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Un accordo coi talebani?
AHMED RASHID

ABDUL SALAM ZAEEF, My Life with the Taliban, trad. e cura di Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, New York, Columbia University Press, pp. 331, $ 29,95

1

Da trent'anni l'Afghanistan proietta una lunga e cupa ombra sugli eventi del mondo intero, ma questo trentennio è stato altresí contrassegnato da episodi cruciali che avrebbero potuto essere forieri di pace e addirittura cambiare il corso della storia mondiale. Uno di tali episodi ebbe luogo nel febbraio del 1989, allorché le ultime truppe sovietiche stavano lasciando l'Afghanistan. L'allora ministro degli Esteri dell'Unione Sovietica, Edvard ?evardnadze, si recò a Islamabad, ed era la prima volta che un alto esponente sovietico visitava il Pakistan. Si trattava di una missione in extremis per convincere il capo del governo, la signora Benazir Bhutto, nonché l'esercito e l'Inter-Service Intelligence (ISI), a mettersi d'accordo su una temporanea condivisione del potere tra il regime comunista afghano di Kabul e i mujahedeen afghani. ?evardnadze sperava di scongiurare una guerra civile e di gettare le basi per un trasferimento del potere politico a questi ultimi.

A quel punto i sovietici erano in uno stato di timor panico. Ironia della sorte, essi condividevano la tesi degli analisti della CIA secondo cui il presidente afghano Mohammad Najibullah sarebbe rimasto in sella solo poche settimane dopo la partenza delle truppe sovietiche. La CIA aveva però preso un abbaglio: Najibullah era destinato a restare al potere per altri tre anni, fino a quando cioè lo scoppio della guerra civile lo avrebbe costretto a cercare rifugio presso la sede dell'ONU, nell'aprile 1992. L'ISI si rifiutò quindi di accettare il consiglio di ?evardnadze. Il suo intento era quello di insediare al potere, a Kabul, Gulbuddin Hekmatyar, suo principale protégé fra i leader islamici. Inoltre la CIA aveva sollecitato l'ISI a tener duro contro i sovietici – per vendicarsi dell'umiliazione subita in Vietnam e adoprarsi per una totale sconfitta comunista a Kabul, senza badare ai costi in vite umane tra gli afghani che ciò avrebbe comportato. Insomma, un compromesso politico non rientrava nei piani d'azione dell'ISI e della CIA.

Fui invitato a incontrare ?evardnadze una sera a tarda ora e ricordo un uomo, oltre che frustrato, visibilmente in collera per la miopia del Pakistan e degli Stati Uniti, nonché per l'evidente desiderio di entrambi questi paesi di umiliare Mosca. Quest'uomo, fuori di sé, mi fece balenare un'apocalittica visione di quello che riteneva essere il futuro di tutto lo scacchiere comprendente Afghanistan e Pakistan. Le sue previsioni di violenza a venire si sarebbero rivelate esatte.

In quel momento cruciale, se fosse stato accettato il compromesso proposto da ?evardnadze, si sarebbero potuti scongiurare dieci anni di guerra civile, la distruzione di Kabul e l'ascesa dei talebani, evitando altresí che questi offrissero "santuari" ad al-Qaeda. Forse si sarebbe potuta anche evitare la strage delle Torri Gemelle e, quindi, molte delle iatture che ne conseguirono, compresi il recente tentativo di un kamikaze nigeriano di far esplodere un aviogetto in volo per Detroit, l'uccisione di sette effettivi della CIA in una base afghana e le continue pesanti perdite di vite umane fra i militari NATO e i civili afghani.

In seguito al rischiosissimo e controverso piano del presidente Obama, che prevede di rimpinguare i contingenti di truppe USA in Afghanistan e poi – dopo diciotto mesi – cominciare a smobilitarli, tutte le nazioni e tutti i leader dello scacchiere hanno di fronte a sé un nuovo dilemma cruciale. La posta in gioco è stabilire se gli Stati Uniti e i loro alleati sono disposti a trattare con i talebani afghani, dato che non c'è in vista nessuna eventuale vittoria campale né si intravede un altro modo per porre fine a una guerra che dura ormai da trent'anni.

Quando verrà il momento di decidere – e prima o poi verrà senz'altro – gli Stati Uniti e la NATO saranno disposti a trattare con i talebani o saranno divisi, al loro interno, come lo sono oggi? Avrà il presidente Hamid Karzai la credibilità necessaria per prendere parte alle trattative e raggiungere il sospirato accordo? E l'ISI, dal canto suo, esigerà o meno che i protégés talebani ritornino al potere? Saranno a loro volta i falchi talebani – i quali già sentono odore di vittoria – pronti ad accedere alle trattative e, quindi, a scaricare al-Qaeda? Oppure tergiverseranno per diciotto mesi in attesa che gli americani comincino ad andarsene?

2

I talebani afghani costituiscono ormai un movimento radicato nell'intero paese. Nel corso del 2009 essi hanno messo radici anche nelle regioni del Nord e dell'Ovest fino a ieri tranquille. I loro dirigenti hanno rifugi sicuri in Pakistan. Le perdite di vite umane sono aumentate drammaticamente da tutte le parti. Secondo le Nazioni Unite, nel 2009 sono stati compiuti in media, ogni mese, 1.200 attacchi da parte di talebani e di altri gruppi ribelli, con un incremento del 65 per cento rispetto al 2008. In 12 mesi 2.412 civili afghani sono stati uccisi (+14 per cento) e due terzi di essi sono stati uccisi da connazionali talebani (+40 per cento). Le perdite umane di Stati Uniti e NATO in combattimenti sono aumentate del 76 per cento, salendo da 295 nel 2008 a 520 nel 2009.

Le difficoltà in cui il governo afghano si dibatte non fanno che aumentare di anno in anno. Nelle provincie meridionali, in larga misura controllate dai talebani, è sempre più difficile reclutare effettivi per l'esercito e la polizia fra gli uomini di etnia pashtun, nonostante l'incremento delle paghe. Inoltre, i talebani sono riusciti a infiltrarsi nell'esercito e nella polizia, su cui fanno soprattutto assegnamento gli Stati Uniti, per realizzare il loro piano d'azione mirante a consegnare interamente il potere alle forze locali entro luglio 2011. In vaste zone dell'Afghanistan, i programmi di sviluppo si sono arenati e quasi una metà del personale ONU assegnato all'Afghanistan è stato trasferito a Dubai e in Asia centrale a causa di timori relativi alla sicurezza.

Secondo il generale Michael Flynn (capo dei servizi di intelligence della NATO in Afghanistan), i talebani hanno insediato governatori-ombra in trentatré province su trentaquattro. Costoro hanno il compito di organizzare il movimento nelle varie province e quivi osteggiare le iniziative del governo. «Tale movimento può sostenere se stesso indefinitamente», ha detto Flynn; e ha definito l'intelligence service statunitense in Afghanistan come «privo di indizi» e «ignorante».1

I comandanti talebani hanno portato avanti la loro feroce e perversa campagna finalizzata a uccidere o intimidire quei civili afghani che lavorano per il governo Karzai, per le agenzie di soccorsi e persino per l'ONU, nonché per i gruppi femminili. Il 18 gennaio scorso, alcuni militanti hanno sferrato un duplice attacco suicida a pochi metri di distanza dal palazzo presidenziale, al centro di Kabul, provocando una sparatoria nella quale hanno perso la vita tre soldati e due civili, mentre settanta persone sono rimaste ferite. «Siamo ormai giunti a un punto critico... La situazione non può seguitare cosí se vogliamo aver successo in Afghanistan», ha recentemente dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-Ki-moon, al Consiglio di Sicurezza. E ha soggiunto: «C'è il rischio che la situazione, nel suo complesso, si deteriori fino a diventare irreversibile».

La tesi prevalente a Washington è che molti combattenti talebani di prima linea potrebbero essere indotti a defezionare, ma l'attuale offensiva delle truppe statunitensi deve prima costringerli alla ritirata, tramutando in sconfitte i loro successi e assumendo il controllo sulla popolazione, sui centri abitati e sulle principali strade. In base all'attuale strategia americana, le forze armate americane debbono indebolire i talebani prima di mettersi a negoziare con loro.

Il generale Stanley McChrystal (comandante in capo delle forze USA e ONU) dispone di un fondo speciale di un miliardo e mezzo di dollari destinati alla concessione di incentivi e altre forme di sostegno a quei talebani che depongono le armi. C'è poi un nucleo di ufficiali americani e inglesi che sta abbozzando piani d'azione per convincere alla resa comandanti e subalterni non appena l'offensiva in corso rovescerà le sorti sul campo di battaglia in favore degli statunitensi.

A Islamabad, ai primi di gennaio, il generale McChrystal mi ha detto di essere convinto che, in battaglia, molti talebani possano essere indotti a defezionare. Un tale sforzo di riconciliazione verrebbe capeggiato da Karzai, il quale da anni auspica colloqui con i capi talebani.

L'attuale crisi può essere contemplata in altro modo. Nonostante i loro successi, i talebani sono, probabilmente, ormai prossimi all'apice del loro potere. Essi non controllano i centri urbani più popolosi, né potrebbero d'altronde controllarli, data la forza militare e la supremazia aerea della NATO. Non si registrano insurrezioni populiste nelle campagne contro forze della NATO, come invece è avvenuto in Iraq contro le forze della coalizione. La maggior parte degli afghani non vuole il ritorno del regime talebano nonostante la rabbiosa avversione al governo Karzai e il generale malumore per il fallito tentativo internazionale di assicurare al paese il progresso economico. Molti afghani ritengono che, fino a quando truppe occidentali permangono in Afghanistan, c'è speranza che la sicurezza possa essere ristabilita e le loro vite mutare per il meglio. Perciò i prossimi mesi potrebbero offrire un'eccellente occasione per convincere i talebani che è arrivato il momento opportuno per negoziare un accordo, poiché essi sono oggi al massimo della loro forza.

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Sia il generale McChrystal sia il generale David Petraeus (capo del Comando centrale militare statunitense) hanno detto di non essere in grado di «raggiungere la vittoria combattendo». Obama è dichiaratamente deciso a sconfiggere al-Qaeda, ma è disposto a venire a patti con quei talebani che rinunciano alla violenza – come ha detto a dicembre in un discorso tenuto all'accademia militare di West Point – e che «rispettano i diritti umani dei loro compatrioti».

L'attuale strategia militare statunitense mira a togliere di mezzo comandanti e combattenti talebani e a "sistemarli" senza fare alcuna significativa concessione politica e senza apportare modifiche alla Costituzione afghana. Ma Washington permane profondamente divisa riguardo a intavolare colloqui con i capi talebani. I dicasteri degli Esteri e della Difesa, la Casa Bianca e la CIA sono di diverso avviso al riguardo e vi sono altresí divergenze fra gli Stati Uniti e i loro alleati.

A me il generale McChrystal ha detto che vi sono parecchi comandanti talebani di medio livello i quali auspicano – assieme ai loro uomini – che Karzai annunci una «strategia di riconciliazione» prima di dirsi pronti a cambiare partito. E ha soggiunto: «La reintegrazione di ex talebani in seno alla società offre una buona occasione per ridurre il ribellismo insurrezionale in Afghanistan... mentre al-Qaeda deve per forza essere combattuta e distrutta».

Mi ha altresí confidato che – per quanto riguarda intavolare trattative con la dirigenza talebana – si tratta di una decisione politica che va presa a Washington. Lo scorso dicembre Richard Holbrooke, rappresentante speciale per gli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan, mi ha confidato che – secondo la sua stima – circa il 70 per cento dei talebani «combatte per motivi "locali" o per denaro piuttosto che per ragioni ideologiche o per impegni presi con il "movimento" e quindi, secondo lui, possono essere persuasi alla resa».

Frattanto i talebani hanno mostrato un primo segno di flessibilità, come lascia intendere la dichiarazione messa per iscritto in dieci pagine e resa pubblica nel novembre 2009, in occasione della festività religiosa di Eid. Il mullah Omar, leader talebano, pur mentre sollecita i suoi militanti a portare avanti la jihad contro «l'arrogante nemico» (gli USA), ha altresí assicurato che un futuro regime talebano arrecherebbe pace ed eliminerebbe le interferenze da parte di forze straniere. Inoltre, non rappresenterebbe alcuna minaccia per i paesi limitrofi, sottintendendo, con ciò, che al-Qaeda non farebbe ritorno in Afghanistan insieme con i talebani. Mostrandosi più diplomatico che non fondamentalista, Omar ha dichiarato: «L'Emirato Islamico dell'Afghanistan intende prendere misure costruttive insieme con tutti gli altri paesi ai fini di una reciproca collaborazione, per lo sviluppo economico e per un avvenire migliore fondato sul reciproco rispetto».

Una settimana dopo, la risposta talebana al discorso tenuto da Obama all'Accademia militare di West Point lasciava di nuovo intendere un mutato atteggiamento. In essa non si faceva alcun cenno alla "guerra santa" né all'imposizione della "legge islamica". Si parlava invece di lotta patriottica per l'indipendenza dell'Afghanistan e si assicurava che i talebani «sono pronti a concedere "garanzie legali" qualora le forze armate straniere si ritirino dall'Afghanistan». In un messaggio di capodanno, i talebani – pur condannando l'offensiva statunitense – sembravano addirittura simpatizzare con Obama, osservando che questi deve fronteggiare «molti gravi problemi e una forte opposizione interna».

Il mutato tono dei talebani scaturiva da colloqui segreti tenutisi nella primavera del 2009. Sponsorizzati dall'Arabia Saudita su richiesta di Karzai, a tali colloqui presero parte ex talebani (o talebani che poi sono usciti di scena), ex esponenti arabi di al-Qaeda e i portavoce di Karzai. Non è stata aperta alcuna breccia, ma quei colloqui segreti hanno dato luogo a una serie di visite in Arabia Saudita da parte di eminenti leader talebani nei mesi successivi del 2009. Funzionari statunitensi, britannici e sauditi che erano indirettamente in contatto con i talebani, li incoraggiarono a prendere le distanze da al-Qaeda e misero sul tappeto le loro richieste negoziali. A loro volta, i talebani ribatterono che prendere le distanze da al-Qaeda avrebbe necessitato da parte degli americani e dei loro alleati che si venisse incontro a una loro principale esigenza: ossia, che tutte le forze armate straniere annunciassero una "tabella di marcia" dell'evacuazione dall'Afghanistan.

L'Istakhbarat (l'intelligence service saudita) non è in grado di produrre risultati politici, ma ha concesso ai talebani una sicura via d'accesso a incontri e ha agito da interlocutore con il governo afghano e con i funzionari occidentali. Significativamente, l'ISI – che esige dai sauditi, un tempo suoi alleati, un ruolo chiave nei negoziati – non ne è stato finora mai escluso, su richiesta sia dei talebani sia del governo afghano, nonostante entrambi non se ne fidino. Tale sfiducia potrebbe adesso venir meno. La chiave d'accesso a ulteriori negoziati formali con i capi talebani è in mano al Pakistan e all'ISI.

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Le tensioni fra Stati Uniti e Pakistan sono venute esacerbandosi di recente, poiché gli Stati Uniti esigono che le forze armate pakistane «catturino o uccidano» i capi talebani afghani e cosí pure i gerarchi talebani pakistani. Fra costoro figurano alcuni talebani afghani d'alto rango che vivono a Quetta e a Karachi, nonché i loro alleati, quali Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, che risiedono nel Waziristan settentrionale in zone tribali che danno ausilio all'Afghanistan. Il Pakistan dice che ha il suo bel da fare per risolvere i propri acuti problemi con i talebani pakistani e con un numero crescente di attacchi terroristici da parte di svariati nuclei ribelli. Le proprie forze armate – dice – sono troppo sparpagliate, lo stato non dispone di finanze sufficienti e, quindi, darà retta agli americani solo quando sarà in grado di farlo. In effetti, il Pakistan non sarà mai disposto a lanciare un'offensiva militare contro i capi talebani afghani perché li considera suoi potenziali alleati, in un Afghanistan senza gli americani, allorché gli Stati Uniti, probabilmente, scaricheranno anche il Pakistan.

L'apparato militare pakistano è in grande apprensione e teme che al ritiro degli americani dall'Afghanistan potrebbero conseguire una guerra civile e, di nuovo, gravi disordini nel proprio retroterra. «Vogliamo che l'offensiva americana abbia successo in Afghanistan, poiché in caso contrario saremmo noi a pagarne il prezzo», mi ha confidato un alto ufficiale dell'esercito pakistano. L'esercito inoltre è convinto che gli Stati Uniti si allineeranno eventualmente con l'India e addirittura hanno già consentito all'India di rafforzare la propria influenza su Kabul a detrimento del Pakistan. Nonostante i sacrifici da essi fatti per trent'anni al fine di dar sostegno agli afghani contro i sovietici, i pakistani sono oggi privi di amici in Afghanistan, eccezion fatta per i talebani afghani, i quali sono più diffidenti che cordiali nei confronti dell'ISI.

Onde riguadagnare influenza in Afghanistan e sloggiarne gli indiani dopo la partenza degli americani, i militari pakistani potrebbero – come alternativa – appoggiare i talebani in un piano d'azione mirante a riconquistare Kabul e installarvi un governo ossequiente al Pakistan. Però questa prospettiva è attualmente troppo rischiosa: la comunità internazionale non la tollererebbe e, inoltre, un siffatto regime fornirebbe ai talebani pakistani una base dalla quale sferrare ulteriori attacchi contro il Pakistan.

Nell'ambito di un vistoso mutamento di prassi, esponenti dell'esercito e funzionari dei servizi segreti pakistani dicono di essersi offerti come mediatori in vista di colloqui fra i maggiori leader talebani, gli americani e Karzai. «Vogliamo che le trattative abbiano inizio subito, non fra diciotto mesi, quando gli americani se ne andranno. Ma per questo occorre che gli americani si fidino di noi, e che da noi dipendano», mi ha detto un alto ufficiale dell'esercito pakistano. C'è una grave mancanza di fiducia fra la CIA e l'ISI e anche altri paesi potrebbero recalcitrare di fronte all'insistenza dei pakistani propensi a incanalare i negoziati sotto l'egida dell'ISI. Alcuni funzionari pakistani opinano che se l'ISI aiuterà a organizzare i colloqui, le iniziative di contatti indipendenti fra capi talebani, CIA, M16 britannico e DNS (Direttorio Nazionale per la Sicurezza) afghano dovrebbero cessare. In cambio, alcuni funzionari pakistani si limitano a dire che vogliono essere sicuri che «gli interessi nazionali del Pakistan in Afghanistan saranno salvaguardati». Codesti «interessi» non sono mai stati, finora, chiaramente esplicitati agli americani e agli afghani.

Si tratta di un cambiamento importante nella posizione ufficiale del Pakistan. Per nove anni – nonostante le ben note connessioni fra l'ISI e i talebani afghani – il Pakistan ha seguitato a negare recisamente di esercitare influenza sui capi talebani e ad asserire che offrire loro apertamente ospitalità era «fuori questione». Il Pakistan dovrà compiere seri sforzi onde guadagnarsi la fiducia degli Stati Uniti e degli afghani qualora intenda sponsorizzare negoziati con i talebani. Ma le loro divergenze potrebbero venir appianate mediante la stipula di determinati accordi fra le varie agenzie di intelligence e i governi interessati. Alti funzionari statunitensi dicono che il Pakistan si sta mostrando più flessibile che in passato per quanto riguarda la prassi politica afghana.

Come risponderanno i capi talebani? Molti di essi sono stufi marci dell'ISI, che tesse trame e abbozza strategie per loro conto, e preferirebbero che l'ISI restasse fuori dalle trattative. Alcuni esponenti talebani hanno stilato un rapporto insieme con il DNS dell'Afghanistan, i servizi segreti afghani e il governo Karzai. L'ISI e il DNS si detestano reciprocamente e diffidano l'uno dell'altro, quindi il DNS sarebbe estremamente restio a permettere che l'ISI svolga un ruolo primario nella condotta dei negoziati. Inoltre è essenziale che l'accettazione della riconciliazione con i talebani venga avallata anche dalla popolazione non-pashtun del Nord, la quale è oggi estremamente ostile sia ai talebani sia all'ISI. Se i gruppi etnici settentrionali che costituiscono il 50 per cento della popolazione non accettassero il piano di riconciliazione, potrebbe scoppiare una nuova guerra civile come già negli anni Novanta.

Ma l'ISI può esercitare una forte influenza sui talebani. Non solo i talebani sono in grado di infoltire le loro schiere con guerriglieri provenienti dal Pakistan e provvedere all'assistenza sanitaria e ad altri servizi, ma i familiari della maggior parte dei leader talebani abitano in Pakistan, dove possiedono case e gestiscono aziende e negozi. I leader talebani si recano in Arabia Saudita muniti di passaporti pakistani. Tutto questo li rende suscettibili alle pressioni da parte dell'ISI. Ancor prima che i militari statunitensi possano prendere in considerazione l'eventualità di cooptare comandanti talebani di livello medio, da entrambe le parti occorrerebbe accertare in che modo ciò verrebbe recepito dall'ISI.

Il veemente desiderio che l'esercito pakistano nutre di esercitare un qualche controllo sui futuri eventi in Afghanistan è dovuto, fra l'altro, alla mira strategica ch'esso persegue di evitare l'accerchiamento da parte dell'India; ma è anche il risultato degli scacchi che ha subito a partire dal 2001. I militari si rodono tuttora a causa delle decisioni prese dall'ex presidente Bush allorché consentí all'Allenza del Nord, ostile al Pakistan, di occupare militarmente Kabul, ignorò la richiesta avanzata successivamente da Islamabad di avviare consultazioni sulla strategia statunitense in Afghanistan e trattò tutti i pashtun afghani come potenziali talebani. Ciò contribuí a radicalizzare i sentimenti della popolazione pashtun residente in Pakistan, la quale è molto più numerosa di quella afghana: vi sono 27 milioni di pashtun in Pakistan e solo 12 milioni in Afghanistan.

5

Per trattare con i talebani occorre ben più che una segreta cooperazione fra le varie agenzie di intelligence, o che la CIA paghi delle tangenti ai comandanti talebani affinché voltino gabbana (come fece nel 2001 corrompendo l'Alleanza del Nord). Urge una strategia pubblicamente proclamata che comporti concreti sforzi per edificare istituti politici e per largire aiuti umanitari in modo tale che non richiedano l'intrusione e il controllo degli occidentali: una strategia in grado di attrarre molti membri del talebanato, di ridurre la violenza e di placare gli animi di quegli afghani che si oppongono a qualsiasi compromesso. I collaboratori del presidente americano hanno fatto presente la necessità di una siffatta strategia pubblica, ma ben poco è stato realizzato al riguardo da quando Obama è entrato alla Casa Bianca. Eppure tali traguardi sono di enorme rilevanza.

I seguenti sono dei suggerimenti relativi ai passi che si dovrebbero compiere e alle misure da prendersi prima di mettersi a trattare con i talebani. Quasi tutti questi punti sono stati, in linea teorica, accettati dagli Stati Uniti e dalla NATO, ma finora, al riguardo, non è stata presa alcuna iniziativa concreta.

1) Convincere i paesi limitrofi all'Afghanistan, nonché altri paesi dello scacchiere, a controfirmare una strategia di riconciliazione con i talebani da attuarsi sotto la guida del governo afghano. Creare una strategia regionale e un consensus sull'Afghanistan è stato uno dei primi obiettivi del governo Obama; ma ben poco è stato realizzato. Dall'Iran all'India, le tensioni regionali sono più forti oggi che un anno fa.

2) Consentire all'Afghanistan di inoltrare al Consiglio di Sicurezza dell'ONU una richiesta di depennare i nomi di leader talebani dalla "lista dei terroristi" stilata nel 2001, purché detti leader dichiarino di rinunciare alla violenza e scindano i loro legami con al-Qaeda. La Russia ha già rifiutato di attenersi alla presente richiesta; ma Obama non ha tentato con sufficiente vigore di ottenere questa concessione dai leader russi.

3) Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite emetta una risoluzione che dia formalmente mandato al governo afghano di negoziare con i talebani e consenta a Stati Uniti, NATO e ONU di incoraggiare tali negoziati. Ciò significa persuadere i paesi restii come la Russia e l'India a sostenere la suddetta risoluzione. (Il 27 gennaio, un comitato del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha annunciato che – con l'assenso della Russia – sono state abrogate le sanzioni contro cinque ex funzionari talebani i quali hanno dichiarato di sostenere il governo Karzai.)

4) Le forze armate NATO e afghane si rendano responsabili della sicurezza dei talebani e delle loro famiglie che fanno ritorno in Afghanistan, incaricando agenzie internazionali, quali l'Alta Commissione dell'ONU per i rifugiati e la Croce Rossa internazionale, di collaborare con il governo afghano per assistere i reduci, largire compensi e alloggi, fornire addestramento al lavoro e favorire la loro reintegrazione.

5) Fornire fondi adeguati, formazione e personale per un ente preposto alla conciliazione, guidato dal governo afghano, che opererà insieme con le forze armate occidentali e con le agenzie umanitarie al fine di mettere nero su bianco un comprensivo e chiaramente definito programma per la sicurezza dei reduci talebani e per facilitarne l'accoglienza.

6) Incoraggiare i militari pakistani ad assistere le forze armate NATO e afghane preposte a garantire la sicurezza dei reduci talebani e delle loro famiglie, nonché a consentire il transito oltrefrontiera alle agenzie umanitarie. Incoraggiare il Pakistan e l'Arabia Saudita ad aiutare i talebani a fondare un partito politico legale – cosí come hanno già fatto altri militanti afghani – quali gli ex membri del partito Hizb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Ciò infliggerebbe un durissimo colpo ad al-Qaeda e ai talebani pakistani e darebbe forma concreta all'impegno assunto da Obama allorché questi si è detto, ripetutamente, pronto a tendere la mano ai musulmani.

7) Ai dirigenti talebani dovrebbe essere concesso un luogo di ritrovo neutrale – in Arabia Saudita o altrove – ove tenere colloqui con il governo afghano e la NATO. Gli Stati Uniti dovrebbero rilasciare i prigionieri afghani tuttora detenuti a Guantánamo e consentir loro di recarsi in Pakistan, in Afghanistan o nell'Arabia Saudita.

 

Qualora tale prassi politica non venisse pubblicamente annunciata, i talebani potrebbero pensare che è meglio per loro segnare il passo per diciotto mesi e aspettare che gli americani comincino a sloggiare e poi – allorché riterranno vulnerabile l'Afghanistan – marciare su Kabul... anche a costo di scatenare una nuova guerra civile.

6

Proprio mentre l'Afghanistan si trova di fronte a una scelta cruciale, ecco che esce un libro che, per la prima volta, mette i lettori in condizione di valutare dall'interno quella che è l'effettiva forma mentis dei talebani. Questo libro s'intitola My Life with the Taliban e ne è autore il mullah Abdul Salam Zaeef, ex ministro e ambasciatore talebano in Pakistan, il quale ha trascorso più di quattro anni nel carcere di Guantánamo. L'edizione originale è in pashto e l'opera è stata recentemente tradotta in inglese. (L'eccellente traduzione di Alex Strick e Felix Kuehn – due ricercatori che risiedono a Kandahar, la città natale dei talebani – ha subito una capillare revisione redazionale per renderla più accessibile.)

Zaeef è nato nel 1968 in un polveroso paesino della provincia di Kandahar. Al pari di molti talebani, proviene da una stirpe di mullah ed è cresciuto orfano, avendo perso i genitori da bambino. La modernità non è mai penetrata in tali villaggi afghani. Zaeef ha studiato in una madrasa ed è stato allevato secondo i dettami del codice tribale pashtun, imperniato sull'onore e la vendetta. Il suo intero clan andò profugo in Pakistan dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan, nel 1979. All'età di 15 anni, egli tornò clandestinamente in patria per combattere contro i russi. Negli anni Ottanta militò sotto svariati comandanti fra cui il mullah Omar.

In modo drammatico, Zaeef descrive le durissime condizioni in cui gli afghani combattevano – privi di cibo, di assistenza sanitaria, con scarse munizioni e sotto costanti bombardamenti: «Quando mi arruolai nella jihad avevo 15 anni. Non sapevo sparare con il kala?nikov né capeggiare degli uomini. Ma la linea del fronte contro i russi era un duro terreno di addestramento... e imparai a comandare svariati nuclei di mujahedeen».

Dopo che i sovietici si furono ritirati dall'Afghanistan, Zaeef divenne mullah in un paesetto presso Kandahar. Nel libro descrive in che modo la situazione si deteriorò, nel Sud, allorché i signori della guerra e i criminali imponevano pedaggi ai camion sulle strade, rapivano e stupravano le donne e facevano prigionieri dei giovinetti per abusarne sessualmente. Zaeef divenne un talebano della prim'ora. Nell'inverno del 1994 entrò a far parte di un nucleo di giovani i quali abbozzarono una strategia per combattere contro i signori della guerra. Egli rimase sempre fedele al mullah Omar, il quale «era sempre disposto ad ascoltare tutti quanti noi, con estrema attenzione, fino in fondo, e non ci interrompeva mai. Dopo averci ascoltati, diceva la sua esponendo in modo ordinato e coerente il suo pensiero». Quando Zaeef prese parte alla riunione di fondazione del movimento dei talebani, ciascun aspirante giurò lealtà a Omar. Tale giuramento è tuttora di prammatica ed è per questo che nessun comandante seniore dei talebani ha mai rivelato dove Omar si trovasse. Allorché i talebani intrapresero la conquista dell'Afghanistan, Zaeef fu promosso da una carica all'altra.

Dopo la presa di Kabul, nel 1996, Zaeef fu assunto al ministero della Difesa dove, scrive, il budget per tutti quanti i reparti della milizia talebana che combatteva contro l'Alleanza del Nord ammontava a 300 mila dollari a settimana, ossia appena a 14 milioni di dollari l'anno. Nel 1999 – allorché i talebani controllavano l'80 per cento del territorio nazionale – il loro intero budget ammontava ad appena 80 milioni di dollari, provenienti dalle tasse islamiche che i talebani imponevano nonché da donazioni largite dal Pakistan, dall'Arabia Saudita e, dopo il 1996, da Osama bin Laden. L'autore però non menziona a quanto ammontasse il proprio contributo. Egli descrive un governo caotico e scoordinato: «Il budget non era neppure lontanamente vicino a quanto occorreva per poter avviare un serio piano di sviluppo: era come una goccia d'acqua che piove su una pietra arroventata: evaporava immediatamente senza lasciar traccia».

Nella prima parte del libro, Zaeef parla del suo acerrimo odio per l'ISI, che aumentò a dismisura nel 2000, allorché lui fu nominato ambasciatore dei talebani presso il governo pakistano. Oppose resistenza all'ISI che voleva reclutarlo: «Nei miei rapporti con l'ISI», scrive, «cercavo di non essere tanto dolce da venir divorato intero né tanto amaro da esser vomitato».

Descrive in che modo «l'ISI affondava le proprie radici nell'Afghanistan, come un cancro che man mano si propaga per metastasi in un corpo umano». E dice che «ogni potentato afghano se ne lamentava, ma nessuno poteva sbarazzarsi dell'ISI». Zaeef organizzò una propria rete clandestina di funzionari pakistani, i quali gli passavano informazioni riservate circa i piani d'azione dell'ISI nei riguardi dei talebani.

Quello che Zaeef omette di dire, oppure sfuma, è significativo. Non fa alcuna menzione, infatti, del sostegno finanziario e degli aiuti materiali largiti dall'ISI ai talebani. Non dice quasi niente o si tiene sul vago per quanto riguarda al-Qaeda e non rivela in che modo il mullah Omar, suo idolo, si è sempre più avvicinato a Osama bin Laden. Non ha niente da dire riguardo all'atteggiamento repressivo dei talebani nei riguardi delle donne, tace persino sull'oscurantismo che nega loro l'istruzione scolastica, e sorvola sui durissimi sistemi punitivi dei talebani che comminano persino la pubblica lapidazione.

Nel 2001, quando le sanzioni imposte dall'ONU ridussero i contatti internazionali dei talebani, Zaeed divenne l'unico leader talebano che poteva incontrarsi con inviati statunitensi e occidentali. Nei suoi rapporti con l'ambasciata USA a Islamabad, il dato predominante era l'insistenza con cui gli americani gli chiedevano di consegnare loro Osama bin Laden. Nei giorni successivi all'incursione contro le Torri Gemelle, in quel fatidico 11 settembre, Zaeef tentò freneticamente di stornare l'attacco statunitense contro il suo paese facendo appello a varie ambasciate occidentali, scrivendo lettere alle Nazioni Unite e cercando appoggi presso i paesi islamici. Si incontrò con il mullah Omar, il quale era convinto che gli americani non avrebbero osato attaccare. A detta di Omar, scrive Zaeef, «c'erano meno di dieci probabilità su cento che l'America ricorresse ad alcunché di più pesante delle minacce, ragion per cui un attacco era altamente improbabile».

Nel gennaio 2002, Zaeef fu consegnato – venduto, secondo lui – dall'ISI agli americani e finí a Guantánamo. Oggi vive a Kabul sotto l'egida del governo e il suo estremo appello è per la pace e la conciliazione in Afghanistan. Assicura di non credere in al-Qaeda, ma parla come un patriota afghano con una forte propensione per i talebani. L'Afghanistan, scrive, è «una casa avita in cui tutta la nostra famiglia ha diritto di abitare … senza alcuna discriminazione e senza rinunciare ai nostri valori. Nessuno ha il diritto di portarceli via». Potrà mai l'Afghanistan essere una pacifica dimora per tutti gli afghani? Essi, certamente, se lo meritano.

– 27 gennaio 2010

(Traduzione di Pier F. Paolini)

1 . N. Schachtman, "Afghan Insurgency Can Sustain Itself Indefinitely: Top U.S. Intel Officer", Wired.Com, 8 gennaio 2010. Il promemoria del generale Flynn, intitolato "State of the Insurgency. Trends, Intentions and Objectives", è stato presentato il 23 dicembre 2009. Si veda, inoltre, "NATO Official: US Spy Work Lacking in Afghanistan", Associated Press, 5 gennaio 2010.


AHMED RASHID, giornalista e scrittore pakistano, è autore di: Talebani: Islam, petrolio e il grande scontro in Asia centrale (Feltrinelli, 2001); Nel cuore dell'Islam (Feltrinelli, 2002); e Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (Feltrinelli, 2008). Collabora con la BBC e scrive per diversi quotidiani londinesi tra cui il Daily Telegraph<.i> e l'InternationalHerald Tribune.

 
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