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La natura del genio
MICHELA NACCI
MALCOLM GLADWELL, Fuoriclasse. Storia naturale del successo, trad. di Elisabetta
Valdré, Milano, Mondadori, pp. 247, €18,50
Se di qualcuno si afferma "Che genio!", generalmente non si ha bisogno di spiegare
in che senso si sta usando il termine "genio". Anche se il suo significato resta oscuro
o almeno in parte indeterminato, non verrebbe in mente a nessuno di chiederne una specificazione.
"Genio" è uno di quei termini tautologici che rimandano automaticamente a se
stessi. Si potrebbe spiegare, infatti, che "genio" è quella «eccezionale
e irripetibile capacità inventiva e interpretativa dello spirito umano, che si manifesta
in determinati individui» (come fa, a esempio, il Dizionario della lingua italiana
di Devoto e Oli), limitandoci cosí solo a spostare il problema sulla genialità. Se
poi andiamo a vedere la definizione di "genialità" nello stesso dizionario,
troveremo che è un'«inventività felice e inattesa». E cosí
siamo punto e accapo. Ma abbiamo almeno stabilito che con il genio hanno a che fare l'inventiva
e un quid più misterioso e definibile con difficoltà che probabilmente costituisce
l'essenza ultima del genio e ha a che fare con quei due aggettivi cosí caratteristici
impiegati nelle definizioni che abbiamo trovato: «irripetibile» e «felice».
Non solo: un altro elemento essenziale è che le qualità che rendono geniali sono eccezionali,
cioè del tutto al di sopra della media.
Questi, di fatto, sono i modi con i quali è sempre stato percepito il genio: in primo luogo
possedere doti straordinarie e pressoché uniche (la definizione da noi letta dà
per certo che siano proprio uniche) e, in secondo luogo, essere diverso da tutti i comuni mortali
(che si definiscono comuni per raffronto con lui) per la sua incomparabile superiorità.
Con in più quell'elemento specifico di facilità nella quale verrebbe da tradurre
il «felice» del Devoto e Oli: il genio non fa fatica a fare quel che fa, gli viene naturale
e anzi lo fa con gioia. Il fatto che del genio non si riescano a dare se non spiegazioni circolari,
e cioè autoreferenziali, non sembra essere solo un fenomeno del nostro tempo.
Tipica del nostro tempo è invece la banalizzazione e detronizzazione del genio. Il termine
viene usato a sproposito (per indicare una grande abilità in un campo di nessuna importanza)
o in modo ironico a indicare il contrario, ossia una particolare mancanza di destrezza e acume,
mascherata talvolta dall'autoconvincimento di essere molto in gamba. Basti pensare all'espressione
di uso comune "essere un genio incompreso" nella quale la convinzione di essere un genio,
e di non essere riconosciuto tale solo a causa dell'incapacità altrui, serve a presentare
in modo comico chi possieda quella convinzione. Naturale che oggi il genio sia banalizzato, detronizzato,
usato in senso ironico, se solo ci si pensa: come potrebbe un'epoca di democrazia conclamata
trovare spazio per un elemento cosí antidemocratico qual è il genio? In effetti, fin
dalle prime riflessioni suscitate dalla democrazia, il problema del genio (della sua rarefazione
e scomparsa) si trova collegato con l'affermarsi della democrazia. In quella classica opera
sulla democrazia nascente che è De la démocratie en Amérique di Tocqueville,
meditando sui vantaggi e gli svantaggi dell'assetto politico e sociale che si afferma negli
Stati Uniti, l'autore si chiede se l'ambiente democratico non finirà per indebolire
e alla fine estinguere la vita delle idee. Eguaglianza di tutti e superiorità intellettuale
di alcuni sembrano in contrasto irrimediabile. Di più: si teme che la democrazia crei un clima
spirituale tale da scoraggiare e rendere impossibile la vita dell'intellettuale, dello
scienziato, dell'artista.
Che mestiere fa il genio nell'Ottocento che è epoca di geni? Quando nel 1841 Carlyle
scrive On Heroes, Heroeship and Heroes in History, gli eroi che descrive sono geni dello
spirito e, in parte, dell'azione. Sono poeti, profeti, uomini politici. Nei suoi eroi cosí
individuati è lecito vedere un'incarnazione del genio, del quale quelli possiedono
tutte le caratteristiche, unite alla inconsapevolezza delle loro qualità: il genio,
per Carlyle, è inconscio. Di geni-eroi l'Ottocento ne annovera un buon numero: dal
rivoluzionario di Herzen all'unico di Stirner, dal Génie du Christianisme
di Chateaubriand ai numerosi esempi di artista prima romantico e poi decadente, dagli eroi in carne
e ossa come Mazzini o Garibaldi agli eroi della conoscenza come gli scienziati capaci di mettere
a rischio la propria vita pur di assicurare le loro scoperte all'umanità. Che mestiere
fa il genio a inizio Novecento? Nel 1901 esce una biografia di Leonardo da Vinci opera del russo Dmitrij
MereÏkovskij che ha un successo enorme. Qui Leonardo rappresenta il genio per eccellenza.
Difficile definire il settore nel quale opera, visto che si tratta di un genio universale: Leonardo,
infatti, è geometra, architetto, poeta, ingegnere, matematico, fisico, pittore. Nell'epoca
della specializzazione sempre maggiore, genio è proprio chi si sottrae a essere limitato
in un settore sempre più piccolo della conoscenza. È impossibile che un grande esperto
in un solo settore venga definito genio. Cosí come anche chi ha una creatività notevole,
a esempio Robert Oppenheimer, non risulta essere un genio dal momento che ha applicato la sua creatività
alla distruzione e al male (anche se era a fin di bene). Pertanto l'inventore della bomba atomica
non viene definito genio malgrado abbia fatto una scoperta geniale. Casomai potrebbe essere un
genio del male: ma non lo è dal momento che le sue intenzioni erano buone, a differenza della
malvagità intenzionale che deve caratterizzare il comportamento di chi eccelle in cattiveria.
Quando ho detto che oggi il genio è meno presente di un tempo, ho detto qualcosa di inesatto.
Il romanzo di MereÏkovskij si ristampa ancora, anche nel nostro paese, e in collane ad alta
tiratura. Si sprecano mostre e volumi su Leonardo, nei quali si fa riferimento a questo personaggio
(nel quale la leggenda ha la tendenza a prendere il sopravvento sulla realtà, tanto da ostacolare
anche gli studi sulla sua opera) come a un genio indiscusso. Anzi, il prototipo del genio. Al contrario
di questa permanenza, si può notare che quelli che erano geni per Carlyle sono scomparsi completamente
dal nostro panorama: né poeti né profeti né tantomeno uomini politici ai giorni
nostri incarnano più gli esempi dell'essere eccezionale che surclassa tutti gli altri
in una o molte discipline. Intendiamoci, è una scomparsa abbastanza recente: fino a qualche
decennio fa, nel nostro paese, il genio ha avuto ampio spazio e buon successo di pubblico. Erano
i tempi in cui si celebrava il genio italico e insieme la genialità del duce degli italiani.
Il 19 maggio 1940 una celebrazione a opera della Società "Dante Alighieri"
del genio italiano nel mondo parlava dell'«esercito di scienziati, poeti, esploratori,
generali, musicisti, architetti, attori, pittori, scultori, che "quest'Itala gente
dalle molte vite" dette alla umanità». E subito passava a citare Leonardo,
«uno dei geni universali, di cui solo la nostra stirpe è stata prodiga». Tutto
questo, in fondo, è stato toccato molto poco dalla caduta del fascismo ed è giunto senza
fratture fino agli anni Sessanta, quando il Sessantotto, con la sua modernizzazione irriverente,
ha fatto piazza pulita della retorica nazionalista. Fino a quel momento i sussidiari scolastici
erano intitolati spesso e volentieri al genio italiano: da Genio e lavoro. Letture per i corsi
d'avviamento professionale e per le scuole popolari serali e festive. Con l'aggiunta
della Carta del lavoro (Torino, Paravia, 1933) di Felice Casale a Genio italico. Profili
biografici dei maggiori ingegni italiani e dei principali viaggiatori dal Medio Evo ai giorni
nostri. Ad uso delle scuole tecniche (Milano, Mariani, 1948) di Gino Saviotti, che passa indenne
dall'originario 1937 alla Repubblica fondata sull'antifascismo.
Se facciamo un passo indietro prima del ventennio fascista, troviamo un'altra epoca
che sul genio imbastisce una riflessione a tutto campo fitta di riferimenti: la cultura positivista
e decadente costruisce infatti su quella figura il binomio "genio e follia" (che in
letteratura viene declinato come "genio e sregolatezza"). Cesare Lombroso in Genio
e follia (1877) afferma il rapporto strettissimo che esiste fra genio e alienazione: i geni
a suo parere sono tutti nevrotici, anzi alienati. Scrive: «È verissimo … che
nulla somiglia più a un matto, sotto l'accesso, quanto un uomo di genio, che mediti e
plasmi i suoi concetti — "Quest'ultimo ti si mostra", per adoperare le parole
di Reveillé Parise [autore di Physiologie et hygiène des hommes livrés aux
travaux de l'esprit, Parigi, 1856], "col polso piccolo, contratto, colla pelle
pallida, fredda, la testa calda, bollente, gli occhi lucidi, iniettati, stravolti. Finito il
tempo di comporre, spesso l'autore medesimo non comprende più quanto poco prima dettava"».
1 I suoi momenti creativi sono una «dolcissima febbre», il suo pensiero «scoppia
come scintilla da tizzone», è lo «stato intermedio tra la pazzia e la ragione»,
in cui egli è «incapace del più semplice ragionamento», «uno stato
simile al sonnambolismo». «I concetti più grandi», prosegue Lombroso,
«dei pensatori, preparati, per cosí dire, dalle già ricevute sensazioni e
dallo squisitamente sensibile organismo, scoppiano d'un tratto — svolgonsi quasi
involontarî, come gli atti impulsivi dei maniaci».2
Da sempre, una caratteristica del genio è quella di essere maschio. Scrive Adolfo Padovan
in Che cosa è il genio? (1907): «Nella donna il genio raramente si manifesta,
ma è un fatto che quando v'è la parvenza d'una genialità la donna
s'accosta al tipo maschile, talvolta con sí palese evidenza da assumere una fisionomia
virile (la Sand, la Staël, George Eliot)».3 Il problema si pone quando alle
qualità superiori, anzi supreme, cominciano ad accedere anche le donne. Ma è un problema
che si risolve da solo, vista la decadenza nell'uso del termine: quando ci sono le une, non
c'è più l'altro. Comunque, fin quando il termine si usa ancora, alla donna
che presenta i tratti del genio viene immancabilmente riconosciuta una carenza di femminilità:
si tratta piuttosto di una virago, una amazzone, una donna-uomo, come l'esempio del paese
più democratico e più emancipato del mondo dimostra. Gli Stati Uniti sono pieni, infatti,
di donne con i capelli corti, che indossano i pantaloni e svolgono un lavoro che le rende autonome.
Niente di tutto questo accade più oggi. Se nel consumo di massa il genio si presenta come
autoevidente e senza ulteriori specificazioni, nelle ricerche si tenta invece di riflettere
proprio su quella vera o presunta naturalità che possiede, sulla «felicità»
della quale si diceva all'inizio. A questo proposito le opinioni differiscono e si oppongono
diametralmente. La tesi dell'innatezza delle qualità eccezionali del genio sembra
essere quella prevalente. È a questa che reagisce Malcolm Gladwell nel suo volume ora tradotto
in italiano Fuoriclasse. Storia naturale del successo. La sua spiegazione del genio tira
in ballo la categoria della comunità. Sono le circostanze nelle quali il genio si trova,
le opportunità che gli vengono offerte o negate, a rendere genio qualcuno che era solo dotato
in modo normale. Queste due spiegazioni opposte hanno visioni politiche diverse alle spalle e
danno luogo come loro conseguenza a politiche sociali diverse. All'individualismo della
tesi del genio naturale si contrappone il contestualismo della tesi del genio grazie alle circostanze.
La prima spiegazione si risolve nella richiesta di non ostacolare l'individuo, la seconda
nella perorazione del Welfare state. Se il genio consiste di doti innate, è più
adatto a farlo emergere quel sistema sociale che toglie ogni entrave all'espansione
libera dell'individuo e che rende possibile aumentare la sua superiorità rispetto
agli altri. Se invece il genio consiste nelle opportune chances messe a disposizione di
un individuo brillante e caparbio, il problema è solo quello di riuscire a fornire quelle
chances a tutte le persone che lo desiderino: a fornirle loro può essere solo il contesto
che avvolge quelle persone, dalla famiglia fino allo stato. Se nel primo caso il genio è il
prodotto di sforzi solitari e reiterati fino all'ossessione, nel secondo è il risultato
degli sforzi coordinati (e sempre reiterati fino all'ossessione) del singolo e insieme
della comunità che gli sta intorno. Dalla prima scena discende la scelta dello stato minimo
e di una forte competizione, dalla seconda la scelta dello stato assistenziale e di una abbondante
cooperazione.
Gladwell fa un calcolo a proposito di alcuni geni, in base al quale non solo si deve concludere
che il genio è frutto della solidarietà dell'ambiente circostante, ma addirittura
che è non l'effetto immediato di una dote posseduta, ma il risultato di un esercizio
forsennato in una stessa direzione. Prendendo in esame il genio Mozart e i suoi esercizi al pianoforte,
un genio matematico e i suoi esercizi di matematica, Bill Gates e il suo uso precoce del computer,
Gladwell calcola che ogni genio ha bisogno, per diventare tale, di 10.000 ore di esercizio. Questi
tre esempi si sono trovati appunto nelle condizioni fortunate di potersi esercitare nella loro
specialità in età giovanile per almeno 10.000 ore. Sospetto che molti lettori,
giunti a questo punto del volume, si metteranno a calcolare quante ore si sono esercitati nella
loro specialità (se ne hanno una), chiedendosi però come mai non sono diventati geni.
È proprio qui che la tesi di Gladwell mostra il fianco, e anche lui deve ammettere che oltre
all'ambiente e all'esercizio c'è bisogno di un plus che è
dato solo dalla natura. Potremmo riassumere la sua posizione in questi termini: la mancanza delle
due condizioni favorevoli impedisce che un genio potenziale divenga un genio reale. Ma non vale
il viceversa: posso anche esercitarmi per 10.000 ore, ma ho scarsissime probabilità di
diventare un genio della musica, della matematica o dell'informatica. Le condizioni favorevoli,
cioè, non rendono il genio la conseguenza automatica di se stesse, ma solo permettono a un
genio potenziale di trasformarsi in genio reale.
Anche quando si fa ricorso alla solidarietà dell'ambiente sociale, l'effetto
auspicato non è l'eguaglianza delle doti o l'uniformazione delle qualità
che differiscono (cioè la riduzione dell'eccellenza dei geni rispetto alla gente
comune). L'effetto positivo è invece trovato nel mancato spreco di geni che in questo
modo si realizzerebbe, ovvero nel far sí che gli aiuti di cui i geni si sono giovati per divenire
tali non siano più frutto del caso ma di una società (piccola o grande) che assiste
e offre opportunità a tutti in pari misura ogni volta che ce ne sia bisogno. Più geni
significherebbero un mondo più ricco per tutti. Lo stato assistenziale qui ha preso il posto
che un tempo era del caso oppure del destino. Non sappiamo se sia un male o un bene, ma certo è
un segno.
1 C. Lombroso, Genio e follia, Milano, Hoepli, 1877, p. 10.
2 Ivi, pp. 11-12.
3 A. Padovan, Che cosa è il genio?, Milano, Hoepli, 1907, p. 132.
MICHELA NACCI insegna Storia delle dottrine politiche all'Università dell'Aquila.
Le sue opere più recenti sono Storia culturale della Repubblica (Bruno Mondadori,
2009) e Figure del liberalsocialismo (Centro Editoriale Toscano, 2009).
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