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Il corvo e la cornacchia
RICCARDO DI DONATO

La morte dunque esiste e ci riguarda. Non la nostra che, tra tutte, è la sola che non può farci male. Comunque arrivi, quando arriva non può trovarci vivi: siamo appena partiti. Quella che fa paura è la morte degli altri, e soprattutto quella di chi, per ragioni diverse, ci è caro o ci è apparso, per suoi meriti o nostre debolezze, grande e importante.

Nel marzo del 2007, due mesi appena dopo la morte di Jean-Pierre Vernant, alla celebrazione del lutto e del ricordo nell'anfiteatro della Grande Bibliothèque di Parigi, un video fu — tra i molti — proiettato sullo schermo. Vernant era morto a novantaquattro anni, risparmiando agli altri ogni lamento per i dolori del corpo e del trapasso, ma insieme privando chi l'aveva caro di una presenza che era innanzi tutto rassicuratrice sul senso positivo della vita. In quel momento l'immagine — innaturale per grandezza dello schermo — del volto di Claude Lévi-Strauss, loquente nella casa parigina, tra libri e oggetti esotici, vestito — come sempre nei suoi anni maturi — di colori caldi, autunnali e armoniosi, esprimeva per lo scomparso pensieri nobili di lode e di rimpianto. A novantanove anni l'antropologo esprimeva pensieri: esisteva dunque, era intatto tra noi; e noi, nel lutto ma intatti, insieme con lui.

Come un albero antico e grande che ripara, con tronco ben confitto nel terreno e con la chioma, dai raggi troppo ardenti o dal gran vento, cosí quel vecchio che — con l'occhio asciutto — piangeva un altro vecchio, serviva da riparo a tutti noi, dolenti e compresenti.

Quell'albero, quel tronco, quel riparo non ci sono più. Come sempre crudele, la natura ha vinto e affermato il suo diritto. Claude Lévi-Strauss è morto e la sua scomparsa, annunciata nel pomeriggio del 3 novembre scorso, venticinque giorni prima del suo centounesimo compleanno, ha aperto un dossier stracolmo di notizie e di immagini evocative e rievocative.

Nel 2008, la Francia intellettuale celebrava il centenario del maggior vecchio della propria storia e sceglieva per l'omaggio più importante, contro l'effimero delle immagini e delle feste, la forma solida di un libro, raffinata e duratura. La Bibliothèque de la Pléiade dell'editore Gallimard, l'archivio dei classici della letteratura francese, pubblicava uno splendido volume di 2.063 pagine più LXII d'introduzione in numeri romani, sulla carta che un tempo si diceva india e con una forte rilegatura en pleine peau, dorée à l'or fin 23 carats, come recita il colofone. Titolo lapidario, Oeuvres, prefazione parziale ma impegnata, impeccabile cronologia, imponente apparato di Notes et notices, quattrocento pagine in un carattere e un corpo tali da sfidare l'occhio più allenato al lungo vigilare alla lucerna, buona bibliografia e indici abbondanti.

Prodotto di un sapiente contrappasso — Gallimard è proprio l'editore che rifiutò a suo tempo di pubblicare L'Anthropologie structurale, giudicando, su conforme parere di un esperto, il pensiero che l'aveva generato ancora non abbastanza maturo — il libro, come ogni manufatto umano, contiene qualche piccolo errore. L'italiano è per i francesi, massime intellettuali, oggetto di difficile maneggio. Chi pratica loro bibliografie sa per certo che i (pochi) titoli italiani citati contengono — come i codici antichi e per la gioia dei filologi — almeno un errore proprio, che si annida nei luoghi più impensati. Questo delle Oeuvres di Claude Lévi-Strauss è un libro importante e quindi, in tutto, supera ogni altro. Nella sola menzione di un quotidiano italiano, la Repubblica, che è alla pagina LVII del volume, troviamo due errori in una sola parola: il tipografo scrive Reppublica e noi gridiamo viva tuttavia.

Di solito un libro è importante per quello che contiene. Anche in questo il nostro fa eccezione: importante è naturalmente il contenuto ma almeno altrettanto lo è qui la considerazione di quello che il libro non raccoglie dei frutti del lavoro che fu realizzato nel corso della vita, che fu non solo lunga ma anche molto operosa, da Claude Lévi-Strauss. Nelle pagine incipitarie del volume, la responsabilità della selezione dell'opera raccolta, dopo l'accettazione dell'invito dell'editore Gallimard, è costantemente ricondotta all'autore. Al contrario, alcune possibili ragioni della stessa sono esposte, con chiaro imbarazzo apologetico, dal primo curatore Vincent Debaene, che appare consapevole del rischio — non soltanto sfiorato — di una riduzione dell'opera del fondatore dell'antropologia strutturale alla sola, pur elevata, dimensione del capolavoro letterario. Le Oeuvres eliminano infatti drasticamente tutti i prodotti dell'attività scientifica dell'autore, connessi al lavoro realizzato direttamente sul terreno, nel corso dell'esperienza di insegnamento universitario in Brasile tra il 1935 e il 1939, e alla successiva attività didattica a Parigi, cominciata nel 1950 con l'elezione a una direction d'études alla Ve section, di scienze religiose, della École pratique des hautes études. Restano cosí esclusi tutti i volumi che hanno contribuito alla fondazione disciplinare dell'antropologia strutturale, a partire dalle due tesi dottorali, prodotto di un'importante maturazione umana, prima ancora che scientifica, realizzata nel corso del lungo e determinante soggiorno negli Stati Uniti, ove Lévi-Strauss si rifugiò durante la guerra per fuggire le conseguenze della persecuzione razziale in Francia. Scorriamoli in dettaglio, per capire.

Les Structures élémentaires de la parenté costituiva la tesi maggiore di dottorato, pubblicata nel 1949, discussa nel 1947 al ritorno in Francia, nello stesso anno in cui veniva data alle stampe la tesi complementare, La vie familiale et sociale des Indiens Nambikwara, scritta originariamente in inglese durante la guerra. Dopo una pars destruens, manifestamente connessa al carattere scolastico della thèse e al rispetto di una legge del genere, l'enunciazione della teoria esplicativa del tabù dell'incesto, come fattore dinamico per la costruzione e l'estensione di un tessuto sociale allargato dall'obbligazione dei maschi a cercare le proprie donne fuori dall'ambito familiare, costituiva un apporto sul quale si continua a discutere. La pubblicazione delle due tesi segnava la premessa sostanziale alla costituzione di una disciplina da parte di un fondatore esplicitamente inconsapevole. Partito per il Brasile per insegnare, su mandato del durkheimiano Celestin Bouglé, sociologia, Lévi-Strauss era arrivato a collocare la sua ricerca nel quadro di una sociologia strutturale. Una precisa definizione dei fondamenti della scienza nuova gli era apparsa con chiarezza più tardi, al momento della pubblicazione della prima delle tre raccolte di scritti, teoretici e di storiografia culturale, il cui titolo esprimeva, con sintesi felice, l'avvenuta presa di coscienza del nuovo in termini denominativi.

Abbiamo cosí: l'Anthropologie structurale nel 1958, che raccoglie articoli apparsi tra il 1944 e il 1956; Anthropologie structurale deux nel 1973, con articoli apparsi tra il 1960 e il 1972. Come XVIII capitolo, il libro propone il testo del volumetto scritto nel 1952 per l'Unesco su Race et Histoire, una specie di manifesto ideologico dell'uguaglianza degli uomini all'interno delle diverse civiltà, cui va riconosciuta uguale dignità, testo apparso di scottante attualità negli anni della decolonizzazione, e tale da costituire una sorta di unicum nell'opera dell'autore, attentissimo a tenere la propria produzione intellettuale distinta e addirittura separata da qualunque contaminazione con i problemi del presente nella dimensione che può dirsi politica.

E infine Le regard éloigné, del 1983, con articoli scritti tra il 1971 e il 1982, nel quale l'autore rinunciò all'iterazione della formula denominativa — Anthropologie structurale trois — a vantaggio di una limpida definizione dell'attitudine propria dell'antropologo, il cui sguardo deve prendere le distanze e osservare da lontano l'oggetto del suo studio. La prima raccolta ha dato all'autore fama mondiale e ha permesso la consacrazione della sua disciplina con l'elezione al Collège de France nel 1959. La seconda contiene tutti gli scritti storico-culturali e teoretici successivi ai quattro tomi analitici delle Mythologiques. Queste ultime si realizzano presso l'editore Plon tra il 1964 e il 1971 e comprendono scritti di antropologia partecipata, corredati da immagini, in quattro volumi organizzati attorno a tematiche esplicative, senza però che questa organizzazione corrisponda a una marcata volontà di costruzione di sistema. In tutti questi libri traspare fortissimo lo spirito del letterato, amante della scrittura come esercizio portatore di senso in quanto tale, a prescindere dai contenuti che esprime. Nell'ordine, i volumi — ancora esclusi dalle Oeuvres — sono: Le Cru et le cuit del 1964, Du miel aux cendres del 1966, L'Origine des manières de table del 1968 e L'Homme nu del 1971. Diverso il caso delle Paroles données, del 1984, che raccoglie, secondo un'usanza poi consolidata, i résumés de cours tenuti al Collège de France.

Quale che sia il giudizio che si ritiene di poter formulare sulla mancata pubblicazione di tutti questi volumi, che superano nel loro complesso le quattromila pagine, nel quadro delle Oeuvres, appare impossibile una loro riduzione al livello dei meri materiali preparatori alla realizzazione di un'opera, che anzi, senza la loro presenza, appare dimidiata e meno robusta sul piano — per noi decisivo — della produzione del pensiero, inteso come fatto di sostanza conoscitiva e non su quello della semplice produzione di forme, meglio apprezzabili da parte di un pubblico tanto vasto quanto incompetente.

Tutto il resto dell'opera pubblicata da Claude Lévi-Strauss appare contenuto nel volume, che rispetta, per l'edito e l'accolto, una sostanziale diacronia. Leggiamo cosí i Tristes tropiques, apparsi nell'ottobre del 1955, dopo un semestre di scrittura ispirata, ricca di un'intensa rielaborazione di materiali preesistenti. Tutti sanno trattarsi quasi di un romanzo etnografico, con tratti narrativi di straordinaria bellezza letteraria che integrano materiali di scrittura e annotazione alcuni dei quali risalgono agli anni '30, pensati e ripensati prima di essere pubblicati. Mirabile è la ricerca formale di cui sono frutto le pagine incipitarie e quelle finali. L'inizio del libro comunica una serie di messaggi contraddittori: la prima parte è intitolata "Fine dei viaggi" e il primo capitolo ha come titolo "Partenza". L'incipit, il cui stile è di un'essenzialità assoluta, comparabile a quella di Albert Camus, recita: «Io odio i viaggi e gli esploratori», ma il secondo corregge immediatamente: «ed ecco che mi appresto a raccontare le mie spedizioni». L'ultimo capitolo, intitolato "Il ritorno", comunica una piena presa di distanza dall'esperienza intellettuale del viaggio antropologico.

Se non vogliamo cedere alla tentazione di collocare le Oeuvres nello scaffale della letteratura, da leggere soltanto per diletto, siamo obbligati ad accettare di credere alle intenzioni esplicite dell'autore quando scrive: «Addio selvaggi, addio viaggi», ove mantengo la traduzione perché il calco nella lingua nostra conserva l'assonanza del francese. Le totémisme aujourd'hui del 1962 costituisce ripresa, svolgimento e sviluppo della tesi dottorale su Les Structures élémentaires de la parenté, nel quadro di un richiamo al pensiero di Durkheim. Scritto su sollecitazione di Georges Dumézil, per una piccola collana che nello stesso anno ospitava Les Origines de la pensée grecque di Vernant, il libro ha avuto un'enorme influenza disciplinare, divenendo una sintetica summa del pensiero dell'autore sulle società totemiche, in cui unico è il sistema di riferimento del pensiero e della organizzazione sociale. Ancora nello stesso 1962 appariva La Pensée sauvage, che è un nuovo capolavoro di scrittura, di grande impatto generale, con una marca filosofica che il sostantivo del titolo vuole sottolineare in modo contrastivo rispetto alla crudezza dell'attributo. In quella stagione contavano per l'antropologo delle nuove interlocuzioni intellettuali. I filosofi dell'esistenzialismo, Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty, suoi coetanei e il secondo, con Simone de Beauvoir, compagno al tempo dei comuni studi filosofici. Il libro è dedicato a Merleau-Ponty morto improvvisamente nel 1961, dopo aver sostenuto con successo la candidatura di Lévi-Strauss al Collège. La voie des masques apre nel 1975 la serie delle tre petites mythologiques, che si completerà nel 1985 con La potière jalouse e nel 1991 con Histoire de Lynx. Il qualificativo diminutivo rispetto alle quattro grandi opere escluse dal volume appartiene all'autore e caratterizza al tempo stesso i volumi e gli elementi che li costituiscono.

Le Oeuvres si concludono con un titolo che riassume i valori dell'esperienza basilare, premessa all'impegno di comprensione che ha segnato tutta la vita dello studioso: Regarder, écouter, lire del 1993. La scelta di non pubblicare altri volumi, da parte dello studioso, rimasto vigile e presente nel successivo quindicennio, appare del tutto volontaria. Un'opera grandiosa come questa non permette un approccio selettivo. La stagione dello studio e della reale comprensione si apre soprattutto ora e richiederà molto studio.

Come omaggio di commiato propongo di apprezzare un piccolo gioiello archivistico, che ho trovato fra le carte inedite di Vernant, che sto studiando per una ricerca sugli anni della sua maturazione. Si tratta di tre lettere in sequenza che — per ora — mi limito a tradurre, con la sola avvertenza d'aver scelto di rendere con la terza persona, il nostro Lei, la forma di rispetto che il francese osserva con l'uso della seconda plurale, il Voi, che al nostro orecchio suona falso.

La prima lettera è di Lévi-Strauss che scrive a Vernant il 3 gennaio del 1963 (il manoscritto reca, per errore evidente: 1962) su carta intestata del Laboratoire d'Anthropologie sociale.

Caro Collega,

posso permettermi di fare appello al suo sapere? Nella Grande Encyclopédie du XIIe siècle (Larousse) leggo quel che segue, a riguardo della costellazione del Corvo: «Tra gli antichi, alcuni vedevano in questa costellazione il Corvo, che Apollo condanna a una sete eterna...».

Una simile leggenda mi interesserebbe veramente molto (in ragione di un curioso parallelo americano), ma non so dove ritrovare la fonte. Conosco — vagamente — le Metamorfosi, la storia di Coronis e del corvo reso nero. Ma la sete eterna?... Grazie in anticipo se vorrà dirmi — soprattutto, la scongiuro, senza dedicarsi a ricerche penose — se per caso ha in mente un riferimento a questo riguardo.

E i miei migliori auguri!

Cordialmente

Claude Lévi-Strauss

La risposta di Vernant è conservata, fatto quasi eccezionale nella situazione delle carte dello studioso, in copia dattiloscritta, su tre fogli di carta velina con intestazione dell'indirizzo privato dello scrivente e la data dell'8 gennaio del 1963. Lévi Strauss aveva solo sei anni più del suo interlocutore e lo aveva preceduto nella carriera degli studi, come agrégé de philosophie, rispettando esattamente questa distanza anagrafica (nel 1931 il primo, nel 1937 il secondo). Aveva inoltre un passato di giovane dirigente degli studenti universitari socialisti, nello stesso periodo in cui Vernant era divenuto militante delle Jeunesses communistes, ma evidentemente il secondo riteneva di dover usare un'apostrofe non egualitaria, né confidenziale:

Caro Signore,

Sono felice che la sua fiducia mi abbia dato l'occasione di dare un'occhiata a corvi e cornacchie, e di pormi questioni che, in mancanza di questo, avrei — temo — trascurato. Appena ho ricevuto la sua lettera ho messo insieme, con gli strumenti di cui dispongo, un dossier che rischia di estendersi in molte direzioni. Eccomi catturato, e non me ne lamento. Quando avrò fatto il giro completo del problema e ci vedrò più chiaro (o forse meno chiaro), le dirò come le cose mi appaiono. Ma voglio, senza attendere, fornirle gli elementi d'una risposta alla questione precisa che lei mi ha posto.

1. Si potrebbe prendere come punto di partenza il passo dei Phaenomena di Arato che associa le tre costellazioni dell'Idra (serpente d'acqua), del Cratere e del Corvo. Le do la traduzione più recente […]. «Più lontano ancora è portata un'altra costellazione che si chiama Idra; come fosse viva si sposta da un lato all'altro. La testa arriva sotto la metà del Cancro, la spira sotto il corpo del Leone; la coda sta sospesa sopra lo stesso Centauro. In mezzo alla sua spira è posto il Cratere, e all'estremità l'immagine del Corvo, che sembra urtarla con il suo becco».

2. Tre varianti di un racconto, piuttosto antico perché se ne trova eco in Aristotele […], rendono conto di tale associazione.

a. Pseudo-Eratostene […] — «Quando gli dèi stavano sacrificando, il Corvo fu mandato a una fontana a cercare dell'acqua per la libagione. Accanto alla fontana il Corvo vide un fico. Attese che i fichi fossero maturi. Poi, resosi conto del proprio errore, afferrò il serpente d'acqua dalla fontana; lo raccolse con il Cratere e pretese che il serpente bevesse ogni giorno l'acqua della fontana. Apollo, come punizione, gli inflisse la sete».

b. Eliano […] — «Apollo inviò il Corvo a cercare dell'acqua. Il Corvo incontrò un campo di grano verde e, desiderando mangiare il grano, attese fino a che fosse divenuto secco, dimenticando cosí la commissione. A causa di questo, ebbe come pena la sete durante l'estate e proclamò la punizione gracchiando».

c. Dionisio […] — «Quando Coronis portava Asclepio, si domandò al Corvo di portare dell'acqua. In luogo di questo, si abbandonò ai suoi desideri. Apollo, in collera, lo rese nero e diede al suo gozzo una forma tale che non poté portare l'acqua ai suoi piccoli».

3. Tutta una serie di testi mostrano che i corvi, le cornacchie, le taccole sono uccelli atmosferici, segni del tempo, e più particolarmente annunciatori e produttori di pioggia. I riferimenti sono molto numerosi. Ne do alcuni.

Plutarco […]: «È assurdo dare importanza al gracchiare dei corvi... vedendovi dei segni di vento o di pioggia».

Eliano […] — «Corvi e taccole, quando si mostrano in stormi e gracchiano è segno di pioggia».

Eliano […] — «Il Corvo vuole imitare il crepitio delle gocce di pioggia».

Arato […] — «La gente dei corvi, le tribù delle taccole sono segni che l'acqua cadrà dal cielo di Zeus quando si mostrano in gruppo e gridano come falchi; i corvi, quando la pioggia si accumula, imitano con il loro gracchiare il rumore delle gocce del cielo».

4. Un rito di pioggia che interessa il corvo ci è attestato a Crannone in Tessaglia. Vi si conservava, come un oggetto sacro, un carro di bronzo su cui si batteva in caso di siccità. Monete del IV secolo portano, nel verso, figurazioni di questo carro. Si tratta di un'anfora di bronzo, montata su di un telaio a ruote. Certe immagini mostrano un corvo installato sulla ruota di destra, la testa girata verso l'anfora; su altre, due corvi sono raffigurati, da una parte e dall'altra dell'anfora. Teopompo indica che a Crannone si potevano vedere due corvi, e solo due. Abitavano nel posto fino alla nascita dei piccoli, e allora se ne andavano […]. Le monete sono riprodotte con i commenti convenienti in A.B. Cook […].

Altre questioni si pongono riguardo alle metamorfosi in cornacchie e in corvi. Mi sembra di poter immaginare già, in questo campo, una quantità maggiore di "ragione" di quanto non supponessi alle prime. Ma le cose sono ancora molto imbrogliate e la loro interpretazione resta difficile. Se le mie investigazioni dovessero arrivare a qualche risultato, glielo farò avere.

Profitto della lettera per augurarle un anno felice, ricco e fecondo.

Creda, caro Signore, ai miei sentimenti sinceri e molto fedelmente devoti.

La copia dattiloscritta è naturalmente senza firma: l'unica correzione significativa, a mano, è laddove ragione, prima scritto al plurale, appare corretto al singolare con molta decisione.

L'accuratezza della risposta è innegabile e non è prodotto di improvvisazione. La stessa busta che custodisce le tre lettere conserva esattamente trenta schede manoscritte da Vernant, molte delle quali, vergate su entrambe le facciate, in cui sono annotati tutti i brani che la lettera cita, i riferimenti bibliografici, e alcune osservazioni: un completo dossier di una ricerca fatta a casa — il francese recita marinaro avec les instruments du bord. Chi abbia conosciuto l'autore de Le Origini del pensiero greco, non fa fatica a immaginarlo nella sua stanza di Sèvres, a un tempo studio e camera da letto coniugale, alzarsi dalla scrivania, con la lingua tra le labbra, per cercare nei tomi gialli delle Belles Lettres e nei selezionati libri della sua biblioteca i punti di passaggio di un ragionamento senza conclusione. Il lettore riempia le pudiche parentesi quadre con puntini, che alleggeriscono la mia traduzione, e immagini le dotte citazioni, con sigle, numeri di pagina e quanto necessario e avrà l'impatto che ebbe Lévi-Strauss. La nuova apostrofe contiene — minima variante — un possessivo iniziale:

Mio caro Collega,

sono confuso e commosso per la cura da lei messa nell'illuminarmi, ma se avessi immaginato che lei avrebbe preso tanto a cuore il mio problema, non mi sarei certo permesso di porlo.

Comunque sia, grazie delle preziose informazioni e di questa nuova occasione d'ammirare la sua scienza, che viene dopo un libro che mi aveva già affascinato.

Per dirla tutta, mi sento piuttosto perplesso. Quando le ho scritto, speravo che questo mito che non conoscevo avrebbe stabilito una relazione tra il corvo e l'estate. In un certo senso, sono soddisfatto perché l'uccello attende che i fichi siano maturi, o il grano secco — si ferma dunque fino a che la bella stagione abbia compiuto il suo ciclo. Ma il legame che lei d'altra parte stabilisce tra il corvo e la pioggia mostra che le cose sono più complesse. Lascerò dunque "incubare" tutte queste informazioni, sperando che, a poco a poco, i loro contorni essenziali si svelino.

Non credo di averle ancora detto tutto il piacere e l'interesse che ho provato nel leggere il suo libro. Mi ha molto istruito e ne ho, a ogni pagina, ammirato l'eleganza e la penetrazione. Le confesserò che sono stato meno convinto, forse, dalle ultime pagine in cui lei schizza una interpretazione di quello che continua ad apparirmi ingenuamente come il "miracolo greco"? Mi sembra, infatti, che lei tenti di ridurre una "sovrastruttura", non all'infrastruttura, ma a un'altra sovrastruttura — quella d'ordine socio-politico — fatto che rischia di dare alla spiegazione una certa circolarità... ma avrei molta difficoltà a suggerire altro, e le sono profondamente riconoscente d'aver tanto bene distinto l'originalità assoluta di questo "qualcosa" che si è prodotto una volta soltanto, in un angolo del Mediterraneo.

Molto cordialmente il suo

Claude Lévi-Strauss

Il corvo, e con lui la cornacchia, ci han fatto un gran regalo. La replica dello strutturalista Lévi-Strauss reca una sorta di obiezione marxisante alla tesi fondamentale del primo libro di Jean-Pierre Vernant. Credo che il lettore avvertito abbia colto, a suo luogo, senza bisogno di sottolineature, il filo di ironia sottile che sosteneva l'erudita lettera vernantiana che dice, senza scriverlo, come le fonti neghino l'esistenza di una struttura esplicativa, e coglierà, in cauda, il senso della risposta del grande interlocutore: a ciascuno le proprie strutture passepartout, a chi le cerca e a chi — senza apparentemente averle cercate — infine le trova!

Agli archivisti delle carte lévistraussiane di dirci se e come Vernant — che non faceva copie dei propri manoscritti — abbia replicato sulla gran questione. Siamo lettori e non membri di una giuria: non ci spetta un giudizio conclusivo, siamo ormai posteri e rinunciamo ad attendere ancora per pronunciare l'ardua sentenza: in ogni caso e comunque considerata e giudicata, questa dei due studiosi di corvi e di cornacchie fu vera gloria.


RICCARDO DI DONATO si è formato alla Scuola Normale Superiore e nell'Università di Pisa ove insegna Letteratura greca e dirige il Laboratorio di Antropologia del Mondo Antico. Ha curato in originale e in traduzione molti studi dei protagonisti delle scienze umane in Francia: Louis Gernet, Ignace Meyerson, Marcel Mauss, Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet. Il suo libro di sintesi su questa tendenza culturale, Per una antropologia storica del mondo antico, è appena apparso in una nuova edizione accresciuta (SEU, 2010).

 
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