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Cenerentola a Versailles
BENEDETTA CRAVERI

VERONICA BUCKLEY, Madame de Maintenon: A Biography of the Secret Wife of Louis XIV, Londra, Bloomsbury, pp. XII-452, £25,00

MADAME DE MAINTENON, Lettres (1650-1689), vol. I, edizione integrale critica a cura di Hans Bots ed Eugénie Bots-Estourgie, pref. di Marc Fumaroli, introd. di Hans Bots e Christine Mongenot, Parigi, Champion, pp. 896, €115,00

Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre del 1683, Luigi XIV, re di Francia e di Navarra, sposava a Versailles, a solo due mesi dalla morte della moglie, l'infanta Maria Teresa d'Austria, Mme de Maintenon, la ex governante dei figli naturali che egli aveva avuto dalla marchesa di Montespan. Si trattava di un matrimonio di coscienza, destinato a rimanere segreto, ma questo non impedí che la notizia trapelasse da mille indizi e si diffondesse rapidamente, gettando la corte nel più totale sbalordimento.

Come spiegare l'incredibile ascesa di Françoise d'Aubigné e le dinamiche oscure che ne avevano fatto la sposa morganatica del più orgoglioso e potente sovrano d'Europa? Per altri trentadue anni, fino alla morte di Luigi XIV nel 1715, ella sarebbe rimasta al suo fianco, continuando a suscitare questi interrogativi. E sebbene nel 1697 Charles Perrault avesse incantato i suoi lettori con la fiaba di Cenerentola, erano in pochi a ravvisarvi delle analogie con la storia di Françoise. L'interpretazione corrente vedeva piuttosto nella piccola orfana che dopo mille traversie era diventata regina una ambiziosa senza scrupoli, un'intrigante, un'ipocrita, una falsa devota, dando origine a una leggenda nera dura a morire. La stessa Mme de Maintenon preferí lasciare la sua relazione con il re avvolta nel mistero, bruciando tutta la loro corrispondenza. «Voglio che la mia vita resti un enigma per i posteri», ella ebbe a dichiarare al momento del rogo, ed è con quest'enigma che, da trecento anni a questa parte, tutti i suoi biografi sono chiamati a fare i conti.

In linea con gli studi più recenti, il libro di Veronica Buckley prende decisamente le distanze dai pregiudizi di cui Mme de Maintenon è stata a lungo prigioniera, e si propone di ricostruirne la personalità complessa e sfuggente e di capirne i comportamenti talvolta contraddittori, tenendo conto tanto delle circostanze a cui ella aveva dovuto fare fronte, quanto dei condizionamenti politici, culturali e religiosi della società di cui aveva salito uno a uno tutti i gradini.

Françoise d'Aubigné era nata, nel novembre del 1635, nel carcere di Niort, una cittadina del Poitou, dove suo padre, figlio degenere del grande poeta ugonotto Agrippa d'Aubigné, stava scontando una condanna come falsario. Per tutta la vita Françoise tenterà di riscattare l'onore della sua famiglia e, ormai moglie di Re Sole, commissionerà a La Chapelle, un letterato alla moda, di scrivere la biografia del suo illustre avo.

Battezzata secondo il rito cattolico – la religione di sua madre –, la bambina era stata affidata nel corso del 1638 alle cure della zia paterna, Louise d'Aubigné, e di suo marito Benjamin Le Valois de Villette, ugonotti ferventi che educarono la nipote nella loro fede. Ma nel 1643 Françoise fu costretta a seguire la sua famiglia nelle Antille dove il padre contava di fare fortuna. Durata tre anni, la spedizione ebbe esiti disastrosi e, di ritorno in Francia, ormai vedova e senza soldi, Mme d'Aubigné costrinse la figlia, che aveva sempre trattato con molta durezza, a mendicare per strada, per poi abbandonarla alla tutela di Mme de Neuillan, moglie del governatore di Niort. Decisa a sottrarre la sua pupilla all'influenza protestante, Mme de Neuillan la chiuse per due volte dalle Orsoline e finí per avere ragione della sua resistenza e fare di lei una cattolica convinta. Ma memore della violenza subita, Françoise avrebbe sempre conservato una ripugnanza istintiva per la mentalità conventuale.

Erano seguiti anni di infelicità e di umiliazioni, eppure, proprio a casa dei Neuillan, Françoise ebbe la fortuna di incontrare un Pigmalione d'eccezione, il cavaliere di Méré, il primo e più illustre teorico di quell'arte aristocratica del vivere insieme sotto il segno della cortesia, dell'eleganza, del piacere reciproco, a cui andava il nome, per altro intraducibile in qualsiasi altra lingua, di honnêteté. Forte dei suoi insegnamenti, Françoise si sarebbe servita dell'honnêteté per reinventarsi come persona, imporsi al rispetto della gente e intraprendere la folgorante ascesa che l'avrebbe portata ai piedi del trono.

Fu infatti la padronanza acquisita delle regole dell'honnêteté a consentirle di superare senza bruciarsi la prova del fuoco, il suo matrimonio con Paul Scarron, uno scrittore di venticinque anni più vecchio di lei, dichiaratamente libertino, irascibile, pieno di debiti e paralizzato dall'artrite deformante. Françoise lo aveva sposato a sedici anni pur di non finire in convento e si era trasformata in una perfetta infermiera. In compenso l'autore del Roman comique era brillante, colto, divertente, e il tout Paris si dava appuntamento nel suo salotto. È qui che la giovane moglie avrebbe perfezionato gli insegnamenti di Méré e si sarebbe iniziata alla vita mondana della capitale.

Non sappiamo se le condizioni fisiche di Scarron la esentassero da ogni forma di intimità coniugale ma, come osserva la Buckley, «la cura devota di Scarron da parte di Françoise, che non conobbe sosta negli otto anni del loro matrimonio, sembra suggerire che in ogni caso il marito non fece nulla, o nulla chiese, che lei non abbia accettato». Se il suo riserbo con gli uomini la metteva al riparo dalle maldicenze, la sua evidente messa al bando della sessualità era anche in sintonia con l'ideologia preziosa che si stava proprio in quegli anni diffondendo nei salotti della capitale. Si trattava di una forma di femminismo ante-litteram che esaltava l'amore platonico, privilegiava l'amicizia tra donne, si distingueva per la passione per la conversazione, la finezza psicologica, l'intransigenza del gusto, la raffinatezza delle maniere, e tutte queste caratteristiche, passate al filtro della honnêteté, guadagnarono a Françoise quella «bella reputazione» a cui più di ogni altra cosa ella ambiva, consentendole, una volta vedova, di voltare pagina.

Alla morte di Scarron, nel 1660, Françoise aveva venticinque anni e si trovava di nuovo senza un soldo, ma era finalmente libera, con un notevole capitale di esperienze alle spalle e in grado di badare a se stessa. E, cosa non secondaria, era molto bella.

Ella dimostrò subito di sapersi muovere con abilità e prudenza. Si mise sotto la protezione del partito "devoto" che propugnava la moralizzazione dei costumi, ma si legò anche di amicizia con Ninon de Lenclos, la colta e raffinata cortigiana che tanto scandalizzava i benpensanti e che le cedette di buona grazia il bel marchese di Villarceaux, il primo uomo con cui Françoise avrebbe finito per capitolare. Si era trattato, come sostiene la Buckley, di un grande amore? Di certo, più che discreta, la relazione non impedí a Françoise di vedersi aprire le porte del bel mondo parigino. In seguito ella ricorderà quell'epoca, in cui non voleva altro che «essere un bel personaggio e avere l'approvazione degli honnêtes gens», come la migliore della sua vita. Possiamo trovare l'inconfutabile prova dei suoi successi nelle lettere di Mme de Sévigné dove Françoise viene spesso ricordata per «lo spirito amabile e meravigliosamente retto», la capacità di raccontare, l'immenso tatto con cui «ella sa tessere lodi». E furono proprio queste qualità a indurre una sua vecchia conoscente, Françoise-Athénaïs de Rochechouart, marchesa di Montespan, a farle una proposta che avrebbe, una volta di più, cambiato radicalmente la sua vita.

Diventata l'amante di Luigi XIV nell'estate del 1667, Mme de Montespan le aveva infatti chiesto di prendersi cura nel più assoluto segreto dei figli avuti dal sovrano. Spinta ad accettare l'incarico dalle pressioni del suo direttore di coscienza, père Gobelin, Françoise si trovò cosí, a partire dalla primavera del 1669, a capo di una nursery che grazie alla prolificità di Athénaïs era destinata a ingrandirsi anno dopo anno. Nel 1674, quando i bambini, a cui si era profondamente affezionata, poterono uscire dalla clandestinità per stabilirsi a corte, il loro numero era salito a cinque. Nel frattempo Françoise si era anche innamorata del loro padre e probabilmente, nel novembre 1674, messi a tacere gli scrupoli, aveva ceduto alle sue avances. E il re, che aveva già dimostrato in modo tangibile il suo apprezzamento per le cure da lei prodigate ai suoi figli con pensioni e gratificazioni economiche, le conferiva nel corso del mese di dicembre di quello stesso anno il titolo di marchesa di Maintenon.

Il primo problema a cui Françoise dovette fare fronte fu come tenere legato a sé l'uomo che amava e non rientrare nel novero delle molteplici scappatelle sessuali che l'instancabile sovrano si concedeva in margine alla sua relazione con Mme de Montespan. Per giunta Françoise aveva ormai trentotto anni – tre più di Luigi – e sapeva che a lungo andare non poteva essere l'attrattiva fisica il suo punto di forza. A colpire il re era semmai la dedizione con cui ella si era consacrata ai suoi figli e le qualità che era andato scoprendo nel corso della loro frequentazione: la dolcezza, il riserbo, il tatto, la modestia, unite a un'intelligenza profonda della vita e a un grande equilibrio. Ed è, in effetti, facendo leva su questi atout che ella riuscirà a rendersi indispensabile al re, meritandosi l'appellativo scherzoso di "Sua Solidità" e diventando per lui un punto stabile di riferimento affettivo. Ma, non paga, a partire dal 1680, ella metterà a punto, come scrive la Buckley, un progetto ancora più ambizioso: «Avrebbe stretto con il re un legame destinato a garantire una duratura, se non eterna, gloria a lui e a se stessa. Non l'avrebbero aggiunta alla lista delle amanti reali. La sua ambizione era ben più alta. Françoise aveva deciso di salvare l'anima al re».

Il proposito di Mme de Maintenon di ricondurre Luigi XIV sulla retta via e di indurlo a mettere fine allo scandalo delle maîtresses en titre e a riconciliarsi con la moglie in virtù di una relazione illecita, costituisce, in effetti, uno dei nodi critici più controversi della sua biografia. Limitiamoci a ricordare che gli studi più recenti tendono a darne una lettura in chiave psicologico-religiosa. Stordita dalla sua vertiginosa ascesa – «la mia vita è un miracolo», doveva confidare in vecchiaia a un'amica –, e influenzata dai suoi confessori, Françoise avrebbe maturato la convinzione di essere uno strumento della Provvidenza per fare desistere il sovrano da una condotta indegna del «re cristianissimo». La Buckley, invece, è propensa a credere che sia lei a manipolare i suoi confessori e che il suo obiettivo, puramente strategico, miri a seppellire sotto il velo della devozione il ricordo del suo imbarazzante passato. La sua decisione, insomma, «non era il riflesso di una sua ritrovata pietà». Tuttavia, per credere a questa interpretazione senza rispolverare il vecchio cliché della falsa devota o del Tartufo in gonnella, bisognerebbe poter immaginare una Françoise che, armata solo di una morale pragmatica, si attiene alla pratica delle forme esteriori della religione e non esita a prendersi gioco del suo confessore. Una libera pensatrice, insomma, se la sua biografa non precisasse che «Françoise era una cristiana credente in un'epoca in cui tutti, tranne alcune eccezioni, erano devoti cristiani».

Un'affermazione che ci autorizza a sospettare che l'idea che la Buckley si fa della religiosità tanto dei «devoti cristiani» in generale, quanto di Mme de Maintenon in particolare, sia quantomeno sommaria.

In effetti, non si può non rilevare che dopo avere illustrato in modo estremamente efficace l'itinerario dei primi quarant'anni di vita della sua eroina, arrivato il momento di seguirla alla corte di Re Sole, la Buckley si lascia sopraffare da un forte sentimento di idiosincrasia nei confronti delle due istituzioni che, a quell'epoca, condizionano nel profondo il modo di vivere e di pensare della maggioranza dei francesi, la monarchia assoluta e la chiesa cattolica. È naturalmente un sentimento legittimo ma che non dovrebbe esentare la Buckley dalla curiosità di capire un modo di pensare indubbiamente lontano dal nostro.

Non entrerò qui nel merito dei giudizi assai severi sulla politica di Luigi XIV e sul suo stile di governo. Gli studi consacrati all'argomento sono, com'è noto, innumerevoli, e Re Sole continua a essere al centro di un acceso dibattito storiografico. Mi limiterò a dire che la sua idea di sovranità andrebbe valutata alla luce della specificità della monarchia francese e non attraverso il confronto con modelli del tutto diversi, a cominciare da quello della monarchia parlamentare inglese. E se la sua politica di supremazia e di egemonia in Europa si presta a essere discussa, è difficile non riconoscere a lui e al suo regno di avere segnato la tappa decisiva nella costruzione dello stato francese moderno, raccogliendo e sviluppando l'eredità di Richelieu e di Mazzarino.

Forse può essere più utile soffermarsi su alcune delle molte affermazioni avventate della Buckley in materia di religiosità secentesca (quelle relative a Bossuet sono un campionario di errori), per richiamare l'attenzione sull'importanza di una cultura teologica di cui oggi si è andata perdendo la conoscenza. In effetti, se l'autrice avesse più dimestichezza con i testi degli autori a cui fa riferimento e con il linguaggio e le tematiche religiose dell'epoca, anche i suoi giudizi sulla spiritualità di Mme de Maintenon sarebbero meno riduttivi.

Mi limiterò a due soli esempi. La scrittrice prende ciò che Françoise scrive a père Godet de Marais, il confessore succeduto a père Gobelin, – «Mi comunico ogni giorno solo per obbedienza … non sento nessuna unione con Dio … le preghiere mi annoiano … le mie meditazioni non sono granché» –, a dimostrazione del fatto che «non percepiva in sé nessuna spiritualità». Ma questo passo, semmai, dovrebbe suggerire precisamente il contrario. Tutta la corrispondenza spirituale di François Fénelon, arcivescovo di Cambrai, allievo e poi rivale di Bossuet, di cui Mme de Maintenon subirà fortemente il fascino, è una variazione continua sul tema dell'«aridità dell'anima», cara alla religiosità dell'epoca. Ed ecco cosa il grande teologo scriveva, in proposito, alla marchesa: «È lui [Dio] che fa nascere in noi l'aridità, l'impazienza, lo scoraggiamento, per umiliarci con la tentazione e per mostrare a noi stessi quel che siamo». E quando la Buckley ironizza sul fatto che père Godet, «nonostante la sua teologia sorboniana», inviti la sua penitente a ringraziare Dio per le sofferenze procuratele dal mal di denti – «Lui affligge coloro che ama. Il dolore è il Suo grande dono ai suoi figli più amati» –, vedendovi un esempio di quei «mediocri, soffocanti, pii esercizi» che Françoise giudicava inutili, l'autrice sembra ignorare che la religiosità secentesca considera la sofferenza fisica e morale come il linguaggio di Dio. Pensiamo anche solo alla splendida Prière pour demander à Dieu le bon usage des maladies di Blaise Pascal, massimo campione del Giansenismo (una delle maggiori correnti spirituali del secolo che la Buckley liquida con l'etichetta di «setta tristanzuola»), in cui si legge: «Non permettete che io sia a tanta lontananza da voi, che possa considerare l'anima vostra triste sino alla morte, e il vostro corpo fiaccato dalla morte per i miei peccati, senza rallegrarmi di patire e nel mio corpo e nella mia anima».

Se non si tiene conto di queste problematiche centrali alla spiritualità del tempo e dell'influenza esercitata su di lei da personalità carismatiche come Bossuet e Fénelon, un aspetto importante della visione esistenziale di Mme de Maintenon è destinato a rimanere nell'ombra. La morale pragmatica che, come ben mostra la Buckley, l'aveva sostenuta fino al suo arrivo a Versailles non bastava più a guidarla nei labirinti di una coscienza divisa tra amor sacro e amor profano, tra missione salvifica e peccato di concupiscenza, tra la salvaguardia orgogliosa della dignità del proprio personaggio pubblico e il sentimento della propria solitudine interiore come della vanità delle sue ambizioni. Costretta a prendere atto di queste lacerazioni, Françoise avrebbe tentato di affrontarle con i mezzi e nei modi suggeritile da una religiosità destinata a evolversi nel tempo. È assai probabile che al momento di consacrarsi alla conversione del re ella trovasse una risposta alle sue contraddizioni – oggi lo chiameremmo "conflitto di interessi" –, facendo ricorso a quella "morale delle intenzioni", praticata dai gesuiti, che tanto scandalizzava i giansenisti. Ma il pieno successo della crociata di Françoise – nel 1680 il re si riconciliava con la moglie e si asteneva da nuove avventure – non poneva certo fine ai suoi problemi di coscienza. E se la religione non le impediva di perdurare in una situazione di compromesso, le insegnava ugualmente a diffidare di sé e degli altri, a vivere luttuosamente nella consapevolezza dei propri peccati, a spogliarsi progressivamente di ogni illusione mondana. Alla fine degli anni Ottanta del Seicento, Madame de Maintenon si sarebbe lasciata tentare dal Quietismo, un movimento spirituale promosso da Jeanne-Marie Bouvier de la Motte Guyon, una mistica visionaria che aveva avuto l'avallo di Fénelon. Il Quietismo sosteneva che la preghiera dovesse essere quanto più possibile silenziosa e passiva (quiet) nell'attesa dell'illuminazione dello Spirito Santo e invitava al completo abbandono alla volontà divina. Ma la querelle teologica che ne era seguita e che aveva visto Bossuet e Fénelon l'un contro l'altro armati, la condanna ecclesiastica del Quietismo, l'arresto di Mme Guyon e la riprovazione di Luigi XIV per essersi lasciata invischiare a sua insaputa in un'avventura cosí pericolosa, riconsegnarono la marchesa all'osservanza religiosa nel pieno rispetto dell'ortodossia.

Se la crociata religiosa era stata il cavallo di Troia che aveva consentito a Mme de Maintenon di penetrare nell'intimità del sovrano, fu, come scrive la Buckley, l'Affaire des poisons (1677-82) a suggellare il suo destino. A partire dal 1677, sul filo di un'indagine giudiziaria condotta a porte chiuse, era infatti emersa l'esistenza di una vasta rete criminale composta da maghi, indovini, mammane, spacciatori di droghe e veleni che vendevano i loro servigi al bel mondo della capitale e a cui anche Mme de Montespan avrebbe fatto ricorso per procurarsi degli afrodisiaci da somministrare al re e partecipare a riti satanici e messe nere per sbarazzarsi dalle sue rivali. Sconvolto dalle rivelazioni, il sovrano dovette prendere atto che "l'affare dei veleni" non avrebbe potuto verificarsi senza la complicità di una società profondamente amorale alla quale, almeno per quanto riguardava la spregiudicatezza sessuale, aveva dato lui stesso l'esempio. Mise fine alla sua relazione con Athénaïs e, con l'aiuto di Mme de Maintenon, cambiò stile di vita. Rimasto improvvisamente vedovo, decise di mettere definitivamente a posto la sua coscienza e di sposare Françoise in segreto.

Alla soglia dei suoi quarantotto anni, Françoise d'Aubigné iniziava dunque, in quel modo insperato, l'ultimo e più glorioso "capitolo" della sua vita, ma esso non era foriero di quella felicità in cui ella poteva legittimamente sperare. La formula del matrimonio morganatico, oltre a far salvo l'onore dinastico, era perfettamente funzionale alle esigenze di Luigi XIV, non a quelle di Françoise. Essa esonerava il re da qualsiasi gesto di riconoscimento formale, ma privava sua moglie di ogni garanzia, facendola dipendere esclusivamente dalla sua benevolenza come qualsiasi amante. Né moglie né amante dichiarata, prigioniera di un'«ambiguità umiliante», Madame de Maintenon vedeva andare in fumo quella «bella reputazione» che l'aveva spinta cosí in alto e appariva ora agli occhi della corte e dell'intero paese come un'avventuriera che nascondeva la sua relazione colpevole dietro la facciata del perbenismo.

La Buckley detesta troppo Luigi XIV per accontentarsi di imputare questa soluzione sia all'incolmabile differenza di rango tra i due sposi che rendeva impossibile un matrimonio ufficiale, sia al proverbiale egoismo del sovrano. La scrittrice ritiene che egli volesse deliberatamente mortificare l'orgoglio della donna amata perché nutriva un complesso di inferiorità nei suoi riguardi e temeva di esserne dominato: «In termini umani, per intelletto e carattere, era lei la più forte».

Ora, anche se volessimo prendere per buone tutte le accuse che la Buckley rivolge a Luigi XIV, pensare che egli potesse avere timore di una «nuova regina Françoise», «forse più astuta» di lui e in grado di «interferire negli affari pubblici», è un'interpretazione psicologica del tutto anacronistica. Nella monarchia francese d'Antico Regime, eccezion fatta per le reggenti che, in caso di vedovanza, governavano in nome dei figli minori, le regine non avevano alcun potere, alcun margine di autonomia, ed erano in tutto e per tutto sottomesse all'autorità dei mariti. Questo era particolarmente vero per Luigi XIV che, geloso della sua autorità e maschilista convinto, aveva sempre tenute nettamente separate le faccende politiche da quelle del cuore.

Quello che è invece inconfutabile è che il matrimonio di Françoise coincise con il precoce declino fisico del sovrano e con l'inizio della parabola discendente del suo regno. A partire dal 1685, gotta, vapori, disturbi gastrici, emicranie, eczemi, interventi chirurgici terribili non diedero più requie a Luigi XIV, che mostrò di sapere sopportare le sofferenze fisiche con uno stoicismo analogo a quello di cui avrebbe dato prova davanti alla lunga catena di lutti familiari e ai rovesci militari della fine del regno.

Allo stesso modo, a partire dalla revoca dell'editto di Nantes (1684), che metteva al bando la religione riformata e costringeva migliaia e migliaia di ugonotti a convertirsi o a prendere la via dell'esilio, Re Sole accumulò una serie di decisioni dalle tragiche conseguenze e la sua volontà di potenza finí per indurre gli altri stati europei a coalizzarsi contro di lui. Ne seguí, com'è noto, una interminabile serie di guerre che lasciarono la Francia dissanguata ed esausta.

Mme de Maintenon odiava sia la guerra che la violenza e – contrariamente a quanto si è a lungo sostenuto – non ebbe la benché minima responsabilità nella ripresa delle persecuzioni contro gli ugonotti, eppure non esitò a servirsi della forza per proteggere le persone che le erano care. Ella desiderava ridare lustro alla sua famiglia facendola beneficiare della sua nuova posizione, ma Charles d'Aubigné, il fratello che le era rimasto, si era rivelato una fonte continua di preoccupazione e di imbarazzo. Rimanevano i cugini protestanti, che però non intendevano convertirsi, condizione indispensabile per fare carriera. Cosí, prima ancora della revoca dell'editto di Nantes, la marchesa si appropriò con uno stratagemma dei figli dell'amatissimo cugino Philippe de Vilette, li convertí d'autorità e si incaricò della loro educazione strappandoli ai genitori. Il maschio venne avviato a una brillante carriera militare, la bambina – la futura Mme de Caylus – sarebbe cresciuta sotto l'occhio vigile della zia, che ne avrebbe fatto il suo capolavoro pedagogico.

Mme de Maintenon non si accontentò di sovrintendere all'educazione dei propri nipoti e alla vasta tribù di discendenti legittimi e illegittimi del suo reale consorte e nel 1686 diede vita, con il sostegno ufficiale di Luigi XIV, all'Istituto Reale di Saint-Louis a Saint Cyr, un collegio che doveva provvedere all'educazione e alla dote di duecentocinquanta fanciulle provenienti da famiglie della nobiltà povera. Lei stessa apparteneva a una famiglia dell'aristocrazia decaduta e aveva potuto constatare l'importanza che avevano avuto per lei l'educazione e l'uso di mondo. Saint-Cyr era, inoltre, l'unico omaggio ufficiale resole da Luigi XIV e l'unico luogo in cui ella godeva, come ideatrice e benefattrice, di una posizione perfettamente legittima. Ed è lí che la marchesa si sarebbe ritirata nel 1715, alla morte del marito, per concludervi la sua vita il 15 aprile 1719.

Saint-Cyr era la prima istituzione statale destinata a occuparsi in modo sistematico delle ragazze di buona famiglia, dall'infanzia fino all'età adulta. Con intuito geniale, ispirandosi alle idee che Fénelon avrebbe di lí a poco esposto nel trattato De l'éducation des filles (1687), Mme de Maintenon fissò un modello pedagogico di avanguardia destinato a una lunga fortuna.

Ella scelse di persona le insegnanti e, almeno all'inizio, le volle laiche, perché sia il re che lei diffidavano dei metodi educativi praticati nei conventi, fermo restando che il primo obiettivo dell'Istituto era quello di dare alle educande una formazione cristiana. Suddivise le allieve per gruppi d'età; decise l'organizzazione del tempo, le materie da privilegiare, le letture, gli svaghi. Su sua commissione Jean Racine avrebbe scritto le sue due ultime tragedie di argomento sacro, Esther e Athalie, perché potessero essere recitate dalle stesse allieve. Diede un'importanza grandissima al dialogo tra maestre e alunne, alla priorità del ragionamento e della riflessione sull'apprendimento mnemonico, all'emulazione, insistendo ugualmente sulla necessità di tenere conto del carattere e delle attitudini proprie a ogni educanda.

Il progetto pedagogico di Mme de Maintenon forniva la sua personale risposta alla condizione di sudditanza in cui erano allora tenute le donne. Le donne non erano uguali agli uomini, ma dovevano andare fiere della loro differenza, coltivare le virtù specifiche del loro sesso, avere piena consapevolezza delle loro responsabilità di mogli e di madri. Il compito dell'educazione era precisamente quello di fornire alle allieve tutti gli strumenti necessari per fare fronte, nel rispetto di se stesse, con stoicismo cristiano, a un futuro di obbedienza e di sacrificio. Ma l'idea della differenza, non bisogna dimenticarlo, era già stata un caposaldo dell'ideologia preziosa e, spogliata delle precauzioni religiose con cui Mme de Maintenon l'aveva travestita, avrebbe ritrovato tutta la sua attualità nei dibattiti del femminismo più moderno.

Tuttavia, ancor più che l'istituzione di Saint-Cyr e il vasto insieme di scritti pedagogici a essa consacrato, il monumento più duraturo che Françoise d'Aubigné ha lasciato di sé è la sua corrispondenza, che Napoleone preferiva a quella di Mme de Sévigné. Essa non è soltanto una delle più ampie del XVII secolo (più di 5.000 lettere) e una delle più straordinarie per la diversità dei destinatari (amici, parenti, dame di Saint-Cyr, ma anche teste coronate, papi, nunzi apostolici, vescovi, cardinali, servitori dello stato) e per la varietà dei temi affrontati. Le sue lettere si impongono all'ammirazione anche per l'eleganza della lingua e per l'uso sapiente di tutta la gamma dei diversi registri stilistici e linguistici messi di volta in volta in opera a seconda del corrispondente, in accordo alle regole dell'arte epistolare dell'età classica.

Per tutte queste ragioni è davvero un evento importante che, dopo tre secoli di edizioni inattendibili o incomplete, l'epistolario di Mme de Maintenon stia finalmente per vedere la luce in una edizione integrale e scientificamente rigorosa, a cura di una équipe di eccellenti studiosi diretta da Hans Bots ed Eugénie Bots-Estourgie. Grazie alla cortesia dell'editore Champion, abbiamo potuto prendere visione delle bozze poco prima della pubblicazione del primo dei sette tomi previsti. Corredate da un'esatta datazione e da note storiche preziose, queste prime 667 lettere, incluse in un arco di tempo che va dal 1650 al 1689, ci consentono di ripercorrere gli anni cruciali dell'avventura di Françoise alla luce di quella che Hans Bots e Christine Mongenot definiscono una scrittura epistolare «al servizio dell'azione». Ed è certamente a partire dagli strumenti di conoscenza offerti da questa nuova edizione delle Lettres che ci si potrà ritornare a interrogare sull'enigma di Mme de Maintenon, con una maggiore consapevolezza della complessità delle strategie discorsive di cui la marchesa si era servita per rendersi impenetrabile.

. Composti dopo la revoca dell'editto di Nantes e la ripresa delle persecuzioni contro gli ugonotti, i Mémoires pour servir à la vie d'Agrippa d'Aubigné, che esaltano il cortigiano, il guerriero, l'uomo d'azione, il servitore della monarchia, ci restituiscono di lui un'immagine conforme ai desideri della sua discendente. Rimasti allo stadio di manoscritto, i Mémoires vedono oggi la luce a cura di G. Banderier, Parigi, Éditions Honoré Champion, 2008.

. Cfr. l'Introduzione di P.E. Leroy a Mme de Maintenon, Comment la sagesse vient aux filles, a cura di P.E. Leroy e M. Loyau, Parigi, Bartillat, 1998.

. Fénelon, De la croix qu'il y a dans l'état de prospérité, de faveur, de grandeur, in Îuvres, a cura di J. Le Brun, Parigi, Gallimard, 1983, t. I, p. 569.

. B. Pascal, Il buon uso delle malattie, Brescia, Morcelliana, 1950, pp. 27-28.

. Cfr. A. Somerset, The Affair of poisons: Murder, Infanticide and Satanism at the Court of Louis XIV, Londra, Weidenfeld & Nicolson, 2003.

. Accusato di «mediocrità intellettuale», Luigi XIV è «incapace di analizzare», «non molto intelligente», «egocentrico e superficiale».

. Un interessante saggio di S. Perez, La santé de Louis XIV. Une biohistoire du Roi-Soleil (Parigi, Champ Vallon, 2007), smentisce, a partire dallo studio del Journal de Santé tenuto dai suoi medici, la leggenda di una salute eccezionale del sovrano e ce lo mostra altamente rispettoso, quali che fossero le sue personali riserve, dell'autorità di coloro che avevano la responsabilità di vigilare sulla sua integrità fisica nell'interesse del paese.

. Cfr. Mme de Maintenon, Dialogues and addresses, l'ottima scelta curata da J.J. Conley e apparsa nel 2005 nella collana "The Other Voice in Early Modern Times" (University of Chicago Press), consacrata a testi scritti da donne.


BENEDETTA CRAVERI, specialista della cultura francese di Antico Regime, insegna Letteratura francese all'Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. È autrice, tra l'altro, di: Madame du Deffand e il suo mondo (1984); La civiltà della conversazione (2001); Amanti e regine: il potere delle donne (2005); Maria Antonietta e lo scandalo della collana (2006), tutti editi da Adelphi.

 
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