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Luoghi petrarcheschi
UGO DOTTI
DOMENICO LUCIANI E MONIQUE MOSSER (a cura di), Petrarca ei suoi luoghi. Spazi reali
e paesaggi poetici alle origini del moderno senso della natura, Canova (Treviso), Fondazione
Benetton Studi e Ricerche, pp. 218, € 28,00
Tra i primi del mondo classico romano a far l'elogio della «vita rustica»,
tra quietismo epicureo e distacco stoico, ma con ariosità, umorismo e lo sguardo della
ragione sempre rivolto sul mondo, fu fuor di dubbio Orazio Flacco: la sua villa in Sabina, dono del
grande Mecenate, è assurta a mito; proprio come la fons Bandusiae «splendidior
vitro» (Carmen III, 13) che zampillava nei pressi.
La città e la campagna; e la vita. Ad Aristio Fusco, anima gemella da lui solo divisa per
i suoi amori per la città, in un luogo famoso il poeta diceva:1 «Se è
vero che va scelto uno stile di vita secondo la legge di natura,/ e se per costruirsi una casa occorre
anzitutto cercare un terreno,/ conosci forse scenari più adatti di un ridente angolo campestre
[rure beato]?/ Dove gli inverni risultano più miti, dove una brezza più soave/
attenua la vampa del Cane e i torridi impulsi del Leone,/ quando infuria sotto l'impeto d'un
sole dardeggiante?».2 E via di questo passo fino alla celebre chiusa: «Prova
a scacciare la natura col forcone; tornerà alla carica, sempre,/ travolgendo con furtivo
slancio, vittoriosa, gli ingiusti preconcetti».3 E ammoniva infine che il gran
capitale, collecta pecunia, è per tutti o servo o padrone, come del resto tutto il
superfluo che esso produce:4 un buon memento per i tempi in cui ancor oggi si
vive.
Dopo tredici secoli, al principio del quattordicesimo, nacque colui che a questo mito della
«vita solitaria», non nell'anacoretismo delle Tebaidi egiziane ma nei loci
amoeni delle fiorenti vallate, tra boschi, acque sorgive e non lungi dalle popolose città
tra natura e paesaggio reso più gradevole dall'opera umana consacrò
l'insuperabile monumento: Francesco Petrarca. Nell'autunno del 1337, all'età
di trentatré anni, a poca distanza dall'avversata Avignone, allora capitale pontificia
dell'Europa e del mondo, dalla quale pur traeva protezione e buon sostentamento economico,
acquistò la sua prima casetta: in Valchiusa, sulla riva meridionale della Sorga, non troppo
lontano dalla grotta dove scaturiva e scaturisce l'acqua del fiume. La fons Bandusiae
oraziana era per sempre eclissata; l'«Elicona transalpino» petrarchesco sarebbe,
da allora, rimasto immortale sino ai giorni nostri: si è calcolato che attualmente i turisti
che ogni anno si recano a visitarlo sono attorno al milione. Ne parleremo tra poco; giova anzitutto
ricordare quanto di Petrarca e Valchiusa ha scritto un suo celebre biografo, E.H. Wilkins: «Poco
dopo il ritorno ad Avignone, Petrarca acquistò una casetta a Valchiusa, sulla riva meridionale
della Sorga, non molto lontano dalla grotta da cui scaturisce l'acqua del fiume; e là
andò a vivere. I suoi amici di Avignone ne rimasero sorpresi e stupiti, ma il poeta fu indotto
a prendere questa decisione da due motivi irresistibili: Valchiusa non era Avignone,
inoltre Valchiusa era Valchiusa. Per Petrarca Avignone significava folla, clamore,
confusione, sfarzo, spreco del suo tempo, contatto con le indegnità commesse nella corte
papale, e inoltre la vicinanza di Laura, che rinnovava di continuo in lui l'amore e la pena.
Valchiusa sarebbe invece stata la realizzazione di un sogno della fanciullezza e gli avrebbe offerto
solitudine, pace, semplicità di vita, il fascino del fiume, il vagare fra i boschi e la bellezza
intorno. Soprattutto sarebbe stata per lui la libertà; libertà di pensare, di
studiare e di scrivere. E in realtà Valchiusa fu per Petrarca tutto questo, e molto altro
ancora; e presto divenne, fra tutti i luoghi della terra, quello che aveva più caro. Andando
ad abitare a Valchiusa, Petrarca prendeva in mano le redini della sua vita».5
È uscito di recente uno splendido volume (anche per le illustrazioni, le mappe, le cartine),
in cui Valchiusa rifulge in tutto il suo fascino e mito: Petrarca e i suoi luoghi. L'hanno
curato, per la Fondazione Benetton Studi e Ricerche, nella prestigiosa collana "Memorie",
Domenico Luciani e Monique Mosser. Il libro raccoglie studi e interventi di autorevoli petrarchisti
come Nicholas Mann, di studiosi come il compianto Eugenio Battisti, di architetti, critici d'arte
o studiosi del paesaggio di cui è ora superfluo fare l'elenco. Spazi reali e paesaggi
poetici, alle origini stesse del moderno senso della natura, vi si alternano in un caleidoscopico
quadro di immagini e riflessioni (ma anche di precise ricostruzioni archeologiche e toponomastiche),
che pongono in piena luce i tanti luoghi in cui Petrarca, peregrinus ubique, dimorò
in Provenza e nell'Italia settentrionale: le sue case di Parma, Milano, Padova, Venezia,
sino a quell'estrema Arquà che fu in certo modo il senile pendant della giovanile
Valchiusa; anche se Valchiusa dicevamo rimane la gemma più preziosa. Nerte
Dautier, nel suo interessante intervento in Petrarca e i suoi luoghi, ce la rappresenta
non soltanto come «lieu de légendes» o «mythe littéraire»,
ma come «mystère hydrologique» e «lieu touristique», di tale località
turistica rievocando la storia da prima di Petrarca a oggi e prospettando un progetto per la sua
protezione e la sua ulteriore «mise en valeur». Una proposta che potrebbe valere anche
per i tanti luoghi della nostra penisola.
Ma c'è di più. Il poeta di Laura non provava soltanto un profondo godimento
di fronte agli aspetti e ai suoni della natura, dalla maestà delle montagne, come il Ventoux,
che, come tutti sanno, egli ascese nel 1336 in compagnia del fratello Gherardo, alla grazia più
raccolta di Valchiusa, dove poteva liberamente vagare attraverso boschi solitari, campi e colline
e persino visitare, nel pieno stesso della notte, la grotta della Sorga; egli amava anche i giardini
e sempre, nelle sue case, ce n'era uno o più di uno; anche quando a Milano la sua casa a fronte
della chiesa di Sant'Ambrogio ne risultò priva, ebbe l'autorizzazione a continuare
i suoi esperimenti di giardinaggio nell'orto di Sant'Ambrogio. Ché il poeta
fu anche un orticultore e ce ne informa, in questo volume, un eccellente saggio di Nicholas Mann
che, tra le altre cose, meglio precisa i sondaggi che più di un secolo fa aveva fatto il grande
Pierre de Nolhac. Già a Valchiusa egli aveva creato dei giardini e degli orti di sua proprietà,
lavorandovi lui stesso e cercando di trasformare un campo sassoso vicino alla fonte della Sorga
in un prato in cui potesse ospitare, com'egli amava esprimersi, le stesse Muse, ossia verseggiare
tra il cinguettare degli uccelli e il mormorio della corrente. Lo ripulí cosí dei sassi
con le sue medesime mani e vi fece trasportare dell'humus. Sennonché le Ninfe
della fonte, come Petrarca stesso volle personificarle, si opposero, considerando indebito
l'ameno praticello ottenuto dal poeta. Fu la guerra delle «inondazioni», com'egli
le chiamò nella sua prima epistola metrica del terzo libro, che si ripeté più volte;
al principio del 1341, mentre si accingeva di nuovo a riparare i guai procurati dalle Ninfe, venne
chiamato a Roma per l'incoronazione. Rinunciò allora alla lotta e lasciò le maliziose
fanciulle in possesso del loro regno.
L'orticultore, forse, lo vediamo meglio a Parma, quando alla fine dell'estate
del 1341, dopo aver scoperto a Selvapiana e non lontano dall'Enza il suo Elicona italiano
dopo il celeberrimo «transalpino» di Valchiusa, andò a vivere in una casetta
tranquilla che, lontana dal centro, aveva due giardini uno vicino alla casa e l'altro
un poco più discosto nei quali, separati da un ruscello, crescevano alberi e ortaggi
piantati o curati dal poeta. Ebbene: prima del 13 marzo del 1348 egli ricevette una lettera firmata
dallo stesso signore di Milano, Luchino Visconti, che conteneva tra l'altro la richiesta
che il poeta gli inviasse alcuni polloni dei suoi alberi da frutto; sicché, rispondendogli
con la quindicesima familiare del settimo libro, oltre a spedirgli quanto il potente signore lombardo
desiderava, colse l'occasione per accludergli un'epistola metrica (la sesta del
terzo libro), in cui, rivolgendosi direttamente ai suoi alberi, il poeta li invitava a crescere
alti e fruttiferi, a rinnovare il fogliame ogni primavera e a procurare d'estate molta ombra
per il grande Luchino, in onore del quale dovevano appunto fiorire. Non sai se ammirar più
la garbata adulazione o la personale civetteria.
Ma vediamolo come orticultore. Il 26 settembre sempre del '48, e sempre a Parma, decise
di tagliare alcuni ceppi delle sue viti per trapiantarli. Sapeva bene che l'operazione era
stata eseguita in condizioni poco favorevoli, senza rispettare i costumi locali e i precetti delle
Georgiche virgiliane, e che la stagione, i venti e le fasi della luna erano tutti sfavorevoli.
Tentò ugualmente e fece una sorta di rapporto dell'operazione su una pagina bianca
alla fine di un manoscritto che conteneva il De agricoltura di Palladio. La nota, che fa
riferimento ai suoi dubbi sul trapianto, termina con queste parole: «Placet experiri»,
ed è la prima di un gruppo di numerose note simili, scritte sempre sullo stesso manoscritto,
in occasioni diverse, fino al 1369. Accanto a ciascuna notazione Petrarca usava apporre più
tardi un breve commento al risultato ottenuto. In questo caso, esso fu migliore di quanto previsto.
Nei giardini delle sue dimore, il poeta accoglieva anche gli amici, con loro conversava, lavorava,
studiava. Quando Boccaccio, nel marzo del 1351, si recò da lui a Padova per portargli, con
lettere degli amici di Firenze, l'invito ufficiale del Comune fiorentino a ricoprire una
cattedra a suo piacimento nello Studio appena istituito nella città del Fiore, egli evocò
poi, commosso, come avevano trascorso quei giorni: «Tu», gli scriveva, «ti dedicavi
ai sacri studi, io, cupido dei tuoi componimenti, me ne facevo copie. Volgendo poi il giorno al tramonto,
ci alzavamo insieme dalle fatiche e ce ne andavamo nel tuo giardinetto già ornato di fronde
e di fiori della giovane primavera. A noi si accompagnava Silvano, uomo di esimia virtù, amico
tuo, e tratto tratto sedendo e parlando, quanto del giorno rimaneva trascorrevamo in sereno e lodevole
ozio sino alla notte».6 E sempre da Boccaccio ci viene una testimonianza che,
anche quando Petrarca abitò a Venezia, a Palazzo Molin, lungo la riva degli Schiavoni, la
casa non mancava di un giardino. Siamo all'incirca alla fine del maggio del 1367 e il certaldese
si reca nella città lagunare per affari ma, sopratutto, per riabbracciare l'amico
che purtroppo era dovuto partire per Pavia chiamato dai Visconti. Fa allora visita alla figlia
del poeta, Francesca, che, ricevutolo con onore e affetto, lo accompagna appunto in giardino,
dove, poco dopo, irrompe la figlia di lei, Eletta, bimba ancora sui tre-quattro anni, che lo guarda
e gli sorride. E quel giardino dovette da allora rimanere indimenticabile per l'autore del
Decameron, perché quella fanciulla gli ricordò immediatamente la sua piccola
Violante, morta all'età di cinque anni e mezzo. La lettera con la quale Boccaccio
espresse a Petrarca questi suoi sentimenti è sicuramente tra le sue cose più belle. 7
Case, orti, giardini; la grotta della Sorga e l'estrema solitudine di Arquà,
dove dal 1370 il poeta andò ad abitare con la figlia, il genero e la nipotina, e dove da Padova
non facevano che recarsi gli amici e lo stesso potente Francesco da Carrara; e il monte Ventoso e
Vaucluse, «le plus riant vallont qu'éclaire l'oeil du mont» (Monique
Mosser). Il sentimento della natura e l'arte di coltivarla e di renderla sempre più
affascinante dominano trionfalmente in questo volume. Ma bisogna anche dire che il poeta di Laura
ammirava profondamente la bellezza e l'intelligenza degli uomini, i poteri di riflessione
e creazione insiti nella mente umana e le sue tante esplicazioni: la storia, la filosofia, la poesia,
l'eloquenza, la capacità di conversare, la musica, le arti figurative. Petrarca
sapeva sonare il liuto, e le sue osservazioni su Giotto di cui possedeva il quadro di una Madonna
provano che il suo gusto artistico era assai fine.
Perché dico questo? Perché questo sentimento della natura in senso moderno o, diciamo
meglio, umanistico era in latente contrasto con la spiritualità cristiana ancora in gran
parte dominante. Nel Policraticus di Giovanni di Salisbury siamo nella metà
del secolo dodicesimo si ricorda ancora con vivo consenso il rimprovero che Iddio mosse
al "paziente" Giobbe, perché una sera aveva come dimenticato il Signore estasiandosi
nella contemplazione di uno stupendo tramonto. Petrarca, negli ameni spettacoli offertici dalla
natura, trova se stesso e il suo sogno amoroso: «Di pensier in pensier, di monte in monte»
(Rerum vulgarium fragmenta, 129). Nel secondo libro del suo famoso trattato sulla Vita
solitaria potrà anche fare l'elogio dei santi eremiti; ma da storico, non più
da "ideologo". Poteva forse ammirare le Tebaidi dell'alto Egitto, non certo
frequentarle.
1 . Epistola I, 10 (vv. 12 e ss.), in Orazio, Epistole, a cura di M.
Beck, Milano, Mondadori, 1997, pp. 42-43
2 . Epistola I, 10 (vv. 24-25), Ivi, pp. 44-45.
3 . Epistola I, 10 (v. 46), Ibidem.
4 . E.H. Wilkins, Vita del Petrarca, Milano, Feltrinelli, 1964 (ed. orig.
1961), p. 34.
5 . Epistola 10 (vv. 5-6), in G. Boccaccio, Tutte le opere, Milano,
Mondadori, 1992, vol. V, p. 575.
6 . Epistola 15 (vv. 10-11), Ivi, pp. 637-39.
UGO DOTTI ha insegnato a lungo nell'Università di Perugia. Di Petrarca ha
scritto una Vita (Laterza, 1978), che ha avuto sinora tre edizioni, e ha curato in otto volumi,
presso l'editore Nino Aragno (2004-10), le Familiari e le Senili, il Secretum
(2000) presso l'editore Rizzoli e Il Canzoniere (2004) presso l'editore Donzelli.
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