la Rivista dei Libri
Sommario  

Calendario  

Annunci  

Libreria  

Indici  

Archivi  

Premi e concorsi  

Punti vendita  

Altrove  

Contatti  

 
 
. . .

Il mito dei miti
JASPER GRIFFIN

WENDY DONIGER, La differenza sdoppiata. Identità sessuale e mito nella Grecia e nell'India antiche, trad. di Anna Bertolino, Milano, Adelphi, pp. 430, €48,00

EAD., The Implied Spider: Politics and Theology in Myth, New York, Columbia University Press, pp. 200, $17,50 (paperback)

Perché i miti continuano ad affascinarci tanto? Nonostante il ruolo dominante della scienza e il successo del pensiero occidentale moderno, rimane un vuoto, un ampio margine, una necessità insoddisfatta, cui cerchiamo di far fronte appellandoci a credenze di tipo molto diverso e con origini differenti. Cosí il telescopio Hubble non ha ucciso l'astrologia, gli antibiotici devono competere con i rimedi a base di erbe e l'agopuntura, uomini e donne continuano a essere rapiti da misteriose creature di altri mondi (anche se oggi i rapitori usano macchine volanti interplanetarie e non più carri infuocati) e ritornano dopo aver vissuto esperienze che il linguaggio comune non è in grado di descrivere. Anche lo studio dei miti continua a proliferare come non mai. Il termine "occidentale", naturalmente, ci dà un indizio. Noi apprezziamo i benefici pratici di queste conquiste, ma siamo infastiditi dal trionfalismo razionale, patriarcale e di stampo colonialista che spesso le accompagna e speriamo che il benessere e il significato delle cose si possano trovare nella conoscenza, profondamente diversa, di altri tempi e di altri luoghi.

Wendy Doniger, docente di Storia delle religioni presso l'Università di Chicago, è una prolifica scrittrice di testi sul mito e, in particolare, sulla mitologia indiana. Nei due libri qui recensiti la Doniger non nasconde la tendenza generale del proprio lavoro, che è politica e orientata a sinistra. «I vincitori», sostiene, «purtroppo tendono a essere di destra (anche se non ne fanno parte)» e, riguardo al proprio lavoro, scrive: «Per realizzare uno studio a più voci e multiculturale, dobbiamo ammettere di poter usare (con tutte le interpretazioni possibili) le storie di altre persone». C'è una notevole dose di femminismo nel suo approccio ai miti, perciò il patriarcato, il sessismo, il colonialismo culturale e lo stereotipo in generale diventano tutti, automaticamente, oggetto di dure critiche.

La differenza sdoppiata è un libro affascinante, ricco di storie bizzarre di uomini e donne, dèi e dee, che si sdoppiano, o si dividono in due parti, qualche volta scambiando la testa con un'altra persona, o passando da un sesso all'altro. È curioso, a esempio, leggere che, secondo il Vinaya tibetano, «chiunque cambi sesso più di quattro volte al mese non può diventare un monaco».

L'eroina greca Elena, come è noto, abbandonò il marito fuggendo con un altro uomo a Troia. Questa storia, in origine il racconto di un sacro rapimento seguito dalla ricattura di una dea della fertilità, divenne col tempo problematica. Perché tutta quella confusione e tutti quei morti, per una donna che non era meglio di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare? E come ha potuto continuare a essere rispettata o addirittura venerata, nel periodo classico, una volta ritornata a Sparta? Presto è nata cosí la storia secondo cui Elena non si sarebbe affatto mossa: la donna rapita era infatti un doppio, creato dagli dèi, che andò a Troia. La vera Elena era una virtuosa. Molti poeti, da Euripide a Hofmannsthal, apprezzarono e svilupparono questa versione del mito.

Anche in India (nel Ramayana) la moglie di Rama, Sita, viene rapita da un dèmone e, alla fine, riportata indietro, intatta. Con il tempo la sua virtù, che sembrava un po' fragile, venne difesa grazie all'invenzione di un doppio, di nome Sati, che fu "davvero" rapito. Tutto bene quindi, ma i poeti non erano soddisfatti, di conseguenza il doppio incominciò a condurre una propria esistenza e una sua specifica carriera erotica, finendo per diventare una figura mitologica significativa, con interessanti reincarnazioni. In un'altra storia, Krishna, amato dalle gopi (lattaie), si moltiplicò in modo da unirsi a tutte quelle donne contemporaneamente; ovvero, forse, duplicò tutte le donne lasciando un doppio di ognuna nel letto con il proprio marito; o forse, ancora, con il tempo, per rispondere a nuove necessità morali, la storia cambiò ancora e Krishna si uní con i doppi, evitando cosí l'adulterio in quel momento considerato inappropriato per un dio.

Spesso lo sdoppiamento delle donne è legato a contesti erotici. In questo motivo ripetuto, la Doniger vede il tentativo delle donne di negare gli stupri e gli abusi («È successo a qualcun'altra, non a me»), ma anche la pretesa degli uomini di controllare la loro donna, che non deve allontanarsi dalla retta via, anche se le apparenze sono contro di lei (come lo erano contro Sita ed Elena). Qualche volta ci avviciniamo davvero molto al disturbo della personalità multipla, un tema interessante e ben approfondito dall'autrice.

Altre storie riguardano una donna con una coppia identica di pretendenti maschi, spesso un uomo e un dio: la donna deve in qualche modo difendere la propria castità scegliendo tra i due. Nella mitologia occidentale il caso più emblematico è quello di Alcmena, madre di Ercole, alla quale Zeus apparve con le sembianze del marito. Su questo tema si basa l'Anfitrione, una notevole commedia latina di Plauto, nella quale il personaggio di Alcmena risulta davvero nobile e quasi tragico mentre si sforza di capire che cosa è accaduto, di fronte alla terribile gelosia del marito. Il soggetto è piaciuto anche a Molière, a Kleist e a Giradoux, che hanno scritto variazioni divertenti e toccanti su questo tema tanto antico. In questa vicenda ciò che affascina è scoprire se Alcmena sapeva con chi era stata oppure se si fosse trattato davvero di un inganno.

In India, e anche in qualche mito greco, scopriamo il motivo per cui la donna preferisce il mortale all'amante immortale. La scelta spesso è dovuta alla possibilità di condividere la morte con il compagno (la stessa decisione per cui Ulisse nell'Odissea sceglie la vecchia moglie Penelope, rinunciando all'immortalità che gli offre la splendida dea Calipso sulla sua isola). La Doniger sottolinea a questo proposito che gli uomini (come Ulisse che decide di ritornare) provano la propria identità con i fatti, le donne con la fedeltà coniugale verso i mariti, mentre nel caso dello scambio del viso, le donne lo fanno per difendersi dalla violenza maschile, gli uomini per evitare la morte.

I cambiamenti di sesso sono estremamente comuni nei miti indiani, molto più rari in Grecia. Ma anche in India sembra che non sia facile rinascere con un sesso diverso; per un uomo è più semplice, come puntualizza la Doniger, rinascere in forma di formica maschio, piuttosto che di donna. Perfino gli dèi più grandi cambiano ripetutamente sesso e alcuni esseri umani hanno il privilegio, se cosí si può dire, di sperimentare uno dopo l'altro entrambi i sessi. Un elemento ricorrente in questo tipo di miti è certamente la curiosità: che cosa prova l'altro sesso? Perché non potrò mai scoprirlo? Qualcuno deve saperlo: Tiresia era il suo nome; e la sua storia… Un simile ragionamento non è poi cosí diverso da quello che accompagna fantasie come la capacità di volare (perché no? Qualcuno l'ha fatto, si chiamava Dedalo; e la sua storia…), oppure l'essere invulnerabili, come era Sigfrido, tranne che in un punto. Tra l'altro Sigfrido ha giocato il solito brutto scherzo a Brunilde, raggiungendola la prima notte di nozze al posto del marito Gunther, un inganno che la donna non gli avrebbe mai perdonato.

Le storie raccontate dalla Doniger sono scritte in modo sicuro e vivace per essere lette con interesse. L'autrice ha una conoscenza davvero ampia e invidiabile dei miti dell'India e della Grecia nonché delle moderne forme d'arte, inoltre, se è vero che il libro contiene argomenti che non riceveranno l'approvazione generale, chiunque abbia un qualche interesse per queste materie imparerà certamente molto e trarrà davvero piacere dalla lettura de La differenza sdoppiata.

Il secondo libro di questa autrice molto attiva ha un approccio più generale e più polemico e, di conseguenza, risulta assai più problematico. Il «ragno implicito» del titolo è l'estensione di un'idea presente nelle Upanisad, per cui Dio sarebbe un ragno che produce il mondo intero a partire dall'interno del suo corpo. Per la Doniger il ragno invisibile nascosto dietro i miti, la fonte di tutte le storie, è «l'umanità condivisa, l'esperienza della vita comune, che fornisce il materiale per costruire la tela, la materia prima della narrativa, a innumerevoli tessitori umani, agli autori, compresi gli antropologi e i comparativisti che studiano l'uomo».

L'enfasi sull'esperienza della vita condivisa non è casuale. La Doniger è infatti molto attenta a evitare una seduttiva coppia di opposti, ovvero «la Scilla dell'universalismo e la Cariddi dell'essenzialismo culturale». Entrambi gli elementi hanno sgradevoli implicazioni politiche. Il primo suggerisce che tutti gli uomini (o tutte le donne) siano sempre uguali ed è, di conseguenza, affine agli stereotipi sessuali e sociali. Il secondo sostiene che diverse comunità, diverse società, perfino diverse razze siano fisse e immutabili nelle loro peculiari nature e genera l'orientalismo e il razzismo.

Invece di riconoscere i caratteri universali, dovremmo spiegare le somiglianze tra le storie chiamando in causa le esperienze umane condivise: i miti risponderebbero cioè a necessità che gli esseri umani condividono. Come appare subito chiaro, questo approccio porta pericolosamente vicini all'universalismo. Esperienze come la nascita e la maternità, a esempio, o la violenza maschile, tutte presenti nelle storie esaminate, possono essere indicate in modo corretto sia come "universali" sia come "condivise". La stessa Doniger nota questo particolare, quando scrive, quasi con nervosismo: «Ho spiegato che i grandi temi interculturali del mito non sono innati o "naturali" e che si tratta soltanto di risposte ampiamente diffuse a esperienze condivise che sono, in un certo senso, innate e naturali».

Soltanto risposte ampiamente diffuse, in un certo senso naturali: mentre ci inoltriamo in questo stretto passaggio roccioso, la Scilla dell'universalismo è molto vicina.

La scuola comparativista, come parte integrante del proprio lavoro, non si limita ad analizzare le storie che siamo soliti classificare come miti; la letteratura contemporanea è, per questi studiosi, altrettanto rilevante. Troviamo cosí analisi di testi come Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde, il cui protagonista sarebbe, in entrambe le sue forme, un omosessuale e «un esempio di una specie di narcisismo omoerotico estremo». Lo stesso romanzo sarebbe poi colpevole di orientalismo («Quando Hyde calpesta una bambina, viene per due volte definito uno Juggernaut», usando un termine attribuito anche a un'incarnazione del dio Vishnu in grado di eccitare a tal punto i suoi seguaci da spingerli a buttarsi sotto le ruote del suo carro). Scegliendo una lettura più plausibile, questa storia potrebbe essere, credo, meno legata al sesso o all'Oriente, e più al calvinismo, al concetto di tentazione e a quello di peccato originale. Anche nel Ritratto di Dorian Gray «l'orientalismo e il colonialismo sono palesi … nella presenza oppressiva di oggetti lussuosi, bottino di una permanenza in Oriente: porcellane, tappeti orientali, smeraldi e rubini indiani». Apparentemente sembra infatti che tutti questi beni («bottino») siano stati procurati senza pagarli. Anche i film poi invitano a compiere simili parallelismi; infatti «qualche volta le opere più recenti forniscono un materiale più ricco per questo tipo di studi».

Salman Rushdie, si legge in The Implied Spider, riceve consensi quando afferma, riferendosi a miti come quelli di Niobe, Aracne e Prometeo, che essi sembrano «un invito a non sfidare gli dèi (o, come pare sottinteso, le persone al potere) perché, se lo facciamo ci distruggeranno».

Ma, vogliamo dissentire, gli dèi non sono semplicemente una copertura per chi è al potere. Niobe, che insultò la madre di Apollo e Artemide, e venne punita con la perdita dei suoi figli, era a sua volta una regina, ed è stata proprio la sua posizione reale che l'ha spinta a essere impertinente con gli dèi. Il divino era davvero diverso e spesso, come si osserva in molti miti, sono proprio i potenti che tendono a dimenticarsi di questa profonda distinzione (come potremmo farlo noi, se fossimo nella loro posizione).

Ancora più sorprendente, spostandosi su una scala più vasta, è l'affermazione di Roberto Calasso, citata in The Implied Spider, per cui il mito includerebbe l'opposto delle azioni che narra: «L'eroe uccide il mostro, ma in quel gesto si percepisce che è vero anche l'opposto: il mostro uccide l'eroe».

Ora, questa può essere una fantasia stimolante, ma certo non si tratta di un'opinione da prendere in considerazione in una seria discussione sul mito. Non ci sono miti che io conosca in cui il mostro uccide l'eroe. Che razza di storia sarebbe? Il drago non può uccidere San Giorgio; Grendel non può uccidere Beowulf, e non può farlo neppure la sua tremenda madre; il Tiamat, terribile mostro babilonese, deve soccombere nella lotta con l'eroe Marduk; la facile scommessa è sulla vittoria di Ercole contro l'Idra e di Sigfrido contro Fáfnir e cosí via. I miti della Ricerca, un tema ricorrente molto importante, non terminano mai con l'eroe che se ne torna a casa, frustrato e a mani vuote («è vero anche l'opposto»). La possibilità della sconfitta deve esistere ma non può realmente verificarsi. E non possiamo neppure immaginare un mito come quello del giardino dell'Eden, in cui Dio impedisce agli uomini di mangiare un certo frutto ed essi, obbedienti, non lo mangiano e continuano a obbedire. Lo stesso Dio condividerebbe la nostra frustrazione.

La questione è stata argutamente ripresa da Ernest Bramah in "The Story of Hien and the Chief Examiner" (tratto da Kai Lung's Golden Hours, 1922). Il narratore Kai Lung, la cui abilità è quella di conoscere e poter raccontare una storia adatta a qualsiasi situazione, viene sfidato: «La sfida … prevede di trovare una storia da affiancare a quella del giovane presuntuoso che desidera ardentemente una donna di ceto molto superiore al suo. La differenza è tale da far sí che la donna, e chiunque assista ai rozzi tentativi di conquista del giovane, siano presi da un attacco incontrollabile di risa. Alla fine il giovane viene meritatamente ucciso da un diligente ufficiale il cui scopo manifesto è quello di conquistare la fanciulla».1

La storia che Kai Lung racconta in risposta a questa è, naturalmente, molto diversa e finisce bene per l'amante e in modo disastroso per il suo potente nemico. Ai molti che protestano l'imperturbabile narratore risponde: «In un simile contesto una cosa è domandare, un'altra è soddisfare le aspettative perché, come si dice, "nessun ago ha due punte". Le condizioni imposte dall'astuto Ming-Shu, lo sfidante, non valgono più perché sottintendono qualcosa di inesatto. In una storia d'amore narrata da un poeta o da un saggio le modeste speranze dell'amore virtuoso non portano mai a un triste finale e colui che le esprime non subirà mai un'ingiusta condanna. La richiesta non può dunque essere esaudita». 2

E qualcosa di simile vale anche per i miti nel loro complesso.

Uno dei principali scopi di entrambi i libri della Doniger è la possibilità di estrapolare dai miti le voci diverse da quella principale e, in particolare, le voci di donne («riportare le voci delle donne nei testi scritti da uomini»). La maggior parte dei testi giunti fino a noi sono probabilmente opera di uomini, ma questa caratteristica si può aggirare leggendo attentamente le vicende narrate e rivolgendo la nostra attenzione ai significati nascosti da scoprire nel testo. In ogni caso: «In una storia raccontata noi possiamo vedere contemporaneamente il punto di vista di una donna e quello di un uomo, non importa chi l'abbia narrata. L'autore di un mito è infatti la tradizione e non soltanto un uomo di sesso maschile e le tradizioni comprendono anche le donne».

Un tema discusso ma interessante, basato sulla possibilità di trascurare la cronologia, è l'utilizzo non soltanto dei testi più antichi per chiarire quelli più recenti ma anche, a esempio, di Shakespeare per capire meglio la Bibbia, invertendo in questa operazione la freccia del tempo. Un esempio sorprendente è l'episodio della Genesi in cui Giuda viene sedotto dalla nuora Tamar, che la Doniger confronta con la commedia di Shakespeare Tutto è bene quello che finisce bene. Questa analisi peraltro lascia il lettore un po' sconcertato.

Nel racconto biblico Tamar ha avuto la sfortuna di perdere il marito, il più anziano dei figli di Giuda, per mano di Dio. Il fratello del marito, Onan, viene dunque spinto a obbedire alla tradizione, prendendo il posto del fratello morto e allevando i propri figli come se fossero del defunto. Onan non accetta questa imposizione e «versa il seme a terra», dando cosí il suo nome, per estensione, alla pratica sessuale solitaria; dato che con questo comportamento offende Dio, anche Onan viene ucciso. Di fronte alla richiesta del suo terzo figlio come marito da parte di questa temibile moglie, Giuda, comprensibilmente, esita. Cosí Tamar decide di fare a modo suo, si traveste da prostituta e seduce Giuda, premurandosi di farsi donare un pegno che possa rappresentare una prova irrefutabile del loro incontro. A tempo debito, essendo incinta, la donna viene denunciata e minacciata di essere arsa sul rogo, ma Tamar è in grado di vendicarsi rivelando che l'uomo con cui si è unita non era altri che il patriarca. Giuda è cosí obbligato a perdonarla.

Nella commedia di Shakespeare il giovane gentiluomo Bertram si considera socialmente superiore rispetto alla sposa, Elena, figlia di un medico, che il re ha scelto per lui. Bertram parte per la guerra senza toccare la donna. Elena, travestita come una ragazza di cui Bertram si è invaghito, lo segue e riesce a unirsi al marito senza che egli si accorga dell'inganno. La Doniger propone quindi un'idea interessante: usare la commedia di Shakespeare per chiarire alcuni aspetti della storia narrata nella Genesi che non interessavano i rabbini e, di conseguenza, non compaiono nel testo biblico, in particolare riguardo ai sentimenti di Tamar. Leggendo Shakespeare, «possiamo immaginare che cosa possa aver provato una donna nella situazione di Tamar e sentire una voce di donna nella Bibbia che si pone questa domanda e viene zittita … Spero che gli studiosi della Bibbia un giorno arrivino a leggere Tutto è bene quello che finisce bene per proporre nuove analisi più approfondite della storia di Tamar».

Certo le due storie sono accomunate dal motivo dell'inganno a letto, ma questo non autorizza la Doniger ad affermare che «in entrambe le storie una donna rifiutata dal marito si traveste per unirsi a lui con le sembianze di un'altra». Le due storie sono profondamente diverse. Elena nella commedia di Shakespeare inganna il marito di cui è davvero innamorata e, cosí facendo, lo conquista per sempre. La storia di Tamar è molto più complessa e ha una connotazione locale molto più spinta. Tamar inganna il vecchio suocero e non il marito, per riuscire ad avere un figlio che, secondo la legge, appartiene al marito morto. Tutto è bene può offrire «una più approfondita comprensione della psicologia della donna rifiutata sessualmente» (anche se in realtà Elena non è molto esplicita su questo tema), ma un simile approfondimento è senza dubbio molto diverso da quello suggerito dalla storia di Tamar. Nel mondo di Shakespeare non esisteva il "levirato", l'obbligo imposto per tradizione di sostituire un fratello morto. Inoltre, per quanto riguarda Giuda, leggiamo: «Ed egli non ebbe più rapporti con lei». Tamar non cerca di trovare marito, infatti non ne trova uno. Anche l'amore poi resta fuori dalla vicenda biblica.

Un parallelo più riuscito con Tutto è bene potrebbe essere quello con la storia di Giacobbe e delle sue due mogli: egli desiderava Rachele, la sorella più giovane, e lavorò per averla; dopo sette anni di fatiche ottenne il permesso di coricarsi con lei, ma il mattino scoprí di essersi unito alla sorella maggiore, Lia. Questa è davvero una storia di rifiuto sessuale in senso proprio, visto che la povera Lia continua a essere "odiata" dal marito Giacobbe, anche se gli dona numerosi figli robusti; Lia e Rachele poi competono per conquistarsi l'affetto del patriarca (qui non manca il punto di vista femminile). La vicenda ricorda anche un'altra opera di Shakespeare, Misura per misura, nella quale Mariana, rifiutata e infelice per amore, si corica con Angelo al posto della donna che lui desidera davvero, la fredda Isabella, e riesce a conquistarlo e a sposarlo. Certo la narrazione biblica non entra nel merito dei sentimenti provati da Tamar, ma questo non ci autorizza a ipotizzarli con tanta sicurezza estrapolandoli da un'altra vicenda che si svolge in un contesto del tutto diverso.

Questo esempio illustra in modo chiaro la grande difficoltà che si incontra in simili comparazioni. Il problema emerge da sé: quando due storie si possono considerare la stessa storia? O anche: quando, e in che modo, si possono confrontare due vicende narrative? La Doniger si pone il problema ma, alla fine, è costretta ad ammettere che esiste un ampio margine di soggettività nella nostra scelta delle storie e delle modalità di studio. Ecco un altro esempio piuttosto approfondito: la storia di Adamo ed Eva e la Caduta dell'uomo. Nel nostro testo ci viene proposta quella che possiamo definire una «lettura alternativa» rispetto all'«interpretazione dominante»: «Altri racconti ripropongono il mito in modo diverso (una dea in forma di serpente che dona la vita e un albero che offre il frutto della conoscenza utile da cui deriva l'umanità). Questa lettura alternativa della Genesi non contempla una Caduta, ma un progresso associato all'uscita dall'Eden (luogo di ignoranza e limitazioni) verso il più vasto mondo».

Questa "lettura", occorre precisare, non proviene da un testo antico, anche se «spesso si dice (e si tratta in genere di femministe) che fosse diffusa anticamente nel Vicino Oriente insieme al testo biblico». Perfino il termine "utile" sembra essersi insinuato inopinatamente: la Genesi parla soltanto della conoscenza del bene e del male, qualcosa dunque di molto diverso.

Che cosa abbiamo allora? La domanda implicita è: di che cosa parla questa storia? La Doniger lo sa e la sua spiegazione può essere sintetizzata più o meno cosí: «Una donna e un serpente offrono a un uomo un frutto da mangiare, creato da una entità divina, che dona la conoscenza». Si tratta «di una storia inventata, una costruzione dotta che contiene gli elementi base dai quali possono essere estrapolate tutte le possibili varianti»; è, insomma, «una struttura neutra», «un mito privo di punti di vista prestabiliti». E ancora: «Questo mito ci rivela anche un grande segreto. Ci racconta che le donne e non gli uomini sono responsabili del cambiamento … che le donne e non gli uomini provvedono in origine al nutrimento».

Ancora una volta, quindi, siamo riusciti a cambiare in modo radicale il senso del testo che effettivamente ci è giunto, rendendolo più accettabile in un'ottica femminista. Ma qui c'è qualcosa di più, perché per la Doniger «una qualsiasi analisi interculturale deve essere abbastanza polivalente da ammettere la validità di tutte queste diverse interpretazioni», incluse, nel caso di Adamo ed Eva, non soltanto quelle che vedono Eva come una dea benefica, ma anche la spiritosa interpretazione di Mark Twain per cui Adamo vuole la mela semplicemente perché è vietata («l'errore è stato di non vietargli il serpente; perché in quel caso avrebbe mangiato il serpente») e anche la sfrontata poesia «scritta da Royall Tyler nel 1793», in cui il frutto corrisponde all'organo sessuale maschile ed Eva identifica la Morte e la Caduta con la detumescenza del suo partner.

Ma le obiezioni a questo approccio sono molte. Perché dovremmo pensare che la forma originaria del mito sia «neutra», priva di un insegnamento morale? Non è altrettanto plausibile che la storia sia stata inventata per rispondere ad alcune domande importanti? Perché dobbiamo lavorare? Perché proviamo vergogna? Perché le donne sono subordinate agli uomini? E, soprattutto, la più importante e terribile di tutte le domande: perché dobbiamo morire? Il mito esprime simili preoccupazioni dicendo che, naturalmente, in origine non eravamo obbligati a farlo, ma poi ci fu un cambiamento. E in questo cambiamento è fondamentale l'idea della disobbedienza, del peccato. Se eliminiamo il concetto di colpa non ci limitiamo a rimuovere un'aggiunta opzionale, ma perdiamo il punto fondamentale di tutta la questione.

«Il compito del mito non è specificatamente quello di moralizzare», afferma la Doniger in modo un po' oscuro; è infatti difficile capire perché una simile affermazione dovrebbe essere valida. In questa storia è ovviamente centrale l'idea che i nostri primi antenati abbiano perso, per colpa loro, la vita felice e immortale che era (deve essere stata) alla loro portata (e alla nostra). Di fronte a questo profondo dilemma della colpa, l'idea che «le donne e non gli uomini siano responsabili del cambiamento» sembra eccentrica (davvero le donne sono responsabili della maggior parte dei cambiamenti?) e anche strettamente legata al nostro tempo. È davvero giusto pensare che questa lettura avesse un qualche significato tremila anni fa?

E qui ci imbattiamo in un'altra difficoltà. Che cos'è infatti un mito? La Doniger incomincia con il dire, abbastanza ragionevolmente, che «tutti i miti sono storie, ma non tutte le storie sono miti». L'autrice prosegue poi con la seguente meditata asserzione: «Nel suo senso più chiaro e duraturo ciò che davvero è un mito è una storia considerata sacra e condivisa da un gruppo di persone che in esso trovano i più importanti significati, la storia … di … un evento che continua ad avere un significato nel presente proprio perché viene ricordato».

Questa definizione del mito è condivisibile, tuttavia non è chiaro come essa possa risultare compatibile con l'abitudine di attribuire al mito tutti i significati, proposti anche nelle parodie da scrittori satirici, i quali sono ben lontani dal voler prendere sul serio la storia originale. Perché lo scopo diventa a questo punto mantenere «ciascuna delle diverse visioni contrastanti in una tensione equilibrata, come elementi chimici che formano una sospensione piuttosto che una soluzione». Forse sarebbe più corretto affermare che gli antichi miti si possono anche interpretare in questo modo, ma soltanto se cessano di essere miti, qualsiasi significato si attribuisca alla parola mito. Considerati in quest'ottica i miti non saranno più sacri o importanti per un qualche gruppo di persone, ma costituiranno soltanto un insieme di storie più o meno interessanti, suggestive e divertenti.

Sarebbe forse stato meglio distinguere in modo più chiaro i miti da un lato e i temi ricorrenti dall'altro. L'inganno che Tamar tende a Giuda non è davvero lo stesso di Elena: i due miti sono diversi anche se utilizzano gli stessi temi (l'inganno del letto: l'uomo non sa quale donna ha accanto). Il tema può allora risultare comico o serio a seconda dei casi. Un'altra netta distinzione, che manca nell'analisi della Doniger, è quella tra un mito e un'opera letteraria da esso tratta o basata su quel mito. In versioni diverse di una storia possiamo cosí trovare differenti punti di vista: questo infatti è uno dei caratteri distintivi del lavoro ammirevole di un vero artista.

Nell'Iliade di Omero proviamo compassione per i troiani sconfitti e per le infelici mogli e madri dei guerrieri che combattono e muoiono per la gloria. Questa è in parte la ragione per cui continuiamo ad apprezzare il poema e a farci coinvolgere dalla sua lettura. Ma tutto ciò che vale per il poema omerico non si applica necessariamente ai miti su cui si basa. Ecuba, regina di Troia, maledice l'eroe Achille, che ha ucciso suo figlio; Penelope, nell'Odissea, maledice la guerra che le ha tenuto lontano il marito per vent'anni. In queste due grandi opere letterarie, senza alcun dubbio, sono presenti le voci degli oppressi e dei sofferenti, e non semplicemente perché mentre «Omero racconta l'Iliade dalla posizione vantaggiosa di un maschio bianco morto, [egli] permette a Tersite di illustrarci il lato nascosto della guerra di Troia».

Diversi punti di vista si possono trovare anche in opere meno grandi. Con scaltrezza la Doniger ci mostra come possiamo scoprire qualcosa del genere in scritti quali Les quinze joies de mariage, un testo satirico scritto nella Francia medievale, apparentemente intriso di misoginia, nel quale però le espressioni messe in bocca alle donne rivelano le loro rimostranze rispetto ai mariti che non le soddisfano. E lo stesso vale per il Kamasutra, dove l'immagine generale delle donne non è davvero più elevata. Ma questo tipo di analisi non ha nulla di specificatamente legato al mito: nessuna delle due opere è una storia mitica. La Doniger osserva: «È interessante notare che in entrambi i casi, nel testo francese e in quello indiano antico, possiamo scoprire significati ancora validi per noi semplicemente trascendendo, se non ignorando del tutto, il contesto originale e, di fatto, le motivazioni piuttosto ovvie dell'autore».

Una simile analisi vale senza dubbio anche per il mito, tuttavia, in questo caso, la Doniger sostiene di non trasformare la storia di Adamo ed Eva ignorando le ovvie intenzioni dell'autore originario, ma di svolgere in modo corretto la lettura comparativa, considerando tutte le interpretazioni, anche se recenti o frivole, come ugualmente valide.

Dovremmo in quest'ottica imitare nella nostra critica gli stessi miti indù: «Rifiutando di modificare i propri elementi costitutivi per costringerli in una sintesi, la mitologia indiana esalta l'idea di un universo infinitamente vario, in cui tutto accade nello stesso momento e in cui tutte le possibilità coesistono senza escludersi a vicenda … La varietà illimitata e la contraddizione sono eticamente e metafisicamente necessarie; è questo a costituire il fascino e la forza peculiare della visione del mondo indù».3

Questa affermazione è molto netta, tuttavia è accompagnata da due limitazioni che ci colpiscono. La Doniger infatti, quasi allarmata (almeno sembra) da questo punto di vista infinito, ne limita a sorpresa le applicazioni dicendo: «Ma ci sono limiti al pluralismo dell'interpretazione … è infatti possibile intendere in modo errato i miti e anche farne cattivo uso. Li interpretiamo in modo errato ogni volta che ignoriamo il contesto e le differenze e ne facciamo cattivo uso adottando un'ottica postcolonialista. Possiamo dunque ignorare alcune interpretazioni ma ne rimane ancora più d'una».

Questa affermazione appare criptica e non ha seguito. Dopo tutto, non dovrebbe esserci una totale libertà di interpretazione? Si tratta soltanto di interpretazioni che risultano in qualche modo proibite in un'ottica colonialista? E perché?

La seconda limitazione è più seria. Non è facile mettere insieme l'apprezzamento di una varietà completa e globale di interpretazioni con un'altra volontà fortemente espressa, ossia l'impiego della conoscenza dei miti per precisi fini politici. Nel lavoro della Doniger c'è un progetto, l'autrice vuole infatti essere multiculturale, femminista e contraria a un'ottica colonialista. «La comparazione interculturale dei miti», scrive, «è davvero possibile, nonché plausibile sul piano intellettuale e politicamente produttiva». Lo strutturalismo in verità è stato criticato in quanto non politicizzato. Ma la Doniger pensa che lo strutturalismo debba nuovamente affrontare i temi dell'«autorità e del sovvertimento» e addentrarsi in «territori politici, teologici ed etici». «La comparazione dei miti provenienti da altre culture allarga la nostra visione politica», e «i testi indù … sfidano la nostra concezione dell'identità sessuale», e cosí via. Ma a dire il vero qui incontriamo un punto debole. Quale visione politica deve essere ampliata? Non quella degli illuminati accademici negli istituti di ricerca anglofoni. Quali sono le idee sul genere che vengono messe in discussione? Non quelle della professoressa Doniger, ma quelle di tutti noi, sessisti ed essenzialisti come siamo (o come si ritiene che siamo).

Potremmo ora chiederci quale sarebbe la conseguenza, in termini politici, del credere a miti che presentano visioni opposte come simultaneamente vere. Se davvero prendessimo sul serio un'idea simile, essa non stimolerebbe in noi alcun tipo di coinvolgimento nel cambiamento politico (e neppure ci farebbe desiderare che ci sia un cambiamento). Se l'autorità assoluta e quella popolare saranno considerate ugualmente valide, se la parità dei sessi non è un ideale più di quanto lo sia la misoginia che, inutile negarlo, pullula superficialmente in molti di questi miti, se la vita stessa diventa simultaneamente reale e illusoria (questi miti «ci stimolano allo stesso tempo a considerare le nostre vite reali e irreali»), allora quale può essere il significato del progresso o anche del cambiamento?

Questa potrebbe essere una critica un po' capziosa. Sappiamo, dopo tutto, che quando affermiamo che qualcosa è "liberatorio" non intendiamo che libererà noi: siamo già liberi (o comunque non dovremmo essere tanto affamati di libertà). "Sconvolgente", "provocatorio", "sovversivo": quando usiamo questi termini familiari non significa che noi dobbiamo esserne turbati.

Ma parlando seriamente: è davvero strano, in due libri dedicati alla mitologia indiana e al salutare potere che essa dovrebbe avere in quanto capace di liberare la gente da stereotipi vecchi e comunemente accettati, non trovare nemmeno una parola sul fatto che queste storie (o altre) debbano essere usate per sovvertire, o minacciare, o anche solo per mettere in dubbio, quella che forse è la più grande crudeltà del mondo moderno: il sistema delle caste diffuso in India. In questo caso siamo davvero di fronte a un insieme di idee che corrispondono agli stereotipi dell'Altro. E, tuttavia, la Doniger scrive, i miti indiani «ci insegnano» – a noi, questa volta, non a loro: ai liberali anglofoni, non al popolo che ha prodotto questi miti – che il vero problema è la non-discriminazione razziale, la voluta incapacità di discriminare tra due diversi membri di un'altra razza, la tendenza di considerarli tutti come copie uno dell'altro.

Ma il sistema delle caste sostiene precisamente che tutti i membri di una data casta sono indistinguibili: un intoccabile semplicemente è un intoccabile, e deve essere trattato come tale. Il sistema rifletterà questa idea con forza, e spesso con la morte. Non è possibile che i "colonialisti" dell'Occidente abbiano ancora qualcosa da insegnare all'Oriente, che l'illuminazione non si muova soltanto in una direzione? Oppure è soltanto una delle interpretazioni da non considerare?

(Traduzione di Allegra Panini)

1 . E. Bramah, Kai Lung's Golden Hours, Mineola NY, Dover Publications, 2009 (1a ed. 1922), p. 161.

2 . Ivi, p. 182.

3 . W. Doniger, Siva. L'asceta erotico, Milano, Adelphi, 1997 (ed. orig. 1973), p. 410.


JASPER GRIFFIN iè stato docente di Lettere classiche al Balliol College di Oxford. Tra i suoi libri tradotti in italiano: Omero (Dall'Oglio, 1982); Storia del mondo classico (con John Boardman e Oswyn Murray, Lucarini, 1991); e Snob (Adelphi, 1993).

 
-
-
Home - Sommario - Annunci - Libreria - Calendario

La Rivista dei Libri s.r.l. - www.larivistadeilibri.it - Capitale sociale euro 10.400 - Redazione: via de' Lamberti 1, 50123 Firenze (tel: 055/219624 - fax 055/295427) - Sede legale: viale Gramsci 19, 50121 Firenze - Registro delle Imprese di Firenze n. 55832/2001 - R.E.A. di Firenze n. 435393 - Codice fiscale10226220159 - Partita IVA 05146730485.