con gli alieni. La Gopnik ricorda che, interrogando, è possibile suggerire una risposta anche agli adulti (nella psicoanalisi, a esempio, o negli interrogatori condotti dagli avvocati), con il risultato di costruire falsi racconti percepiti come ricordi reali, completi di vividi dettagli anche sensoriali che la persona considera autentici.

Un aspetto sconcertante della mente dei bambini è l'incapacità di riconoscere che gli eventi direttamente vissuti hanno un'importanza personale maggiore degli eventi di cui sono venuti a conoscenza in altri modi. «I bambini piccoli non tengono traccia dei loro stati mentali precedenti: anche se ricordano un evento accaduto, a quanto pare non ricordano quel che hanno pensato e provato in merito. E benché possano fare piani per l'immediato futuro, non sembrano anticipare i loro stati futuri: non proiettano quel che penseranno e proveranno in seguito.»

Quando viene sottolineata con enfasi la fonte di informazione, anche i bambini di quattro anni sono meno facilmente manipolabili o ingannabili. Tuttavia, il concetto stesso di fonte dell'informazione sembra sfuggire del tutto ai bambini di tre anni. Allo stesso modo a questi bambini risulta estranea l'idea di un pensiero logico rivolto internamente. I bambini di tre, quattro e cinque anni, peraltro, negheranno che una persona abbia qualcosa in mente se non ha l'attenzione concentrata su una specifica azione o se non svolge un compito visibile. Un bambino di quattro anni ha fornito una descrizione eloquente della sua coscienza percettiva spiegando a uno sperimentatore: «Ogni volta che pensi per un po', qualcosa comincia e qualcosa smette. Qualche volta qualcosa va avanti per un paio di minuti, e poi per qualche minuto non succede niente».

In questo stadio, sottolinea la Gopnik, aspetti fondamentali della consapevolezza che diamo per scontati, «come l'idea di sapere quel che abbiamo pensato pochi istanti fa, di possedere un Sé omogeneo o che la nostra coscienza sia un singolo flusso ininterrotto, crollano».

Quando il bambino raggiunge l'età di sei anni, nella maggior parte dei casi, l'età infantile diventa un ricordo flebile, alieno, un'astrazione largamente dimenticata. Si innesta la memoria autobiografica (la memoria grazie alla quale possiamo costruire una narrazione coerente su noi stessi), si sviluppa un osservatore interno, un "io" fluente che rimane intatto, più o meno, per il resto della vita. La memoria autobiografica e il linguaggio sembrano essere intimamente connessi. Senza un linguaggio condiviso non abbiamo accesso alla psicologia degli altri e forse neppure alla nostra stessa psicologia.

Quest'ultimo aspetto è emerso grazie a un esperimento non intenzionale che coinvolgeva alcuni bambini non udenti in Nicaragua. In questo paese, la prima scuola per non udenti è stata istituita solo negli anni Settanta del Novecento. Prima di allora, i non udenti erano isolati uno dall'altro e, dato che la maggior parte dei bambini sordi aveva genitori che parlavano e udivano, molti bambini erano privi di mezzi di comunicazione. Quando la scuola aprí, i bambini inventarono un proprio linguaggio dei segni. La seconda generazione di scolari riprese questo linguaggio e lo fece proprio, sviluppandolo ulteriormente. Se si chiedeva ai ragazzi della prima generazione (quella che ha inventato il linguaggio) «di descrivere un video di un uomo che distrattamente prendeva un orsacchiotto da una cappelliera e se lo metteva in testa al posto del cappello, non citavano mai l'ipotesi che fosse caduto in errore. Gli altri ragazzi sordi della scuola parlavano apertamente dell'incapacità dei compagni più grandi di tenere segreti o di manipolare gli altri».

Sorprendentemente, pur avendo una scarsa comprensione del legame tra pensiero e azione, la prima generazione di bambini non udenti era comunque riuscita a creare da zero un linguaggio operativo in grado di durare.

Il bambino filosofo è allo stesso tempo un testo scientifico e un romanzo d'amore, frutto dell'incantevole buona volontà con cui la Gopnik cerca di immaginare come funzioni la coscienza percettiva dei bambini piccoli. Cosí l'autrice mette a confronto «la coscienza "lanterna" dell'infanzia in quanto opposta alla coscienza "faro" della normale attenzione adulta». Con una attenzione simile alla luce di una lanterna «si è nitidamente consapevoli di tutto senza concentrarsi su nulla in particolare. Inoltre, queste esperienze sono accompagnate da una sorta di esaltazione e da un particolare tipo di felicità».

La Gopnik confronta la «coscienza "lanterna"» con la poesia romantica, con la ricettività disinibita che è l'ideale dell'artista e con l'ideale Zen della «mente del principiante», dove il mediatore rinuncia all'attaccamento al proprio "io" interiore. «I bambini come i buddha, sono viaggiatori dentro una stanzetta», scrive. «La coscienza "lanterna"» genera la sensazione «di perdere il nostro senso del Sé e di diventare parte del mondo».

Gli psicologi che enfatizzano l'aspetto "relazionale" e i sentimenti di "attaccamento" possono trovare gli esperimenti della Gopnik troppo controllati e scarni, progettati per decodificare modelli di pensiero simili al funzionamento di un computer e lontani da situazioni più aperte che potrebbero consentire ai bambini di seguire più liberamente le proprie inclinazioni.1 Ma l'affermazione della Gopnik per cui la psicologia cognitiva ha incominciato a sviluppare una «scienza dell'immaginazione» regge. La studiosa nota il fatto stupefacente per cui nell'edizione del 1967 della Encyclopedia of Philosophy ci sono centinaia di riferimenti agli angeli e alla stella del mattino e nessuna «ai neonati, ai bambini piccoli, alle famiglie, ai genitori, alle madri o ai padri; i riferimenti ai bambini erano solo quattro in tutto». Negli ultimi dieci anni, la scienza cognitiva ha accumulato senza sosta dati sui misteriosi primi cinque anni della vita umana, trasformando i bambini convenzionalmente visti come «inerti masse frignanti, veri e propri vegetali», con pochi riflessi e attenzioni, in esseri altamente capaci e sofisticati che vivono in uno stato di elevata consapevolezza.

(Traduzione di Allegra Panini)

1 . Pat Cremens, un esperto dello sviluppo in età infantile, mi ha fornito moltissimi esempi preziosi su questo campo di studi ad ampio raggio.


MICHAEL GREENBERG, saggista, è noto al lettore italiano come autore de Il giorno in cui mia figlia impazzí (Rizzoli, 2009). Il suo ultimo libro pubblicato negli Stati Uniti è Beg, Borrow, Steal: A Writer's Life (Other Press, 2009).

 
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