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L'ultimo khan della Mongolia
ANNE APPLEBAUM

JAMES PALMER, The Bloody White Baron: The Extraordinary Story of the Russian Nobleman Who Became the Last Khan of Mongolia, New York, Basic Books, pp. 274, $ 26,95

Quando James Palmer si trovò per la prima volta di fronte ai grotteschi, sinistri idoli di legno della Mongolia centrale, ne fu al tempo stesso attratto e turbato – come una moderna reincarnazione di Adela Quest, l'eroina di Passaggio in India di E.M. Forster: «Penetrai nel santuario di una divinità raccapricciante, con il ghigno che ne scopriva i denti aguzzi e la cui testa era ornata da teschi. Non ero sicuro di chi fosse, dal momento che simili figure abbondano nel pantheon che i mongoli hanno ereditato dai tibetani. In quell'ambiente tetro e angusto, tra il fumo dell'incenso e sotto lo sguardo opprimente di altre gargolle, sembrava sul punto di animarsi con spasmi terribili; ebbi l'impressione che da un momento all'altro avrebbe potuto leccarsi le labbra. Di fronte a lui, sul pavimento, erano inginocchiati due contadini mongoli che si prostravano ripetutamente intonando preghiere. Per ingraziarselo, gli avevano offerto arance e denaro. Anche dopo che i pellegrini se ne furono andati non volli rimanere di fronte a quel coso, e tanto meno esaminarlo da vicino; ebbi, per la prima volta, l'impressione di comprendere il vero senso del termine "idolo"».

Benché «avesse ricevuto un'educazione anglicana, che sottrae alla religione ogni sorta di paura, o quasi», quel tempio – scuro e lugubre, dove riecheggiavano le note di lontane melodie – destò in Palmer un religioso sgomento. Acquistò sulla soglia arance e bastoncini di incenso, e in seguito vi tornò. Pose l'incenso di fronte alla divinità più terrificante, e lasciò ai suoi piedi le arance e una banconota da cinque yuan. «Dopo tutto è meglio agire con cautela, per non doversene pentire in seguito.»

Questo episodio, come la maggior parte delle vicende a carattere personale narrate nello straordinario libro di Palmer, non si trova qui per caso: l'autore vi ricorre per offrire al lettore una sorta di indizio su ciò che al principio della sua esperienza lo sedusse e lo atterrí, spingendolo a raccontare uno dei più sanguinosi capitoli della storia della Mongolia. Inoltre, contribuisce a illustrare quali motivazioni animassero colui che di questa storia è il soggetto: il barone Ungern-Sternberg, un russo bianco, fanatico, che per un breve periodo, nei primi anni Venti, terrorizzò la regione.

«Di certo, un simile tempio, con la sua atmosfera sinistra e claustrofobica, avrebbe colpito profondamente e a lungo Ungern, benché questi al suo arrivo in Mongolia non fosse certo nuovo a simili emozioni: già da tempo, infatti, il barone aveva dato prova di crudeltà e spietatezza. Ma le rappresentazioni del buddhismo mongolo, filtrate attraverso la lente altrettanto cupa del misticismo russo e unite al fascino che esercitava su di lui l'"Oriente", lasciarono una decisa impronta sul suo modo di pensare e di agire.» Tanto che il barone finirà a sua volta per considerarsi non solo «l'ultimo khan della Mongolia», ma un vero e proprio dio.

Il racconto della sua trasformazione da nobile russo fallito, emarginato ed estromesso, a divinità del pantheon mongolo rappresenta il dramma al cuore del libro di Palmer. Ed è proprio di dramma che si tratta: The Bloody White Baron, benché sia un'opera storica basata su materiale d'archivio e studi biografici, ricorda anche – per stile e per argomenti – i classici racconti di viaggio con cui gli scrittori britannici narravano le loro avventure in Asia centrale, da La strada per Oxiana di Robert Byron e Passaggi a Oriente di Fitzroy Maclean, a Ombre sulla via della seta di Colin Thubron – per non parlare dei racconti di fantasia che Rudyard Kipling ambientò in questa stessa regione. L'opera di Palmer condivide con quei lavori la predilezione per l'aneddoto indiretto e il gusto per gli eventi straordinari a cui può capitare di assistere quando degli europei facilmente impressionabili vengono in contatto con le antiche culture dell'Asia centrale.

È importante notare che da giovane Freiherr Roman Nikolai Maximilian von Ungern-Sternberg non diede alcun segno, nemmeno remoto, di essere un individuo straordinario. Era nato a Graz, in Austria, da una famiglia discendente dai Cavalieri Teutonici, l'ordine monastico tedesco che nel Medioevo conquistò la costa baltica. All'epoca della sua nascita, nel 1885, la nobiltà tedesca dei Balcani era ormai del tutto integrata nell'aristocrazia russa e, benché a casa – in Estonia – Ungern probabilmente parlasse tedesco, conosceva bene anche il russo e il francese, e come altri nobili russi aveva adottato un patronimico. Carattere difficile e violento sin da bambino, in seguito Ungern fu espulso dal liceo di Reval (l'odierna Tallinn) e dall'Accademia Navale di San Pietroburgo, e più tardi dal proprio reggimento (per essersi battuto in duello). Il barone trascorse la maggior parte della propria carriera ai margini dell'impero, presso oscure guarnigioni dell'Asia centrale, dove non vi era altro da fare all'infuori del bere, addestrarsi e montare a cavallo, quasi sempre in compagnia di uomini altrettanto ebbri e tediati. Persino i bordelli spesso distavano giorni di viaggio a cavallo.

Se Ungern fosse vissuto in un'epoca precedente della storia dell'impero russo, la sua esistenza sarebbe probabilmente rimasta del tutto anonima: come altri aristocratici falliti, avrebbe perso la sua fortuna al gioco e sarebbe finito in qualche caserma a bere sino a morirne. Invece, trascorsa una cupa adolescenza, Ungern si affacciò all'età adulta proprio quando l'impero iniziava a mostrare segni di cedimento. La rivoluzione del 1905 – durante la quale i contadini estoni che vivevano nelle terre dei suoi genitori mandarono in frantumi le finestre, distrussero il mobilio e diedero fuoco alle residenze signorili – lo segnò profondamente; disgustato dal comportamento di esseri che disprezzava perché considerava inferiori, li descriveva come animali ferali: «rozzi, ignoranti, selvaggi e costantemente arrabbiati, intenti a odiare chiunque e qualunque cosa senza capirne il motivo». Non riusciva ad accettare il fatto che i contadini – per secoli vittime della sua famiglia – potessero avere validi motivi per protestare; anzi, farneticava che fossero stati traviati dagli ebrei e dai rivoluzionari, che avrebbero portato alla santa madre Russia «carestia, distruzione, la morte della cultura, della gloria, dell'onore e dello spirito». Al pari di Adolf Hitler, di cui fu quasi contemporaneo, Ungern era un "outsider" che proveniva dalla periferia di un grande impero. Inconveniente a cui egli pose rimedio abbracciando un nazionalismo più acceso della maggior parte dei moscoviti.

Come altri della sua generazione – tra cui, di nuovo, Hitler –, Ungern fu anche profondamente segnato dalla partecipazione alla prima guerra mondiale, la cui brutalità, l'improvviso annullamento delle norme sociali e l'impiego di armi meccanizzate gli si confacevano a pennello. È in questo periodo che Petr Vrangel, che più tardi sarebbe diventato uno dei più importanti capi "bianchi" della guerra civile russa, incontrò Ungern, descrivendolo come segue: «La guerra era il suo elemento naturale. Non era un ufficiale nel senso tradizionale del termine: non conosceva nulla del sistema, non voleva saperne della disciplina e ignorava persino i rudimenti delle norme del vivere civile e della buona creanza … Era sudicio, vestiva con trascuratezza, dormiva per terra insieme ai suoi cosacchi e si univa a loro. Quando fu promosso a un ambiente civile si distinse per la sua mancanza di modi».

Dopo aver preso parte a combattimenti nella Prussia orientale, nei Carpazi e sul (quasi dimenticato) fronte turco-russo, Ungern si fece notare per la propria crudeltà e una sorta di sconsiderata audacia. Alla fine della guerra, allo scoppio della rivoluzione e all'epoca dell'abdicazione dello zar, era più che pronto a continuare a lottare. Si sarebbe detto anzi che fosse completamente inadatto a qualunque altro tipo di vita.

Mentre la sua brutalità e l'odio che nutriva nei confronti dei rivoluzionari e degli ebrei lo accomunavano agli altri ufficiali "bianchi", la sua propensione per il misticismo rappresentava un tratto unico, o quanto meno insolito. Benché fosse stato educato come luterano, sin da piccolo aveva respirato le atmosfere della ben più mistica ortodossia russa. Da ragazzo conobbe inoltre le confuse teorie teosofiche di Madame Blavatskij, una ciarlatana che predicava una bizzarra versione dell'induismo e che negli ultimi anni dell'epoca zarista ebbe molto seguito nei salotti dell'aristocrazia russa.

La fine dell'impero fu caratterizzata da un nuovo interesse per l'occulto, le divinazioni, le profezie sulla fine del mondo e la comunicazione con gli spiriti dei defunti. È in quest'epoca che apparvero i Protocolli dei savi di Sion: un falso documentale che descriveva l'ampia congiura con cui gli ebrei progettavano di dominare il mondo. Anche la critica della decadenza giudeo-cristiana da parte di Nietzsche era nell'aria, cosí come Il declino dell'Occidente di Spengler. Ungern, con la sua innata propensione alla violenza, la sua spontanea attitudine alla paranoia e la sua passione per le teorie cospirative, fu influenzato da tutto questo.

Ma a suggellare la sua follia religiosa – per lo meno cosí crede Palmer – fu l'incontro con i mistici orientali, risalente agli anni trascorsi nella Siberia orientale. All'epoca, benché imparentato con quello tibetano, il buddhismo mongolo era una fede quasi interamente imperniata sul sacrificio e sugli elaborati tentativi di propiziarsi delle divinità spietate e stizzose. Mentre le leggende tibetane narrano di santi buddhisti che convincono spiriti ed esseri immateriali a convertirsi alla loro fede, che considerano superiore, la versione mongola raccontava di divinità non ancora convertite, che non devono essere adorate, ma rabbonite, le cui sembianze sono spaventevoli, non rassicuranti: «teste mozzate e corpi scorticati, cadaveri profanati trasformati in aiuole sanguinolente, con i bulbi oculari che pendono dalle orbite e ossa che sporgono da arti straziati».

Immagini che Ungern, violento sin da bambino, avrebbe in seguito ricreato nella realtà, e che forse lo indussero a spingersi oltre ogni limite. A ispirarlo probabilmente fu anche la leggenda basata su una "divinità bianca" o un "Ivan arrivato dal Nord" che sarebbe giunto per salvare i mongoli dalla dominazione dei cinesi. In altre parole, un superuomo che libera una cultura in fase di decadimento. Ungern, che appare a volte convinto di essere un uomo del destino (molto simile, in questo, all'eroe di L'uomo che volle farsi re di Kipling – brillantemente interpretato nella versione cinematografica da Sean Connery – che finisce per credersi l'autentica reincarnazione di Alessandro Magno), finí per circondarsi di una cerchia di indovini. Diceva di voler creare nell'Asia centrale un nuovo, potente regno che comprendesse mongoli, buriati e uighuri e che fosse in grado di tener testa ai bolscevichi, di reagire alla decadenza dell'Occidente, fare piazza pulita degli ebrei e riconquistare l'Europa in nome degli antichi valori imperiali.

Quali che fossero le sue motivazioni psicologiche o mistiche, l'ascesa al potere di Ungern si accompagnò a un'ampia e raccapricciante ondata di torture e omicidi. Tagliato di fatto fuori dalla Rivoluzione russa del 1917, Ungern raggiunse la Siberia – dove gli ex ufficiali dell'esercito zarista stavano organizzando una controffensiva nei confronti dell'Armata Rossa, da poco divenuta potente. In seguito a una spaccatura con i generali "bianchi" che erano a capo della Resistenza (le sue idee politiche erano decisamente troppo reazionarie persino per loro), Ungern si spinse verso est sino a Dauria, la città al confine con la Manciuria che un tempo era stata sede della sua guarnigione. Qui iniziò a reclutare non solo soldati russi e cosacchi sfuggiti ai bolscevichi, ma anche combattenti mongoli, tibetani e buriati che dopo secoli di dominazione cinese erano da poco tornati liberi. Nei due anni che seguirono fece di loro dei seguaci fedeli, e stabilí nella regione un «assetto quasi-medievale», una sorta di regno fortificato nel cuore della steppa.

Ungern inizialmente offrí ai suoi uomini molti benefici, a cominciare dall'opportunità di rapinare i numerosi viandanti che si trovavano costretti ad attraversare Dauria, mentre lui si faceva personalmente carico di uccidere chiunque tra questi gli sembrasse bolscevico o ebreo. Con il tempo, il suo avamposto di Dauria iniziò ad attrarre altri leader "bianchi", che se ne servirono come luogo in cui poter attuare le esecuzioni capitali, affidando al barone il compito di sopprimere sommariamente i prigionieri comunisti. Una volta, Ungern scaricò in un fiume una tale quantità di cadaveri da suscitare le ire dei contadini, che lo accusarono di averlo inquinato. Da quel momento in poi, gli ufficiali furono obbligati a bruciare i corpi delle vittime.

La follia di Ungern però non aveva ancora raggiunto il proprio apice. Nell'estate del 1920, probabilmente sotto l'incalzare dell'Armata Rossa, egli portò i suoi uomini oltre il confine della Mongolia, dove riuscirono a invadere e occupare Urga – l'attuale Ulan Bator – liberando i mongoli dalla dominazione cinese. Finalmente, Ungern poteva dare libero sfogo alle sue fantasie sadiche, imperialistiche e pseudoreligiose.

Durante il suo breve regno come "khan" della Mongolia, il barone riuscí a sottrarre il lama buddhista agli arresti domiciliari impostigli dai cinesi. Vestiva abiti mongoli e percorreva il paese a bordo di una Fiat, suonando il clacson all'impazzata. Per mantenere la disciplina – racconta un suo ufficiale – ideò un raccapricciante sistema di sanzioni, in base al quale cento sferzate con una canna di bambù corrispondevano a una «leggera ammonizione», mentre una punizione vera e propria consisteva nel percuotere qualcuno sino a ucciderlo. Era stranamente fissato con gli alberi, e obbligava chi gli disubbidiva a trascorrere notti intere sui rami, a temperature gelide, sino a morire assiderato o cadere – per poi essere finito con un colpo di fucile. Legava i prigionieri ai tronchi e li ardeva vivi, abbandonava uomini sulla superficie dei fiumi gelati, dove venivano sbranati dai lupi; seppelliva i "comunisti" ancora vivi, e crocifiggeva i presunti traditori con chiodi arrugginiti.

Inoltre, esortava i suoi ufficiali a proporre punizioni sempre nuove ed eccentriche. Al pari dei nazisti (che una generazione più tardi, quando giunsero in quello che consideravano l'"Oriente" selvaggio, persero ogni senso di moralità), i russi in Mongolia si comportarono notoriamente peggio dei soldati e degli ufficiali "bianchi" che si trovavano più a ovest. Lontani dalla "civiltà", in questa terra di divinità sanguinarie e vendicative, tutto era lecito. I russi in seguito si giustificarono biascicando qualcosa sulla «follia della guerra» o adducendo a pretesto l'«atmosfera» di quei luoghi. Quanto al loro capo, ormai noto come Barone Sanguinario, questi si limitò a giustificare il proprio comportamento senza giri di parole: in quanto reincarnazione del dio della guerra, disse, era autorizzato a fare ciò che voleva.

Fortunatamente il regno di Ungern durò poco: le sue truppe furono decimate da una serie di scontri con l'Armata Rossa, mentre altri uomini, disgustati dalla cruenta disciplina, si trasferirono nel deserto. Nell'estate del 1921 la roccaforte di Ungern in Mongolia appariva precaria, ed egli iniziò a meditare un'ultima, disperata fuga in Tibet passando per il deserto del Gobi. I pochi ufficiali russi rimasti al suo fianco non ne vollero sapere di seguirlo, e complottarono di ucciderlo. Il loro tentativo fallí, ma il giorno successivo anche le truppe mongole si ribellarono, e secondo la leggenda lo abbandonarono nel deserto, cosí come lui aveva abbandonato molti altri. In realtà, Ungern fu probabilmente consegnato a un distaccamento dell'Armata Rossa.

In ogni caso, il barone fu catturato, messo su un treno e riportato in Russia per essere processato. Il pubblico ministero era un ebreo siberiano, fatto che – scrive Palmer – «deve essere stato per Ungern motivo di una certa, rassegnata soddisfazione». Lungi dal dare segni di pentimento, egli sembrò anzi godere della possibilità di difendere pubblicamente le sue idee radicali. E quando gli fu chiesto se avesse fatto spesso ricorso a punizioni corporali, rispose: «Non abbastanza». Condannato a morte, fu ucciso immediatamente dopo il processo. I bolscevichi non volevano correre rischi.

In definitiva, la storia di The Bloody White Baron non è rassicurante: non ha un lieto fine, ed è priva di insegnamenti morali. Dopo la caduta di Ungern, le cose non si misero bene nemmeno per la Mongolia, che, occupata dall'Armata Rossa, divenne il primo stato satellite sovietico. I commissari obbligarono i nomadi a rinunciare al proprio bestiame in nome della "collettivizzazione", mentre gli atei distruggevano i templi. Durante la seconda guerra mondiale il paese fu invaso dai giapponesi, ma dopo Hiroshima l'Unione Sovietica lo riconquistò in sole due settimane. La vita, nella Mongolia comunista, era talmente grama che l'epoca del regno del barone Ungern rimane a oggi, per taluni, un ricordo positivo. Mentre svolgeva le sue ricerche per questo libro, Palmer si è imbattuto in una donna mongola – nipote di un importante leader religioso – la cui famiglia ha continuato ad adorare Ungern come divinità sino agli anni Settanta.

Eppure, l'avventura mongola di Ungern non fu semplicemente una parentesi di brutalità, e merita più spazio di quello che i libri del ventesimo secolo le hanno riservato sino a oggi – relegandola alle annotazioni a piè di pagina. Se paragonata a ciò che contemporaneamente avveniva in Asia e in Europa, la storia di Ungern appare decisamente comune. Che il barone presenti alcune caratteristiche e tendenze in comune con Hitler non è una coincidenza, dal momento che l'ideologia nazista emerse da una miscela altrettanto bizzarra di occultismo, orgoglio ferito, teorie cospirative, semplicistiche interpretazioni del pensiero di Nietzsche, risentimento e antisemitismo. Anche i bolscevichi di Lenin condividevano il disprezzo di Ungern per l'Occidente in declino, per i mercanti ebrei, la religione tradizionale e il ceto contadino "retrogrado". Gli estremisti europei di ogni orientamento politico hanno vissuto la prima guerra mondiale come una sorta di apocalisse, un evento capace di dimostrare il fallimento della moralità cristiana e la necessità di sostituire a questa qualcosa di assolutamente nuovo. Di conseguenza, nell'Europa degli anni Venti e Trenta, violenza e radicalismo erano più diffusi di quanto siamo soliti ricordare.

La storia di Ungern dimostra inoltre, ancora una volta, quanto profondo fosse il vuoto che seguí al collasso delle società tradizionali – non solo in Europa, ma anche in Asia. Troppo spesso noi occidentali ricordiamo solo le vittime europee del comunismo e del fascismo, dimenticando che queste ideologie – che promuovevano la medesima violenza di massa – hanno afflitto anche altre parti del mondo. Gli impulsi genocidi del Giappone imperiale, la Cina di Mao e la Cambogia di Pol Pot sono – ciascuna a modo proprio – altrettante reazioni al rapido emergere delle tendenze moderne e delle nuove tecnologie militari quanto gli impulsi genocidi della Germania di Hitler e dell'Unione Sovietica di Stalin. La Mongolia del barone Ungern non rappresenta quindi che un esempio (su scala ridotta) di un fenomeno molto diffuso.

Persino la visione di Ungern di un khanato centroasiatico di cui lui stesso – un "Ivan bianco" proveniente dal Nord – sarebbe stato a capo, non era in definitiva più eccentrica della visione con cui Hitler vedeva se stesso come dittatore d'Europa. Anche Stalin sognò di dominare il mondo, e anche il presidente Mao creò attorno alla propria figura un culto quasi religioso. In definitiva, l'aspetto più singolare del quasi dimenticato e sanguinoso regno mongolo di Ungern non risiede nel fatto che in futuro gli studiosi del ventesimo secolo lo considereranno una parentesi anomala, ma che anzi apparirà loro stranamente, e terribilmente, familiare.

(Traduzione di Marzia Porta)


ANNE APPLEBAUM scrive per The Washington Post. È nota al lettore italiano come autrice di Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori, 2004).

 
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