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Un ragazzo perbene
CHARLES SIMIC
PHILIP ROTH, Indignazione, trad. di Norman Gobetti, Torino, Einaudi, pp.
136, €17,50
«Bisogna che dietro la porta di ogni uomo soddisfatto, felice, ci stia qualcuno con un
martellino a ricordargli di continuo battendo che ci sono gli infelici, che per quanto lui sia felice,
la vita presto o tardi gli mostrerà le unghie, una disgrazia succederà: una malattia,
la miseria, una perdita, e nessuno lo vedrà né lo sentirà, come ora lui non
vede e non sente gli altri.»1
Anton âechov
A cosa pensa la gente quando vede sul giornale le fotografie dei giovani soldati, uomini e donne,
uccisi in Iraq? Certamente proverà pietà, o orrore, al pensiero che qualcuno cosí
giovane non esista più, ma sarebbe interessante capire fino a che punto il lettore comune
tenti di immaginare le loro vite leggendo le scarse informazioni biografiche che accompagnano
le foto. Ecco Fred Tal-dei-Tali, nato in un paesino dell'Ovest, o in una grande città
dell'Est, il cui viso e nome ci ricordano un amico dei tempi del liceo, che ci guarda da una fotografia
scattata da militare, con l'espressione spavalda dei giovani in uniforme. Molti si sforzano
di sorridere, altri appaiono cupi e determinati e solo qualcuno ha lo sguardo smarrito e vulnerabile
di ragazzini che temono di tornare a casa in una bara.
Il divieto imposto dal Pentagono di mostrare le salme dei soldati caduti quando vengono rimpatriati,
o seppelliti, serve a evitare che anche noi, per un attimo, ci trasformiamo in romanzieri e iniziamo
a riflettere sulla vita e sulla morte di quei soldati. Tale ordine delle cose, quello di vivere ignorando
la sorte degli altri, è evidentemente necessario, osservava âechov in uno dei suoi
racconti. Le sue parole al riguardo erano valide nella Russia di allora e lo sono ancora negli Stati
Uniti di oggi: «Evidentemente chi è felice si sente bene solo perché gli infelici
portano il loro fardello in silenzio, e senza questo silenzio la felicità sarebbe impossibile».2
È quindi compito dello scrittore dare un occasionale colpetto alla testa del lettore
e, di tanto in tanto, una botta forte.
«I miei romanzi parlano di gente nei guai», affermò Philip Roth in un'intervista,
dopo aver ricevuto il National Book Award per Addio, Columbus nel 1960.3 Alcuni
suoi personaggi si mettono nei guai a causa dei propri difetti, o di decisioni sbagliate prese nel
corso della vita, ma molti sono semplicemente vittime dei tempi in cui vivono o, quanto meno, ne
sono profondamente influenzati. La seconda guerra mondiale, il maccartismo, la guerra in Vietnam,
la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, il terrorismo politico, il Watergate, il movimento
femminista e persino l'amministrazione Bush sono tutti presenti nei suoi libri più
recenti. Sempre di più, nella narrativa di Roth, il periodo storico e l'individuo appaiono
legati inesorabilmente. Egli racconta le esperienze e i relativi conflitti morali di personaggi
risucchiati da una corrente di eventi e di idee su cui non hanno alcuna influenza, individui per
cui la storia ufficiale non trova posto e che l'ideologia, a sua volta, ignora in silenzio.
Non è esagerato affermare che Roth appare sconcertato dalla trasformazione politica subita
dagli Stati Uniti dai tempi di Nixon e del Vietnam. Come affermò in un'intervista a The
Paris Review: «Qualsiasi scrittore satirico che durante l'amministrazione
Eisenhower avesse concepito un romanzo ambientato in un futuro che avesse avuto Ronald Reagan
come presidente sarebbe stato accusato di aver commesso un atto di malvagità crudele,
di aver creato un'opera vergognosa, adolescenziale e antiamericana, quando in realtà
non avrebbe fatto altro che predire il futuro».4
«Uno scrittore dev'essere spinto all'esasperazione per riuscire a vedere
con chiarezza», affermava inoltre nella stessa intervista. Nel suo nuovo, formidabile
romanzo, Indignazione, tale esasperazione è palpabile. Il libro inizia con un conflitto
tra padre e figlio ambientato in luoghi e circostanze già presenti nei suoi romanzi precedenti,
a partire da Lamento di Portnoy, ma poi si trasforma in qualcosa di inatteso: il racconto
abile, intenso e profondamente commovente della breve esistenza di un ragazzo perbene
serio, responsabile e ubbidiente che paga con la vita un episodio di ribellione che lo lascia
solo e indifeso in balia di forze su cui non ha alcun controllo, in un mondo in cui gli adulti giocano
con la vita dei ragazzi come fossero soldatini. I romanzi di Roth abbondano di situazioni umoristiche,
e Indignazione non fa eccezione. La compassione che prova per i propri personaggi non gli
impedisce di vederne anche il lato comico. «La pura giocosità e la serietà
più cupa sono le mie compagne di sempre», affermò ancora Roth in un'intervista
rilasciata a Joyce Carol Oates nel 1974.5 Ogni azione tragica ha il suo risvolto comico:
cosí si potrebbe riassumere la sua visione della vita. Il suo ultimo romanzo, nonostante
le frequenti situazioni comiche, si snoda con la cadenza e l'ineluttabilità di una
tragedia.
L'anno è il 1950. La guerra in Corea è appena iniziata. Marcus Messner, l'eroe
diciannovenne del romanzo, è figlio unico, frequenta il primo anno in una piccola università
nella città di Newark ed è il primo componente della sua famiglia a studiare per la
laurea. Suo padre aveva iniziato a lavorare all'età di dieci anni, senza completare
neanche le scuole elementari. Da allora si era fatto strada da sé, riuscendo ad aprire una
macelleria di carni kosher nel quartiere di Weequahic, la zona ebraica di Newark dove Roth stesso
trascorse l'infanzia. Quando il romanzo si apre, il padre comincia ad avere qualche difficoltà
economica, dopo che il primo supermercato ha aperto i battenti a pochi isolati dal suo negozio,
facendo diminuire gli affari. Il figlio è in età di leva e le notizie delle pesanti
perdite subite dagli americani in Corea non fanno che alimentare i timori del padre che egli possa
essere richiamato da un momento all'altro. Queste preoccupazioni cambiano improvvisamente
il suo atteggiamento nei confronti del figlio. Giorno e notte non fa che tempestarlo di domande
su dove passa il tempo libero, temendo che frequenti cattive compagnie, o commetta qualche sciocchezza,
e finisca nei pasticci. Questo comportamento sorprende il ragazzo, che è sempre stato un
figlio devoto e un ottimo studente, nonché un aiuto tranquillo e volenteroso in macelleria.
In passato lui e suo padre erano sempre stati molto vicini, soprattutto perché il giovane
era praticamente cresciuto nel negozio, dove lavorava anche la madre.
Come spesso accade nei romanzi di Roth, il mestiere dei protagonisti svolge un ruolo chiave
nella storia ed è descritto nei minimi dettagli. In Indignazione egli descrive sia
il mestiere che l'aspetto di un macellaio. «Mio padre portava un grembiule legato al
collo e alla schiena, ed era sempre insanguinato, un grembiule intonso si macchiava di sangue nel
giro di un'ora dall'apertura del negozio. Anche mia madre era coperta di sangue»,
cosí Marcus descrive i genitori. Quando legge sui giornali dei soldati in Corea che combattevano
gli invasori cinesi a colpi di baionetta, riesce a immaginare fin troppo bene l'effetto della
lama affilata che affonda nel tessuto morbido della carne umana.
Nel corso del primo semestre alla modesta università che Marcus frequenta, il comportamento
del padre diventa sempre più esasperante. Perde la calma se il figlio rientra con appena venti
minuti di ritardo e chiude a chiave la porta d'ingresso per impedirgli di entrare. Esasperato
dal comportamento del padre, alla fine del primo anno Marcus decide di trasferirsi a Winesburg,
una piccola università luterana nelle campagne dell'Ohio centro-settentrionale,
senza immaginare in quale guaio va a cacciarsi. Immerso tra le colline, circondato da olmi alti
e bellissimi, con gli edifici coperti di edera disposti agli angoli di un piazzale quadrato, Winesburg
corrisponde all'ideale americano del college perfetto. In realtà è un luogo
che rende difficile l'adattamento a chi, come Marcus, è cresciuto in una grande città,
in un quartiere popolare dalla forte connotazione etnica. Le differenze di classe, come quelle
di provenienza, cultura e religione, che la società finge di ignorare quali serie cause
di attrito, si fanno sentire maggiormente nell'ambiente claustrofobico di un piccolo college
di provincia che non in una università cittadina. Improvvisamente ci si trova a vivere
insieme a persone con cui si ha ben poco in comune: o si riesce ad andare d'accordo oppure no.
Marcus viene assegnato a un dormitorio dov'è costretto a condividere la stanza
con altri tre ragazzi, anche se era convinto di avere un solo compagno di stanza. Tutti e tre sono
di origine ebraica, e questa per Marcus è una delusione, poiché sperava di provare l'esperienza
di vivere in un ambiente completamente diverso.
Nonostante ciò, egli è deciso a fare del proprio meglio e a giustificare la spesa
sostenuta dal padre per permettergli di studiare in Ohio piuttosto che a Newark. Studia intensamente,
ma ha sempre poco tempo a disposizione, visto che nei fine settimana lavora in una birreria frequentata
da studenti universitari; inoltre, uno dei suoi coinquilini gli impedisce di riposare perché
suona musica ad alto volume fino a tarda notte. A pochi giorni dal suo arrivo al campus, Marcus è
alla ricerca di un letto libero nelle stanze del dormitorio. Trova un nuovo compagno di stanza,
un ragazzo originario dell'Ohio, un tipo solitario, silenzioso e poco socievole, che passa
tutto il tempo a studiare e che, frequentando l'ultimo anno, ha il permesso di avere una macchina
al campus. Vivere con lui, dice Marcus, è come vivere da solo.
Ma questi piccoli inconvenienti non sono nulla in confronto all'orrore della guerra
in Corea, dove le vittime americane sono già oltre centomila e dove le truppe cinesi, incuranti
della maggiore potenza offensiva americana, attaccano in massa le posizioni statunitensi, ingaggiando
i soldati in sanguinose battaglie corpo a corpo. Marcus è cosciente di ciò che potrebbe
accadergli se la guerra dovesse continuare, cosí lavora sodo, rifiutando di iscriversi
a gruppi studenteschi o di praticare sport, restando sveglio fino alle due di notte per finire i
compiti assegnati per il giorno dopo.
Ciò che alla fine lo distrae dagli studi è una bellissima ragazza incontrata una
sera in biblioteca, di cui si innamora subito. Chiede la macchina in prestito al compagno di stanza
e la porta fuori a cena in un ristorante francese. I due trascorrono una serata piacevole e sulla
via del ritorno si fermano vicino al cimitero del paese. Ciò che accade in seguito lascia sbalordito
Marcus, che non ha mai avuto rapporti sessuali. La ragazza, Olivia, gli sbottona i pantaloni e gli
pratica una fellatio. A quanto ne sa lui, le ragazze non dovrebbero essere cosí sensuali e
disinibite. Forse è perché i suoi genitori sono divorziati, pensa scioccamente in
seguito. Quando si rivedono per la prima volta, durante una lezione di storia, Olivia si siede accanto
a lui e si comporta come se niente fosse. Marcus, invece, non riesce a pensare ad altro. L'abilità
dimostrata da Olivia suggerisce a Marcus che per lei non era stata la prima volta. Marcus non la invita
più a uscire, ma i due si scambiano una serie di lettere dal tono animato in cui lui pretende
di sapere cosa l'abbia spinta a fare un gesto simile e quanti altri ragazzi aveva avuto prima
di lui. Lei gli risponde semplicemente di averlo fatto solo perché lui le piace.
Olivia ha una lunga cicatrice sul polso che Marcus aveva notato al loro primo incontro. Nella
lettera in cui lo informa di volerlo lasciare, Olivia gli racconta di aver tentato il suicidio quando
era ancora alla sua vecchia scuola e di aver trascorso tre mesi in una clinica prima di trasferirsi
a Winesburg. Il risultato della relazione con Olivia il tipo di ragazza che suo padre temeva
avrebbe prima o poi incontrato è che Marcus non riesce più a concentrarsi sugli
studi. È ancora innamorato di lei e litiga con il suo compagno di stanza, che la definisce «una
mignotta» dopo che Marcus gli ha riferito l'accaduto. Marcus si trasferisce ancora
una volta e finalmente trova una certa tranquillità. Ma con sua grande sorpresa riceve
una lettera dal decano del college che, incuriosito dai suoi frequenti spostamenti, lo convoca
nel suo ufficio.
L'incontro con il decano si rivela l'inizio della sua rovina. È stabilito
che si incontrino alla fine della messa, a cui tutti gli studenti hanno l'obbligo di partecipare.
Come spiega Roth, il contenuto religioso dei sermoni era camuffato da discorsi altisonanti su
importanti concetti morali e non sempre gli oratori erano prelati. Nonostante ciò Marcus
obietta all'obbligo di partecipare, non perché sia un ebreo osservante, ma perché
è un ateo convinto e appassionato. Non ha alcuna intenzione di compromettere la propria coscienza
ascoltando sproloqui biblici. E cosí, spinto da un altro studente di Newark, deciderà
di incaricare un compagno di firmare il foglio delle presenze per suo conto mentre lui rimane in
camera a studiare: una mossa astuta che avrà importanti conseguenze.
Durante il loro primo incontro, il decano si congratula con Marcus per il suo rendimento accademico,
gli chiede un giudizio sugli insegnanti, s'informa sulle sue amicizie e, infine, lo interroga
sulla sua apparente difficoltà ad adattarsi alla vita nel dormitorio. Marcus cerca di
spiegargli che non riusciva a dormire bene a causa della musica suonata fino a tarda notte dal compagno
di stanza, ma il decano Caldwell, un uomo anziano, alto, magro, con le spalle larghe e una folta chioma
grigia, lo accusa di essere incapace di arrivare a un compromesso con i compagni di stanza. Questa
lunga conversazione è una delle migliori parti del libro. Il conflitto si esaspera: da una
parte l'autorità cerca di affermare la propria versione degli eventi e pretende
l'assoluta obbedienza, dall'altra il giovane ostinato rischia il proprio futuro
perché insiste sulla propria versione dei fatti. Marcus è umiliato e irritato dal dover
ricevere il terzo grado per una questione futile come un cambio di stanza effettuato allo scopo
di trovare la tranquillità necessaria allo studio. Perché, si domanda, non bastano
buoni voti e una buona condotta?
Il decano lo irrita ulteriormente quando gli domanda come mai, considerato che suo padre vende
carni kosher, egli non abbia scritto "religione ebraica" nello spazio riservato alla
fede professata. «Perché non ho nessuna preferenza religiosa. Perché non preferisco
una pratica religiosa all'altra», replica Marcus. «Ricavo un sostegno da ciò
che è reale, non da ciò che è immaginario. Pregare, per me, è privo di senso»,
spiega con fierezza. E non ha bisogno di ascoltare i sermoni di moralisti di professione che spiegano
come condurre un'esistenza morale.
Racconta al decano che al liceo aveva imparato a memoria il saggio di Bertrand Russell intitolato
Perché non sono cristiano e, in nome della conoscenza, lo incoraggia vivamente a
leggerlo. Nel frattempo gli fornisce un riassunto lungo e infervorato dei suoi punti principali,
che si conclude con Marcus che batte il pugno sulla scrivania del decano.
Il decano interpreta il suo sfogo come un segnale che Marcus è intollerante nei confronti
della religione organizzata, proprio com'è insofferente nei confronti dei compagni
di stanza e delle loro abitudini. Egli ammira a quanto dice lo spirito combattivo
di Marcus, ma teme che decida di metterlo al servizio di una causa sostenuta da qualcuno che il governo
americano possa ritenere un criminale sovversivo. Vede Marcus come un giovane intellettualmente
precoce, eternamente scontento, come un membro autoeletto di un'elite che vuole elevarsi
e sentirsi superiore agli altri studenti, come qualcuno che rifiuta tradizioni antiche come la
chiesa e, di conseguenza, non è degno di far parte della comunità del Winesburg College.
E, invece di chiudere il becco, o chiedere scusa, Marcus reagisce rimproverando al decano il fatto
che la sua obiezione a Bertrand Russell non era contraria alle sue idee, ma era un rifiuto a priori
che si basava esclusivamente sul pregiudizio. Poi, di colpo, Marcus vomita, per fortuna non addosso
al decano, né sulla sua scrivania.
«Come avevo fatto a mettermi nei guai cosí in fretta, io che non mi ero mai messo nei
guai in tutta la vita?», si domanda Marcus, pur sapendo di provenire da una famiglia, i Messner,
che urla, strepita e batte la testa contro il muro. Ancora non sa che si sta ammalando di appendicite.
Quella sera stessa viene trasportato in ospedale e operato d'urgenza.
La prima ad andare a trovarlo è Olivia, bella come sempre. Nel vederla, Marcus si eccita
sessualmente e sposta il lenzuolo per farglielo vedere. I due vengono sorpresi da un'infermiera,
che si allontana in gran fretta, ma il giorno dopo ci ricascano. Per Olivia, figlia di un medico,
Marcus è come il figlio di un incantatore di serpenti o di un artista circense e lei, per lui,
rappresenta qualcosa di altrettanto esotico. Olivia vuole sapere com'era stato crescere
essendo il figlio del macellaio e lui l'accontenta, ma quando è lui a chiederle della
sua famiglia lei lo prega di essere discreto. «Marcus il Fortunato», conclude Olivia
dopo aver sentito il racconto della sua infanzia.
Anche sua madre va a trovarlo in ospedale. È una donna alta, robusta, forte e decisa. È
preoccupata del comportamento sempre più strano del marito. Dice al figlio: «Markie,
credo stia perdendo la ragione. Non so come altro definirlo … Tuo padre, che ha saputo affrontare
qualunque difficoltà in famiglia, sopravvivere a ogni rovescio in negozio, essere cortese
con i peggiori clienti… anche quella volta che ci hanno rapinato e i ladri l'hanno chiuso
nella cella frigorifera e hanno svuotato la cassa, ricordi come ha detto: "I soldi possiamo
recuperarli. Grazie a Dio non è successo niente a uno di noi". Lo stesso uomo che parlava
in questo modo, e ne era convinto, ora non è più in grado di fare nulla senza mille preoccupazioni».
Guida come un pazzo, litiga con tutti, è scortese con i clienti, racconta ancora la madre
di Marcus. A letto, la sera, guarda il soffitto e sbraita, chiedendosi dove sarà mai finito
suo figlio, in quale bordello o in quale altro posto starà sprecando la propria esistenza.
Insomma, la vita con lui è diventata un inferno. La madre confida a Marcus di aver già
contattato un avvocato che sta avviando le pratiche per il divorzio. La notizia lascia Marcus sbalordito,
poiché nell'ambiente in cui è cresciuto la separazione è un concetto inaudito.
Il motivo dell'inspiegabile trasformazione del padre è che non riesce a togliersi
dalla testa il pensiero che qualcosa di orribile stia per accadere al figlio.
La madre di Marcus e Olivia si conoscono nella stanza di ospedale e si scambiano parole cortesi.
Il giorno dopo la madre annuncia a Marcus che per il suo bene ha deciso di non divorziare dal padre,
ma pretende qualcosa in cambio: il figlio deve smettere di frequentare Olivia. Una persona tanto
instabile da tagliarsi i polsi non può che rappresentare una minaccia, ne è sicura.
Tu sei arrivato fin qui, gli dice, non sei costretto a fare il macellaio come tuo padre e tuo nonno,
ma hai la possibilità di farti una posizione. Marcus le promette che smetterà di
frequentare Olivia ma, una volta tornato al campus, la cerca dappertutto mentre tra sé compone
lettere a lei destinate in cui le dice che sua madre aveva ragione, lei è una dea, ma un uomo può
mai rinunciare a una dea solo perché glielo chiede sua madre?
Olivia è introvabile. A quanto pare ha lasciato la scuola in circostanze misteriose.
E, si chiede Marcus, se avesse cercato di nuovo di suicidarsi e questa volta ci fosse riuscita? Dopo
aver tentato di tutto per trovarla, Marcus va dal decano e gli chiede notizie di Olivia. Nessuno
sa dirgli cosa le sia capitato, gli dice, e lui comincia a sentirsi in parte responsabile. «Hai
impregnato quella signorina, Marcus?», chiede il decano. Quando Marcus nega con veemenza,
l'altro gli dice che un membro del personale ospedaliero li aveva sorpresi a commettere un
atto sordido. A ogni modo, Olivia è incinta e, in preda a una crisi di nervi, è stata portata
in ambulanza in una clinica psichiatrica. «Non sono stato io», si difende Marcus, che
è ancora vergine. Il decano non è convinto. «Quel che ci è stato riferito
circa la tua condotta come paziente in ospedale suggerisce altrimenti, Marcus», dice, visto
che nel frattempo ha scoperto che Marcus aveva assoldato un compagno di studi per andare in chiesa
al posto suo. A questo punto il giovane esasperato e, come altri personaggi di Roth, inguaiato
dalla sua lingua lunga perde le staffe e dice al decano di andare a farsi fottere.
Quella sera arriva una tempesta di neve e il campus è in subbuglio. Tutto comincia con un'innocente
sfida a colpi di palle di neve in una piazzetta deserta, ma presto degenera in una rissa tra studenti
ubriachi, che sfocia in un attacco al dormitorio femminile. Gli studenti saccheggiano le stanze
in cerca di biancheria intima da lanciare fuori dalle finestre. La neve alta impedisce alla polizia
di intervenire e la rissa prosegue indisturbata finché non arriva il decano e mette fine all'agitazione.
Il mattino seguente inizia la resa dei conti e in una sola giornata ben undici studenti vengono espulsi.
Chiunque neghi davanti al decano di aver partecipato alla razzia di mutandine nel dormitorio femminile
e venga poi scoperto a mentire viene anch'egli espulso sommariamente. Neanche Marcus, che
è completamente estraneo ai fatti, viene risparmiato. È cosí che viene richiamato
alle armi e, senza laurea, diventa carne da macello.
A rendere straordinari questi banali peccati di gioventù è il fatto che, verso la
metà del romanzo, scopriamo che il narratore si trova in Corea e ci rivela tutto questo in
punto di morte. Dopo essere stato ripetutamente infilzato da una baionetta (tanto che gli viene
amputata una gamba e l'intestino e i genitali sono irrimediabilmente maciullati), Marcus
riceve forti dosi di morfina, che lo mandano in uno stato di profonda incoscienza, senza però
sopprimere l'attività cerebrale. A soli tre mesi dal suo ventesimo compleanno,
all'alba del 31 marzo 1952, Marcus si spegne e con lui le sue reminescenze indotte dai narcotici.
Il giorno seguente due soldati bussano alla porta dell'appartamento di Newark dove abitano
i genitori di Marcus per informarli che il loro figlio adorato è caduto in battaglia.
Chiunque abbia vissuto negli anni Cinquanta avrà immaginato un destino simile, compreso
me, nonostante abbia cinque anni meno di Roth, che aveva diciassette anni all'inizio della
guerra. La morte in guerra di un giovane innocente è un evento talmente frequente nella storia
dell'umanità che definirla una tragedia suona stranamente fuori luogo. Continuiamo
a sacrificare le giovani generazioni per cause apparentemente nobili e ci aspettiamo che i genitori,
distrutti dal dolore, accettino la loro sorte e si mostrino fieri del loro sacrificio, cosí
da permettere a noialtri di dormire sonni tranquilli. Proprio per questo trovo che il personaggio
più commovente del romanzo di Roth sia il padre di Marcus, un'anima in pena che come un
profeta cieco dell'antichità un Tiresia tarchiato che fuma una sigaretta
dopo l'altra vede aleggiare la malasorte, mentre tutti gli altri vedono solo un ragazzo
che va all'università. Il figlio Marcus è l'ennesimo "ragazzo
perbene" di Roth trasformato in un giovane coraggioso che si ribella contro un codice morale
rigido, o una figura autoritaria che abusa del proprio potere. Si oppone all'idea che sia
suo padre che il decano si sono fatti di lui, ma la sua giusta e comprensibile affermazione d'indipendenza
porta a conseguenze letali.
Roth non ha bisogno di spiegare le implicazioni della guerra di Corea ai lettori moderni, ma
per chi non le avesse presenti, ci sono le parole del presidente del college che si rivolge agli studenti
dopo la rivolta: «Al di là dei vostri studentati il mondo è in fiamme, e voi vi
scaldate tanto per un paio di mutande. Al di là delle vostre confraternite, ogni giorno
viene fatta la storia: guerre, bombardamenti, carneficine, e voi ne siete del tutto ignari. Ebbene,
non ne resterete ignari a lungo! Potete essere stupidi quanto volete, potete anche dar mostra,
come avete fatto qui venerdí notte, di voler appassionatamente essere stupidi,
ma alla fine la storia metterà le mani su di voi. Perché la storia non è il fondale:
la storia è il palcoscenico! E voi siete sul palcoscenico! Oh, quanto è nauseante
la vostra spaventosa ignoranza circa il vostro tempo! E la cosa più nauseante è che siete
qui a Winesburg proprio per liberarvi da tale ignoranza. A che razza di tempi credete di appartenere?
Siete in grado di rispondere? Lo sapete? Avete la minima idea di appartenere a un qualche
tempo?».
Nel famoso saggio "Writing American Fiction" del 1960 Roth scrisse della difficoltà
insita nello scrivere storie credibili sui tempi in cui viviamo. «È stupefacente,
nauseante, frustrante e, infine, anche leggermente imbarazzante per la nostra scarsa immaginazione.»
Come dimostra il suo nuovo libro, oltre a tutti i suoi romanzi precedenti, è un'impresa
che può essere compiuta solo da un maestro.
(Traduzione di Edmonda Bruscella)
1 . A. âechov, "L'uvaspina" (1898), in La signora con
il cagnolino e altri racconti, Milano, Mondadori, 1996, p. 72.
2 . Ibidem.
3 ."The NBA Winner Talks Back", The New York Post Magazine, 3
aprile 1960.
4 . "The Art of Fiction", n. 84, The Paris Review, autunno 1984.
5 . Ph. Roth, "After Eight Books", in Reading Myself and Others,
New York, Farrar, Strauss and Giroux, 1975, p. 111.
CHARLES SIMIC, di origine serba, è considerato uno dei maggiori poeti viventi di lingua
inglese. È autore, tra l'altro, di: The World Doesn't End (Harcourt Brace
Jovanovich, 1989), con cui, nel 1990, ha vinto il premio Pulitzer per la poesia; di A Wedding
in Hell (Harcourt Brace, 1994); e Jackstraws (Harcourt Brace, 1999). Tre sue
raccolte sono uscite in italiano per i tipi di Adelphi: Hotel Insonnia (2002); Il cacciatore
di immagini (2005); e Club Midnight (2008)
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