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Democrazia ed eccezionalismo
GIANFRANCO PASQUINO

SEYMOUR M. LIPSET, Istituzioni, partiti, società civile, a cura di Leonardo Morlino, trad. di Brunella Cocchi e Francesco Margiocco, Bologna, Il Mulino, pp. 508, €45,00

Sia le caratteristiche concrete della vasta categoria che include i regimi democratici sia la specificità del sistema politico degli Stati Uniti hanno ricevuto enorme attenzione nel corso del tempo. Questa attenzione è persino cresciuta dopo il memorabile 1989, grazie all'ampliamento del numero delle democrazie reali. Anche per questo ampliamento il problema di che cosa sia effettivamente un regime democratico, di come emerga, funzioni e si trasformi continua ad attirare l'interesse degli studiosi e a costituire oggetto di controversie. Pure se, personalmente, trovo alquanto snob tutte le affermazioni perentorie sulla crisi della democrazia, sul suo tramonto, e addirittura sulla sua impossibilità, è fuori dubbio che a queste affermazioni bisogna sapere rispondere, magari richiedendo anzitutto un minimo di precisione a coloro che dichiarano la crisi della democrazia: di tutte le democrazie, del concetto stesso di democrazia (ma, allora, di quale concetto si parla?) e per quali ragioni si dà per accertata la sua impossibilità? Sono in crisi le istituzioni, le procedure, le regole della democrazia? Oppure è in crisi l'idea/ideologia della democrazia, e a fronte di quali sfidanti, forse del fondamentalismo? Sono in crisi le democrazie reali? Soltanto un paio di anni fa erano gli USA l'obiettivo persin troppo facile di chi voleva dichiarare il fallimento della democrazia. L'elezione di Obama ha cambiato totalmente la prospettiva. Tuttavia, visto che la democrazia non può essere né distrutta da un solo uomo (Bush) né rinascere solo grazie a un altro uomo (Obama), una riflessione più approfondita dovrebbe sicuramente guardare alla cultura politica dei cittadini e delle élite politiche, oltre che alle istituzioni, procedure e regole. Infine, esiste un interrogativo, anch'esso antico, sui rapporti che intercorrono fra democrazia e capitalismo. Sappiamo molte cose su questi rapporti, ma non è (mai) detta l'ultima parola. Sarebbe indispensabile una prospettiva dinamica, vale a dire capace di seguire e monitorare le trasformazioni della democrazia insieme a quelle del capitalismo. Sappiamo anche che nei paesi anglosassoni, a cominciare da Gran Bretagna e USA, la democrazia nacque prima del capitalismo e ne accompagnò lo sviluppo senza mai esserne schiacciata.

Potremmo sostenere, come fa Lipset, che il capitalismo è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la comparsa (e la prosperità) delle democrazie. In realtà, il capitalismo è, tecnicamente, un sistema economico che sopravvive alla grande nei regimi autoritari. Non mi spingerei a sostenere che il capitalismo sopravvive e prospera anche nei regimi totalitari – nazismo, stalinismo, maoismo – definendoli come sistemi capitalistici di Stato. Semmai, nel nazismo sono sopravvissuti i capitalisti, ma l'economia era pianificata. Nell'URSS e in Cina, i manager di Stato non sono effettivamente capitalisti, ma pianificatori (e, spesso, profittatori). Naturalmente, è possibile pensare che lo sviluppo economico, più o meno capitalistico, produrrà tensioni anche nella sfera politica. Alla eventuale competizione economica, fra manager e imprese, farà seguito la competizione politica, fra dirigenti e fazioni economiche, fino alla nascita di partiti alternativi. Queste osservazioni, apparentemente sparse, nascono dalla lettura dei saggi di uno dei più importanti sociologi politici americani del dopoguerra.

Seymour Martin Lipset (1922-2006) ha avuto una vita lunga e produttiva, insegnando nelle migliori università americane e dando un contributo di grande rilievo all'analisi della democrazia, dei suoi protagonisti e dei suoi nemici. I saggi scelti, raccolti e prefati da Leonardo Morlino nel volume Istituzioni, partiti, società civile, sono sicuramente fruibili anche da un pubblico di non specialisti. A cinquant'anni dalla pubblicazione de L'uomo e la politica,1 tutte le questioni sollevate, ma anche analizzate, da Lipset conservano la loro rilevanza. D'altronde, è il discorso sulla democrazia che rimane aperto. Il punto di partenza di Lipset consistette nel tentativo di trovare qualche dato empirico a sostegno della tesi che esiste un collegamento fra alcune condizioni (forse, addirittura, requisiti) socioeconomiche e la comparsa e la durata dei regimi democratici. All'inizio, in verità, Lipset non si spinse fino a sostenere che giunti a un determinato livello di sviluppo quattro requisiti socioeconomici "causano" la comparsa della democrazia e la alimentano: grado di urbanizzazione, livello di industrializzazione, grado di istruzione, reddito pro-capite. Questi quattro fattori potrebbero costituire soltanto dei fattori facilitanti la comparsa di una democrazia. Oppure, potrebbero addirittura essere il prodotto stesso della democrazia. Oggi, cinquant'anni dopo, ne sappiamo di più e possiamo sostenere, in parte integrando in parte correggendo la spiegazione di Lipset, che un determinato, ancorché incerto, livello quantitativo di quei fattori è indispensabile affinché faccia la sua comparsa la possibilità di costruire istituzioni, procedure, regole democratiche che, a loro volta, contribuiscono alla possibilità di ulteriore sviluppo socioeconomico. Tuttavia, Lipset mise rapidamente in guardia dal credere che la democrazia potesse considerarsi consolidata in assenza di una cultura politica fatta di atteggiamenti di tolleranza, di accettazione del dissenso, di critica dei governanti.

In uno dei suoi saggi più controversi, spostò la sua attenzione su quello che definí l'autoritarismo della classe operaia. A mio parere, la spiegazione di Lipset rimane largamente insoddisfacente anche se gli interrogativi da lui sollevati continuano a essere rilevanti. I fattori che, secondo Lipset, alimentano «le tendenze autoritarie degli individui appartenenti ai ceti più bassi», dunque, non soltanto «della classe operaia», sono: «il basso livello di istruzione, la scarsa partecipazione alla vita di organismi politici o di associazioni volontarie di qualsiasi tipo, le poche letture, l'isolamento derivante dal tipo di attività svolta, l'insicurezza economica e l'impronta autoritaria della vita familiare». Probabilmente, anche per reazione ai famosi studi di Theodor Adorno sulla «personalità autoritaria», Lipset va alla ricerca delle condizioni sociali dell'autoritarismo. Tutti quei fattori, a esempio, non si attagliano affatto alla classe operaia, quando è organizzata in sindacati e in partiti, e quando i suoi componenti condividono una subcultura di appartenenza a una comunità orgogliosa del proprio lavoro e hanno notevole specializzazione sul posto di lavoro. Anche le conclusioni di Lipset sembrano il prodotto dei tempi (metà anni Cinquanta): «L'autoritarismo della classe operaia dal punto di vista politico si sostanzia nel comunismo, e in misura minore nel peronismo, cosí come l'autoritarismo della classe media coincide con il fascismo». Ardito è il paragone fra un indifferenziato comunismo e il peronismo, mentre non del tutto corretto è il riferimento a una indifferenziata classe media come portatrice di un autoritarismo che sfocia nel fascismo. Già allora Lipset avrebbe dovuto imparare di più da un autore come Gino Germani, che conosceva personalmente. Non è tanto la classe media che si orienta al fascismo quanto la piccola borghesia, e non per ragioni culturali, ma per «panico di status», a fronte di un'avanzata della classe operaia organizzata.

Anche su un'altra tematica assurta a enorme rilevanza nell'ultimo ventennio, il rapporto fra confessione religiosa e democrazia, le prime generalizzazioni di Lipset non sembrano tenere più. È vero che sono state le diverse e numerose varietà del protestantesimo a fornire il primo impulso alla democratizzazione. L'indispensabile tolleranza fra diverse letture e pratiche del pensiero religioso quasi impose altrettanta tolleranza per le opinioni politiche. In seguito, però, anche per altre religioni si produsse un accomodamento con la democrazia. Lipset si affida all'opinione di altri studiosi quando deve affrontare la problematica più spinosa relativa ai rapporti fra Islam e democrazia. Ne esce, in maniera non del tutto convincente, sostenendo che «i musulmani possono non evocare la democrazia per loro conto, ma dopo averla sperimentata (attraverso il prestito o l'imposizione) essi la troveranno altamente compatibile con le loro tradizioni». Nel frattempo, abbiamo anche assistito proprio negli USA a una tumultuosa ondata reazionaria di alcuni settori del protestantesimo. Insomma, né i rapporti del capitalismo con la democrazia né quelli delle religioni monocratiche con la democrazia sembrano risolti definitivamente a favore della democrazia.

Nella sua densa introduzione, Leonardo Morlino cita opportunamente una frase programmatica di Lipset: «Coloro che conoscono solamente un paese non conoscono alcun paese». È una frase che con tutta probabilità non verrebbe condivisa e ancora meno apprezzata dagli storici, anche se il meglio della storia contemporanea è oramai opera di comparatisti. In modo non dissimile, sono numerosissimi gli scienziati politici americani che, pur occupandosi esclusivamente degli USA, hanno dato contributi di rilievo allo studio e alla conoscenza della politica. Tuttavia, per rimanere su un piano molto colto, si potrebbe, e forse si dovrebbe, ricordare che il singolo studio più influente degli Stati Uniti, società e politica, è il famosissimo libro del giovane aristocratico francese Alexis de Tocqueville, vecchio di quasi duecento anni. Ed è, almeno in apparenza, lo studio di un caso. In realtà, Tocqueville conduce una comparazione implicita fra la democrazia in America, che vedeva e cercava di capire, e quel che c'era allora di democrazia in Francia. Pertanto, era stupito da fenomeni quali la famosa propensione e capacità degli americani di "associarsi", quando c'è un problema da risolvere, a fronte della propensione dei francesi a protestare pretendendo l'intervento delle autorità, dello Stato. Tecnicamente, l'analisi di Tocqueville era lo studio di un caso deviante condotto con l'osservazione partecipante. Il cosiddetto "eccezionalismo" degli USA trova riscontro preciso in molto di quello che Tocqueville osserva, riporta, spiega. Per approfondire la tematica dell'eccezionalismo, però, Lipset ritiene che sia utile non soltanto conoscere approfonditamente il caso degli USA e l'evoluzione della sua democrazia, ma anche andare alla ricerca di riscontri concreti con riferimento ad altre democrazie.

The First New Nation: The United States in Historical and Comparative Perspective (1963)2 è un libro dai molti pregi. Anzitutto, si inserisce in maniera originale in un filone contemporaneo di studi sullo sviluppo politico che aveva sostanzialmente tralasciato l'analisi dei sistemi politici occidentali già diventati democrazie, e che pretendeva di dettare la strada ai paesi in via di sviluppo, quasi come se esistesse un unico modello. Mettendo in evidenza le caratteristiche eccezionali degli USA, da intendersi non come «straordinariamente positive», ma come «irripetibili» e «inimitabili», Lipset metteva in guardia dalla tentazione di indicare, suggerire, prendere a prestito, imporre modelli. La sua analisi del caso statunitense è comparata nella prospettiva ed è storica nella profondità. Rispetto ad alcune analisi di una trentina di anni fa e alla maggior parte delle analisi dei dieci anni più recenti, presenta due apprezzabili differenze. Da un lato, Lipset evita accuratamente di affidarsi anima e corpo alle cosiddette "basi di dati" (allora certamente poche, ma già disponibili) e di buttare dati in un computer nell'aspettativa di qualche illuminazione. Dall'altro, non si limita a quello che oggi andrebbe sotto il nome di "narrativa" ovvero un racconto dettagliato dello sviluppo, in questo caso, degli USA, che nelle attese, raramente esaudite, dovrebbe produrre sia una spiegazione convincente sia altre ipotesi, come si dice, euristiche. Insomma, che cos'è questo eccezionalismo?

In Italia si è spesso usato il termine "anomalia" per definire il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica (quanto anomalo sia anche quello della cosiddetta Seconda Repubblica è tutto da verificare e spiegare) e il suo funzionamento. A seconda delle prospettive, l'anomalia italiana era positiva (per i comunisti e per molti democristiani), negativa per chi guardava con favore alle democrazie europee dotate di alternanza. Gli "eccezionalisti" americani hanno interpretato il ruolo del loro paese come se fosse una missione quasi religiosa: mostrarsi migliori degli altri e qualche volta mostrare la strada agli altri. Lipset non si lascia tentare dallo spirito missionario, ma, da scienziato sociale competente, intraprende una comparazione con i casi più simili, ovvero fra gli USA e le democrazie occidentali. Avrebbe potuto impegnarsi in una comparazione con i sistemi politici latinoamericani (anche su un aspetto tutt'altro che marginale, vale a dire il presidenzialismo), tutti caratterizzati da forme di governo presidenziali. Indirettamente, in verità, quella comparazione esisteva già nei suoi studi sui requisiti socioeconomici delle democrazie. Alla fine degli anni Cinquanta nessun sistema politico latinoamericano aveva raggiunto quei livelli di sviluppo e, nel migliore dei casi, alcuni di loro si collocavano fra le democrazie instabili. Naturalmente, Lipset sapeva che quel tipo di spiegazione non poteva essere utilizzata nella comparazione fra gli Stati Uniti e le altre democrazie consolidate, tutte ovviamente andate molto oltre i requisiti socioeconomici minimi. Avrebbe forse potuto sottolineare l'eccezionalismo della forma di governo presidenziale, essendo tutte le altre democrazie consolidate forme di governo parlamentare.

Preferisce invece guardare a tre elementi. Il primo è in senso lato culturale e, d'accordo con Samuel Huntington (altro grande comparatista, nonché studioso di "eccezionalismo" americano, scomparso poco più di un anno fa), avrebbe potuto definirlo come il "credo" americano. Si tratta dei valori di fondo che riguardano gli atteggiamenti, le convinzioni, le aspettative degli americani per quel che concerne i rapporti cittadini/Stato: che cosa e quanto è possibile chiedere allo Stato e che cosa e quanto lo Stato deve dare ai cittadini? Sulla scorta di un numero molto elevato di studi, Lipset nota la «peculiarità della concezione americana degli affari pubblici», «l'estrema importanza data all'individualismo, alla diffidenza nei confronti dell'autorità centrale», la «forte preferenza per le politiche pubbliche che promuovono l'uguaglianza di opportunità piuttosto che l'uguaglianza di reddito» (corsivi miei). Infatti, non casualmente, gli Stati Uniti sono la democrazia occidentale con il più alto livello di diseguaglianze economiche, addirittura aumentate nell'ultimo ventennio, fra i ceti più ricchi e quelli più poveri, nonché con un numero molto elevato di persone che vivono in povertà. Lipset mette anche in discussione un altro vanto dell'eccezionalismo americano, ovvero sostiene, sempre facendo riferimento a una pluralità di fonti e di dati, che non è vero che negli USA vi sia un grado di mobilità sociale superiore a quello di molte altre democrazie europee. Se qualcosa è cambiato nelle componenti culturali, si potrebbe sostenere che è avvenuto piuttosto sul versante europeo, diventato più individualista e meno statalista, che su quello dell'altra sponda dell'Atlantico. Il secondo elemento di eccezionalismo riguarda proprio le politiche pubbliche, in particolare la natura e l'estensione del welfare. Giungono a puntino l'intenso dibattito e l'aspro scontro sulla creazione di un sistema sanitario nazionale, straordinariamente tardivo rispetto a tutte, proprio tutte, le democrazie occidentali e alla fine ancora distante in termini di copertura effettiva e di protezione dei cittadini americani, noi diremmo di "universalità". Il fatto che non soltanto i repubblicani, ma persino qualche democratico si sia opposto al piano del presidente Obama significa che il credo dell'individualismo e la ripulsa dello Stato sono ancora vivi e forti.

Il terzo elemento di eccezionalismo americano ha una lunga, nobile e importante storia che comincia in Europa quando alcuni economisti e sociologi tedeschi si chiesero perché negli Stati Uniti non avesse fatto la sua comparsa, dopo un secolo di imponenti trasformazioni economiche e di impetuosa industrializzazione, un partito socialista. Di nuovo, la situazione non è cambiata neppure nel secolo successivo, il XX. Esiste un partito socialista in tutti i sistemi politici europei, tranne che in Italia (l'anomalia è nuovamente servita!) e praticamente in tutti i regimi democratici competitivi (tranne che in Argentina e pochissimi altri casi minori), ma non negli Stati Uniti. Naturalmente, si potrebbe sostenere che il tempo del socialismo, ideologia e pratica ottocentesca, è passato, ma non sarebbe una risposta convincente, alla luce dell'esistenza di una Internazionale Socialista di cui fanno parte più di cento partiti al mondo, molti dei quali al governo nei loro paesi, e comunque non spiegherebbe, per l'appunto, il passato negli Stati Uniti. La risposta di Lipset si muove lungo due direzioni. Da un lato, nota come, in verità, nel periodo fra il 1860 e il 1930 circa, sia effettivamente esistito un forte e combattivo movimento sindacale e parecchi candidati socialisti abbiano vinto cariche elettive locali. Ci fu anche per tre o quattro elezioni presidenziali la candidatura di un socialista. Dall'altro, Lipset sottolinea che il socialismo europeo sta cambiando, diventando meno socialista e – ma il punto mi pare decisamente poco convincente – più vicino in termini di politiche a quanto spesso proclamano e fanno i democratici americani. Per i cultori raffinati di queste dinamiche, ricorderò il tentativo di coordinamento nell'ambito di un Ulivo mondiale al quale parteciparono alla fine degli anni Novanta Clinton e Prodi, oltreché D'Alema, Veltroni, SchrÎder. Non ebbe, oserei dire, comprensibilmente, nessun seguito. Nel frattempo, i sindacati USA sembrano confinati in un ruolo marginale, politicamente, socialmente ed economicamente.

Ricordando l'esistenza di due fattori di notevolissimo peso, vale a dire la rapidissima estensione del suffragio a tutti gli uomini fin dall'inizio del 1800, che impedí a un possibile partito socialista di farsi le ossa mobilitando i lavoratori per conseguire il diritto di voto, e la natura del sistema elettorale maggioritario in collegi uninominali che rende la vita difficilissima ai terzi partiti, Lipset ha finito per dare la sua preferenza alla spiegazione culturale per l'assenza di un partito socialista negli Stati Uniti. Quanto al futuro, anche se il capitolo del libro in esame si intitola "La fine dell'eccezionalismo americano", l'impressione è che Lipset non sia giunto a una conclusione definitiva. Infatti, da un lato, scrive che «le conseguenze del fallimento del socialismo negli Stati Uniti continuano a plasmare il presente»; dall'altro, sostiene che «come i partiti socialdemocratici e la generalità dei paesi si muovono per andare verso il libero mercato, cosí ci si potrebbe aspettare che anche il gap politico esistente tra gli Stati Uniti e le altre democrazie occidentali potesse colmarsi». È mia opinione che gli USA continuino a rimanere "eccezionali", aggettivo che non significa migliori, ma notevolmente differenti dal resto delle democrazie occidentali, e non soltanto, come sostiene Lipset, per la mancanza, rispetto all'Europa, di un partito dei verdi, peraltro surrogato da ambientalisti che combattono non poche battaglie. È l'assenza di un partito socialista a risultare negativamente responsabile per un fenomeno che qualsiasi nuovo Tocqueville in visita alla democrazia americana non potrebbe fare a meno di rilevare e di ritenere politicamente preoccupante. Su molte tematiche lo spazio della discussione e della formulazione di alternative è negli USA significativamente più ristretto rispetto a tutte le democrazie occidentali. Infine, quando si utilizza l'Indice di Sviluppo Umano, elaborato dalle Nazioni Unite, gli USA si trovano sempre collocati piuttosto al di sotto di tutte le democrazie scandinave e anche del Canada, paese ugualmente studiato da Lipset. Se ne può concludere che il persistente eccezionalismo USA appare, nei suoi versanti sia positivi sia negativi, tanto problematico quanto tuttora reale.

1 . S.M. Lipset, L'uomo e la politica. Le basi sociali della politica, Milano, Edizioni di Comunità, 1963 (ed. orig. Political Man, 1960).

2 . S.M. Lipset, The First New Nation. The United States in Historical and Comparative Perspective, New York, Basic Books, 1963.


GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica nell'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. È autore di Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a ed.); e Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2009, 6» ed., anche in rete: <www.scriptaweb.it>). Ha curato, con Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese (Il Mulino, 2010); e scritto Le parole della politica (Il Mulino, 2010)

 
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