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Le origini culturali del nazismo MICHELA NACCI
GEORGE BENSOUSSAN, Genocidio. Una passione europea, a cura di Frediano Sessi,
trad. di Carlo Saletti e Lanfranco Di Genio, Venezia, Marsilio, pp. 396, €21,00
L'intento del libro Genocidio di Georges Bensoussan, ora tradotto in italiano,
è indagare quali sono le origini culturali del nazismo: si occupa cosí di un tema classico
nella storia delle idee, in cui questa disciplina dispiega la sua grande importanza per comprendere
la storia, ma anche tutti i suoi trabocchetti e i suoi terreni scivolosi, tutte le sue soluzioni
facili e ingannevoli.
È possibile trattare delle origini culturali del Terzo Reich solo se si è convinti
che il fenomeno nazionalsocialista non rappresenti una malattia repentina nella storia tedesca,
ma sia stato preparato da autori, temi, discussioni, che in qualche modo lo hanno reso possibile.
È opportuno chiedersi subito se "origini" sia da intendere come "cause":
ricostruire le correnti intellettuali che stanno a monte della nascita del regime hitleriano
significa rintracciare il punto di partenza di atteggiamenti, stili di pensiero, convinzioni,
che hanno avuto quel regime come effetto? Ovvero: la storia delle idee può essere illuminata
a posteriori dall'esito al quale le idee individuate come origini hanno condotto?
La forza della cultura uscirebbe molto rinvigorita da una simile convinzione, ma anche con una
responsabilità che non sappiamo quanto sia lecito attribuirle.
Il termine "origini" non si impegna in una simile affermazione, ma suggerisce in
realtà, anche quando non lo dice in modo esplicito, che le premesse culturali sono essenziali
nella formazione e nell'affermazione di un simile regime. Preparano il terreno indispensabile
mettendo in circolazione questioni e accenti che formano il contenuto ideologico del regime a
venire, predispongono ad ascoltare con attenzione e con favore parole d'ordine altrimenti
inaccettabili, insegnano a non reagire in modo decisamente negativo ai provvedimenti del governo
che assume il potere. In definitiva, ogni ricerca che si incammini per questa strada tenta di rintracciare
quali parti delle premesse intellettuali siano state messe in pratica dal regime che poi si è
affermato. Una volta che le ha identificate, definisce quelle parti come le origini culturali
di tale regime.
Bensoussan rintraccia le origini culturali del nazismo in cinque correnti, che colloca tutte
tra la seconda metà dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento: l'antilluminismo,
il biologismo applicato alla storia e alla cultura, il culto della violenza, l'antisemitismo,
il pessimismo culturale. Definisce il nazismo esclusivamente in termini di sterminio degli ebrei.
Collega in modo stretto le correnti culturali che ha individuato con il nazismo cosí concepito.
In questo percorso, a prima vista lineare, si nascondono più interrogativi che risposte,
più soluzioni apparenti che indagini circostanziate, e a ogni proposta di spiegazione si
affiancano altrettanti dubbi.
Iniziamo dall'antilluminismo: con questo termine Bensoussan intende la ripresa, alla
fine del XIX secolo, del pessimismo radicale sulla natura umana (che proprio per questo esige il
controllo sui cittadini da parte di uno stato forte) che era stato tipico degli autori controrivoluzionari,
dei quali viene preso a esempio e tipo ideale Joseph de Maistre. Essi, a loro volta, basavano le loro
teorie su un cristianesimo controriformista che vedeva il mondo invaso dal diavolo, destinato
a una catastrofe, bisognoso di salvezza. Da qui deriverebbe il pessimismo culturale fin-de-siècle
che vedeva il mondo sotto il segno della decadenza.
Peccato che le correnti culturali siano meno univoche di quanto possano apparire a prima vista.
Proprio di uno dei maggiori illuministi, Voltaire, era la convinzione dell'esistenza delle
razze e della gerarchia fra di esse, mentre non tutto il pensiero critico della Rivoluzione francese
si fa ridurre a reazione. Esiste anche la posizione liberalconservatrice espressa
da uno dei primi e maggiori autori che riflettono criticamente sul 1789, Edmund Burke. Lo stesso
vale per il pessimismo culturale: questo non era solo di matrice cristiana, come nel testo si sostiene,
ma anche neopagana, vagamente spiritualista, e nient'affatto caratterizzata in senso
religioso.
Ancor più difficile è identificare un suo preciso esito politico. La salvezza dal
declino del mondo moderno era osservata da parti diverse, opposte: il presente veniva criticato
perché troppo democratico o perché lo era troppo poco, perché troppo astratto
o troppo concreto, perché impotente o perché malato di efficientismo; la salvezza
dal declino era pensata come ancien régime o come un mondo di uomini liberi e uguali
che potessero coltivare la loro anima.
Si può essere pessimisti sulla natura umana senza per questo vedere con favore le camere
a gas, si può leggere nel mondo moderno un declino inarrestabile senza per questo sposare
le ragioni dell'Olocausto. Inoltre, l'odio per la democrazia, lo spirito borghese,
il parlamentarismo, proveniva in quel periodo da destra e da sinistra: e anche se sommiamo la critica
alla democrazia con l'idea che l'uomo non sia buono per natura, e perfino con l'idea
che la civiltà sia in una fase declinante, ciò che ne risulta non è necessariamente
una posizione fascista (come Bensoussan afferma), ma semplicemente antimodernista.
È arduo sostenere che l'antimodernismo coincida con il fascismo, dal momento che
l'equazione non torna da nessuna delle due parti. Da un lato il fascismo, cosí come il
nazismo, fu anche fede nello sviluppo, nella creazione di uno stato e di un uomo nuovi, nell'industria,
nel futuro, nella modernità; dall'altro, l'antimodernismo non è necessariamente
la premessa del totalitarismo, tanto è vero che esiste anche un antimodernismo di sinistra.
Anche per quel che concerne il biologismo e il razzismo, che per Bensoussan preparano lo sterminio,
le domande sono numerose. È vero che la cancellazione dell'umanità dell'uomo
effettuata dal nazismo prende avvio dallo studio scientifico dell'essere umano che lo considera
come un animale tra gli altri animali? Tutto il darwinismo sociale può essere considerato
alla luce della soppressione dei deboli, di coloro che risultano perdenti nella lotta per la sopravvivenza
applicata alla società? In un infiacchimento degli esseri umani credeva, a esempio, un
autore come George Orwell, a proposito del quale è difficile parlare di simpatie naziste.
Dell'onnipresenza dell'idea di razza nel periodo esaminato il volume offre un quadro
inquietante, ma dubitiamo che l'idea di razza implicasse per tutti coloro che la utilizzavano
una gerarchia fra le razze, un miglioramento da apportare a esse, la soppressione di una parte della
popolazione.
Scrive Bensoussan: «Nel momento in cui la classe porta allo scontro (ma, anche, al compromesso),
la razza genera l'idea di sterminio». Occorre notare che vi sono stati stermini (come
quello staliniano) che non muovevano dall'idea di razza; vi sono stati scontri generati
dalla prospettiva di classe che si sono tradotti in genocidi (si veda la Cambogia), mentre la razza,
nella quale crede, non conduce tutta la cultura scientista di fine Ottocento al razzismo, tanto
che molti positivisti sono sostenitori di un riformismo socialista che del darwinismo riprende
solo l'evoluzione intesa come un progresso lento e inevitabile che elimina la necessità
della rivoluzione.
Nelle premesse culturali del nazismo a essere in questione è la modernità: «L'ossessione
della razza … è da mettere in relazione con la perdita dei punti di riferimento in un
mondo diventato inintelligibile, e segna quella linea di sicurezza in un momento in cui ogni limite
sembra svanire». Quasi che la responsabilità della centralità della razza
in quel periodo sia da attribuire a un mondo che perdeva radici, sicurezza, si modificava troppo
velocemente per gli esseri umani, lasciando una terra sconvolta e un cielo vuoto.
Bensoussan legge il pessimismo culturale in senso antiebraico poiché a suo parere fa
dell'ebreo il simbolo della modernità. Ma il pessimismo culturale è decisamente
critico di una modernità urbana, sradicata, artificiale: non è necessariamente
antiebraico, cosí come non lo è l'antimodernismo. Per Oswald Spengler (uno dei
maggiori esponenti del pessimismo culturale di quegli anni), il nomade abitatore
delle megalopoli contemporanee, sradicato da ogni terra, era il prototipo dell'uomo moderno,
non dell'ebreo. Il fatto che antisemiti e critici della modernità di fine Ottocento
dirigano i loro strali verso le stesse caratteristiche urbanesimo, industrialismo, freddezza,
impersonalità, artificialità crescente della vita non autorizza a identificare
le due correnti. Scrive Bensoussan: «Sinonimo di eredità da trasmettere, la razza
è ciò che resta di fronte all'angoscia per l'opera distruttrice del tempo,
e a maggior ragione sotto un cielo vuoto». Ma l'antisemitismo non è affatto un
esito scontato di quell'atteggiamento che vede nella modernità una caduta. Si legge:
«L'ebreo è necessario al nostro mondo, poiché la sua presunta malvagità
cristallizza l'inquietudine sorta da un universo nuovo e incomprensibile». Certo,
è innegabile che l'ebreo abbia fatto da capro espiatorio: come tutti i capri espiatori,
ha compattato chi lo condannava e lo uccideva. Ma è possibile ricondurre l'antisemitismo
al disagio della modernità? Se cosí fosse, perché ogni paese moderno non ha
avuto il suo antisemitismo?
La sostanza del nazismo consiste, a giudizio dell'autore, nello sterminio degli ebrei,
cioè nel genocidio del titolo. Ovvio che il razzismo, l'antigiudaismo, l'ideologia
guerresca, il machismo, il darwinismo sociale, siano riconosciuti quali sue premesse. L'antigiudaismo
caratterizza l'Occidente dal Medioevo in poi: resta da spiegare perché proprio in
quel momento divenne un'idea-forza capace di tradursi nella tragedia della Shoah. Se quelle
premesse sono pressoché tautologiche, siamo certi che il pessimismo culturale rappresenti
una premessa altrettanto ovvia, altrettanto indiscutibile del nazismo? Il pessimismo culturale
esprime una ripulsa della modernità e la convinzione che un'epoca dalle caratteristiche
cosí negative condurrà a una fine dei tempi, a una catastrofe certa. È importante
il tentativo di prendere sul serio questa corrente: ma si tratta di una corrente culturale assai
composita, che da questa indagine risulta invece appiattita: è difficile, poi, indicare
quale sia la sua traduzione politica, arduo addirittura affermare se ne abbia una. Peraltro, il
pessimismo culturale non coincide completamente con l'impostazione che il nazionalsocialismo
dà alla sua visione della storia né alla sua considerazione del progresso materiale,
del valore dell'industrialismo e della modernità.
Come regime reale, il nazismo non poteva essere troppo nostalgico, e doveva, accanto al vagheggiamento
di epoche più organiche, più comunitarie, più solidali, più artigianali
nella storia del mondo, promuovere la propria industria per competere ad armi pari con le altre
nazioni. La stessa cosa accade nel fascismo italiano, dove la contrapposizione fra un'epoca
di crisi storica e di declino (che coincideva con l'epoca liberale, e anche con l'urbanesimo,
il macchinismo, l'egoismo individualista) e un'epoca alta che coincideva con il fascismo
e si caratterizzava con un ritorno alla terra, all'artigianato, al lavoro delle mani, alla
corporazione medievale, doveva comunque fare i conti con la promozione della grande industria,
di quelle macchine che sciupano il mondo e che erano tanto deprecate.
L'esaltazione della violenza e della guerra che Bensoussan individua nella cultura
europea tra 1880 e 1914 può essere ricondotta per intero a preparazione del sistematico stato
di eccezione del nazismo e alle sue violenze? Può essere ritenuta «la matrice di una
brutalizzazione della società» accentuata poi dalla Grande Guerra? In verità,
nell'esaltazione della violenza tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo confluiscono
elementi molto diversi: il marxismo ortodosso che rifiuta il compromesso revisionista con il
parlamentarismo, la lotta alla società borghese di Georges Sorel, l'anarchismo
e i primi movimenti nazionalisti di massa. Dalla critica a una società che elimina dalla
vita degli uomini la competizione e il progresso riducendoli a meccanismi tutti uguali, dal richiamo
alla necessità della lotta anche cruenta, possono essere tratte conseguenze diverse:
da un vitalismo individuale alla definizione del conflitto e della competizione come molle dello
sviluppo, dall'esaltazione della selezione a favore dei migliori in quella lotta che è
la vita al richiamo a non abbandonarsi agli automatismi sociali.
MICHELA NACCI insegna Storia delle dottrine politiche all'Università dell'Aquila.
La sua opera più recente è Storia culturale della Repubblica (Bruno Mondadori,
2009).
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