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Un'estate di follia
OLIVER SACKS

MICHAEL GREENBERG, Il giorno in cui mia figlia impazzí, trad. di Ilaria Katerinov, Milano, Rizzoli, pp. 205, €16,00

«Il 5 luglio del 1996», esordisce Michael Greenberg, «mia figlia è impazzita». Qui non si perde tempo in preliminari e da questa frase d'apertura Il giorno in cui mia figlia impazzí procede svelto, quasi in maniera torrenziale, in tandem con gli avvenimenti che narra. L'inizio della mania è improvviso ed esplosivo: Sally, la figlia quindicenne dell'autore, da qualche settimana è in uno stato di esaltazione, ascolta sul suo Walkman le Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould e continua a leggere fino alle ore piccole un volume con i sonetti di Shakespeare. Scrive Greenberg: «Apro il libro a caso e mi smarrisco in un intrico di frecce, definizioni, parole evidenziate. Il Sonetto 13 sembra una pagina del Talmud: sui margini si affollano cosí tante glosse che il testo originale è poco più di una macchiolina al centro».

Sally ha anche cominciato a scrivere singolari poesie alla Sylvia Plath. Il padre le scorre di nascosto e le trova strane, ma non nota nulla di patologico nell'umore o nelle attività della figlia. Sin da piccola ha avuto difficoltà di apprendimento, ma adesso le ha ampiamente superate scoprendo per la prima volta le proprie capacità intellettive. Un'esaltazione di questo genere è normale in una quindicenne particolarmente dotata. O almeno cosí pare.

In quella caldissima giornata di luglio, tuttavia, Sally entra in crisi: blocca per la strada gente sconosciuta che sottopone alle sue tirate, pretende che le persone le diano retta, le scuote, poi all'improvviso si scaraventa in mezzo al traffico convinta di poter fermare le auto con la semplice forza di volontà (un amico dai riflessi pronti l'afferra appena in tempo).

Robert Lowell descrisse qualcosa di molto simile parlando di un attacco di «entusiasmo patologico»: «La sera prima di essere internato mi misi a correre per le strade di Bloomington in Indiana … Ero

convinto di poter fermare le macchine e paralizzare la loro forza restando semplicemente a braccia aperte in mezzo alla strada». 1 Un'esaltazione e una serie di azioni cosí improvvise e pericolose non sono insolite all'inizio di una crisi maniacale.

Lowell ebbe una visione del Male che agiva nel mondo e di se stesso, in questo suo «entusiasmo», nelle vesti dello Spirito santo. In un certo senso Sally ha avuto un'analoga visione di rovina morale, constatando intorno a sé la scomparsa o la repressione del «genio» donato da Dio, e si è vista investita della missione di aiutare tutti a rivendicare questo diritto di nascita perduto. Che la ragazza sia stata spinta al confronto con degli sconosciuti da questa visione, che il suo comportamento stravagante sia permeato dalla convinzione di avere delle facoltà speciali, i genitori vengono a saperlo l'indomani, interrogandola: «Ha avuto una visione. È successo qualche giorno fa, nel parco giochi di Bleecker Street, mentre osservava due bambine giocare sulla passerella di legno vicino allo scivolo. In un'intuizione improvvisa ha visto il loro genio, il loro infinito e innato genio di bambine, e simultaneamente ha compreso che tutti siamo geni, che l'idea rappresentata da questa parola è stata distorta. Il genio non è quel caso fortuito che vogliono farci credere, no, è parte integrante di ciò che siamo tutti, cosí come la nostra idea di amore, di Dio. Il genio è l'infanzia. Il Creatore ce lo dona insieme alla vita, e la società ce lo strappa prima di avere la possibilità di seguire gli impulsi delle nostre anime creative di natura».

Sally ha riferito la sua visione alle bambine del parco giochi, che a quanto pare l'hanno capita perfettamente. Poi si è incamminata per Bleecker Street e ha scoperto che la sua vita era cambiata. I fiori nei vasi di plastica verde davanti alla gastronomia coreana, le copertine delle riviste nella vetrina dell'edicola, i palazzi, le automobili: tutto le è apparso con una chiarezza fin allora inimmaginabile. «La limpidezza "del tempo presente" dice.» Una piccola ondata di energia si è levata attraversando il centro del suo essere. Adesso riusciva a vedere la vita occulta delle cose, la loro ingegnosità minuziosa, il genio convogliato nella realizzazione di ciò che erano.

Ma ancora più chiara eraÊl'infelicità sui volti della gente che le passava accanto. Lei ha provato a spiegare la sua visione, ma le persone tiravano dritto senza neanche rallentare il passo. Poi l'illuminazione: queste persone sanno già tutto del loro genio, non è un segreto, il vero dramma è che quel genio è stato represso cosí com'è stato represso il suo. E lo sforzo enorme richiesto per impedire che esso riaffiori in superficie e riaffermi il suo magnifico dominio sulle nostre vite è la causa di ogni umana sofferenza. Una sofferenza che Sally è stata chiamata a curare, essendo stata

scelta fra tutti attraverso questa epifania.

Per quanto allarmanti siano le sue nuove e appassionate convinzioni, è il modo di parlare di Sally a lasciare senza parole il padre e sua moglie:

«Io e Pat siamo spiazzati, non tanto da quel che dice, quanto da come lo dice. Non appena un pensiero le esce galoppando dalla bocca, un altro lo sorpassa, e si accatastano parole senza sequenza logica, in un cumulo nel quale ogni frase cancella la precedente prima ancora che sia potuta emergere. Con il cuore che batte a mille, cerchiamo di assorbire l'energia che si riversa dal suo corpo minuto. Sally tira fendenti all'aria, spinge in fuori il mento: una performance da giullare, la despota detronizzata che spinge l'utopia giù per la gola dei suoi poveri sudditi. Ma la sua non è una performance: è il bisogno di comunicare che la tormenta. Ogni singola parola è come una tossina che va espulsa dal corpo. Più continua a parlare e più diventa incoerente; e più diventa incoerente, più ha bisogno che noi la comprendiamo! Mi sento impotente, eppure galvanizzato da tanta prorompente vitalità»

Mania, follia o psicosi che dir si voglia, questo squilibrio chimico che si verifica a livello cerebrale si presenta come un'energia di tipo primordiale. Greenberg afferma che è come trovarsi «di fronte a una forza della natura, come una bufera o un'alluvione: un evento distruttivo, ma anche maestoso a modo suo». Un'energia cosí sbrigliata può somigliare all'energia creativa, ovvero all'ispirazione, o al genio, e di fatto è proprio questo che Sally si sente dentro: non una malattia, ma l'apoteosi della salute, la liberazione di un'intima parte di sé che a un certo punto era stata repressa.

Questi sono i paradossi che caratterizzano i cosiddetti stati «superpositivi», come li definí nell'Ottocento il neurologo Hughlings Jackson: stati che denotano disordine, squilibrio del sistema nervoso, accompagnati però da un'energia, da un'euforia che li fa prendere per una condizione di massima salute. Può succedere che alcuni allarmati intuiscano la situazione, come capitò a una signora molto anziana mia paziente, affetta da neurosifilide. Scoprendo in sé una vivacità crescente dopo i novant'anni, la signora finí per dirsi: «Ti senti troppo bene, devi per forza essere malata!». 2 Caso analogo quello di George Eliot, che affermava di sentirsi «pericolosamente bene» prima dei suoi attacchi di emicrania. 3

La mania è una condizione biologica che sembra psicologica, che è simile a uno stato d'animo. In questo senso ricorda gli effetti di vari tipi di intossicazione e di ciò sono stato testimone quando alcuni miei pazienti descritti in Risvegli hanno cominciato a prendere la L-dopa, un farmaco che nel

cervello si trasforma nel neurotrasmettitore dopamina. In particolare, questo farmaco scatenò un comportamento maniacale in Leonard L. «Ora che ho la L-dopa nel sangue» scrisse Leonard all'epoca, «non c'è niente al mondo che io non possa fare, se lo voglio». 4 Leonard ribattezzò la dopamina «resurrectamina» e cominciò a vedersi come un messia; sentiva che il mondo era inquinato dal peccato e che lui era stato chiamato a salvarlo. E in una maratona di diciannove giorni e notti pressoché insonni scrisse a macchina un'intera autobiografia di 50.000 parole. «Mi sento piena di verve, di vigore, di vitalità. È la nuova medicina che sto prendendo», si chiedeva un'altra paziente, «o solo un mio nuovo stato mentale?».

Se il paziente è incerto riguardo a cosa sia "fisico" e cosa sia "mentale", può nutrire un'incertezza ancora più profonda su cosa sia l'io e cosa il non-io, come capitò alla mia paziente Frances D. che entrando in uno stato crescente d'eccitazione dopo l'assunzione di L-dopa cominciò a cadere in balia di strane passioni e immagini che non riusciva a reputare del tutto estranee al suo «vero sé». Provenivano da parti molto intime della sua personalità che in passato erano state represse?, si interrogava. A differenza di Sally, tuttavia, questi pazienti sapevano di subire gli effetti di un farmaco e intorno a loro vedevano che i medesimi effetti agivano anche sugli altri.

Per Sally invece non esistevano precedenti, né una guida. E i suoi genitori erano sconcertati quanto lei, anzi di più, perché non avevano la sua stessa folle sicumera. Nasceva tutto da qualcosa che la ragazza aveva assunto? Si era calata un acido, o peggio? Oppure dipendeva da un'eredità genetica o da qualcosa di terribile che loro avevano "fatto" in una fase critica del suo sviluppo? Era qualcosa che la ragazza aveva da sempre anche se si era scatenato cosí improvvisamente?

Questi sono gli stessi interrogativi che si posero i miei genitori quando nel 1943, a quindici anni, mio fratello Michael cominciò a soffrire di psicosi acuta. Michael vedeva "messaggi" dovunque, aveva la sensazione che qualcuno gli leggesse nel pensiero o diffondesse ciò che pensava, aveva strani attacchi di ridarella e gli sembrava di essere stato traslocato in un altro "regno". Negli anni Quaranta gli allucinogeni erano rari; pertanto i miei genitori, che erano medici entrambi, si chiesero se la sua psicosi non fosse conseguenza di una patologia, magari di una malattia tiroidea o di un tumore al cervello. Alla fine, tuttavia, fu chiaro che mio fratello aveva una psicosi schizofrenica. Nel caso di Sally le analisi ematologiche e gli esami fisici hanno escluso la presenza di problemi di tipo tiroideo, tumorale o derivati da agenti intossicanti. La sua psicosi, benché acuta e pericolosa (tutte le psicosi sono potenzialmente pericolose, quanto meno per il paziente), è "semplicemente" maniacale.

Una persona può sviluppare una mania – o una depressione – anche senza diventare psicotica: senza avere visioni o allucinazioni, senza perdere di vista la realtà. Sally, però, ha passato il segno e in quella caldissima giornata di luglio è accaduto qualcosa, qualcosa ha ceduto. Tutt'a un tratto è diventata un'altra persona: ha un'aria diversa, parla in maniera diversa. «All'improvviso era svanito ogni punto di contatto tra noi due», scrive il padre. Sally ora lo chiama «padre» e parla con una «voce impostata, falsa, come se recitasse le battute di un copione». «I suoi occhi castani non sono caldi come al solito ma scuri e velati, come fossero verniciati di lacca.»

Greenberg prova a parlarle di cose di tutti i giorni e le chiede se ha fame o se vuole sdraiarsi un po': «Ma ogni volta si riafferma la sua alterità. È come se la vera Sally fosse stata rapita, e al suo posto ci fosse un demone, come quello di Salomone, che ha preso possesso del suo corpo. L'antica superstizione delle possessioni demoniache! Ma come spiegare altrimenti questa grottesca trasformazione? Passa un'altra ora. La giornata assume contorni sempre più surreali. Resto in attesa di una remissione spontanea – lo schiocco di dita dell'ipnotizzatore – ma sembra un'eventualità sempre più remota. Un silenzio ermetico ci circonda. È come se fossimo diventati muti. Ma i muti possono comunicare a gesti, hanno un sistema di significati condivisi. Io e Sally siamo stranieri l'uno per l'altra, nel senso più proprio della parola: non abbiamo una lingua in comune».

Le particolari caratteristiche della mania sono state individuate e distinte da altre forme di follia sin da quando i grandi medici dell'antichità cominciarono a scrivere sull'argomento. Già nel II secolo d.C. Areteo forní una descrizione chiara del possibile alternarsi in un individuo di stati d'euforia a stati di depressione; ma la distinzione fra diverse forme di follia è stata formalizzata solo nell'Ottocento, in Francia, con la nascita della psichiatria. Da allora si distingue la cosiddetta "follia circolare" (folie circulaire ovvero folie à double forme) – quella che Emil Kraepelin definí in seguito follia maniaco-depressiva e che noi chiameremmo oggi disturbo bipolare – dalla ben più grave "dementia praecox" o schizofrenia. Tuttavia, un resoconto medico, che viene redatto dall'esterno, non potrà mai rendere giustizia a ciò che si vive durante queste psicosi; nulla, qui, può sostituirsi a un resoconto di prima mano.

Negli anni sono state pubblicate parecchie testimonianze personali di quest'esperienza. A mio

giudizio, una delle più riuscite è Wisdom, Madness and Folly: The Philosophy of a Lunatic di John Custance, uscita nel 1952. Scrive Custance: «La malattia mentale da cui sono affetto è … nota come depressione maniacale o, più precisamente, come psicosi maniaco-depressiva … Lo stato maniacale è uno stato d'esultanza, di piacevole eccitazione che a volte rasenta vette estreme d'estasi; lo stato depressivo invece è l'esatto contrario, uno stato di infelicità, di abbattimento e a volte di orrore spaventoso».

Custance ebbe la sua prima crisi maniacale a trentacinque anni e per vent'anni continuò ad avere periodicamente episodi di mania e di depressione: «Quando il sistema nervoso è completamente sconvolto, questi due stati d'animo contrastanti possono intensificarsi quasi all'infinito. A volte penso che la Provvidenza abbia concepito di proposito la mia condizione per illustrare l'idea cristiana di Inferno e Paradiso. Di certo mi ha dimostrato che nel mio animo possono esistere tanto una pace interiore e una felicità indescrivibili quanto inimmaginabili abissi di terrore e disperazione. La vita normale e la coscienza della "realtà" mi appaiono più che altro come uno spostarsi su uno stretto lembo di terra, lungo uno spartiacque che separa due universi distinti fra loro. Da un lato c'è un pendio verde e fertile che porta a un paesaggio delizioso in cui il viaggiatore troverà ad attenderlo l'amore, la gioia e le infinite bellezze della natura e dei sogni; dall'altro c'è un declivio roccioso e brullo in cui si celano gli orrori sconfinati di un'immaginazione distorta, un declivio che scende in un baratro senza fondo».

Nella condizione maniaco-depressiva, questo lembo di terra è talmente stretto che risulta oltremodo difficile mantenersi in equilibrio. Si comincia a scivolare; tutt'intorno, il mondo si trasforma in maniera impercettibile. Per qualche tempo è possibile mantenere una specie di contatto con la realtà. Ma quando si supera il ciglio, quando il contatto con la realtà si perde, le forze dell'inconscio prendono il sopravvento e a questo punto ha inizio quello che a seconda dei casi sembra un viaggio interminabile nell'universo della beatitudine o nell'universo dell'orrore, un viaggio sul quale non si ha il minimo controllo.

Di questi ultimi anni sono invece due volumi firmati da Kay Redfield Jamison, una psichiatra brillante e coraggiosa anche lei affetta da depressione maniacale, che sull'argomento ha scritto sia un'autorevole e completa monografia clinica (Malattia maniaco-depressiva, con Fredrick K. Goodwin,

1990) sia un libro di memorie (Una mente inquieta, 1995). In quest'ultimo scrive: «Frequentavo l'ultimo anno di scuola superiore quando ebbi il primo attacco di malattia maniaco-depressiva; una volta che l'assedio ebbe inizio, persi la testa con rapidità. In principio tutto mi sembrava facilissimo … Mi pareva di poter fare qualsiasi cosa, niente era troppo difficile. La mia mente mi sembrava limpida, favolosamente acuta e in grado di compiere d'intuito ragionamenti matematici che fino ad allora mi erano sfuggiti. E che ancora mi sfuggono. In quel periodo, oltre ad avere perfettamente senso, ogni cosa cominciò a trovare il suo posto in una specie di connessione cosmica meravigliosa … Più adagio, Kay … per l'amor di Dio, Kay, rallenta! E alla fine rallentai. Anzi, mi fermai di colpo».

La Jamison confronta quest'esperienza con gli episodi che si verificarono successivamente: «A differenza degli eccessi maniacali gravi che ebbi qualche anno più tardi e che raggiunsero livelli psicotici fuori di ogni controllo, quella prima leggera ondata maniacale fu una soluzione blanda e gradevole di mania e, come centinaia di episodi successivi di grande entusiasmo, durò poco e si esaurí rapidamente da sola: forse fu faticosa per i miei amici, senza dubbio fu spossante e inebriante per me, ma non fu esagerata al punto di preoccuparmi».

Sia la Jamison che Custance parlano del modo in cui la mania modifica non solo il pensiero e i sentimenti, ma anche le percezioni sensorie. Nelle sue memorie Custance descrive questi cambiamenti in maniera particolareggiata: a volte le luci elettriche del reparto presentano «un fenomeno luminoso di tipo stellare … che alla fine forma un intrico di disegni iridescenti»; i volti sembrano «brillare come di una luce interiore che mostra i tratti con vividezza estrema». Benché normalmente sia «un disegnatore penoso», nei momenti di mania Custance riesce a disegnare piuttosto bene (questo mi ha fatto ripensare a quando anch'io parecchi anni fa cominciai a disegnare piuttosto bene in un periodo di ipomania indotta da anfetamine); i suoi sensi sembrano intensificati: «Le dita sono molto più sensibili e precise. In genere sono una persona maldestra e ho una scrittura pessima, ma adesso riesco a scrivere in maniera molto più chiara del solito: scrivo a stampatello, disegno, abbellisco ed eseguo piccole operazioni manuali di ogni sorta come comporre album di foto o di ritagli, cosa che normalmente mi farebbe impazzire. Nelle dita noto anche un formicolio particolare. Ho un orecchio più sensibile e riesco a cogliere … contemporaneamente tante impressioni sonore … Dalle grida dei gabbiani fuori alle risa e alle chiacchiere degli altri pazienti, registro perfettamente tutto quello che succede e nonostante ciò non ho difficoltà a concentrarmi sul lavoro … Se fossi autorizzato a circolare liberamente in un giardino apprezzerei le fragranze molto

più del solito… Anche l'erba comune ha un ottimo sapore, mentre una vera prelibatezza come le fragole o i lamponi mi regala sensazioni estatiche degne di un autentico nettare degli dèi».

Inizialmente i genitori di Sally si sforzano di credere (come la stessa Sally) che la sua eccitazione sia qualcosa di positivo, qualcosa di diverso da una malattia. La madre dà all'avvenimento un'interpretazione dal sapore New Age: «Sally sta avendo un'esperienza, Michael, ne sono certa, questa non è una malattia. È una ragazza profondamente spirituale … Quel che sta succedendo ora è una fase necessaria nell'evoluzione di Sally, il suo viaggio verso un livello superiore di coscienza».

E quest'interpretazione trova qualche eco più classicheggiante nello stesso Greenberg: «Anch'io volevo crederci … Volevo credere nella possibilità di un successo, di una vittoria, di una fioritura tardiva della mente. Ma come si capisce la differenza tra la "divina follia" di Platone e la farneticazione? Tra l'enthousiasmòs (l'essere ispirati da un dio) e la paranoia? Tra il profeta e il "clinicamente pazzo"?».

La situazione, sottolinea Greenberg, era analoga a quella in cui si trovò Joyce con la figlia Lucia, affetta da schizofrenia. «Ha intuizioni straordinarie», commentava lo scrittore. «"Qualunque sia la scintilla del dono che possiedo" diceva amareggiato Joyce, "si è trasmessa a lei, e le ha acceso un fuoco nel cervello.» Più tardi Joyce disse a Beckett: « Non è una pazza furiosa … ma solo una povera bambina che ha cercato di fare troppo, di capire troppo».

Tuttavia, bastano poche ore per capire che Sally di fatto ha una psicosi e che è incontrollabile. I genitori la portano in un ospedale psichiatrico. In un primo tempo la ragazza è contenta perché infermieri, inservienti e psichiatri le sembrano particolarmente pronti a comprendere le sue intuizioni, il suo messaggio. La realtà, però, le si rivela in maniera brutale: Sally viene imbottita di tranquillanti e ricoverata in un reparto chiuso.

La descrizione che Greenberg fa di questo reparto ha la ricchezza e la densità di un romanzo; il personale e gli altri pazienti sembrano personaggi cecoviani. Fra i ricoverati c'è un ragazzo chassidico molto disturbato, affetto chiaramente da psicosi, la famiglia del quale non accetta la sua malattia: «Ha raggiunto la devaykah», dice il fratello. «Poi aggiunge, criptico: "Lo stato di comunione costante con Dio"».

Nell'ospedale si fanno abbastanza pochi tentativi per comprendere Sally; la sua mania viene trattata

anzitutto come un disturbo medico, come un'alterazione chimica cerebrale da affrontare su base neurochimica. Le cure mediche hanno un'importanza cruciale e perfino un'azione salvavita nella mania acuta, che se non trattata può portare al deperimento e alla morte. Purtroppo, però, Sally non risponde al litio, che per tanti pazienti maniaco-depressivi si è rivelato preziosissimo; di conseguenza i medici devono ricorrere a forti tranquillanti, che smorzano la sua effervescenza e sfrenatezza ma che per un certo periodo la lasciano intontita, apatica e parkinsoniana. Per Greenberg, vedere la figlia adolescente in questo stato da zombie è scioccante quasi quanto lo è stato vederla in preda alla mania.

Dopo ventiquattro giorni in queste condizioni, benché manifesti ancora un comportamento leggermente maniacale e sia sotto l'effetto dei tranquillanti, Sally viene dimessa e può tornare a casa, dove sarà tenuta sotto un controllo attento e, almeno all'inizio, continuo. Uscita dall'ospedale, la ragazza stringe un rapporto fondamentale con una bravissima terapeuta capace di trattarla come un essere umano, che prova anzitutto a capire i suoi pensieri e i suoi sentimenti. La dottoressa Lensing si dimostra di una schiettezza disarmante: «Scommetto che ti senti come se ci fosse un leone dentro di te», le dice subito.

«Come fa a saperlo?» Sally è sbalordita, e i suoi sospetti svaniscono all'istante. La dottoressa va avanti e le parla della mania, della sua mania, come se fosse una creatura, un altro essere che vive dentro di lei: «Con agilità, la Lensing si sistema accanto a Sally sulla sedia della sala d'aspetto e le dice, in tono di confidenza tra donne, che la mania – e ne parla come fosse un'entità separata, una conoscente di entrambe – è sempre in cerca di attenzioni. Vuole emozioni, azione, vuole continuare a prosperare, farebbe qualsiasi cosa pur di sopravvivere. "Hai mai avuto un'amica cosí emozionante che vuoi starle sempre vicino, ma che ti conduce al disastro e alla fine vorresti non averla mai incontrata? Sai di che tipo di persona parlo: la ragazza che vuole andare più veloce, che vuole sempre di più. La ragazza che si serve per prima, e al diavolo gli altri. Potrebbe essere anche un ragazzo, naturalmente, ma è solo un esempio di cos'è la mania: una persona avida e carismatica che finge di esserti amica».

La Lensing prova a farle distinguere la psicosi dalla sua vera identità, prova a far stare fuori Sally dalla psicosi per osservare il rapporto ambiguo e complesso che si è instaurato fra le due (la psicosi

«non è un'identità», dice seccamente). Ne parla anche al padre di Sally, perché per far migliorare la ragazza è necessario che anche lui comprenda. E mette in rilievo la natura seducente della psicosi: «[Sally] non vuole restare isolata, il suo impulso la conduce verso l'esterno, e posso dirle che questo è un ottimo segnale. Desidera essere compresa, e non solo da noi: vuole anche capire se stessa. È ancora attaccata alla sua mania, naturalmente. Ricorda l'intensità di quell'esperienza, e si sforza di tenerla viva. È convinta che, se se la lascia sfuggire, perderà anche le grandi abilità che crede di aver acquisito. In realtà è un paradosso terribile: la mente si innamora della psicosi. La seduzione del male, la chiamo io».

E "seduzione" è una parola cruciale (è anche la parola chiave del meraviglioso La seduzione della pazzia in cui l'autore Edward Podvoll parla di natura e cura della malattia mentale). Ma perché la psicosi e in particolare la mania dovrebbero sedurre? Freud definí tutte le forme di psicosi come disordini narcisistici: chi ne è affetto diventa la persona più importante del mondo, chiamata a svolgere un ruolo unico di messia, di redentore d'anime, ovvero (come accade nelle psicosi depressive e paranoiche) a catalizzare su di sé ogni persecuzione e accusa, a diventare oggetto di derisione e umiliazione.

Ma anche in assenza di impulsi messianici la mania può infondere un senso di piacere enorme, perfino d'estasi, e rinunciarvi può essere difficile proprio per questa sua intensità. È quello che succede a Custance, il quale, pur consapevole dei pericoli che corre, durante una crisi maniacale evita cure mediche e ricovero in ospedale a Berlino Est e si lancia in un'avventura rischiosa alla James Bond. Forse si tratta di un'intensità di sensazioni analoga a quella che cercano i tossicodipendenti, specie chi abusa di stimolanti come cocaina o anfetamine; e cosí come è probabile che allo sballo segua un crollo, alla mania subentra di solito la depressione, forse per un esaurimento causato da neurotrasmettitori come la dopamina negli iperstimolati sistemi di ricompensa del cervello.

Ma la mania, come osserva Greenberg di continuo, non è solo piacere, anzi. Egli parla della «spietata palla di fuoco» in cui si trova Sally, della sua «grandiosità terrorizzata», di quanto la ragazza sia ansiosa e fragile sotto la «superficiale esuberanza» della sua mania. Quando si raggiungono le smisurate vette della mania si resta molto isolati dai rapporti umani di tutti i giorni, dalla dimensione umana, anche se quest'isolamento può essere camuffato da un atteggiamento di difesa che assume toni grandiosi o imperiosi. Per questo la Lensing interpreta il rinnovato desiderio

di Sally di stabilire un vero contatto con gli altri, di capire ed essere capita, come un segno propizio del fatto che la ragazza sta riacquistando la salute, che sta tornando con i piedi per terra.

La psicosi, come dice la Lensing, non è un'identità, ma un'aberrazione o un allontanamento momentaneo da quella. Ciò nonostante, un disturbo ricorrente o cronico che porta a un'alterazione mentale come la malattia maniaco-depressiva è destinato a influenzare l'identità di chi ne soffre, a diventare parte dei suoi atteggiamenti e del suo modo di pensare. Come scrive la Jamison: «Dopo tutto non è una semplice malattia, ma qualcosa che influenza ogni aspetto della mia vita: l'amore, il temperamento, il lavoro, le mie reazioni in ogni situazione».

Non è neppure soltanto una sfortuna di tipo biologico sulla quale c'è poco da dire. Sebbene scriva che nella depressione non c'è nulla di buono, la Jamison rileva che le sue manie e ipomanie, quando non incontrollate, hanno svolto nella sua vita un ruolo cruciale e talvolta positivo. Non solo: in Toccato dal fuoco: temperamento artistico e depressione (1993) fornisce molte prove a sostegno della tesi che stabilisce un rapporto tra mania e creatività e cita molti grandi artisti – fra cui Schumann, Coleridge, Byron e Van Gogh – che a quanto pare hanno convissuto con la malattia maniaco-depressiva.

Quando Sally viene ricoverata, il padre si rivolge al medico interno per avere una diagnosi. «Il disturbo di Sally probabilmente covava sotto la cenere da un po', e man mano ha preso forza fino a impadronirsi di lei.» Greenberg gli chiede quale sia questo «disturbo»:

«Al momento non è importante sapere come noi definiamo la malattia di Sally. Certamente sono presenti molti sintomi del disturbo bipolare di tipo I. Ma quindici anni sono un po' pochi per l'insorgere di una mania fulminante».

Negli ultimi vent'anni la definizione di "disturbo bipolare" è entrata nell'uso anche perché, come suggerisce la Jamison, la si considera meno infamante di "malattia maniaco-depressiva". Ciò nonostante, avverte la stessa Jamison, «la suddivisione dei disturbi dell'umore in bipolari e unipolari presuppone una distinzione clinica ed eziologica tra depressione e malattia maniaco-depressiva che non sempre è chiara o ha fondamento scientifico. Inoltre consolida la concezione che depressione e mania siano condizioni opposte e separate. Questa polarizzazione dei due stati contraddice tutto ciò che si sa sulla natura fluida ed eterogenea della malattia maniaco-depressiva».

Il "bipolarismo" è anche caratteristico di molti disturbi del controllo – come catatonia e parkinsonismo – in cui i pazienti perdono il punto medio della normalità e alternano stati ipercinetici a stati acinetici.

Pure in una malattia metabolica come il diabete si può verificare un consistente alternarsi tra (a esempio) valori estremi di iperglicemia e di ipoglicemia, dal momento che i complicati meccanismi omeostatici sono compromessi.

C'è anche un altro motivo per cui l'idea che la malattia maniaco-depressiva sia una malattia bipolare, oscillante appunto fra due poli opposti, può risultare fuorviante. A evidenziare questo fatto fu Kraepelin, il quale più di cent'anni fa parlò dei cosiddetti «stati misti», 5 stati in cui convivono elementi della mania e della depressione indissolubilmente legati fra loro. Kraepelin mise in rilievo «la intima e profonda parentela tra stati apparentemente cosí contrarii».6

Insomma, parliamo di "poli opposti", ma i poli di mania e depressione sono talmente vicini l'uno all'altro che viene da chiedersi se la depressione non possa essere una forma di mania o viceversa. (Quest'idea dinamica di mania e depressione – la loro «unità clinica», 7 come la definí Kraepelin – trova riscontro nel fatto che il litio, per quei pazienti che ne traggono beneficio, funziona bene per ambedue gli stati.) Greenberg descrive spesso questa situazione paradossale con degli ossimori sbalorditivi, a esempio quando parla di «gioia abissale». Cosí si sente Sally mentre «si trova nello stato misto, caratteristico della mania disforica».

Il ritorno di Sally dalle folli vette della mania è improvviso quasi quanto l'inizio di questo suo viaggio, circa due mesi prima. Racconta Greenberg: «Io e Sally siamo in cucina. Ho passato la giornata a casa con lei, a lavorare alla mia sceneggiatura per Jean-Paul. "Ti andrebbe una tazza di tè?" chiedo. "Perché no, sí, grazie." "Latte?" "Sí, grazie. E zucchero." "Due cucchiaini?" "Sí, e ci metto anche il miele. Mi piace vederlo colare dal cucchiaio." Qualcosa nel suo tono ha attirato la mia attenzione: la modulazione della voce, la sua schiettezza tranquilla: misurata, e con un calore che non sentivo più da mesi. Gli occhi le si sono addolciti. Mi riprometto di non farmi ingannare. Eppure il cambiamento in lei è innegabile … È come se fosse successo un miracolo. Il miracolo della normalità, dell'esistenza ordinaria … È come se avessimo vissuto in una favola per tutta l'estate. Una ragazza bellissima è trasformata in una pietra comatosa, o in un demonio. Le strappano le persone care, il linguaggio, tutto ciò che era suo. Poi l'incantesimo si spezza e lei si risveglia, "sorpresa di avere gli occhi"».

Dopo la sua estate di follia Sally può tornare a scuola, ansiosa ma anche decisa a riappropriarsi della sua vita. All'inizio mantiene il riserbo sulla sua malattia e si gode la compagnia di tre care amiche che frequentano la stessa classe. «Alla sera la ascolto parlare al telefono con loro», scrive il

padre, «intima, mordace, pettegola: la voce dell'allegria e della salute». Qualche settimana più tardi, dopo averne discusso a lungo con i genitori, Sally racconta alle amiche della sua psicosi: «Le ragazze accolgono la notizia senza problemi. Essere stata in reparto psichiatrico conferisce a Sally un particolare status sociale. È una specie di credenziale. Lei è stata dove le altre non sono state. Diventa il loro segreto».

La follia di Sally si risolve e cosí, ci si augura, dovrebbe finire la storia. Ma la caratteristica determinante della malattia maniaco-depressiva è la sua natura ciclica e in un poscritto al libro Greenberg riferisce che Sally ha avuto infatti due ricadute: la prima quattro anni dopo, mentre frequentava l'università, e la seconda a sei anni di distanza da quest'ultimo episodio (quando aveva interrotto le cure). Per il malato maniaco-depressivo non esiste "guarigione", ma la convivenza con la malattia può essere aiutata grandemente con le cure mediche, con vigilanza e intuito (in particolare minimizzando l'influsso di fattori stressanti come l'insonnia e stando attenti a cogliere i primissimi segnali di mania o di depressione) e non ultimo con il counseling e la psicoterapia.

Ricco, profondo, intelligente e dettagliato, Il giorno in cui mia figlia impazzí si affermerà come un classico del suo genere al pari delle memorie di Kay Redfield Jamison e di John Custance. Ciò che lo rende unico, tuttavia, è il fatto che tante cose in queste pagine vengono viste attraverso gli occhi di un genitore straordinariamente aperto e sensibile, un padre che senza mai scadere nel sentimentalismo rivela un intuito notevole riguardo ai pensieri e ai sentimenti della figlia e una capacità rara di trovare immagini e metafore che illuminano stati d'animo quasi inimmaginabili.

La questione del "raccontare", del pubblicare un resoconto particolareggiato della vita di un paziente, della sua vulnerabilità, della sua malattia, è una questione di grande delicatezza morale, irta di insidie e pericoli di ogni sorta. La battaglia di Sally con la sua psicosi, viene da chiedersi, non è una faccenda privata e personale che riguarda solo e unicamente lei (e i suoi familiari e i suoi medici)? Perché il padre è arrivato a valutare l'idea di rivelare al mondo le tribolazioni della figlia e il dolore della sua famiglia? Come poteva sentirsi Sally di fronte alla divulgazione pubblica dei suoi fervori e tormenti di adolescente?

Non è stata una decisione rapida, o facile, né per Sally né per suo padre. Greenberg non ha cominciato a scrivere quando è esplosa la psicosi di sua figlia, nel 1996: ha aspettato, ha riflettuto, ha lasciato sedimentare l'esperienza dentro di sé. Lui e Sally ne hanno discusso a lungo e in maniera approfondita e solo dopo oltre dieci anni Greenberg si è sentito sufficientemente padrone

dell'equilibrio, della prospettiva e del tono necessari a scrivere Il giorno in cui mia figlia impazzí. Sally, giunta a sua volta a questa conclusione, l'ha spronato non solo a raccontare la sua storia, ma a usare il suo vero nome senza mascherare nulla. E visti i pregiudizi e le incomprensioni che gravano tuttora sulla malattia mentale, di qualsiasi tipo essa sia, la sua è stata una decisione coraggiosa.

Il pregiudizio si ripercuote su tanta gente perché la malattia maniaco-depressiva si manifesta in tutte le culture e affligge almeno una persona su cento; in ogni epoca ci sono milioni di persone, anche più giovani di Sally, che potrebbero dover affrontare ciò che ha vissuto lei. Lucido, realistico, partecipe e illuminante, Il giorno in cui mia figlia impazzí può rappresentare una specie di guida per quanti si trovano costretti a superare le regioni oscure dell'anima, cosí come per i loro familiari e amici e per tutti coloro che vogliano capire cosa stanno attraversando i loro cari. E forse le sue pagine ci ricorderanno anche che la normalità in cui tutti abitiamo è uno stretto crinale ai lati del quale si spalancano gli abissi della mania e della depressione.

(Traduzione di Claudia Valeria Letizia)

ALTRI LIBRI CITATI IN QUESTO ARTICOLO

JOHN CUSTANCE, Wisdom, Madness and Folly: The Philosophy of a Lunatic, New York, Pellegrini and Cudahy, 1952

 

FREDERICK K. GOODWIN e KAY REDFIELD JAMISON, Malattia maniaco-depressiva, ed. a cura di A. Carlo Altamura, Milano, McGraw Hill, 1994 (ed. orig. Manic-Depressive Illness: Bipolar Disorders and Recurrent Depression, 1990)

KAY REDFIELD JAMISON, Una mente inquieta, trad. di Elena Campominosi, Milano, Longanesi, 1996 (ed. orig. An Unquiet Mind: A Memoir of Moods and Madness, 1995)

KAY REDFIELD JAMISON, Toccato dal fuoco: temperamento artistico e depressione, trad. di Antonio Serra, Milano, Longanesi, 1994 (ed. orig. Touched with Fire: Manic-Depressive Illness and the Artistic Temperament, 1993)

EDWARD M. PODVOLL, La seduzione della pazzia: intuizioni rivoluzionarie nel mondo della psicosi, Roma, Astrolabio, 1992 (ed. orig. The Seduction of Madness: Revolutionary Insights into the World of Psychosis and a Compassionate Approach to Recovery at Home, 1990)

EMIL KRAEPELIN, Manic Depressive Insanity and Paranoia, Edimburgo, Livingstone, 1921

1 . I. Hamilton, Robert Lowell: A Biography, New York, Random House, 1982, p. 157.

2 . O. Sacks, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi, 1986 (ed. orig. 1985), p. 143.

3 . Id, Emicrania, Milano, Adelphi, 1992 (ed. orig. 1970), p. 67.

4 . Id., Risvegli, Milano, Adelphi, 1991 (ed. orig. 1973), pp. 248-49.

5 . E. Kraepelin, Introduzione alla clinica psichiatrica: trenta lezioni del dott. Emilio Kraepelin, Milano, Società editrice libraria, 1905 (ed. orig. 1904), p. 56.

6 . Ivi, p. 55.

7 . Ibidem.


OLIVER SACKS, neurologo e scrittore, è autore di: Emicrania (1970), Risvegli (1973), Su una gamba sola (1984), L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985), Vedere voci (1989), Un antropologo su Marte (1995), L'isola dei senza colore (1996), Zio Tungsteno (2001) e Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello (2007), tutti pubblicati in Italia da Adelphi. Per i tipi di Feltrinelli è invece uscito, nel 2004, il suo Diario di Oaxaca del 2002.

 
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