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Il capitalismo oltre la crisi
AMARTYA SEN

1.

Il 2008 è stato un anno di crisi. La prima a manifestarsi è stata una crisi alimentare, che ha minacciato particolarmente i consumatori più poveri, specialmente in Africa. Insieme a questa crisi, si è verificato un eccezionale aumento del prezzo del petrolio, che ha minacciato tutte le nazioni legate all'importazione di questa fonte di energia. Infine, quasi all'improvviso, si è avuta, in autunno, una svolta al ribasso nell'economia globale, che ora sta continuando ad aumentare di velocità con un ritmo spaventoso. Sembra probabile che, nell'anno 2009, il ribasso presenti un deciso incremento e molti economisti prevedono una depressione generalizzata, forse dell'ampiezza di quella verificatasi negli anni Trenta del XX secolo. Sebbene rapide fasi di decrescita abbiano interessato anche i grandi capitali, le più colpite sono state le persone che già erano meno abbienti.

La domanda che oggi ci si pone con maggior forza riguarda la natura del capitalismo e la necessità di cambiarne le caratteristiche. Alcuni di coloro che difendono a oltranza un capitalismo senza alcuna restrizione, e si oppongono ai cambiamenti, sono convinti che siano eccessive le accuse mosse al sistema per i problemi economici a breve termine: problemi da costoro variamente attribuiti a cattiva gestione da parte dei governi (a esempio l'amministrazione Bush) e a comportamenti dannosi di certi individui (o a ciò che John McCain ha descritto durante la campagna elettorale come «la rapacità di Wall Street»). Altri tuttavia rilevano seri difetti nelle strutture economiche esistenti e intendono farle oggetto di riforme, cercando di individuare un approccio alternativo, che sempre più spesso viene indicato come "nuovo capitalismo".

L'idea di un "nuovo" e di un "vecchio" capitalismo ha contribuito a vivacizzare un simposio, intitolato "Nouveau monde, nouveau capitalisme", tenutosi a Parigi lo scorso gennaio, che è stato coordinato dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall'ex-primo ministro inglese Tony Blair, i quali hanno illustrato in modo eloquente la necessità di un cambiamento. La stessa indicazione è venuta dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha parlato del vecchio concetto, elaborato in Germania, di un "mercato sociale" (un meccanismo economico coerente con una miscela di misure politiche atte a suscitare consenso e da esse controllato) come possibile schema per un nuovo capitalismo: va tuttavia notato che la Germania non ha finora ottenuto, nel fronteggiare la crisi attuale, risultati migliori di quelli di altre economie di mercato.

Idee per realizzare in tempi lunghi un cambiamento dell'organizzazione della società sono chiaramente necessarie, ma sono del tutto indipendenti dalle strategie con cui trattare la crisi in atto. Vorrei selezionare e distinguere tre domande tra quelle che potremmo porci. La prima: ci serve davvero una sorta di "nuovo capitalismo" o piuttosto un sistema economico che, non essendo monolitico, possa attingere a una gamma di istituzioni scelte via via con criteri pragmatici e si basi su valori sociali per i quali possiamo batterci sul piano etico? Dobbiamo metterci alla ricerca di un nuovo capitalismo o di un "nuovo mondo" (per usare un altro dei termini citati nell'incontro di Parigi) che assumerà una forma diversa?

La seconda domanda riguarda il tipo di economia che oggi è necessaria, soprattutto tenendo conto della crisi in atto. Come valutiamo ciò che si insegna e si sostiene, tra gli accademici esperti di economia, come possibile linea guida di una politica economica, nella quale si è inclusa, con il

progressivo acuirsi della crisi negli ultimi mesi, la ripresa del pensiero e delle proposte di John Maynard Keynes? In particolare, che cosa ci suggerisce la crisi attuale circa le istituzioni e le priorità su cui concentrare la nostra attenzione?

Ed ecco la terza domanda. Oltre a procedere nell'elaborazione del procedimento con cui valutare quali cambiamenti a lungo termine siano necessari, dobbiamo infatti pensare, e pensare alla svelta, a come si possa uscire dalla crisi attuale: come possiamo farlo riducendo al minimo gli effetti dannosi?

2.

Quali sono le caratteristiche speciali che rendono un sistema economico indiscutibilmente capitalistico, vecchio o nuovo che sia? Se l'attuale sistema capitalistico deve essere cambiato, che cosa potrebbe produrre, come risultato ultimo della riforma, un nuovo capitalismo piuttosto che un sistema diverso? Sembra che, in generale, condizione necessaria perché un sistema economico venga identificato come capitalistico sia che esso debba dipendere dal libero mercato. Analogamente è considerata una caratteristica archetipica del capitalismo la dipendenza dalla motivazione legata al profitto e dai compensi individuali che si basano sulla proprietà privata. In ogni caso, se queste caratteristiche sono requisiti necessari, possiamo considerare effettivamente capitalistici i sistemi economici che abbiamo, a esempio, in Europa e negli USA?

Tutte le nazioni ricche del mondo (quelle europee, ma anche gli USA, il Canada, il Giappone, Singapore, la Corea del Sud, l'Australia e altre) hanno fatto dipendere, ormai da un bel po' di tempo, la propria economia da transazioni e altre forme di trasferimento di denaro che si svolgono, in larga misura, al di fuori delle leggi del mercato. Tra queste si contano i sussidi di disoccupazione, le pensioni pagate da enti pubblici, varie prestazioni sociali di tipo assicurativo, le spese per l'istruzione e l'educazione, le cure sanitarie, e tutta una serie di altri servizi forniti in base a convenzioni estranee al mercato. I titoli e i diritti economici connessi con tali servizi non sono basati sulla proprietà privata né su altri diritti di proprietà.

Dunque l'economia di mercato non è stata legata, nel proprio operare, soltanto al principio di massimizzare i profitti, ma anche a varie altre attività, come il mantenimento della pubblica sicurezza e la fornitura di servizi di pubblica utilità. Per effetto di queste attività, la gente ha fruito di situazioni che vanno ben oltre i dettami di un'economia basata soltanto sul profitto. Tale notevole e lodevole prestazione del cosiddetto sistema capitalistico ha portato, con il progredire degli eventi, a una combinazione di istituzioni (l'educazione sostenuta dallo stato, la sanità pubblica, i mezzi di trasporto pubblici sono soltanto alcune delle tante) che è andata oltre la possibilità di contare sulla sola economia di mercato basata sulla massimizzazione dei profitti e sui diritti individuali derivati dalla proprietà privata.

Questa constatazione ci porta a formulare una domanda più radicale: è possibile e utile usare ancora, oggi, il termine capitalismo? È innegabile che il concetto di capitalismo ha avuto storicamente un ruolo importante, ma oggi la sua utilità potrebbe essere di fatto venuta meno.

A esempio, le settecentesche opere di Adam Smith, davvero pionieristiche, hanno dimostrato l'utilità e la dinamica dell'economia di mercato e spiegato come (e in particolare perché) questa dinamica agisse. L'indagine di Smith ha fornito un'illuminante diagnosi sul funzionamento del mercato, proprio quando questa dinamica stava sviluppandosi con grande forza. Pubblicato nel 1776, il suo La ricchezza delle nazioni1 ha dato, per la comprensione di ciò che venne poi indicato come capitalismo, un contribuito a dir poco monumentale. Smith dimostrava come la liberalizzazione del commercio potesse molto spesso risultare di grandissimo aiuto nel produrre prosperità economica per mezzo della specializzazione nella produzione e divisione del lavoro e nell'utilizzare al meglio, e su larga scala, ciò che si risparmiava.

Queste indicazioni sono ancora oggi di estrema importanza: è interessante, in proposito, notare che il ponderoso e assai complesso lavoro analitico per il quale Paul Krugman ha ricevuto nel 2008 il

premio Nobel per l'economia è strettamente legato alle lungimiranti intuizioni formulate più di duecentotrenta anni fa da Adam Smith. Le analisi economiche che seguirono quelle prime enunciazioni sulla dinamica dei mercati e sull'uso del capitale nel XVIII secolo hanno contribuito in modo determinante all'affermazione del sistema del libero mercato nel contesto dell'economia tradizionale. Tuttavia, per quanto si continuasse a evidenziare e spiegare i contributi positivi del capitalismo attraverso i processi di mercato, ne venivano anche chiariti gli aspetti negativi, spesso da parte degli stessi analisti. Mentre, dal punto di vista socialista, molti critici (particolarmente notevole il contributo di Karl Marx) fornivano autorevoli motivazioni per biasimare il capitalismo proponendone in definitiva l'abolizione, gli enormi limiti imposti dalla rigida applicazione dell'economia di mercato e della ricerca del profitto come esclusiva motivazione erano abbastanza evidenti già allo stesso autore della Ricchezza delle nazioni. In effetti i primi sostenitori del libero mercato (tra i quali Smith, s'intende) non assumevano questo meccanismo come unico generatore di un assoluto benessere, né vedevano nella ricerca del profitto il solo fattore necessario e motivante.

Anche se la gente esercita il commercio per il proprio interesse (null'altro che il proprio interesse spinge, per riprendere il famoso concetto espresso da Smith, il fornaio, il birraio, il macellaio e il consumatore a stabilire legami commerciali), è tuttavia vero che un sistema economico può operare efficacemente soltanto sulla base di una reciproca fiducia stabilita tra le diverse parti. Quando le attività commerciali, comprese quelle delle banche e degli altri istituti finanziari, fanno nascere la fiducia nella loro possibilità e volontà di fare davvero ciò che garantiscono, le relazioni tra chi offre e chi prende in prestito possono svolgersi facilmente in un modo utile a entrambi i partecipanti. Come scriveva Adam Smith: «Quando la gente di un dato paese ha tanta fiducia nel patrimonio, onestà e prudenza di un particolare banchiere da pensare che egli sia sempre in grado di pagare a vista i biglietti da lui emessi che possono essergli presentati in ogni momento, quei biglietti vengono ad avere lo stesso corso della moneta d'oro o d'argento stante la fiducia nel fatto che essi possono in ogni momento essere cambiati in monete d'oro e d'argento». 2

Smith spiegava come una tale situazione potesse, in alcuni casi, non verificarsi e, mi sentirei di immaginare, non avrebbe trovato nulla di particolarmente intricato nelle difficoltà che oggi commercianti e banche si trovano a dover fronteggiare, a causa della paura e della sfiducia dilaganti, con la conseguenza di un congelamento dei mercati del credito e dell'impossibilità di coordinarne un'espansione.

Vale anche la pena di ricordare, in questo contesto (soprattutto considerando che il concetto di welfare state si è sviluppato quasi due secoli dopo Smith), come nei suoi vari testi siano decisamente preponderanti l'estremo interesse e la preoccupazione per il destino dei poveri, dei disagiati. Il più evidente e immediato fallimento del meccanismo del mercato è dato da ciò che esso non riesce a trattare e che rimane dunque non finito, incompleto. L'analisi economica di Smith non si limitava infatti a lasciare tutto nelle "mani invisibili" di tale meccanismo e si spingeva ben oltre. Smith non era soltanto un sostenitore del ruolo dello stato nel provvedere alcuni servizi pubblici, come l'educazione, e nell'alleviare gli effetti della povertà (richiedendo per gli indigenti che ricevevano un sostegno una maggior libertà di quella prevista dalle Poor Laws, le leggi per contrastare la povertà, allora in vigore), ma era anche profondamente turbato dalle disuguaglianze e dall'indigenza di cui si poteva ipotizzare la persistenza in un'economia di mercato per altri aspetti fiorente.

Una certa mancanza di chiarezza per quanto riguarda la distinzione tra necessità e sufficienza del libero mercato ha dato origine ad alcuni equivoci sul giudizio del sistema mercantile emesso da Adam Smith: tali interpretazioni equivoche sono state diffuse da molti di coloro che affermavano di essere i suoi successori ed eredi. A esempio, la difesa da parte di Smith della commercializzazione del cibo e le sue critiche delle restrizioni imposte dallo stato al commercio privato delle granaglie destinate all'alimentazione sono spesso state interpretate come ipotesi sul fatto che ogni interferenza delle autorità avrebbe di necessità inasprito la situazione di fame e inedia.

Tuttavia la difesa del commercio privato assume, nei testi di Smith, soltanto la forma di una

contestazione della diffusa credenza nella riduzione del fardello della fame con il blocco del libero commercio del cibo (e delle possibili speculazioni). Questa contestazione non nega in alcun modo la necessità di un intervento statale per sostenere le operazioni mercantili, con l'istituzione di posti di lavoro e le conseguenti rendite (a esempio programmando opere di pubblica utilità). Se fosse rapidamente aumentata la disoccupazione a causa di circostanze economiche sfavorevoli o di una cattiva amministrazione pubblica, il libero mercato non avrebbe potuto da solo ristabilire le entrate di coloro che avevano perso il proprio impiego. I nuovi disoccupati, scriveva Smith, «sarebbero costretti all'inedia o a cercare la sussistenza mendicando o forse compiendo le peggiori malvagità» e «in questa classe regnerebbero immediatamente la povertà, la carestia e la mortalità, e da qui si estenderebbero a tutte le classi superiori…».3 Smith respinge dunque gli interventi che escludono il ricorso al mercato, ma non quelli che, accettando il mercato, mirano a realizzare le importanti opere che il mercato stesso potrebbe non essere in grado di compiere.

Nelle sue pagine Smith non usa mai il termine "capitalismo" (almeno per quanto io sia riuscito a controllare), ma potrebbe essere difficile individuare ed estrarre dalle sue opere una qualsiasi teoria che ipotizzi la sufficienza della forza del commercio e del mercato o la necessità di accettare il predominio del capitale. Nella Ricchezza delle nazioni, trattava dei grandi valori che sono più importanti dei profitti, ma già nel suo primo libro Teoria dei sentimenti morali, pubblicato nel 1759, esattamente un quarto di millennio prima dell'anno in cui viviamo, aveva condotto un'estesa indagine sull'estrema necessità degli interventi basati appunto su valori che vanno ben oltre la pura ricerca di qualunque guadagno. Dopo aver scritto che «la prudenza» era «di tutte le virtù … quella più utile all'individuo», Adam Smith continuava immaginando che, in ogni uomo, «l'umanità, la giustizia, la generosità il senso civico sono le qualità più utili agli altri».4

Secondo Smith i mercati e il capitale operavano bene nell'ambito della loro sfera, ma, come primo requisito, necessitavano di un sostegno da parte di altre istituzioni (tra le quali i servizi di pubblica utilità, come le scuole) e di valori diversi dalla pura ricerca del profitto; come secondo requisito, avevano bisogno di limitazioni e correzioni date da altre e diverse istituzioni (a esempio adeguati ed efficaci regolamenti finanziari e assistenza dello stato per gli indigenti), in modo da prevenire instabilità, disuguaglianze e ingiustizie. Se vogliamo davvero individuare un nuovo approccio all'organizzazione delle attività economiche che comprenda la scelta pragmatica di una varietà di servizi pubblici ma anche adeguate regole, dobbiamo seguire l'impegno per le riforme delineato da Smith, mentre difendeva e al tempo stesso criticava il capitalismo, e non allontanarcene dimenticandolo.

3.

Storicamente il capitalismo non è sorto prima che nuovi sistemi di leggi e di procedure economiche proteggessero i diritti di proprietà e rendessero praticabili le attività economiche basate sulla proprietà stessa. Gli scambi commerciali non poterono infatti stabilirsi in modo efficace prima che un regolamento "morale" del commercio rendesse sostenibile e senza oneri il comportamento contrattuale (non richiedendo, a esempio, la costante citazione dei contraenti inadempienti). Gli investimenti in operazioni commerciali produttive non poterono espandersi finché non si riuscí a ridurre gli ingenti guadagni derivanti dalla corruzione. Il capitalismo volto alla ricerca del profitto ha sempre tratto un sostegno da altri valori istituzionali.

La connessione di obblighi e di responsabilità, legali e morali, con le transazioni è diventata, negli ultimi anni, difficile da individuare, a causa del rapido sviluppo di mercati secondari, coinvolgenti titoli derivati e altri strumenti finanziari. Un operatore che offre prestiti subprime e che inganna un cliente inducendolo a correre rischi eccessivi può oggi trasferire a terzi le risultanti disponibilità finanziarie, le quali sono distinte e separate dalla transazione originale. La responsabilità è stata malamente e insidiosamente diminuita ed è diventata perciò più forte la necessità di ricorrere a enti supervisori e imporre regolamentazioni.

Il peso del ruolo di supervisore del governo americano tuttavia è stato, nello stesso periodo, nettamente ridotto, come conseguenza di una crescente fiducia nella naturale capacità di autoregolazione dell'economia di mercato. E puntualmente, mentre aumentava la necessità di una sorveglianza esercitata dallo stato, l'indispensabile supervisione è diminuita. Come risultato ci si poteva aspettare un imminente disastro che infine si è verificato l'anno scorso: questo fatto ha certamente contribuito in larga misura al manifestarsi della crisi finanziaria che oggi sta contagiando il mondo. L'insufficiente regolamentazione delle attività finanziarie non ha soltanto come conseguenza varie pratiche illegittime, ma anche una tendenza a eccedere nelle operazioni speculative che, come ipotizzava Adam Smith, tendono ad afferrare e a stringere molti esseri umani nell'ansiosa ricerca dei profitti.

Smith definiva «sperperatori e speculatori» coloro che invitano a correre rischi eccessivi nella ricerca del profitto: una descrizione molto efficace degli operatori che, in questi ultimi anni, concedevano ipoteche sui prestiti subprime. A esempio, nel discutere della legislazione contro l'usura, Smith richiedeva un regolamento statale per proteggere i cittadini proprio da tali «sperperatori e speculatori» che offrivano prestiti non garantiti, una pratica questa di cui prevedeva i risultati: «Gran parte del capitale del paese sarebbe cosí sottratta dalle mani di coloro che più probabilmente lo userebbero in modo redditizio e vantaggioso, per cadere nelle mani di coloro che probabilmente lo sprecherebbero e distruggerebbero».5

L'implicita fede nella capacità dell'economia di mercato di correggersi da sola, che è largamente responsabile dell'eliminazione delle regole vigenti in precedenza negli USA, ha spinto a ignorare le attività di «sperperatori e speculatori» con un comportamento che avrebbe scandalizzato Adam Smith.

L'attuale crisi economica è in parte dovuta a un'esagerata sovrastima dei processi mercantili, ritenuti comunque buoni e giusti, ed è oggi aggravata dall'ansia e dalla mancanza di fiducia nel mercato finanziario e del commercio in genere: risposte queste ultime che si sono rese evidenti nelle reazioni alla serie di piani destinati a stimolarne la ripresa, tra i quali il piano per 787 miliardi di dollari trasformato in legge il 17 febbraio scorso dalla nuova amministrazione Obama. Come abbiamo visto per altri aspetti, questi problemi erano già stati identificati nel XVIII secolo da Smith, anche se le autorità, negli ultimi anni, specialmente negli Stati Uniti, li hanno trascurati, pur dandosi da fare nel citare lo stesso Adam Smith per sostenere l'eccellenza del libero mercato.

4.

Mentre di recente si è citato spessissimo Adam Smith, per quanto non lo si sia letto molto, in tempi ancor più recenti c'è stata un massiccia rivisitazione di John Maynard Keynes. Senza dubbio, l'accumularsi dei ribassi che proprio ora stiamo osservando e che ci avvicina sempre di più a una depressione, presenta connotati chiaramente keynesiani: la diminuzione delle entrate di un gruppo di persone ha portato a una diminuzione degli acquisti da parte di costoro, che ha, di conseguenza, prodotto un'ulteriore riduzione delle entrate di altre persone.

Va detto però che Keynes può salvarci soltanto in parte, anzi per una piccolissima parte: per comprendere la crisi attuale, è necessario guardare oltre i suoi insegnamenti. Uno studioso di economia cui di solito è stata attribuita un'importanza nettamente inferiore è il rivale di Keynes, Arthur Cecil Pigou, che, come lui, ha studiato a Cambridge, nello stesso istituto, il King's College, e nello stesso periodo. Pigou si interessava assai più di Keynes dei risvolti psicologici dell'economia e dei modi in cui questi potessero influire sui cicli dei mercati, ma anche acutizzare e rafforzare una recessione economica portandola fino a una depressione (come nella sequenza di eventi di cui oggi siamo testimoni). Le fluttuazioni dell'economia venivano in parte attribuite da Pigou a «cause psicologiche» da riconoscere in «variazioni del tono [cioè del livello di attività] mentale delle persone dalle cui azioni dipende la gestione delle industrie, che si manifestano come errori, quali un eccessivo ottimismo o un inopportuno pessimismo nelle previsioni relative alle loro attività

economiche».6

È difficile non ammetterlo: oggi, oltre agli effetti keynesiani di tendenze al declino che si rinforzano a vicenda, siamo certamente in presenza di «errori, quali … un inopportuno pessimismo». Pigou concentrava particolarmente la sua attenzione sulla necessità di scongelare il mercato del credito quando l'economia è stretta nella morsa di un eccessivo pessimismo: «Di conseguenza, a parità delle altre condizioni, l'effettivo verificarsi dei fallimenti delle imprese sarà più o meno diffuso secondo la minore o [alternativamente] maggiore possibilità di ottenere in fretta prestiti dalle banche, costrette a fronteggiare la crisi legata alle troppe richieste». 7

Nonostante le massicce iniezioni di liquidità nei sistemi economici europei e statunitense, effettuate in larga misura dai vari governi, le banche e gli istituti finanziari non hanno finora dimostrato di essere disponibili a scongelare il mercato creditizio. Quindi altre aziende continuano a fallire, in parte come conseguenza di una già avvenuta diminuzione della domanda (l'effetto keynesiano di "moltiplicazione" a catena), ma anche del timore di una diminuzione ancora più forte della domanda nel futuro, in un clima generale davvero deprimente (il processo descritto da Pigou come «pessimismo contagioso»).

Uno dei problemi di cui deve occuparsi l'amministrazione Obama è legato al fatto che la crisi reale, conseguenza della precedente cattiva gestione finanziaria e di altre scorrettezze e illegalità, si è notevolmente gonfiata per una sorta di diffuso collasso psicologico. Le misure che si stanno proprio ora discutendo, a Washington e altrove, per rivitalizzare il mercato creditizio comprendono salvataggi (con precisi requisiti che vengono in realtà forniti da istituti finanziari sovvenzionati), acquisto di titoli speculativi (i cosiddetti toxic assets) da parte del governo con un fondo speciale, assicurazioni contro i fallimenti per rifinanziare i prestiti, nazionalizzazione delle banche. L'ultima proposta terrorizza molti conservatori proprio come il controllo privato dei fondi pubblici affidato alle banche dà fastidio a chi si preoccupa delle connesse responsabilità. In base a quanto finora sembra indicare la fiacca risposta del mercato ai provvedimenti decisi dall'amministrazione, ognuno di questi piani dovrebbe essere valutato per il relativo impatto sulla psicologia di imprenditori e consumatori, soprattutto negli USA.

5.

La contrapposizione tra Pigou e Keynes è interessante anche per un'altra ragione. Mentre infatti Keynes era particolarmente interessato ai meccanismi per aumentare il reddito complessivo, lo era assai meno all'analisi della disuguale distribuzione della ricchezza e del benessere sociale. Pigou invece non ha soltanto scritto il classico studio sull'economia del benessere, ma è stato anche tra i primi a indicare la misurazione delle disuguaglianze economiche come un fondamentale indicatore per valutare le sperequazioni nel contesto socioeconomico e gli interventi possibili.8 Poiché in qualsiasi economia (e nel mondo) i disagi degli individui meno abbienti richiedono la più grande e pronta attenzione, il ruolo della cooperazione tra imprese, strutture commerciali e governi per ridurli non può arrestarsi alla sola espansione coordinata di una data economia. È indispensabile, in una situazione prossima al disastro, prestare una speciale attenzione agli elementi più deboli della società nel pianificare una risposta alla crisi in atto e nell'andar oltre le misure necessarie per produrre una nuova e generale espansione dell'economia. Le famiglie minacciate dalla disoccupazione, mancanti di assistenza sanitaria e in un grave stato di deprivazione, tanto sul piano sociale quanto su quello economico, sono state colpite in modo particolarmente duro dalla crisi. I limiti dell'economia strettamente keynesiana nell'affrontare i problemi di queste persone devono essere riconosciuti ed esaminati con la più grande attenzione.

Esiste anche un terzo aspetto per il quale le teorie di Keynes appaiono carenti e dovrebbero essere integrate: in esse sono relativamente trascurati i servizi sociali. Si può dire in effetti che perfino Otto von Bismarck aveva da dire qualcosa di più di Keynes su questo tema. Il fatto che l'economia di mercato possa rivelarsi del tutto incapace e inadeguata nel fornire beni e servizi di pubblica utilità

(come l'istruzione e l'assistenza sanitaria) è stato argomento di discussione per molti tra i più autorevoli economisti dei nostri tempi, tra i quali Paul Samuelson e Kenneth Arrow (entrambi insigniti del premio Nobel per l'economia, rispettivamente nel 1970 e nel 1972). Pigou stesso ha fornito notevoli contributi in proposito sottolineando l'esistenza di "effetti esterni" nelle transazioni del mercato, in cui guadagni e perdite non coinvolgono soltanto chi partecipa direttamente all'operazione, cioè i compratori e i venditori. Si tratta, ovviamente, di problemi affrontabili con rilievi e interventi su tempi lunghi, ma val la pena di notare, come ulteriore elemento da considerare, che i colpi inferti da una flessione nell'economia sono assai più difficili da incassare quando, in particolare, non è affatto garantita l'assistenza sanitaria.

A esempio, in assenza di un servizio sanitario nazionale, ogni posto di lavoro perduto aumenta il numero degli esclusi dalle cure mediche essenziali, a causa della perdita di entrate o della perdita dei servizi forniti da assicurazioni private incluse nel contratto di lavoro. Negli USA il tasso di disoccupazione è oggi del 7,6 per cento: questa circostanza incomincia a produrre un pesante stato di deprivazione. È giusto chiedersi come le nazioni europee in cui da decenni i tassi di disoccupazione sono assai più alti (è il caso della Francia, dell'Italia e della Spagna) siano riuscite a evitare un collasso totale del loro tenore di vita. Si può rispondere che ciò dipende parzialmente dal modo in cui opera lo stato assistenziale in Europa, cioè con assicurazioni contro la disoccupazione (sotto forma di indennità di disoccupazione e di ammortizzatori sociali) più consistenti di quelle diffuse negli USA e, ancora più importante, con sistemi sanitari di base forniti a tutti dallo stato.

Il fallimento del meccanismo del libero mercato nel provvedere alle cure sanitarie per tutta la popolazione è stato evidente, soprattutto negli USA, ma anche nel brusco arresto della tendenza al miglioramento generale della salute e alla crescita della longevità che si è verificato in Cina, a partire dal 1979, quando è stata abolita la copertura sanitaria universale. Prima delle riforme economiche di quell'anno, ogni cittadino cinese poteva contare sull'assistenza sanitaria garantita dallo stato o da cooperative, sia pure a un livello di efficienza piuttosto basso. Quando ha eliminato il proprio controproducente sistema di collettivi e comuni agricole e di unità industriali la cui direzione dipendeva da strutture burocratiche, la Cina ha ottenuto che il tasso di crescita del prodotto interno lordo aumentasse più rapidamente di quello di qualsiasi altra area del mondo. Nello stesso momento però, spinta dalla sua nuova fede nell'economia di mercato, la Cina ha anche abolito il sistema dell'assistenza sanitaria universale; cosí, dopo le riforme del 1979, i singoli individui hanno dovuto pagare le assicurazioni per avere cure mediche (con l'eccezione di rari casi in cui lo stato o qualche grande impresa le fornivano ai propri dipendenti). Con tale mutamento la crescita della longevità, prima rapida, ha subito un forte rallentamento.

Questo problema era già evidente quando in Cina il reddito complessivo era in rapida crescita, ma è destinato a diventare assai più preoccupante nel caso di una marcata decelerazione dell'economia, come quella che caratterizza la fase attuale. Perciò il governo cinese sta ora dandosi da fare per reintrodurre gradualmente l'assicurazione che garantisce l'assistenza sanitaria per tutti. Il governo americano, con l'amministrazione Obama, si impegna ugualmente a estendere a ogni cittadino la copertura sanitaria universale. In entrambe le nazioni, Cina e Stati Uniti, il ripristino di questi servizi sarà arduo: diventerà però un elemento centrale nell'affrontare la crisi economica, e anche per realizzare una trasformazione a lungo termine dei due contesti sociali.

6.

La ripresa dei temi e dei testi di Keynes può certamente fornire notevoli contributi sia all'analisi economica, sia alla scelta delle procedure da seguire, ma la rete va gettata più lontano. Per quanto la figura di Keynes sia spesso vista, nell'economia contemporanea, come quella di una sorta di "ribelle", sta di fatto che gli è toccato di diventare invece qualcosa di assai prossimo al guru di un nuovo capitalismo, che si concentrava sul tentativo di stabilizzare le fluttuazioni dell'economia di mercato (ancora una volta prestando poca attenzione alle cause psicologiche delle fluttuazioni dei

cicli economici). Per contro, anche se Smith e Pigou hanno la fama di essere economisti piuttosto conservatori, a loro (e non a Keynes e ai suoi seguaci) si devono molte profonde intuizioni sull'importanza delle istituzioni non legate alle leggi del mercato e di quelle senza scopo di lucro (nonprofit) e dei valori che producono.

Una crisi non rappresenta soltanto una sfida cui si deve far fronte. Essa offre anche l'opportunità di impegnarsi a risolvere problemi a lungo termine proprio quando la gente ha voglia di riprendere in esame e discutere convenzioni da tempo stabilite e accettate. Ecco perché la crisi attuale ci fa capire l'importanza di occuparsi di questioni trascurate come la conservazione dell'ambiente e il sistema sanitario nazionale, ma anche la necessità di sviluppare il trasporto pubblico, che negli ultimi decenni è stato malamente trascurato al punto da essere, fino a questo momento (mentre sto scrivendo l'articolo), considerato di secondaria importanza perfino nei progetti iniziali dell'amministrazione Obama. La scarsa disponibilità economica costituisce, evidentemente, un ostacolo, ma come dimostra l'esempio di quanto è accaduto nello stato indiano del Kerala, è possibile avere un servizio sanitario garantito dallo stato per ogni abitante a costi relativamente bassi. Da quando i cinesi hanno sospeso, nel 1979, l'assistenza sanitaria a tutti, il Kerala, che continua ad avere questo servizio, ha nettamente superato la Cina nel valore medio della speranza di vita e di altri parametri come l'abbassamento della mortalità infantile, malgrado il livello del reddito pro capite della piccola nazione indiana sia nettamente inferiore. Esistono dunque opportunità di migliorare la qualità della vita anche nei paesi poveri.

Le sfide più grandi si presentano però negli Stati Uniti, dove la spesa pro capite per l'assistenza sanitaria è già la più alta tra quelle sostenute da tutti gli altri paesi del mondo, ma i risultati, su questo fronte, sono ancora relativamente scarsi e quaranta milioni di persone non hanno garanzie per la tutela della salute. Una parte del problema, nel caso specifico, è rappresentato dalle difficoltà di comprenderne le caratteristiche: ciò infatti rende incerta l'opinione pubblica. La percezione decisamente distorta delle modalità con cui opera un servizio sanitario nazionale deve essere corretta per mezzo di pubbliche discussioni. A esempio molti ritengono che, nei servizi sanitari europei, nessuno possa scegliere il proprio medico, il che non è assolutamente vero.

Comunque è anche indispensabile una miglior conoscenza delle opzioni che sono già possibili. Nelle discussioni sulla riforma sanitaria da realizzare negli USA, si è prestata grande attenzione al sistema adottato in Canada, un sistema sanitario pubblico che rende estremamente difficile ottenere un trattamento medico privato, mentre nell'Europa occidentale i servizi sanitari nazionali forniscono assistenza a tutti, ma consentono di ricorrere, per integrare la copertura garantita dallo stato, anche a strutture sanitarie private e ad assicurazioni private operanti nel settore, per chi dispone di denaro e vuole spenderlo a questo scopo. Non è chiaro infatti perché ai ricchi che possono liberamente spendere denaro in yacht o altri beni di lusso non dovrebbe essere permesso di spenderlo invece per un esame diagnostico in risonanza magnetica o per una TAC. Se accettiamo il suggerimento implicito nei ragionamenti di Adam Smith a favore di una diversificazione delle istituzioni e dell'accogliere una grande varietà di motivazioni, potremo davvero prendere molte decisioni che, messe in pratica, trasformeranno notevolmente il mondo in cui oggi viviamo.

Le attuali crisi economiche non richiedono, me lo auguro, l'instaurarsi di un "nuovo capitalismo", ma esigono sul serio una nuova comprensione di idee più vecchie, come quelle espresse da Adam Smith oppure, in tempi più vicini a noi, da Arthur Cecil Pigou, molte delle quali sono state purtroppo dimenticate o trascurate. È inoltre necessaria una lucida percezione di come operino realmente le diverse istituzioni e di come una vasta gamma di organizzazioni (da quelle mercantili a quelle che sono istituite dagli stati) possano andar oltre le soluzioni a breve termine e contribuire cosí a formare un mondo economico più onesto e soddisfacente.

– 25 febbraio 2009

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1 . A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Torino, UTET, 1987 (ed. orig. 1776).

2 . Ivi, p. 407.

3 . Ivi, p. 163.

4 , A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991 (ed. orig. 1759), pp. 256-57.

5 . A. Smith, La ricchezza delle nazioni, cit. p. 481.

6 . A.C. Pigou, Industrial Fluctuations, Londra, Macmillan, 1929, p. 73.

7 . Ivi, p. 96.

8 . A.C. Pigou, L'economia del benessere, Torino, UTET, 1953 (ed. orig. 1920). I lavori attuali sulle disuguaglianze economiche, tra i quali gli importanti contributi di A.B. Atkinson, sono stati in larga misura ispirati dalle pionieristiche intuizioni e dalle prese di posizione di Pigou (si veda, in proposito, il volume di Atkinson, Social Justice and Public Policy, Cambridge, Mass., MIT Press, 1983).


AMARTYA SEN, premio Nobel per l'economia nel 1998, insegna all'Università di Harvard. È noto al lettore italiano come autore, tra l'altro, di: Risorse valori e sviluppo (Bollati Boringhieri, 1992); Scelta, benessere, equità (Il Mulino, 1986); La diseguaglianza (Il Mulino, 1992); Laicismo indiano (Feltrinelli, 1998); La democrazia degli altri (Mondadori, 2000); e Identità e violenza (Laterza, 2006).

 
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