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La grandeur della Francia
GIANFRANCO PASQUINO
SERGIO ROMANO, Storia di Francia. Dalla Comune a Sarkozy, Milano, Longanesi,
pp. 302, €18,60
UMBERTO COLDAGELLI, La Quinta Repubblica da De Gaulle a Sarkozy, Roma, Donzelli,
pp. 184, €27,00
Si dice che l'Italia sia un paese di poeti e navigatori, di santi ed eroi. In materia, la
storia della Francia non è da meno, ma può vantare anche quelle grandi rotture rivoluzionarie,
la cui mancanza è lampante nella storia italiana, e leader carismatici: da Giovanna d'Arco
a Napoleone Bonaparte, a Charles de Gaulle, in confronto ai quali Benito Mussolini e se non
è troppo (poco) Silvio Berlusconi impallidiscono. Nella sua sempre utile ed efficace
opera di divulgazione storica, Sergio Romano ripubblica, aggiornato, il libro in cui si occupa
del periodo di storia francese che va dal 1870 fino al primo anno della presidenza di Nicholas Sarkozy.
Nel complesso, è sicuramente un periodo ricco di avvenimenti, caratterizzato dal susseguirsi
di rotture e regimi: la Comune (1870-1871); la Terza Repubblica francese (1871-1940), al cui interno
sta il biennio del Fronte Popolare, 1936-1938, non un regime, ma certamente un governo di notevole
rilevanza; il regime collaborazionista del maresciallo Pétain (1940-1944); la tormentata
Quarta Repubblica (1946-1958); la solida Quinta Repubblica che ha compiuto cinquant'anni
nel 2008. Romano illumina la storia francese con la sua sobria ed elegante narrazione, ma non tenta
nessuna spiegazione complessiva. Offre al lettore il resoconto di avvenimenti politici e di cambiamenti
socioeconomici accompagnandoli, in un apposito capitolo dedicato a "La Francia scritta
da se stessa", con l'indicazione del ruolo, non marginale, svolto dagli intellettuali
francesi. Qui sta, mi sembra, un'altra importante differenza con la storia e la società
italiane. Si potrebbe, naturalmente, risalire alle corti seicentesche del re di Francia e ai salotti
nei quali dominava il pensiero degli illuministi per cogliere una caratteristica molto francese:
l'arte della conversazione e il dibattito delle idee (talvolta delle ideologie) e la loro
incidenza sulla sfera pubblica.
Nel periodo trattato da Romano, uno dei più significativi momenti di svolta e di grande
impegno per gli intellettuali fu rappresentato alla fine del 1800 dal "caso Dreyfus",
l'ufficiale ebreo vittima di una tremenda montatura. Opportunamente, Romano indica quali
intellettuali, di destra e di sinistra, si impegnarono variamente nel corso dell'ultimo
secolo e mezzo perseguendo l'obiettivo di orientare la storia del loro paese. Furono molti,
di grande levatura, tutt'altro che di limitata influenza, qualche volta appena un po'
troppo compresi della loro importanza. Vorrei citarne soltanto due fra coloro che reputo i migliori:
André Malraux (1901-1976) e Raymond Aron (1905-1983). Mi pare infatti che entrambi abbiano,
in modo diverso, lasciato una traccia significativa e duratura sulla politica e sulla cultura.
Sebbene la loro fama, per ragioni diverse, sia in declino, altri potrebbero tuttavia voler includere
i loro contemporanei Albert Camus (1913-1960) e Jean-Paul Sartre (1905-1980), anch'essi
grandi e influenti intellettuali pubblici.
Il punto generale che mi preme sottolineare è che la storia francese, a differenza di quella
italiana, ha offerto e garantito un ampio spazio per il dibattito pubblico sui temi più rilevanti.
E gli intellettuali francesi hanno saputo, con il loro impegno e, talvolta, con la loro non infondata
vanità, sfruttare tutto lo spazio pubblico parigino, Aron compreso che si definí,
con leggera autoironia, uno «spectateur engagé».
Almeno fino al 1958, la storia politica francese è sostanzialmente caratterizzata dall'instabilità
certamente dei governi, ma anche degli stessi regimi e quindi dai traumi delle trasformazioni
politiche e istituzionali. Fin dalle sue prime espressioni politico-letterarie, l'ufficiale
di carriera Charles de Gaulle si preoccupò di questa instabilità: quella «certa
idea della Francia», che nelle sue memorie scriverà di avere sempre avuto, contemplava
un paese solido e grande. La grandeur della Francia che è più che semplice
grandezza statal-nazionale, contenendo anche un alto senso della missione culturale e civilizzatrice
del paese e del suo posto privilegiato nella storia del mondo rischiava di andare del tutto
perduta e non si sarebbe più manifestata se i suoi governi e le sue istituzioni continuavano
a essere deboli e fragili, oggetto e preda delle scorribande dei partiti e dei loro mediocri dirigenti.
La Costituzione della Quinta Repubblica, a lungo incubata, con una costanza e una determinazione
inusitate, costituisce in un senso assolutamente pregnante la risposta di de Gaulle al problema,
come avrebbe potuto dire Max Weber, della istituzionalizzazione del suo carisma. Da questo punto
di vista, è del tutto ovvia e nient'affatto criticabile la scelta di un modello costituzionale
che in circostanze gravissime, come la crisi della decolonizzazione in Algeria, contenesse elementi
eccezionali, in materia di poteri dell'esecutivo e di ordine pubblico.
In una misura molto chiara ai suoi contemporanei, ma che dovrebbe esserlo anche agli storici,
la figura di de Gaulle era certamente eccezionale. Accusarlo di avere mirato a diminuire il tasso
di democrazia del sistema politico francese oppure, addirittura, di voler fare a meno della democrazia
per costruire un regime autoritario quando, da un lato, si sapeva che aveva combattuto per difendere
la Francia e la sua democrazia guidando la Resistenza contro collaborazionisti e nazisti, dall'altro,
che intendeva rafforzare le istituzioni francesi anche per risolvere, in qualche modo, il conflitto
in Algeria, era allora e continua a essere oggi, a maggior ragione, risibile. In una delle sue famose
conferenze stampa, appena tornato al potere, lo stesso generale mise in evidenza l'assurdità
di un simile sospetto chiedendo provocatoriamente se qualcuno potesse credere che alla sua età
sarebbe diventato un dittatore: «Croit-on qu'à soixante-sept ans je vais
commencer une carrière de dictateur? [Qualcuno crede che a sessantasette anni sto per lanciarmi
nella carriera di dittatore?]».
Cosicché, mi sembra davvero stupefacente che nel suo libro La Quinta Repubblica da
De Gaulle a Sarkozy Coldagelli resusciti un interrogativo che dovrebbe oramai essere sepolto
per sempre dalla storia e dagli storici. Per riproporlo sarebbe necessario condurre un'analisi
molto approfondita, non sulle intenzioni del generale, ma sui fatti e sulle pratiche della Quinta
Repubblica. Ovvero sarebbe più appropriato chiedersi, facendo ricorso a un'adeguata
attrezzatura concettuale, se nei cinquant'anni della Quinta Repubblica la quantità
e la qualità della democrazia francese siano significativamente diminuite a causa delle
istituzioni volute e costruite da de Gaulle oppure se, al contrario, questi cinquant'anni
abbiano rappresentato una fase politica e socioeconomica apprezzabilmente più che positiva
e nettamente migliore sia della Quarta che della Terza Repubblica.
Non sono pochi i commentatori e gli studiosi che hanno avanzato riserve e formulato critiche
alle istituzioni della Quinta Repubblica, in particolare, da un lato, al presunto "ultrapresidenzialismo"
(è il termine usato da Coldagelli), che comprimerebbe in maniera eccessiva il ruolo del Parlamento,
e dall'altro, alquanto contraddittoriamente, al fenomeno opposto, vale a dire la
"coabitazione", che porterebbe a gravi conflitti fra due legittimità, quella
del presidente eletto dal popolo e quella del primo ministro sostenuto da una maggioranza parlamentare,
fino a una paralisi decisionale. Incidentalmente, nella pratica, dopo una prima fase di rodaggio
(1986-1988), in nessuna coabitazione ve ne sono state altre due (1993-1995 e 1997-2001),
con presidenti e primi ministri diversi si sono avuti conflitti particolarmente gravi
né stalli particolarmente pericolosi.
Forse, Coldagelli avrebbe potuto citare François Mitterrand, politico fra i più
tradizionali della Quarta Repubblica e critico fra i più aspri del nuovo sistema istituzionale
che definí, in un libro pubblicato nel 1964, «un colpo di stato permanente».
Giunto alla presidenza, in un'intervista a Le Monde pubblicata il 2 luglio 1981,
dichiarò memorabilmente: «Les institutions n'étaient pas faites à
mon intention. Mais elles sont bien faites pour moi [Le istituzioni non sono state fatte secondo
le mie intenzioni, ma mi garbano.])», salvo poi, per puro opportunismo (un tratto caratteristico
di tutta la sua traiettoria politica), cambiare il sistema elettorale passando dal doppio turno
al proporzionale, aprendo, involontariamente, ma non incolpevolmente, la porta del Parlamento
francese al Front National di Jean-Marie Le Pen. Curiosamente, del sistema elettorale francese,
maggioritario a doppio turno, oggetto del desiderio di non pochi politici e studiosi italiani,
ma, soprattutto, componente molto importante, se non decisiva, delle istituzioni della Quinta
Repubblica, Coldagelli praticamente tace, salvo segnalarne (nota 2 a p. 100) la compressione
della rappresentanza che, ovviamente, non ne è né l'unico effetto né il
più significativo. Eppure, proprio quel sistema elettorale che ha imposto una drastica
ristrutturazione a tutti i partiti, ridimensionando i partiti estremi incapaci di trovare alleati,
ha dato vita a una sana competizione bipolare e, soprattutto, consente agli elettori di valutare
le scelte in campo. Ciononostante, i partiti francesi rimangono organizzazioni deboli il cui
successo dipende in misura molto rilevante dalla qualità della loro leadership, spesso
dalle candidature presidenziali. Ma la debolezza delle organizzazioni partitiche, con la sola
eccezione del Partito comunista francese, non è per niente una conseguenza della forma semipresidenziale
di governo, risalendo a molto tempo prima.
Tornando al modello di semipresidenzialismo e alla sua eventuale imitabilità, l'autore
dimostra notevoli ambiguità nella descrizione, nell'analisi e nella valutazione.
Più volte nega addirittura l'esistenza di un regime semipresidenziale, poi ne afferma
l'esclusività francese, mentre ve ne è stata una significativa espansione
nei sistemi politici ex comunisti in Europa orientale (Polonia, Ucraina, Bulgaria), oltreché
in alcuni paesi africani e, caso di particolare successo, a Taiwan. Tratta il semipresidenzialismo
come se fosse una formula istituzionale che conduce a esiti autoritari, ma è costretto a notare
l'esistenza di contrappesi (che in Italia ci sogniamo): «Il Consiglio costituzionale
ha gradatamente imposto la sua funzione di regolatore dei poteri pubblici nel contesto del regime
presidenziale di fatto, pur rimanendo l'attivazione del suo arbitrato un'iniziativa
prevalentemente esercitata dalla minoranza». Cosicché, alla domanda
posta provocatoriamente dalla manchette del suo libro a tesi: «Può un sistema "d'eccezione"
essere preso come un modello?», la risposta empirica è senza dubbio affermativa: sí,
si può fare. Anzi, è già stato fatto, ovviamente, con alcuni inevitabili adattamenti,
senza nessun pericolo per la democraticità dei sistemi politici postcomunisti dell'Europa
orientale. E non si capisce perché, mentre la stessa forma italiana di governo, fra riformette
e stiracchiamenti, spesso extracostituzionali, subisce evoluzioni non gradite e non previste
tanto che, probabilmente, nessuno è più in grado di dire quale sia il modello costituzionale
italiano (e, sicuramente, nessuna delle nuove democrazie ha preso in considerazione l'idea
di imitare la Costituzione italiana di cui si tessono troppi elogi rituali), la forma francese
di governo, a sua volta riformata in almeno due aspetti rilevanti, non possa rappresentare un modello.
De Gaulle, che voleva mettere il presidente al di sopra del Parlamento e al riparo dagli esiziali
conflitti fra i partiti, non sarebbe sicuramente stato d'accordo nel ridurre il mandato
presidenziale da sette a cinque anni per evitare, meglio, al fine di rendere molto poco probabile,
per quanto non impossibile, la coabitazione. Sicuramente, avrebbe preferito che le elezioni
legislative si svolgessero in tempi diversi e lontani dall'elezione presidenziale.
Insomma, mi pare che il modello francese sia cambiato, ma non credo, come talvolta sembra suggerire
Coldagelli, che si sia parlamentarizzato (perdendo le sue caratteristiche di originalità
istituzionale e di modello, cioè snaturandosi) e neppure credo che sarebbe un vantaggio
per la Francia tornare a forme deprecabili di parlamentarismo, come quella della Terza Repubblica,
definita negativamente la République des députés. Aggiungo che chi
si propone di valutare i sistemi politici e le forme di governo dovrebbe sempre effettuare un duplice
esercizio di comparazione: con gli altri sistemi politici, a esempio Francia/Italia; e con le
forme di governo nello stesso sistema politico, a esempio Quarta Repubblica/Quinta Repubblica
(Italia dal 1945 al 1993/Italia dal 1994 a oggi). Questo è il modo più corretto di comparare
per chi voglia valutare e, eventualmente, proporre o scoraggiare le imitazioni.
Anche se troppo spesso gli studiosi se ne dimenticano, qualsiasi modello costituzionale va
inserito in un contesto più ampio che comprende la società e gli apparati dello stato.
Sergio Romano fa un breve riferimento alla debolezza dei «corpi intermedi» francesi
in occasione dei fatti del maggio 1968: «In un regime che ha distrutto o indebolito,
per assicurare l'efficacia dell'esecutivo, i diaframmi che separano il paese
dal vertice del potere, la crisi investe immediatamente lo stato e il presidente della repubblica».
Dal canto suo, Coldagelli non dedica nessuno spazio ai corpi intermedi. Eppure, avendo scritto
su Tocqueville, poteva chiedersi le ragioni dello stupore dell'aristocratico francese
di fronte a quella che gli apparve come la grande capacità associativa degli americani
ogniqualvolta emergesse un problema. Infatti, proprio a causa della debolezza dei corpi intermedi,
la risposta dei francesi che precede di gran lunga il semipresidenzialismo di de Gaulle
è regolarmente stata quella di "saltare" qualsiasi mediazione sindacale
e partitica: prendre la rue, andare in piazza, contestare lo stato e i suoi apparati.
La contrapposizione è rimasta sufficientemente netta: "associazionismo USA",
nonostante il recente declino del capitale sociale prodotto dalla ridotta disponibilità
ad associarsi, di contro alla "protesta francese". Eppure, in USA esiste proprio quel
presidenzialismo che nelle ultime pagine del suo libro Coldagelli sembra voler raccomandare.
Ma il semipresidenzialismo francese voluto da de Gaulle aveva come motivazione anche la possibilità
che a dare rappresentanza ai cittadini e a fare la sintesi delle loro domande fosse proprio il presidente
da loro eletto. Anzi, attraverso le modalità di conferimento di legittimità popolare
alla presidenza, de Gaulle e i suoi consiglieri e collaboratori intesero anche dare una risposta
alla crisi dello stato-nazione, evocata da Coldagelli, garantendo una maggiore e migliore identificazione
dei francesi con la loro leadership politica.
Spesso, quando la Quinta Repubblica viene proposta come modello all'Italia, i critici,
almeno quelli non pregiudizialmente ostili e non ideologicamente prevenuti, come invece vuole
platealmente caratterizzarsi Coldagelli, sostengono che il modello non può essere importato
in Italia poiché mancano due essenziali elementi: un leader carismatico come de Gaulle e
apparati statali efficienti e funzionanti come quelli prodotti dalle Grandes Écoles,
che hanno formato fior fiore di funzionari di altissima competenza, veri tecnocrati, molti dei
quali poi confluiti nella politica francese (il cui elenco viene opportunamente proposto da Coldagelli;
mi limiterò a citare Georges Pompidou, Valéry Giscard d'Estaing e Michel Rocard).
Sono obiezioni importanti, ma nient'affatto insuperabili. Lo spazio per il semipresidenzialismo
può fare la sua comparsa a prescindere dall'esistenza di un grande leader. Infatti,
in Italia, la finestra di opportunità si aprí sia nella fase terminale del governo
di Lamberto Dini (febbraio 1996) sia nella successiva Commissione Bicamerale per le Riforme Istituzionali
presieduta da Massimo D'Alema. Quanto alla formazione di una burocrazia competente di alto
livello, è responsabilità dei governi italiani, in special modo di quelli dotati
di ampie maggioranze parlamentari, non averci neppure provato. Se ne potrebbe concludere che
la concentrazione di potere esecutivo in un presidente eletto dal popolo creerebbe, anche in Italia,
proprio le condizioni più favorevoli per la riforma dello stato purché non si sprechino
energie e risorse ascoltando i canti delle sirene di federalismi sconosciuti.
La storia della Francia e della Quinta Repubblica parla anche dell'Italia e della riforma
del suo sistema politico e costituzionale. È velleitario pensare che nel caso italiano saranno
sufficienti un'autoriforma, peraltro parzialmente già avvenuta, dei partiti
e un rigido ritocco al sistema elettorale proporzionale su liste bloccate, con clausola di esclusione
e premio di maggioranza, a tutto scapito della rappresentanza politica. Affinché la trasformazione
sia più profonda e soprattutto risulti duratura, proprio come lo è stata, oserei dire
a ogni cambiamento di regime, in Francia, bisogna che la riforma riguardi le regole, le procedure,
le istituzioni. Sono convinto che lo sperimentato semipresidenzialismo francese sia, e rimanga,
nient'affatto intaccato dalle critiche dei vetero e dei neoparlamentaristi, davvero un
modello da prendere in seria considerazione.
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica presso l'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. È autore di:
Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a
ed.); Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2009, 6» ed., anche in rete: www.scriptaweb.it);
e Prima lezione di scienza politica (Laterza, 2008). Ha curato: Strumenti della democrazia
(Il Mulino 2007); e, con Fulvio Venturino, Le primarie comunali in Italia (Il Mulino,
2009).
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