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Elogio dei manicomi
OLIVER SACKS

Abbiamo la tendenza a considerare i manicomi come fosse dei serpenti, inferni di caos e sofferenza, di squallore e brutalità. Molti di essi sono oggi chiusi e abbandonati e non possiamo non provare un brivido di terrore pensando a coloro che in passato si trovavano rinchiusi in simili ambienti. È dunque utile e salutare ascoltare la voce di uno di questi pazienti, una certa Anna Agnew, giudicata non sana di mente nel 1878 (allora tali decisioni erano prese da un giudice, non da un medico) e rinchiusa nell'Indiana Hospital for the Insane. Anna venne accolta in questo nosocomio dopo aver compiuto vari tentativi, sempre più disperati, di suicidio e dopo aver tentato di uccidere uno dei suoi figli usando il laudano. Essa avvertí un profondo senso di sollievo quando l'istituto si chiuse protettivamente intorno a lei e in particolare nel vedere riconosciuto il suo stato di folle. Più tardi infatti scriveva: «Prima che fosse passata una settimana dal mio ingresso nel manicomio, come internata, provai uno stato di appagamento che non avevo provato in tutto l'anno precedente. Non perché mi fossi riconciliata con la vita, ma perché la mia infelice condizione era stata riconosciuta e venivo trattata di conseguenza. Inoltre, ero circondata da persone in uno stato mentale di confusione e insoddisfazione delle cui sofferenze… scoprivo di incominciare a interessarmi, provando una sempre maggiore simpatia… E al tempo stesso anch'io venivo curata come una donna non sana di mente: con una gentilezza che fino a quel momento nessuno mi aveva dimostrata.

Il dottor Hester è stato la prima persona abbastanza gentile da rispondere alla mia domanda: "Sono pazza?”. "Sí, signora, e molto pazza! … Ma”, ha subito aggiunto, "è nostra intenzione fare tutto il possibile per aiutarla e nel suo caso, in particolare, nutriamo buone speranze per gli effetti della protezione che può darle questo posto”… Una volta, l'ho sentito rimproverare un assistente negligente: "Io mantengo l'impegno, che ho preso con lo Stato dell'Indiana, di proteggere queste infelici. Sono il padre, il figlio, il fratello, il marito di più di trecento donne… e farò in modo che ci si prenda adeguatamente cura di loro!”». 1

Anna dice anche come sia stato importante, per coloro che, come lei, erano disturbati e confusi, poter contare sull'ordine e la prevedibilità, e la conseguente affidabilità, del manicomio: «Questo posto mi fa venire in mente un grande orologio, con il suo funzionamento perfettamente regolare e senza scosse. Il sistema è perfetto, il nostro programma quotidiano è eccellente e vario, come in ogni famiglia armoniosamente ben regolata … Ci ritiriamo quando suona il campanello del telefono alle otto di sera e, un'ora dopo, tutto è buio e silenzioso … in qualsiasi parte di questo vasto edificio». 2

La vecchia denominazione dell'ospedale psichiatrico era "asilo per alienati” e la parola "asilo”, nella sua accezione originale, vale "ricovero”, "rifugio”, "luogo protetto”, "area sacra” o "santuario”: per citare la definizione dell'Oxford English Dictionary, si tratta di «un'istituzione caritatevole che offre ricovero e protezione a una certa classe di afflitti, infelici, sfortunati o indigenti». Almeno a partire dal IV secolo dell'era volgare, i monasteri, i conventi di suore e le chiese sono stati luoghi dove si poteva trovare asilo. E a questi luoghi si sono aggiunti i luoghi di ricovero laici, quando (secondo l'ipotesi di Michel Foucault) la scomparsa quasi totale in Europa dei lebbrosi, provocata dal dilagare della Morte Nera, rese disponibili i lebbrosari, ormai svuotati, per accogliere i poveri, gli ammalati, i pazzi e i criminali. Erving Goffman, nel suo ben noto libro Asylums,3 cataloga tutti questi ricoveri come «istituzioni totali», luoghi in cui esiste un abisso invalicabile tra i ricoverati e il personale di tutti i livelli e dove una ferrea definizione dei ruoli e norme rigide rendono impossibile ogni senso di socievolezza o simpatia, privando cosí i ricoverati di qualsiasi autonomia o libertà o dignità o espressione della personalità e riducendoli a numeri senza nome nel sistema.

Negli anni Cinquanta, durante i quali Goffman conduceva la sua ricerca presso il St. Elizabeth's Hospital di Washington D.C., la situazione era proprio questa, almeno in numerosi frenocomi. Instaurare un tale sistema non era però stata l'intenzione dei cittadini benpensanti e dei filantropi che, all'inizio e fino alla metà del XIX secolo, erano stati spinti a fondare, negli Stati Uniti, molti istituti destinati ad accogliere i malati di mente. Non esistendo in quel periodo medicamenti specifici per trattare le malattie mentali, il "trattamento morale” (un intervento terapeutico coinvolgente gli individui nella loro interezza e nelle loro potenzialità per raggiungere la salute fisica e mentale e non soltanto una parte non funzionante del loro cervello) era considerato come l'unica pietosa soluzione.

Questi primi ospedali psichiatrici statali erano spesso edifici maestosi, con locali dai soffitti alti, ampie finestre, grandi parchi circostanti che fornivano in abbondanza luce, spazi e aria fresca, insieme alla possibilità di svolgere attività fisiche e di usufruire di una dieta variata. Molti degli istituti erano quasi completamente autosufficienti: coltivazioni e allevamenti propri fornivano il cibo. I pazienti dovevano lavorare nei campi e nei caseifici, perché il lavoro era considerato una forma essenziale di terapia e al tempo stesso un valido sostegno per l'ospedale. Anche la vita in comune e i rapporti amichevoli costituivano un elemento chiave, e in realtà vitale, per pazienti che, altrimenti, sarebbero stati isolati, ognuno nel proprio mondo mentale, per effetto delle loro ossessioni e allucinazioni. Ugualmente importante era il fatto che venisse riconosciuto e accettato il loro stato di malati di mente (per Anna Agnew ciò costituiva, come abbiamo visto, una grande "gentilezza”) da parte del personale e degli altri pazienti tra i quali vivevano.

Infine, tornando al significato originale del termine "asilo” e confermandolo e concretizzandolo, questi ospedali garantivano ai pazienti controllo e protezione, sia dai propri impulsi (forse suicidi, oppure omicidi) sia dalla derisione, dall'isolamento, dall'aggressività o dalle ingiurie di cui spesso erano stati vittime nel mondo esterno. I manicomi offrivano un modo di vivere caratterizzato da protezioni e limitazioni, forse una vita semplificata e non priva di qualche obbligo, ma nell'ambito di questa struttura protettiva veniva anche offerta la libertà di essere folli come si aveva voglia di esserlo e, almeno per alcuni pazienti, di sopravvivere alle proprie psicosi e uscire da tali abissi come persone sane e ristabilite.

Va detto tuttavia che, in genere, i pazienti rimanevano negli ospedali psichiatrici per periodi molto lunghi. Essi erano poco preparati per un ritorno alla vita fuori dell'istituto e forse, dopo anni di clausura in un frenocomio, gli internati risultavano essere in una certa misura "istituzionalizzati”, "integrati”: essi non desideravano più raggiungere il mondo esterno o non erano più in grado di affrontarlo. I pazienti potevano spesso vivere per decenni negli ospedali pubblici e morirvi. Ognuno degli istituti aveva un proprio cimitero. Questo tipo di vita è stato ricostruito con grande sensibilità da Darby Penney e Peter Stastny nel loro libro The Lives They Left Behind: Suitcases from a State Hospital Attic.4

Era inevitabile che, in tali circostanze, la consistenza numerica delle popolazioni dei frenocomi aumentasse di continuo e che singoli istituti, spesso già inizialmente mastodontici, diventassero via via simili a piccole città. Pilgrim State, la struttura esistente a Long Island, ospitava più di 14.000 pazienti contemporaneamente. E altrettanto inevitabile è stato, per gli ospedali statali, con un numero cosí grande di internati e senza la disponibilità di fondi adeguati, l'abbandono, in tempi relativamente brevi, dei primitivi ideali. Già durante gli ultimi anni del XIX secolo, essi erano diventati proverbiali per lo squallore e la trascuratezza ed erano amministrati da burocrati inetti, corrotti o sadici: una situazione che si è protratta per tutta la prima metà del secolo successivo.

Un'evoluzione, o piuttosto un'involuzione, simile si è avuta al Creedmoor Hospital di Queens, New York, fondato nel 1912 come colonia agricola dell'ospedale statale di Brooklin: si trattava di una struttura decisamente modesta che si atteneva fedelmente agli ideali del XX secolo offrendo ai pazienti spazi aperti, aria buona e la possibilità di praticare l'agricoltura e l'allevamento. La consistenza numerica della popolazione del Creedmoor è però cresciuta molto in fretta (nel 1959 i ricoverati erano 7.000) e la struttura, come ha dimostrato Susan Sheehan nel suo libro Is There No Place on Earth for Me?,5 pubblicato nel 1982, è diventata, per molti aspetti, deprimente, sovraffollata e carente a livello del personale, come ogni altro ospedale pubblico. Comunque, gli orti e i frutteti originali, ma anche gli allevamenti di bestiame, sono stati mantenuti, fornendo una risorsa essenziale nel trattamento di alcuni pazienti che erano in grado di occuparsi di piante e animali, anche se, per la gravità dei loro disturbi e la loro inaffidabilità e imprevedibilità, non potevano rimanere in rapporto con altri esseri umani.

Al Creedmoor c'erano palestre, una piscina e locali per la ricreazione con tavoli da ping-pong e da biliardo; e c'erano anche un teatro e uno studio televisivo, dove i pazienti potevano produrre, dirigere e recitare i propri testi teatrali; testi che, come nel teatro del marchese de Sade nel XVII secolo a Charanton, consentivano loro di esprimere creativamente le proprie ansie e le proprie condizioni. La musica aveva un ruolo importante: esisteva una piccola orchestra formata da pazienti; analoghe erano le opportunità di praticare le arti figurative. Ancora oggi, pur essendo chiusa e in stato di degrado la parte principale dell'ospedale, il notevole Living Museum del Creedmoor fornisce ai pazienti materiali e spazi per realizzare dipinti e sculture. Janos Marton, uno dei fondatori del Living Museum, lo definisce uno «spazio protetto» a disposizione degli artisti.

Gigantesche erano le cucine e le lavanderie e tali parti del complesso offrivano, come gli orti, i frutteti e gli allevamenti, opportunità di lavoro e di applicazione della "terapia del lavoro” per molti pazienti. Al tempo stesso, fornivano loro i mezzi per conoscere alcune delle abilità comunemente usate nella vita quotidiana che, per esserne stati esclusi a causa della malattia mentale, essi potevano non aver mai acquisito in precedenza. E c'erano vaste sale da pranzo in cui i pasti venivano consumati in comune: questi ambienti, funzionando al meglio, favorivano lo sviluppo di un senso di comunità e di cameratismo.

Perciò, perfino negli anni Cinquanta del XX secolo, quando le condizioni delle strutture ospedaliere pubbliche erano in generale diventate davvero deprimenti, alcuni degli aspetti migliori della vita che si era svolta in passato nei manicomi si potevano ancora rintracciare in questi istituti. Anche nelle strutture più degradate rimanevano spesso un po' di dignità umana, di vita vera e di gentilezza.

Negli stessi anni Cinquanta sono comparsi i farmaci antipsicotici, medicamenti che sembravano garantire la soppressione o almeno una certa diminuzione, se non una vera "cura”, dei sintomi delle psicosi. La disponibilità di questi prodotti ha rafforzato l'ipotesi di un'ospedalizzazione che non comporti necessariamente la custodia del paziente e che possa essere a termine. Se un breve soggiorno in una struttura ospedaliera era in grado di "interrompere” una psicosi e di consentire il ritorno dei pazienti ai propri nuclei sociali, dove il loro stato di salute avrebbe potuto essere mantenuto con l'assunzione di medicamenti e controllato in cliniche ambulatoriali, la prognosi e tutta la storia naturale della malattia mentale veniva cambiata (almeno cosí si immaginava) ed era possibile ridurre drasticamente la consistenza numerica della vasta popolazione "senza speranza” dei manicomi.

In base a queste premesse, durante gli anni Sessanta, in America, sono stati costruiti numerosi ospedali pubblici per le malattie mentali destinati ai ricoveri di breve durata. Uno di essi era il Bronx State Hospital (oggi denominato Bronx Psychiatric Center). Al momento della sua apertura, nel 1963, il Bronx State aveva un direttore assai dotato e di grande immaginazione e un gruppo selezionato di collaboratori. Tuttavia, malgrado l'orientamento decisamente volto al futuro, si trovò a dover affrontare l'enorme afflusso di pazienti provenienti dai vecchi frenocomi, dei quali era incominciata la progressiva e sistematica chiusura. Qui ho iniziato il mio lavoro di neurologo nel 1966 e, col passare degli anni, ho visto centinaia di tali pazienti: molti di costoro avevano trascorso la maggior parte della loro vita adulta negli ospedali.

Al Bronx State, come in tutti gli istituti di questo tipo, la qualità dell'assistenza ai pazienti era estremamente varia: c'erano reparti buoni, talvolta esemplari, con medici e infermieri corretti, coscienziosi, e altri reparti cattivi, addirittura spaventosi, in cui dominavano la trascuratezza, la negligenza e la crudeltà. Sono stato testimone di entrambe le situazioni, nei venticinque anni che ho passato al Bronx State. Ma ricordo anche come alcuni pazienti, non più soggetti a violente manifestazioni psicotiche e non ospitati in reparti chiusi a chiave, potessero circolare liberamente nel parco, o giocare a baseball o assistere a concerti e a proiezioni di film. Come i pazienti del Creedmoor, essi potevano allestire spettacoli per conto loro e, in qualunque momento, era possibile trovare pazienti che, tranquilli, leggevano nella biblioteca dell'ospedale o sfogliavano giornali e riviste nelle sale di ricreazione.

Poco dopo il mio arrivo, verso la metà degli anni Sessanta, le opportunità di lavoro per i pazienti scomparvero quasi del tutto, apparentemente (è triste e quasi paradossale ricordarlo) per rispettare e tutelare i loro diritti. Si riteneva che i pazienti, lavorando nelle cucine, nelle lavanderie o negli orti, oppure in reparti attrezzati come laboratori, venissero "sfruttati”. L'aver messo fuori legge i lavori che qui si svolgevano (lo si è fatto partendo dal rigoroso rispetto dei diritti di queste persone, ma non tenendo conto delle loro reali necessità) ha privato molti pazienti di un'importante forma di terapia, di qualcosa cioè che poteva incentivarli e fornire loro una forma di identità sul piano economico e sociale. Il lavoro poteva "rendere normali” e far sorgere un senso di comunità, poteva far uscire i pazienti dal loro solipsistico mondo interiore: l'eliminazione di una tale opportunità ha prodotto in queste persone un profondo scoramento. Per molti di coloro che in precedenza avevano potuto apprezzare il lavoro e l'essere attivi, ormai rimaneva ben poco da fare oltre a sedere, come zombie, davanti a un televisore sempre acceso.

Il movimento per la deistituzionalizzazione, iniziato come una sorta di stillicidio negli anni Sessanta, è diventato un fiume in piena negli Ottanta, anche se, già allora, era chiaro che l'operazione dava origine ad altrettanti problemi di quanti ne risolveva. L'enorme popolazione dei senza fissa dimora, "psicotici da marciapiedi”, in qualunque grande città forniva un'inconfutabile prova del fatto che nessun vasto agglomerato urbano disponeva di una rete di cliniche psichiatriche e centri di recupero e assistenza sufficiente a trattare le centinaia di migliaia di pazienti che erano stati espulsi dai pochi istituti ospedalieri pubblici superstiti.

I farmaci antipsicotici, che avevano favorito questa ondata contraria all'istituzionalizzazione, hanno spesso rivelato di essere assai meno miracolosi di quanto si era inizialmente sperato. È possibile che essi diminuiscano i sintomi "positivi” della malattia mentale: le allucinazioni, le idee fisse e i deliri della schizofrenia; sono però poco efficaci per contrastare i sintomi "negativi”: apatia, passività, demotivazione, diminuzione delle capacità comunicative, che spesso contribuiscono alla disabilità del soggetto più di quelli positivi. In effetti i trattamenti con i farmaci antipsicotici (almeno considerando le modalità con cui inizialmente sono stati praticati) tendevano a diminuire l'energia e il vigore del paziente e a indurre essi stessi una certa apatia. Talvolta si avevano effetti collaterali inaccettabili, quali disordini della motilità, simili a quelli dovuti al morbo di Parkinson e alla discinesia tardiva, che potevano persistere per vari anni dopo l'interruzione del trattamento. Inoltre, in alcuni casi, i pazienti sembravano non voler rinunciare alle proprie psicosi: i disturbi davano un senso ai loro mondi e li collocavano al centro di questi. Si è perciò diffusa, presso i pazienti, la scelta di smettere l'assunzione dell'antipsicotico che era stato loro prescritto.

Perciò i soggetti, cui si erano somministrati antipsicotici e che erano stati dimessi, sono spesso stati nuovamente ricoverati dopo qualche settimana o qualche mese. Ho visto un gran numero di questi pazienti, molti dei quali mi hanno detto: «Stare dentro al Bronx State non è una passeggiata, ma è infinitamente meglio che morir di fame, gelare per la strada e finire accoltellati nella Bowery». Se non altro, l'ospedale offriva protezione e sicurezza: in una parola, offriva asilo.

Già prima degli anni Novanta era ormai chiaro che il sistema aveva reagito in modo esagerato, che la chiusura su vasta scala dei frenocomi pubblici si era realizzata troppo in fretta, senza che fossero disponibili sufficienti e adeguate strutture alternative. Questi istituti non dovevano essere chiusi in massa, ma "messi a posto”, "aggiustati”, affrontando i problemi dovuti al sovraffollamento, alla carenza di personale, alle negligenze e alle violenze, perché il trattamento con le sostanze chimiche, per quanto necessario, non era sufficiente. Avevamo dimenticato gli aspetti benefici degli ospedali psichiatrici, o forse avevamo avvertito l'impossibilità di continuare a sostenere i costi per mantenerli: i grandi spazi e il senso della comunità, i luoghi per il lavoro e le attività ricreative, e per il graduale riconoscimento e apprendimento di abilità sociali e professionali; insomma il porto sicuro che gli istituti pubblici americani erano stati perfettamente in grado di fornire.

Non si deve avere una visione troppo romantica della follia, o dei manicomi in cui erano confinati i malati di mente. Al di sotto e quasi celata dall'insieme delle manie, delle enormità, delle fantasie, delle allucinazioni, una profonda, insondabile tristezza circonda la malattia mentale, una tristezza che si riflette nella spesso imponente, ma malinconica, architettura dei vecchi frenocomi di stato. Come ben documentano le fotografie di Christopher Payne nel suo nuovo libro Asylum,6 le loro rovine, desolate oggi in un modo diverso, offrono una testimonianza muta e straziante sia del dolore di coloro che soffrivano di gravi malattie mentali, sia delle strutture, un tempo coraggiosamente enormi, costruite per tentare di alleviare quel dolore.

Payne è al tempo stesso un poeta delle immagini e un architetto, per la sua formazione, e ha passato molti anni scoprendo e fotografando questi edifici, di cui spesso le amministrazioni locali sono state orgogliose, considerandole un potente simbolo dell'attenzione umanitaria prestata ai meno fortunati. Le sue fotografie sono immagini ammirevoli per la loro stessa qualità, ma anche perché rendono omaggio a un tipo di architettura pubblica che ormai non esiste più, mettendone in evidenza l'aspetto monumentale e appariscente con le vaste facciate i cui intonaci oggi si sfaldano.

Le fotografie di Payne sono intensamente poetiche, evocative e quasi elegiache: forse lo sono in particolare per qualcuno che si è trovato a lavorare e a vivere in questi luoghi e li ha visti pieni di gente. Gli spazi ora vuoti evocano le vite che un tempo le riempivano in modo che, nella nostra immaginazione, le vuote sale da pranzo sono di nuovo affollate di persone e le spaziose sale di ricreazione dalle alte finestre ospitano ancora, come una volta, pazienti che leggono tranquilli o che si riposano sui divani o ancora (ciò che era perfettamente lecito) hanno lo sguardo fisso nello spazio vuoto. Per me questi ambienti non richiamano soltanto alla memoria l'intensa e turbolenta vita che vi si svolgeva, ma anche l'atmosfera protetta e speciale che offrivano quando, come scriveva Anna Agnew nel suo diario, esse erano luoghi dove si poteva essere pazzi e protetti, luoghi dove a ciascuno si poteva garantire che avrebbe trovato, per la sua follia, se non una cura, almeno riconoscimento e rispetto, e un vivo senso di amicizia e di intima solidarietà.

Qual è la situazione oggi? I frenocomi pubblici tuttora esistenti sono quasi vuoti e ospitano una minima parte dei pazienti che in passato li riempivano. I ricoverati rimasti sono, per la maggior parte, pazienti con malattie croniche o soggetti violenti e intrattabili che, per ragioni di sicurezza, non possono essere dimessi. La grande maggioranza dei malati di mente vive dunque al di fuori degli ospedali psichiatrici. Alcuni vivono soli o con le proprie famiglie e vengono periodicamente visitati in ambulatori; altri frequentano centri di recupero e assistenza, o comunità protette, strutture che possono offrire una camera, uno o più pasti e i farmaci che sono stati loro prescritti.

Questi centri sono estremamente diversificati, ma anche nei migliori (come rivela Tim Parks nella sua recensione del libro Imagining Robert,7 in cui Jay Neugeboren esamina il caso del proprio fratello schizofrenico, e come lo stesso Neugeboren dice, nel 2008, recensendo The Center Cannot Hold: My Journey Through Madness,8 il testo autobiografico di Elyn Saks dove l'autrice descrive la propria schizofrenia) i pazienti possono sentirsi isolati e difficilmente – questo è il male peggiore – riescono ad avere la diagnosi e la terapia di cui hanno bisogno. Da una quindicina di anni sono disponibili farmaci antipsicotici di una nuova generazione, la cui efficacia per la terapia è migliore, mentre sono minori gli effetti collaterali; tuttavia dare eccessivamente ed esclusivamente importanza ai modelli "chimici” della schizofrenia e al solo trattamento farmacologico può lasciare irrisolto il problema fondamentale costituito dall'esperienza umana e sociale dell'essere malati di mente.

A New York ha un'importanza particolare (specialmente dopo la deistituzionalizzazione) la Fountain House, che è stata fondata sessant'anni fa: situata in West 47th Street, è una sorta di circolo che accoglie persone malate di mente provenienti da tutta la città. Qui gli ospiti possono venire e andare liberamente, incontrare altri ospiti, mangiare tutti insieme e, la cosa più importante, possono essere aiutati a conservare il proprio impiego e a riempire cartelle delle tasse e moduli d'ogni tipo, pieni di trabocchetti. Circoli simili sono stati fondati e sono oggi operativi in molte altre città. Il personale che opera in queste strutture è scrupoloso ed efficiente e sono numerosi i volontari; tutti però dipendono da fondi privati, la cui disponibilità è oggi diminuita per la crisi in atto.

Esistono anche, ed è curioso, alcune comunità dove è possibile essere ospitati, che storicamente derivano da manicomi o comunità agricole con intenti terapeutici risalenti al XIX secolo: tali istituti forniscono, ai pochi fortunati (è il caso di dirlo) che a essi si rivolgono, programmi integrati per il trattamento delle malattie mentali. Ne ho visitati alcuni (la Gould Farm di Monterey, Massachusetts e la Cooper Riis, in vari siti della North Carolina) e vi ho visto gran parte di ciò che era ammirevole nella vita dei vecchi ospedali psichiatrici pubblici: la solidarietà, il senso di comunità, le opportunità di lavoro e di manifestare la propria creatività, ma anche il rispetto dell'individualità di ciascuno, il tutto integrato oggi con la migliore psicoterapia e l'uso di qualunque farmaco sia necessario.

Spesso l'intervento medico è relativamente modesto in queste circostanze ideali. Qui può accadere che molti pazienti (per quanto la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva rimangano patologie permanenti) vengano "promossi” dopo vari mesi, o talvolta dopo due o tre anni, cioè possano uscire dalla struttura per condurre una vita indipendente e, forse, tornare al lavoro o a scuola, richiedendo poi soltanto il mantenimento, non troppo oneroso, di un sostegno terapeutico. Per molti di loro una vita piena e soddisfacente, con poche ricadute o addirittura nessuna, diventa una meta raggiungibile.

Per quanto i costi di gestione di simili strutture residenziali siano considerevoli (più di 100.000 dollari all'anno, una parte dei quali è coperta da contribuiti delle famiglie, mentre il resto viene da donazioni di privati), sono comunque notevolmente inferiori rispetto a quelli di un ospedale psichiatrico, senza tener conto dei relativi investimenti sul piano umano. Le istituzioni di questo tipo sono però ben poche negli Stati Uniti: esse possono ospitare non più di qualche centinaio di pazienti tra i moltissimi (vari milioni) che ne esistono in tutto il paese.

Quelli che restano (il 99 per cento dei malati di mente che non dispongono di risorse in proprio) devono affrontare i problemi derivanti da trattamenti inadeguati e da un tipo di vita che non corrisponde alle loro potenzialità. La National Alliance for the Mentally Ill (NAMI) fa quel che può, ma i milioni di malati di mente rimangono oggi, nella nostra società, le persone meno assistite, più penalizzate per il non riconoscimento dei loro diritti e dunque più emarginate. Le esperienze di strutture come Cooper Riis e Gould Farm nonché di singoli individui, come Elyn Saks, dimostrano in modo chiaro che la schizofrenia non è una malattia il cui peggioramento è incessante e inesorabile (anche se può esserlo). In circostanze ottimali e qualora si disponga delle risorse adeguate, anche ai soggetti più profondamente disturbati, condannati da una prognosi "senza speranza”, si può permettere di condurre una vita soddisfacente e produttiva.

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1 . A. Agnew, From Under the Cloud, Cincinnati, R. Clarke & Co, 1886, pp. 35-36.

2 . Ivi, pp. 119-20.

3 . E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali, Torino, Einaudi, 1968 (ed. orig. 1961).

4 . D. Penney e P. Stastny, The Lives They Left Behind: Suitcases from a State Hospital Attic, New York, Bellevue Literary Press, 2008.

5 . S. Sheehan, Is There No Place on Earth for Me?, Boston, Houghton Mifflin, 1982.

6 . Il volume, pubblicato alla fine di settembre presso la MIT Press, ha come introduzione una versione lievemente diversa del presente saggio.

7 . J. Neugeboren, Imagining Robert: My Brother, Madness, and Survival, New York, William Morrow & Co, 1997, recensito in The New York Review of Books da T. Parks, 24 febbraio 2000, pp. 14-15.

8 . E. Saks, The Center Cannot Hold: My Journey Through Madness, New York, Hyperion, 2007, recensito in The New York Review of Books da J. Neugeboren, 12 aprile 2008, pp. 24-30.


OLIVER SACKS neurologo e scrittore, è autore di: Emicrania (1970), Risvegli (1973), Su una gamba sola (1984), L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), Vedere voci (1989), Un antropologo su Marte (1995), L'isola dei senza colore (1996), Zio Tungsteno (2001) e Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello (2007), tutti pubblicati in Italia da Adelphi. Per i tipi di Feltrinelli è invece uscito, nel 2004, il suo Diario di Oaxaca del 2002.

 
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