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Sultanato e altri regimi
GIANFRANCO PASQUINO

GIOVANNI SARTORI, Il sultanato, Roma-Bari, Laterza, pp. 169, €15,00

Raccogliere in un libro articoli ed editoriali di politica è un'operazione sempre rischiosa. Pubblicati su un quotidiano come commenti a un fatto specifico, gli scritti di questo genere sono, di solito, destinati a durare, letteralmente, l'espace d'un matin. Raramente sopravvivono all'evento oggetto del loro commento, a meno che l'autore non sappia soddisfare efficacemente due condizioni: primo, utilizzi solidi fondamenti teorici; secondo, collochi il suo commento in maniera precisa, ma non pedante, nell'ambito della teoria politica. A queste due condizioni, qualcuno potrebbe volere aggiungere che i commenti durano più a lungo se soddisfano una terza, importante, condizione: siano guidati da senso civico, da un qualche tipo di impegno che non significa necessariamente un'ideologia rigida e costrittiva, ma l'espressione di convinzioni profonde.

Giovanni Sartori, uno dei più importanti studiosi contemporanei di scienza politica, ha certamente una teoria che inquadra e illumina i suoi acuminati editoriali pubblicati sul Corriere della Sera. Ha convinzioni solide. È altresí guidato da una rigorosa visione della politica e della democrazia, riconducibile alla liberaldemocrazia. In questo senso, è possibile sostenere che è un commentatore impegnato, addirittura militante. 1 La sua "militanza", tuttavia, si indirizza non a favore di un partito politico, ma in maniera implacabile e spesso sarcastica contro le manipolazioni, non soltanto verbali, contro le strategie confuse e stupide e contro il sovvertimento, più o meno consapevole (e quando è poco consapevole viene da lui ritenuto ancora più colpevole), dei princípi, delle regole, dei valori della liberaldemocrazia.

Il sultanato è la terza raccolta di articoli già apparsi sul Corriere della Sera fra il gennaio 2006 e il dicembre 2008. La prima raccolta, molto ampia, fu Mala Tempora (Laterza, 2004), un grande successo editoriale. Seguí Mala Costituzione e altri malanni (Laterza, 2006). In un certo senso, Il sultanato completa una trilogia passando dall'analisi delle inadeguatezze dei partiti e dei dirigenti politici italiani alla riflessione sulle cattive riforme della Costituzione che vengono proposte a raffica e senza senso dai politici, ma anche da molti studiosi, per culminare con l'evoluzione più recente del sistema politico italiano che, in maniera non unicamente polemica, è pervenuto a mostrare caratteristiche identificabili nella forma di governo detta "sultanato". Per la precisione, il sultanato non è una dittatura poiché «oggi le dittature sono Stati caratterizzati … da Costituzioni incostituzionali, Stati la cui forma (Costituzione) consente e autorizza un esercizio concentrato e incontrollato del potere politico».

Nel sistema che ha gradualmente creato, «il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre chi vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio». Grazie alla legge elettorale del 2005, nomina anche tutti i suoi parlamentari (e, nella classica concezione del sultanato, promuove donne giovani e carine, a prescindere dalla loro competenza e biografia personale, professionale e politica).

Sartori – che pure aveva partecipato alla discussione, in verità non entusiasmante, se Berlusconi stesse creando un vero e proprio regime definibile come versione aggiornata e moderna del fascismo – approda adesso a una conclusione diversa. Il regime, più blando, ma non meno sgradevole, merita la dizione di sultanato. Questo tipo di regime – caratterizzato dal potere personale di un leader che si circonda di pochi collaboratori privi di potere autonomo, e pertanto inevitabilmente deboli e non propensi a criticarlo – ha avuto molte manifestazioni nel passato e, secondo alcuni studiosi, si è ritrovato in tempi recenti nella Romania di Ceausescu, nell'Iraq di Saddam Hussein, nella Libia di Gheddafi. Senza volere precostituire nessun esito al sultanato di Berlusconi, i regimi sultanistici crollano e scompaiono con la dipartita del loro leader. Naturalmente, non è buona politica limitarsi ad attendere che un leader potente – in questo caso, il sultano – esca dalla scena politica e scompaia.

L'analista politico può, certo, spingersi fino alla previsione. Tuttavia, ha l'obbligo di farlo fondando la sua previsione su una spiegazione convincente e sulla formulazione di una teoria che definirò probabilistica. In alcuni degli editoriali qui ripubblicati, Sartori critica – a mio modo di vedere correttamente – gli economisti per non avere saputo prevedere la crisi e argomenta che, entro certi limiti, nelle scienze sociali è possibile formulare buone previsioni. In presenza di determinate condizioni – a, b, c –, è possibile prevedere che si produrranno determinate conseguenze – x, y, z – se ogniqualvolta che quelle condizioni sono apparse, ne sono derivate proprio quelle conseguenze. Naturalmente, in politica nonché in economia, le donne e gli uomini possono imparare e cambiare comportamento, ma la struttura della situazione definisce i limiti di quei cambiamenti e la buona previsione è in grado di incorporarli. In maniera assolutamente non pedante, Sartori fa uso della previsione politologica accompagnandola con la comparazione. Ne sappiamo di più, con riferimento a qualsiasi fenomeno e sistema politico, quando lo confrontiamo con fenomeni simili e con altri sistemi politici. Anzi, grazie alla comparazione è possibile rendere le previsioni più accurate.

Per capire attraverso quali sfide e sequenze il sistema politico italiano è pervenuto al sultanato, ovvero dove si trovino le sue origini, quali effetti abbia sul governo, sull'opposizione, sulla società, e quali condizioni ne consentano il mantenimento, ed eventualmente il consolidamento e la durata nel tempo, gli editoriali di Sartori partono dall'inadeguatezza della strategia politica e dagli errori commessi in campagna elettorale dal candidato dell'Unione, Romano Prodi. Proseguono con una critica severa delle modalità di gestione della risicatissima vittoria con l'incaponirsi di Prodi a cercare di governare, senza riuscirci, con una maggioranza minima e lacerata da frequenti conflitti. «I tuoi "sinistri" ti impediscono di allargare la coalizione, ma non ti possono impedire di essere aiutato di volta in volta da chi è disposto ad aiutarti.» Concludono con la critica severa, mutuata da De Mita, a Prodi di «non capi[re] nulla di politica»: «Ma al Nostro non importa granché di capire; gli importano soprattutto i modi per puntellare e rendere insostituibile la sua leadership».

Queste critiche sono informate dalla conoscenza approfondita e precisa del funzionamento delle democrazie parlamentari e dei loro punti di forza, il più importante dei quali consiste nella possibilità di sostituzione "soffice" del capo del governo a opera del parlamento, ovvero della sua maggioranza o di una maggioranza leggermente diversa (dunque, non un ribaltone). Non è esagerato sostenere che l'ostinata permanenza in carica del governo Prodi – peraltro già entrato in crisi nel febbraio 2007, fino al crollo nel gennaio 2008 – abbia contribuito a fare crescere l'insoddisfazione degli elettori consegnando a Berlusconi una maggioranza parlamentare molto più ampia. E consentendo a Sartori di riprendere e ribadire le sue critiche all'imprenditore sceso nel campo della politica.

È oramai consapevolezza comune che il potere di Berlusconi si trasferisce dal settore mediatico e imprenditoriale a quello politico grazie al crollo del sistema dei partiti di quella che siamo soliti chiamare la Prima Repubblica. Il suo potere politico persiste e si consolida, non soltanto grazie a uno schieramento di sinistra, mutevole nel tempo, che cambia composizione (Progressisti, Ulivo, Unione) e leadership, ma anche facendo affidamento e leva su un corposo conflitto di interessi. È nella ferma, costante, vigorosa e rigorosa denuncia del conflitto di interessi, esplicitata in un'apposita appendice – e della sua istituzionalizzazione attraverso una legge che, invece di regolamentarlo, lo permette – che Sartori si qualifica come liberale coerente, "senza se e senza ma", di contro ai troppi liberali italiani "alle vongole" (per usare un termine proprio di Ennio Flaiano). Da una parte, stanno i regimi liberali nei quali il potere economico non deve prevaricare sul potere politico che, anzi, nasce per porre limiti al potere economico; dall'altra parte, stanno quei regimi dove la commistione fra i due è molto stretta sia perché il potere economico conquista e soggioga il potere politico sia perché il potere politico serve ad acquisire potere economico (risorse e ricchezza). Sono, per l'appunto, sultanati.

Naturalmente, Sartori non rinuncia a stigmatizzare i comportamenti di tutti i variegati schieramenti del centrosinistra che non hanno né saputo né voluto imporre per legge, come si fa nei regimi politici liberaldemocratici, una chiara e netta incompatibilità fra l'acquisizione di cariche pubbliche e il mantenimento di corposi interessi privati. Il disegno opportunistico di parte di troppi dirigenti del centrosinistra – che miravano ad "addomesticare" il cavalier Berlusconi facendo pencolare sul suo capo la spada di Damocle di una legge sul conflitto di interessi che sancisse chiare incompatibilità – è fallito in maniera flagrante e definitiva. Per di più, il presidente del consiglio Berlusconi e i suoi numerosissimi corifei – in parlamento, fra gli avvocati, nel mondo imprenditoriale, fra i giornalisti e, naturalmente, nel suo elettorato – contrastano tutte le critiche sul suo persistente conflitto di interessi con un unico argomento decisamente populista. Avendo Berlusconi vinto tre elezioni politiche generali, e, soprattutto quelle del 2001 e del 2008 con maggioranze piuttosto ampie (mai, però, assolute), questo ripetuto consenso popolare significherebbe, secondo la corte del sultano e molti suoi sudditi, che gli elettori lo assolvono dal conflitto di interessi e addirittura lo benedicono.

Quando la vox populi viene considerata prevalente rispetto alla Costituzione che, nel caso in esame, all'art. 1 afferma sí che «la sovranità appartiene al popolo», ma aggiunge che il popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», allora siamo entrati nel mondo del populismo, fenomeno non incompatibile con il sultanato, e che spesso lo accompagna. Ne derivano altre conseguenze che, non soltanto agli occhi dei liberali, appaiono aberranti.

In qualche modo, il potere esecutivo insediato dal popolo dovrebbe, in questa interpretazione, essere considerato prevalente rispetto sia al potere legislativo sia al potere giudiziario. Di recente, molto critico nei confronti del parlamento (il cui funzionamento può essere legittimamente stigmatizzato), Berlusconi è addirittura arrivato a proporre che siano i capi dei gruppi parlamentari a votare a nome e per conto dei loro stessi parlamentari. Di più lunga data è invece la rivendicazione dell'assoluta sovranità parlamentare nei confronti del potere giudiziario che potrebbe, dunque, essere drasticamente riformato e forse assoggettato al potere esecutivo, a sua volta l'iniziatore e fautore di una cosiddetta riforma della giustizia.

Rispetto a una eventuale riforma di questo tipo, gli esponenti della sinistra mostrano due modalità di cedimento. Da un lato, la assecondano entro incerti e indefiniti limiti; dall'altro, non sanno sganciarsi da un rapporto nocivo con alcuni settori corporativi della magistratura. Nuovamente, lo studioso liberale è obbligato a ricordare che i sistemi politici liberaldemocratici nascono, crescono e si sviluppano proprio quando si afferma la separazione dei poteri,2 teorizzata da Montesquieu e intesa a fare sí che il potere esecutivo del re non potesse dettare le sue preferenze né al legislativo né al giudiziario. Dove i detentori del potere esecutivo esercitano un controllo discrezionale e arbitrario sui poteri legislativo e giudiziario, siamo ovviamente in un regime autoritario che può sfociare nel totalitarismo oppure nel sultanismo.

La componente populista del sultanismo trova un altro elemento a suo sostegno, ugualmente proveniente dai settori che lo appoggiano, e che non può non fare dubitare della qualità delle conoscenze e delle predisposizioni democratiche di tali settori. Poiché il capo del Popolo della Libertà ha vinto le elezioni, adesso bisognerebbe "lasciarlo governare". Tacciano, dunque, i mass media che lo criticano. L'opposizione parlamentare e politica non si metta di traverso. Poi, se ci riuscirà, potrà giocare, a tempo debito, le sue carte elettorali: stessero dunque a casa i dimostranti, gli studenti, i lavoratori, gli scioperanti, le associazioni di cittadini di vario tipo. Questa concezione di democrazia pacificata nella quale i cittadini danno una delega quinquennale a chi vince le elezioni appare persino al disotto di una visione populista, la quale, invece, si esercita periodicamente in qualche forma di mobilitazione sociale, a dimostrazione del fatto che gode di sostegno e che sa, persino, utilizzare apertamente il conflitto nell'intento di fiaccare gli oppositori.

Alcuni critici di Berlusconi, soprattutto commentatori e studiosi anglosassoni, hanno sottolineato che il populismo mediatico mira ad assopire le menti piuttosto che a mobilitare i corpi. Nell'ambito di un discorso più generale3 sul venire meno di un'opinione pubblica dotata di una pluralità di fonti alternative di informazione, Sartori denuncia questa variante di populismo resa possibile dall'irrisolto conflitto di interessi,4 e favorita dalla cattiva gestione della televisione pubblica. Qui si situa anche l'insistente e intransigente critica rivolta, spesso con parole molto crude, contro il centrosinistra e i suoi maldestri dirigenti, a cominciare da Prodi.

Ancora una volta, si intravede nelle critiche di Sartori una chiara concezione liberale della dinamica che dovrebbe avere una liberaldemocrazia. Il governo effettua le sue scelte tenendo conto dei limiti posti alla sua attività dalla Costituzione e dei checks and balances rappresentati dagli altri poteri. L'opposizione svolge efficacemente il suo compito attraverso il monitoraggio e il controllo delle attività del governo, candidandosi a sostituirlo con le sue proposte e con le sue personalità. Quand'anche non vi riesca (Sartori non crede all'imprescindibile necessità dell'alternanza), una buona opposizione obbliga il governo, preoccupato dalla probabilità di essere sconfitto alle urne, a comportarsi in maniera responsabile. Invece, nota Sartori, quando si trova all'opposizione, il centrosinistra appare allo sbando, spesso più incline alla collusione che alla contrapposizione.

Per andare al governo il centrosinistra fa affidamento su coalizioni molto/troppo ampie e inevitabilmente litigiose. Una volta pervenuto al governo, i suoi litigi interni lo rendono incapace di prendere decisioni precise in tempi ragionevoli cosicché spiana la strada al ritorno di Berlusconi. Preoccupato dal garantirsi qualche condizione favorevole, il neonato Partito Democratico non è neppure riuscito a riformare la legge elettorale definita "porcata" (in un editoriale di notevole sarcasmo Sartori spiega la differenza fra "porcata" e "porcheria") dal suo stesso estensore, il senatore Roberto Calderoli, rigettando l'accettabile compromesso sul sistema elettorale tedesco che avrebbe sicuramente ridimensionato le proporzioni della vittoria di Berlusconi.

L'esito delle elezioni del 2008 segnala non soltanto la rivincita di Berlusconi, ma anche il compimento di una fase. Insomma, il sultanato sembra essersi consolidato, numericamente, politicamente, persino culturalmente. Adesso, l'interrogativo se Berlusconi voglia oppure no cambiare la Costituzione appare persino irrilevante. I rapporti di forza suggeriscono che la maggioranza di centrodestra governerà per tutta la legislatura senza prevedibili inconvenienti. I sondaggi rilevano che la popolarità del capo del governo rimane molto elevata, appena scalfita dalla patetica vicenda di/con Noemi Letizia. Le aspettative sono che Berlusconi tenterà di diventare presidente della Repubblica italiana alla scadenza del mandato di Giorgio Napolitano e ha altissime probabilità di riuscirci. Nel frattempo, la creatura Partito Democratico, frettolosamente concepita da una congiunzione, un tempo ritenuta impraticabile, fra ex comunisti (Democratici di Sinistra) ed ex democristiani (Margherita), vive una vita di stenti e attraversa una crisi di leadership. Già nel luglio 2008, Sartori denunciava allarmato: « Le cose che mi spaventano sono ormai parecchie; ma il livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato … da una maggioranza dei nostri "onorevoli" (sic) mi spaventa più di tutto … Altro che bipartitismo compiuto! Qui siamo al sultanato, alla peggiore delle corti» (frasi, che ritenute evidentemente rappresentative del suo pensiero, vengono riprodotte anche nella quarta di copertina).

Di tanto in tanto altri commentatori sembrano invece più preoccupati dalla mancanza di stile del sultano, dalle sue gaffes verbali e di comportamento. Secondo alcuni, non dovremmo dolerci di un sultanato in fondo benevolo che, facendo i suoi affari, perseguendo, in maniera non dissimile da quella di troppi italiani, il suo "particulare", non comprime la libertà di nessuno. Per alcuni, però, il sultanato è da rigettare non soltanto perché produce e persino teorizza e giustifica diseguaglianze ingiustificabili, ma soprattutto perché corrompe quel non molto che rimane in Italia di senso civico e di spirito democratico. Lo stile nelle democrazie si accompagna alla sostanza, alla qualità. Per questa ragione, le critiche liberaldemocratiche rivolte da Giovanni Sartori al sultanato (e all'opposizione) non soltanto colgono nel segno, ma costituiscono il meritorio adempimento di un compito intellettuale e politico che è indispensabile svolgere per la ricostruzione di una democrazia decente.

1 . Cosí lo definisce Stefano Passigli nel suo capitolo nel volume curato da G. Pasquino, La scienza politica di Giovanni Sartori, Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 213-46.

2 . Senza esagerare in tecnicismi, il potere può anche essere "spezzato" quando nessuna delle tre maggiori istituzioni, governo, parlamento e sistema giudiziario, ha facoltà di operare in maniera totalmente svincolata dalle altre. È il caso della Repubblica presidenziale USA definita dai suoi massimi studiosi come una situazione di «istituzioni separate che condividono i poteri». Non è dato, finora, di sapere di quale presidenzialismo vorrebbe dotarsi Berlusconi, ma sappiamo che quello USA non gli consegnerebbe certamente tutto il potere decisionale da lui desiderato. Meglio rimanere nel sultanato.

3 . Condotto nel volume Homo videns. Televisione e post-pensiero, Roma-Bari, Laterza, 1997, giunto nel 2008 alla 13» edizione.

4 . Che riguarda tutte le sfere nelle quali il capo del governo ha interessi privati, in quanto proprietario o azionista, che può avvantaggiare con decisioni prese (o non prese) dal suo governo.


GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica presso l'Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. È autore di: Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a ed.); Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2009, 6» ed., anche in rete: www.scriptaweb.it); e Prima lezione di scienza politica (Laterza, 2008). Ha curato: Strumenti della democrazia (Il Mulino 2007); e, con Fulvio Venturino, Le primarie comunali in Italia (Il Mulino, 2009).

 
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