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Il melone più imponente
SANFORD SCHWARTZ

Luis Meléndez: Master of the Spanish Still Life, mostra organizzata dalla National Gallery of Art, Washington, D.C., 17 maggio-23 agosto 2009; e, attualmente, al Museum of Fine Arts, Boston, 2 febbraio-9 maggio 2010.<

Catalogo della mostra edito da Gretchen A. Hischauer e Catherine A. Metzger, con Peter Cherry e Natacha Seseña, New Haven, Yale University Press, pp. 178, $ 60,00

Uno dei piaceri speciali che si provano nel passeggiare in un museo o nell'esaminare la rassegna assortita di una collezione museale (o di una collezione privata) è la scoperta dell'opera di artisti che sono quasi completamente sconosciuti e insieme, in qualche modo, stimolanti. Se, nell'apprendere di più su queste figure, la loro opera acquista in fascino, probabilmente vogliamo che diventi più conosciuta, anche se allo stesso tempo crediamo che dovrebbe restare nell'ombra. Questo non per paura che, visto nella sua interezza, questo o quell'artista non si dimostri all'altezza, ma perché, essendo alquanto misteriose, queste figure aggiungono una gradita nota di incertezza e incompletezza al nostro senso del passato.

Per qualcuno di noi, il pittore di nature morte spagnolo Luis Meléndez (1715-1780) è stato per anni precisamente una di queste figure. Nel 1987 Michael Levey, scrivendo in The National Gallery Collection, una guida alla National Gallery di Londra, osservò che l'artista aveva solo di recente attirato l'attenzione ed era chiaro, guardando la Natura morta con arance, noci e scatole di dolci riprodotta da Levey – una composizione debolmente illuminata, informale, eppure ordinata di cibi e oggetti di cucina fatta di marroni chiari, arancioni e tinte brune, posta contro uno sfondo scuro –, che Meléndez aggiungeva una nota distintiva alla pittura spagnola, per non dire europea. Come l'opera di Chardin, il principale pittore di nature morte del diciottesimo secolo, questa tela del 1772 presentava un soggetto senza pretese, persino umile, e andava molto più in là di Chardin nel disfarsi degli antiquati ornamenti simbolici e di ogni ardore sentimentalistico.

Il quadro di Londra, però (e altre opere di Meléndez che s'incontravano qua e là), sprizza scintille in molte direzioni. Con la sua sensibilità per le forme chiare e definite collocate contro vuoti sfondi scuri, Meléndez sembrava essere un solitario restauratore di quel modo particolarmente spagnolo di concepire la natura morta che era stato evidente, per un breve periodo, circa centocinquant'anni prima. Questo fu quando, agli inizi del 1600, due giganti dell'arte spagnola, Velázquez e Zurbarán, realizzarono un piccolo numero di nature morte similmente austere e straordinarie (o di dipinti che comprendevano brani di nature morte), raffiguranti cibi, brocche o tazze di tutti i giorni, e quando i meno noti Juan Sanchez Cotán e Juan van der Hameny León, che pure presentavano dei cibi isolati e vivamente illuminati in ambienti completamente spogli, furono tra i primi artisti in tutto il mondo a concentrarsi esclusivamente sulle nature morte.

Anche l'arte di Meléndez precorreva i tempi. La luce forte, ferma, e l'aspetto ordinato, ma ordinario, delle sue nature morte offrivano un'anticipazione dei quadri che Jacques-Louis David avrebbe dipinto, negli anni '80 e '90 del Settecento, sul mondo classico visto come una serie di tableaux ardenti, politicizzati, drammaticamente illuminati. La concezione dell'artista spagnolo di un regno di oggetti disposti diagonalmente su una scena che era al tempo stesso troppo luminosa e troppo buia ha fatto persino pensare alle eleganti e capricciose nature morte di scatole, libri e candele che John F. Peto avrebbe creato attorno al 1900, lavorando nell'oscurità nel New Yersey rurale.

La retrospettiva organizzata nel 2009 dalla National Gallery di Washington – seguita alle retrospettive dell'artista di Madrid e Dublino del 2004 e attualmente al Museum of Fine Arts di Boston – è dunque un evento preannunciato. Non si tratta di una mostra che viene fuori dal nulla. E non è neppure proprio quello che uno sperava. Riunendo trenta dei meno di centocinquanta dipinti di Meléndez sopravvissuti, ci rivela un artista emotivamente riservato che, a quanto pare, o per esigenze commerciali o a causa del suo temperamento, si attiene – raramente in modo monotono – al singolo tema di ciò che mangiamo e beviamo e agli utensili e ai vari oggetti che usiamo in relazione al cibo. Vedendo dipinti di Meléndez in gran quantità, si sente la mancanza dell'espansività dello spirito e del senso o della maestà con cui Zurbarán e Velázquez sapevano guardare una tazza e un piattino o una brocca d'acqua. Anche un po' della giocosità di John F. Peto e della letterale tenerezza del suo tocco pittorico aiuterebbero.

Il realismo fortemente concentrato di Meléndez è tale che, quando dipinge una scatola di legno grezzo o un barilotto di sughero, viene resa perfettamente la grana essenziale dell'oggetto. Il che non è un risultato da poco. Ma ciò che Meléndez non fa, e che faceva invece Velázquez in gioventù, quando dipingeva scene ambientate in cucina, è di presentare la grana stessa dell'oggetto e contemporaneamente il senso materico della pittura e del tocco del pennello come belli in sé.

L'approccio di Meléndez è sbalorditivamente incostante. Egli si rivela uno straordinario pittore di oggetti asciutti, porosi e non riflettenti, come il legno grezzo, brocche di terracotta, pagnotte dalla crosta dura, la buccia di un melone. Però, mentre può ricreare con perizia il luccichio della luce su una brocca, è meccanico quando deve dipingere altre cose riflettenti o umide come uva o melagrane o argento; improvvisamente sembra un artista popolare impaziente, che imprime su ogni oggetto la stessa lucentezza impersonale. I pochissimi quadri in cui molti frutti diversi, alcuni tagliati e gocciolanti, sono collocati in scenari naturali, simili piuttosto a dei generi alimentari in aperta campagna impegnati in una colazione sull'erba tutta per sé, hanno un'abbondanza stereotipata e danno l'impressione che potrebbero essere il prodotto di un qualunque tipo di cultura o di epoca.

Eppure Meléndez ha anche un'attitudine straordinaria per trovare degli equilibri tra gli oggetti e tra sommessi colori di terra e mettere in relazione gli oggetti con lo spazio, la luce e le ombre che li avviluppano. (I suoi sfondi sono a volte di un insolito e sontuoso marrone-viola scuro.) E in parecchi dei quadri in mostra è un artista persino più potente di quanto la Natura morta con arance, noci e scatole di dolci (che non figura nella mostra) faccia pensare. Quando lavora con i formati verticali, il suo punto di vista è molto vicino agli oggetti che dipinge e, a differenza dei suoi numerosi quadri di formato orizzontale, dove gli oggetti danno l'impressione di essere in mostra, dipinge solo pochissime cose e ritaglia ben bene l'immagine. Il risultato è che la sua brocca o il suo pane possono stagliarsi come venendo in avanti; e, combinati con la sua luce lunare, quadri come Natura morta con pane, uva, brocca e recipienti e Natura morta con melone, brocca e pane, che datano intorno al 1770, sono altrettanto inquietanti, persino altrettanto sinistri, di quanto sono eleganti e superbamente bilanciati.

I quadri di formato verticale di Meléndez misurano quasi sempre 48 cm di altezza per 40 di larghezza circa. Non sono grandi, in altre parole. Ma dato che riguardano sempre la relazione equilibrata di oggetti visti in uno spazio ben definito, e che alcuni di questi oggetti, relativamente all'intero spazio, possono essere piuttosto grandi, i quadri, specialmente nelle riproduzioni, possono sembrare enormi in un modo disorientante – come fa il melone, per esempio, di Natura morta con melone, brocca e pane.

Meléndez, naturalmente, non fu il primo pittore di nature morte a guardare il suo soggetto cosí da vicino. I pittori fiamminghi di fiori del Seicento possono fare dei quadri in cui una composizione floreale comprendente innumerevoli esemplari prorompe dalla tela colpendo l'osservatore. Ma in Natura morta con melone, brocca e pane il melone di Meléndez non ha niente di gioiosamente eccessivo. Possiede piuttosto un'immensità quasi minacciosa.

Quanto a impatto formale, le tele verticali di Meléndez sono diverse da ogni altra natura morta precedente che io riesca a farmi venire in mente. Lo spazio circostante in, poniamo, Natura morta con pane, uva, brocca e recipienti e Natura morta con melone, brocca e pane sembra calibrato al millimetro. La relazione degli elementi del quadro con ciascuno degli altri, e con lo spazio scuro di cui fanno parte, conferisce all'opera un senso fisico di tensione che è raro nella pittura di nature morte di qualunque epoca. Lo stato d'animo che Meléndez cattura è anche sottilmente diverso da quello della maggior parte delle nature morte dipinte prima di lui. Nei suoi quadri più forti e apparentemente più personali, non vediamo i postumi di un evento (come gli avanzi di un pasto o, come in Chardin, i resti di un coniglio che è appena stato ucciso). Né gli oggetti radunati fanno pensare esattamente, come invece hanno fatto tantissimi pittori, alla maturità in sé. E tuttavia la sua arte verte certamente su un appetito di qualche tipo.

Il solo elencare le cose che Meléndez dipinge fa venire fame. Oltre alla frutta, le brocche, le noci e le pagnotte, vediamo bottiglie di vino che emergono parzialmente da raffrescatori di sughero, spicchi di formaggio posati sopra i pacchetti di carta con cui erano confezionati, pesci d'acqua dolce e piccioni disposti accanto ai pomodori, all'aglio e alle pentole assieme ai quali o nelle quali verranno cucinati. Ci sono pacchetti di spezie, tocchi di prosciutto, e le sue scatole di legno contengono (come veniamo a sapere dal catalogo) gelatine di frutta, torrone, o marzapane. Ci sono vasetti di miele, blocchi di cioccolato e pentolini di rame dal collo stretto per preparare bevande al cioccolato. È un inventario che evoca magicamente i regni parzialmente coincidenti del mangiare, cucinare e della vita domestica. Eppure ciò che si ricava dalla fruizione di quest'arte non è tanto la gustosità o la storia culinaria, quanto una certa inedita combinazione di pregustazione, disponibilità e irretimento.

Le sue brocche e le sue pentole, per esempio, hanno spesso dei coperchi, e i suoi filoni di pane a volte mostrano il ripieno di cui sono farciti che fa capolino. Le scatole di legno, sulle quali a volte dipingeva le iniziali LM e che fanno pensare a delle piccole bare, si vedono per lo più chiuse ma possono essere leggermente aperte, fissate con una zeppa, con un accenno di un involucro di carta che vien fuori. Queste cose non chiedono di essere interpretate simbolicamente. Quando vediamo il collo di una bottiglia di vino che spunta da un barilotto di sughero, capiamo che questo era semplicemente ciò che si poteva trovare a quel tempo in una casa spagnola. Ma questo aggiunge anche una nota correlata al particolare dramma fondamentale dell'artista, in cui il lanciare sguardi furtivi all'esterno e l'essere chiuso ermeticamente – ovvero l'aspirazione e la reclusione – sono difficili da distinguere.

Guardare le nature morte di Meléndez come opere che presentano un messaggio ambiguo – e che vanno oltre l'arte di un realismo virtuosistico – ha certamente senso in relazione ai dati della sua vita. Lavorando sui documenti sopravvissuti, Peter Cherry, l'autore principale del catalogo della mostra (e un'autorità sulla pittura spagnola, che ha scritto per i cataloghi delle retrospettive di Meléndez di Dublino e Madrid), racconta una storia di ripetuti episodi di intemperanza, rifiuto e reinvenzione. Leggiamo di un uomo fiero e collerico che fu più volte ostacolato e tuttavia continuò a trovare dei modi per tenere a galla il morale e la carriera. In effetti, leggiamo di due teste calde: anche il padre di Luis, Francisco Antonio Meléndez, che era un pittore (come lo erano il fratello e una delle sorelle di Luis), fece da battistrada in famiglia per l'arroganza e la propensione all'orgoglio ferito. Gli andò appena bene che, dopo aver proposto a Filippo V, nel 1726, che Madrid avesse un'accademia reale ed essersi offerto di diventarne il direttore, gli venisse affidato l'incarico quando finalmente l'accademia fu creata.

In successivi incidenti con i colleghi dell'accademia, la suscettibilità di Francisco Antonio fu ferita a tal punto, e le sue ritorsioni si rivelarono talmente crudeli, che fu espulso dall'istituzione. Luis, nel frattempo, passò dall'essere uno dei primi studenti a iscriversi all'accademia, e ben presto il suo studente migliore, a non riuscire a vincere una borsa di studio a Roma. Il giorno che suo padre fu espulso vide Luis coinvolto in una discussione su un disegno e poi, a causa delle sue escandescenze, espulso anche lui (dal corso di disegno). La posizione sociale dell'intera famiglia Meléndez fu ulteriormente scombussolata da un evento provocato dallo stupro subito da Clara, la sorella di Luis. Il colpevole, uno studente di Francisco Antonio, era stato bandito da Madrid. Essendo stupidamente tornato in quella città quattro anni dopo, costui fu sfregiato in un attacco attuato in pubblico – un tentativo di ristabilire l'onore della famiglia Meléndez che ebbe come conseguenza che Francisco Antonio e Luis furono entrambi arrestati. Peter Cherry, esaminando le prove, sostiene essere stata sicuramente opera di Luis.

L'avventato ma scaltro Francisco Antonio continuò a trovare lavori per sé e per i suoi figli per anni. Ma Luis, per conto suo, andò sempre a scontrarsi con degli ostacoli. La sua espulsione dall'accademia significò che non riuscí mai a guadagnarsi da vivere con l'insegnamento, e da allora in poi la protezione dei mecenati si sarebbe dimostrata sempre difficile. Come i suoi fratelli, era versato nel mestiere paterno di miniaturista e passò anni a decorare libri corali per la Cappella Reale. Poi rivolse le sue energie alla pittura di nature morte, un genere ancora considerato adatto solo ad artisti di scarsa ambizione e un campo che, nella Spagna degli anni '60 del Settecento, aveva tutto per sé.

Tuttavia, il suo talento come miniaturista e pittore di nature morte non gli fu di aiuto quando, tra il 1759 e il 1774, rivolse quattro volte una supplica a Carlo III per un incarico di pittore a corte. Fu rifiutato ogni volta. Alla fine, il figlio del re, il principe delle Asturie, gli commissionò una grande suite di quadri di nature morte; ma, come indicano gli esempi della mostra, le nature morte vieppiù rumorose e festose che fece per soddisfare il mandato del principe lo portarono sempre più lontano dal suo estro per le composizioni raffinate e controllate.

Cherry espone lucidamente la biografia del suo soggetto e tuttavia non suggerisce mai che i quadri di Meléndez riflettano le complessità della sua vita. Cherry e gli altri autori del catalogo lasciano al lettore la sensazione che l'arte di Meléndez non tematizzi veramente niente in particolare. In un certo senso essi non sono tenuti a esplicitare gli elementi di dissimulazione e duplicità presenti nell'opera migliore del pittore – anche i dettagli biografici non sono quasi necessari – perché lo stesso Meléndez ha seminato abbastanza indizi. Questi vengono nella forma di un autoritratto datato 1746, fatto quando aveva trentun anni ed era il giovane leone della scena artistica di Madrid. Questo notevole quadro (appartenente alla collezione del Louvre e, fortunatamente, presente nella mostra attuale) è a quanto sembra il solo dei suoi dipinti a olio a esserci pervenuto che non sia una natura morta. Raffigura un giovane uomo sicuro di sé con molto riserbo, attraente, anzi bello, coi capelli legati da un nastro secondo la moda dell'epoca. In una mano ha un porta-carboncino e mostra, con l'altra, un grande disegno di un nudo maschile che è indubbiamente opera sua.

L'Autoritratto rappresenta l'essenza di ogni giovane artista sicuro di sé che esibisca il suo biglietto da visita per la fama. È alquanto superfluo venire informati che questo giovane artista si aspetta di diventare un grande pittore di figure, la meta delle mete dell'arte nella sua epoca. E ciò che procedette a realizzare, con una spettacolare deviazione, fu un corpus di nature morte. La regale autoimmagine e le nature morte che seguono ci forniscono insieme una quantità di informazioni degne di un romanzo. Sentiamo che esse testimoniano di un conflitto che non fu, o fu, risolto – e di obiettivi che non furono, e tuttavia furono, raggiunti. Noi pensiamo di sapere, inoltre, perché il melone retinato della Natura morta con melone, brocca e pane è con ogni probabilità uno dei frutti più imponenti della storia dell'arte.

(Traduzione di Margherita Bignardi)


SANFORD SCHWARTZ è autore di: The Art Presence (Horizon Press, 1982); Artists and Writers (Yarrow Press, 1990); Christen Købke (Timken Publishers, 1992); e William Nicholson (Yale University Press, 2004).

 
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