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Per un pugno di dollari
ROBERT SKIDELSKY

NIALL FERGUSON, The Ascent of Money: A Financial History of the World, Londra-New York, Penguin, pp. 442, $ 29,95

1.

Lo storico Alan Taylor affermava maliziosamente che la storia è fine a se stessa: l'idea che si possa utilizzarla per prevedere il futuro, o addirittura evitare gli errori del passato, è una pura illusione. The Ascent of Money di Niall Ferguson, una storia dell'innovazione finanziaria scritta in forma di documentario televisivo, 1 oltre che di saggio, mette alla prova la tesi di Taylor. Ferguson può vantare una certa abilità nel prevedere il futuro. Nel 2006 la storia lo aveva convinto che la festa non poteva durare "in eterno": un'intuizione che gli economisti matematici vincitori del premio Nobel per aver creato il modello di Black-Scholes – una complicata formula che serviva a calcolare il prezzo delle opzioni su azioni utilizzata dalla Long-Term Capital Management, una società ad alta leva finanziaria che fallí miseramente nel 1998 – non ebbero affatto. I loro calcoli, al contrario, li persuasero che una "svendita" in massa poteva verificarsi solo una volta ogni quattro milioni di anni.

La storia, inoltre, aveva messo Ferguson in guardia contro i pericoli di uno stato che basa il proprio finanziamento sul mercato obbligazionario. Durante il programma televisivo Lou Dobbs Tonight del 13 novembre 2008, egli aveva affermato: «Quanti nuovi titoli di stato a dieci anni può assorbire il mercato obbligazionario mondiale? ... E se aumentano i rendimenti, allora aumenta anche il costo del prestito per il governo e cosí si comincia a perdere il controllo della situazione … Per questo si rende necessaria la prospettiva storica…».

Tra le due visioni opposte secondo cui, da una parte, la storia non è in grado di insegnarci nulla e, dall'altra, il futuro non è che un riflesso speculare del passato, esiste una saggia via di mezzo secondo cui la storia, come ogni altro strumento di riflessione sul passato, può fornire una vaga idea di ciò che l'umanità potrebbe attendersi dal futuro. Solo gli economisti senza alcuna coscienza storica potevano credere alla "teoria del mercato efficiente", secondo cui il mercato attribuisce alle azioni il prezzo giusto ed eventuali deviazioni da una previsione accurata possono verificarsi solo per caso. D'altra parte, la sola conoscenza storica non avrebbe permesso a nessuno di prevedere l'arrivo e la portata della crisi attuale. E, soprattutto, la storia non è in grado di risolvere la questione di quale debba essere il nostro rapporto con il denaro, che rimane fondamentalmente una questione morale.

The Ascent of Money è un libro magnifico, che illustra pregi e difetti della storia utilizzata come strumento per comprendere quanto sta accadendo in questo periodo. È scritto con il tono narrativo, l'attenzione per i dettagli, l'ampiezza di fonti e il linguaggio leggero a cui questo storico straordinariamente versatile ci ha ormai abituato. Ferguson è chiaramente affascinato dall'argomento della finanza, lo conosce profondamente e riesce a comunicare al lettore il proprio entusiasmo. Buona parte della storia risulterà familiare agli adepti, ma Ferguson possiede l'abilità di colorire gli argomenti più familiari con esempi strani e insoliti, e riesce a intessere i fili dell'arazzo finanziario con estrema facilità. Alcuni degli argomenti trattati sono decisamente tecnici, ma Ferguson non fa alcun tentativo di banalizzare il materiale. Il libro è uno di quei rari esempi di ottima, persino profonda, erudizione che trova il modo di fare presa sul grande pubblico.

La struttura del libro di Ferguson, diviso in modo strategico secondo i temi, inizia con le origini del denaro e dimostra, nei capitoli successivi, come esso abbia trovato il modo di moltiplicarsi grazie allo sviluppo di sistemi bancari, obbligazioni, mercati azionari, fondi assicurativi e derivati finanziari, finché l'economia mondiale si è trasformata in ciò che Charles Morris ha definito una piramide invertita di debiti, che poggia su una base di prodotto reale sempre più stretta.2 La tesi principale sostenuta da Ferguson è che dobbiamo la nostra prosperità non tanto allo sviluppo della tecnologia quanto a quello della finanza. Nel corso della storia, gli uomini si sono dimostrati più abili a inventare nuovi metodi per arricchirsi che non a generare beni e prodotti. Come fece notare astutamente Edward Gibbon, senza l'incitamento fornito dal denaro a «le forze vive dell'umana natura e … le passioni», le società sarebbero riuscite a malapena a emergere «dalla più grossolana barbarie».3

Secondo Ferguson, il denaro non è tanto un oggetto quanto un rapporto – principalmente un rapporto tra creditore e debitore. Appena il tempo e la distanza cominciarono a interporsi tra lo scambio di beni di valore – il che avvenne praticamente agli albori della civiltà – gli uomini iniziarono a sentire il bisogno di qualcosa in più del semplice baratto. I contadini avevano bisogno di denaro mentre aspettavano che il raccolto maturasse, come anche i mercanti mentre attendevano l'arrivo delle merci e, soprattutto, i governi necessitavano di fondi per finanziare le loro guerre. Le tre funzioni del denaro – intermediario nello scambio, misura del valore e riserva di ricchezza – si svilupparono allo scopo di colmare l'intervallo tra acquisto e pagamento. Le cambiali, o "promesse di pagamento", furono introdotte in tempi lontanissimi per ovviare alle difficoltà di spedire metalli preziosi.

Anche forme di banche primitive, o depositi di denaro, dovevano esistere dai tempi più antichi. Il termine stesso deriva dalla parola italiana che indicava il sedile da cui gli antichi banchieri conducevano gli affari. Ben presto i banchieri impararono ad aumentare i loro profitti prestando denaro a interesse. I Medici, nella Firenze del XV secolo, furono la prima famosa famiglia di banchieri. Fecero fortuna con la compravendita di "obbligazioni", cioè titoli di credito emessi da monarchi a corto di capitale. Questi pezzi di carta obbligavano l'emittente a restituire la somma entro un determinato periodo di tempo. Il mercato delle obbligazioni nacque quando i titoli stessi divennero merce di scambio. Il mercato obbligazionario, il primo vero mercato finanziario in senso moderno, fu perfezionato nell'Inghilterra del XVIII secolo. Le grandi banche d'affari che concedevano prestiti, come quella dei Rothschild, dominavano la finanza pubblica nell'Europa del XIX secolo. La pratica della riserva frazionaria, una novità introdotta già a partire dal 1656 dalla svedese Riksbank, permise alle banche di prestare più di quanto detenessero sotto forma di contanti, in base al presupposto che fosse «altamente improbabile che i clienti prelevassero il denaro en masse».

Ferguson fa osservare giustamente che il precoce sviluppo della finanza europea fu dettato più dalle necessità dello stato che da quelle del commercio. La sua tesi, già esposta nei due volumi sulla famiglia Rothschild,4 è che la politica dello stato determina lo sviluppo della finanza e non viceversa. Tale visione contrasta con la tradizionale tesi marxista secondo cui la finanza controlla i governi. I Rothschild cominciarono come banchieri di corte. La Banca d'Inghilterra fu creata nel 1694, con lo scopo principale di aiutare lo stato ad affrontare le spese di guerra, trasformando una parte del debito del governo in titoli. In compenso, la banca ricevette speciali privilegi, tra cui il monopolio parziale dell'emissione di banconote.

L'ascesa dell'Inghilterra al rango di potenza mondiale nel XVIII secolo si basò largamente sulla capacità del governo inglese di prendere in prestito somme maggiori a un tasso d'interesse minore rispetto ai suoi rivali. Da questo dipende anche l'importanza attribuita in quel periodo a far quadrare il bilancio pubblico, come modo per mantenere una certa credibilità finanziaria da parte dello stato. Nel XX secolo la spinta dei governi democratici a diffondere la proprietà di case per i cittadini – come antidoto alla rivoluzione – introdusse la pratica di convertire i mutui immobiliari in titoli venduti in tutto il mondo.

Gli investimenti a lungo termine necessitavano di una struttura finanziaria diversa, che fu trovata nella creazione di società per azioni e società a responsabilità limitata e nella nascita del mercato azionario. La società a responsabilità limitata, che permetteva a più individui di unire le proprie risorse acquistando azioni di una particolare azienda, pur restando protetti dal rischio di perdere tutto qualora il progetto fosse fallito, rappresenta una delle più importanti innovazioni della storia finanziaria. La Compagnia Olandese delle Indie Orientali, costituita formalmente nel 1602, fu la prima a vendere le proprie azioni e obbligazioni alla borsa di Amsterdam. Nel corso dei suoi duecento anni di storia, il dividendo medio che pagò ai suoi 358 azionisti fu del 18 per cento annuo, un esito favorito dal fatto che si trattava di un monopolio riconosciuto, con il potere del governo alle proprie spalle.

Ferguson fa notare che la storia del mercato azionario è stata punteggiata da un susseguirsi di spettacolari bolle e rovinosi crolli, alcuni causati da capitani d'azienda disonesti come Kenneth Lay, ex amministratore delegato della famigerata Enron, che a sua volta ebbe un importante predecessore in John Law, la cui Mississippi Company subí uno spettacolare tracollo nel 1720. Molti di questi imbroglioni, tra cui il "re dei fiammiferi" svedese Ivar Kreuger che si suicidò nel 1932, erano visionari che adottarono comportamenti illeciti allo scopo di salvare grandi progetti andati in malora. E per un certo periodo riuscirono a farla franca grazie a ciò che Alan Greenspan definí l'«irrazionale esuberanza» degli investitori. Ma per quale motivo i mercati sono cosí instabili? Secondo Ferguson, i mercati sono lo specchio della psiche umana e, proprio come l'homo sapiens, possono essere depressi o subire addirittura un crollo totale. Eppure la fiducia – o si tratta forse di amnesia? – riesce sempre a trionfare sulle esperienze più negative. Questa è un'ottima analogia, ma – come illustrerò fra poco – non è una spiegazione.

Secondo Ferguson, l'instabilità è una caratteristica tipica dei mercati finanziari, tuttavia una politica monetaria sbagliata può sicuramente peggiorare la situazione. Le banche centrali furono create per frenare l'emissione eccessiva di banconote da parte delle banche private e, inoltre, per agire come "prestatore di ultima istanza". Come Milton Friedman, Ferguson ritiene che la grande depressione che durò dal 1929 al 1933 fu causata da una politica monetaria sbagliata: il costo del denaro fu mantenuto talmente basso da causare un'enorme bolla speculativa e, quando la bolla esplose, la Federal Reserve non riuscí a rifornire il sistema bancario di sufficiente liquidità. Tale visione, secondo cui la politica monetaria da sola possa riuscire a mantenere una relativa stabilità economica, si scontra però con la realtà attuale.

Il passo successivo nell'ascesa del denaro fu lo sviluppo dei mercati assicurativi come forma di protezione contro i rischi. Ferguson racconta questa parte della storia attraverso tre importanti episodi. La nascita del sistema assicurativo dipese dal lavoro dei matematici di Port-Royal nella Francia del XVIII secolo, che creò le basi per la moderna teoria delle probabilità. Ammesso che si conoscesse la frequenza relativa di un certo avvenimento nel passato, sarebbe stato possibile assicurare gli individui contro il rischio che tale avvenimento potesse verificarsi ai loro danni. Questa intuizione fu messa in pratica da due ecclesiastici scozzesi che nel 1743 crearono il Fondo per le vedove dei ministri di Scozia, con sede a Glasgow, città natale dei suoi autori. Essi calcolarono i costi (i cosiddetti premi assicurativi) necessari a creare un fondo che, una volta investito, avrebbe coperto i pagamenti ai beneficiari (in questo caso, le vedove) alla morte dei loro mariti. Con il generale miglioramento delle condizioni di vita, la gente cominciò a sentire il bisogno di proteggersi contro gli imprevisti più svariati, e fu cosí che i fondi assicurativi e pensionistici «divennero alcuni tra i più importanti investitori del mondo: i cosiddetti "investitori istituzionali" che oggi dominano i mercati finanziari globali».

A partire dalla fine del XIX secolo, lo stato assunse sempre più la funzione "assicurativa", creando per i propri cittadini fondi per la previdenza sociale e il sistema sanitario, tramite il prelievo fiscale. Ciò avvenne perché le compagnie di assicurazione private lasciavano buona parte della popolazione priva di copertura assicurativa e persino della possibilità di venire assicurata. In questo caso Ferguson prende in esame il caso del Giappone – un esempio insolito rispetto a paesi come la Germania o l'Inghilterra – per illustrare uno dei modi in cui il governo ha nazionalizzato il rischio, una scelta dettata forse dal fatto che il Giappone dimostra al meglio la tesi di Ferguson secondo cui i sistemi finanziari si svilupparono per servire i bisogni militari dello stato. La previdenza sociale, in questo senso, nacque come ricompensa per il sacrificio militare, un fatto particolarmente vero nel caso del Giappone.

Il terzo esempio di Ferguson viene dal Cile, che egli utilizza per illustrare il ritorno dall'assicurazione sociale pubblica a quella privata, anche se comunque obbligatoria. Lo stato sociale finanziato dall'erario non era stato mai completamente accettato dai conservatori cileni, che ritenevano corrompesse il carattere, togliendo l'incentivo a risparmiare e separando il beneficio diretto dalla contribuzione individuale. Influenzato da Milton Friedman e dai "Chicago Boys" (un gruppo di economisti cileni che avevano studiato all'Università di Chicago), José Piñera, ministro del Lavoro del governo Pinochet dal 1979 al 1981, privatizzò l'ingombrante sistema pensionistico statale. Secondo Piñera, «ciò che era iniziato come un enorme sistema di assicurazione si era trasformato in un sistema di tassazione, in cui i contributi presenti venivano usati per pagare l'assistenza immediata, piuttosto che venire accumulati per un impiego futuro».

La riforma cilena incoraggiò i lavoratori ad abbandonare il sistema pensionistico pubblico, finanziato dalle tasse, in favore di una serie di fondi pensionistici privati in concorrenza tra loro, gestiti da enti riconosciuti e finanziati da trattenute obbligatorie sullo stipendio. Sebbene la maggior parte dei paesi occidentali sia rimasta legata al tradizionale sistema sanitario e previdenziale a fondo unico, creato durante e dopo la seconda guerra mondiale, il modello cileno fu imitato in tutta l'America Latina e in diverse economie di mercato emergenti. Nonostante ciò che definisce la «zona d'ombra» del sistema – quella che «lascia una sostanziale porzione della popolazione senza copertura previdenziale» –, Ferguson è decisamente un sostenitore della riforma cilena, dopo essersi recato a Santiago per constatarne in prima persona gli effetti benefici. Sarà interessante vedere se i provvedimenti miranti alla creazione di un sistema sanitario universale, promessi dall'amministrazione Obama, seguiranno il modello europeo – estendendo a tutti il sistema Medicare, basato sul prelievo fiscale, come proposto da Paul Krugman5 – o il modello adottato da Cile e Singapore, in cui premi assicurativi obbligatori prelevati dal proprio reddito garantiscono al contribuente un fondo pensionistico individuale.

La proprietà terriera e gli immobili che sopra vi si costruiscono – il famoso "mattone" – hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo del sistema economico e finanziario. La terra, infatti, "non scappa" ed è quindi un conveniente strumento di garanzia. Accendere ipoteche sulle proprietà terriere e immobiliari divenne un modo per proprietari sprovveduti di mantenere stili di vita dispendiosi e, in seguito, in tempi più cupi, un modo di reperire liquidità per avviare attività commerciali. La diffusione della proprietà immobiliare nel XX secolo – fortemente incoraggiata dai governi allo scopo di promuovere il capitalismo – favorí un vasto aumento del debito dietro garanzia e fu lo stimolo principale alla conversione del debito in titoli.

Secondo Ferguson, la proprietà «rappresenta una garanzia solo per il creditore … Al contrario, l'unica garanzia detenuta dal debitore contro la perdita della proprietà è il suo reddito». Questo non è del tutto vero. Anche per il creditore la garanzia dipende dal reddito – reale o presunto – del debitore, poiché se è vero che la proprietà "non scappa" essa può comunque perdere di valore, o avere alti costi di mantenimento, o essere impossibile da acquisire da parte del creditore. A questo proposito, Ferguson avrebbe forse dovuto raccontare la storia del costoso errore commesso dalla società francese Credit Lyonnais, che alla fine del XIX secolo creò la propria agenzia di rating del credito sulla proprietà. L'errore fu quello di valutare la solidità finanziaria dei vari governi non in base al rapporto fra debito ed entrate, ma in base a quello fra debito e proprietà. Il governo imperiale russo ricevette un voto elevato poiché, nonostante le sue finanze disastrate, possedeva un gran numero di proprietà. Sulla base di tale valutazione, gli investitori francesi si precipitarono ad acquistare obbligazioni zariste. E persero tutto, non perché sparí la proprietà, ma perché sparí il governo. Il Credit Lyonnais commise l'errore di sottovalutare il "rischio politico".

Il governo zarista sarebbe oggi considerato un debitore subprime, o a rischio. Eppure le moderne agenzie specializzate nel rating del credito, molto più sofisticate, hanno commesso lo stesso errore nell'attribuire voti alti (AAA) a titoli che non prendevano in considerazione le entrate dei debitori – ciò che alcuni esperti hanno definito «prodotto tossico». Ferguson fa notare che un numero sproporzionato di debitori subprime apparteneva a minoranze etniche e si domanda se subprime sia diventato un nuovo eufemismo per "nero". Allo scopo di incoraggiare l'acquisto di case, sia l'amministrazione democratica che quella repubblicana avevano fatto pressione sugli istituti di credito affinché semplificassero le regole, chiedendo a esempio di non costringere i richiedenti a presentare una documentazione completa. E in effetti, negli ultimi dieci anni, l'acquisto di case – o meglio il numero di case di proprietà delle banche – era aumentato in modo considerevole. La bolla esplose nel 2007, quando un aumento dall'1 al 5,4 per cento del tasso dei fondi federali (cioè delle riserve obbligatorie depositate dagli istituti di credito presso la Federal Reserve) coincise con la fine dei mutui "a prezzi stracciati" offerti per invogliare i debitori subprime. Le rate mensili furono allora calcolate a tassi di interesse decisamente maggiori e molti non furono più in grado di pagare.

La prudente conclusione che Ferguson trae da questa storia affascinante di incontinenza e disonestà finanziaria è che la proprietà immobiliare non è la panacea che spesso si ritiene. È questa la base per la sua critica all'affermazione, esagerata, di Hernando de Soto, secondo cui la strada della prosperità per l'America Latina sta nella sicurezza dei diritti di proprietà.6 «In sostanza, c'era un'esuberanza irrazionale anche riguardo al mattone e al guadagno di capitale che poteva portare».

L'ultimo capitolo di Ferguson, "From Empire to Chimerica", spiega in modo convincente che fu l'investimento di miliardi di dollari provenienti dalla Cina in obbligazioni del tesoro statunitensi a causare la sbornia debitizia americana, perché permise a Greenspan di mantenere il costo del denaro basso per un lungo periodo di tempo. In un ottimo passaggio che correda la sua storia dell'ascesa del denaro, Ferguson scrive: «La Cina e l'America insieme – o "Cimerica" – sembravano una coppia perfetta. I cimericani dell'Est risparmiavano, i cimericani dell'Ovest spendevano. Le importazioni dalla Cina tenevano a bada l'inflazione americana, il risparmio cinese teneva basso il costo del denaro e la manodopera cinese teneva basso il costo del lavoro per le imprese statunitensi. Di conseguenza, prendere soldi in prestito era estremamente facile e gestire una società estremamente proficuo. Grazie alla Cimerica, i tassi d'interesse reale nel mondo … sprofondarono di più di un terzo della media degli ultimi quindici anni. Sempre grazie alla Cimerica, nel 2006 i profitti delle società americane crebbero della stessa proporzione al di sopra della loro media nel PIL … Più la Cina era disposta a prestare agli Stati Uniti, più gli americani erano pronti a prendere in prestito. Cimerica, insomma, fu la causa principale dell'aumento di prestiti bancari, emissione di obbligazioni e titoli derivati che si verificò sul Pianeta Finanza a partire dal 2000 e fu la causa principale del boom dei fondi speculativi. Cimerica fu anche la ragione per cui il mercato dei mutui americano si ritrovò talmente pieno di liquidità che nel 2006 era possibile accendere un mutuo per il 100 per cento del valore dell'immobile senza avere un reddito, un lavoro o una qualsiasi altra fonte di guadagno».

2.

Nella lunga prospettiva offerta dalla storia, gli insuccessi del denaro sembrano insignificanti rispetto ai suoi trionfi, semplici incidenti di percorso sulla strada dell'innovazione finanziaria che porta alla prosperità universale. Eppure i suoi insuccessi hanno avuto effetti devastanti sulle generazioni che li hanno subiti. La celebre critica fatta da John Maynard Keynes all'economia del suo tempo può essere applicata alla storia raccontata da Ferguson: «Nel lungo periodo saremo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile, se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l'uragano sarà lontano, l'oceano tornerà tranquillo».7

Ferguson, naturalmente, è cosciente di questi "uragani", descrivendoli tra l'altro in modo brillante, ma non dubita mai che il viaggio sia valso le difficoltà incontrate. L'«ascesa» di cui parla è dovuta più al trionfalismo in stile Reagan o Thatcher che non alla cupa analisi delle prestazioni dei mercati in voga oggi. Inoltre, egli trascura una parte importante di ciò che rende cosí avvincente il mondo della finanza: la lotta costante tra l'innovazione economica e i tentativi del governo di proteggere la popolazione dalla rapacità finanziaria.

È solo nell'epilogo, intitolato in modo interessante e leggermente ambiguo "The Descent of Money", che Ferguson esamina seriamente il motivo per cui l'«ascesa» che lui celebra sia legata a un'estrema instabilità finanziaria. In questa occasione rende breve omaggio alla distinzione fatta dall'economista Frank Knight (e anche da Keynes) tra "rischio" e "incertezza", laddove il rischio si riferisce a una situazione in cui le probabilità di esiti diversi possono essere determinate, come nel gioco della roulette, e l'incertezza si riferisce a un momento in cui la previsione delle probabilità è impossibile, come quando ci si trova di fronte a una guerra imminente. E ammette che Keynes era forse «sulla strada giusta» quando parlava della tendenza degli investitori a ricorrere a una serie di "convenzioni" per nascondere a se stessi il fatto che non sanno ciò che il futuro riserva loro. Tra queste, la convenzione principale è quella di imitare il comportamento degli altri.

Purtroppo Ferguson trascura di approfondire questi spunti cruciali. La distinzione tra "incertezza" e "rischio" è, a mio avviso, essenziale per comprendere non solo la crisi attuale, ma anche la catena di «alti e bassi, euforia e depressione, entusiasmo e panico, scosse e crolli» che ha caratterizzato la nostra storia economica. Il punto è che il futuro non può essere scomposto in rischio quantificabile, per quanto esso si possa distribuire tra strumenti intermediari diversificati. L'illusione che ciò possa avvenire nasconde agli investitori la possibilità sempre presente che il mondo si trasformi in modo imprevedibile, mandando a monte qualsiasi calcolo. La montagna di credito fu accumulata partendo dal presupposto che i prezzi delle case sarebbero saliti per sempre. Quando questi cominciarono a scendere, fu come se uno spillo facesse esplodere un palloncino.

Ferguson ammette che la scienza economica moderna è imperfetta, ma preferisce rivolgere la propria attenzione a ciò che ritengo sia un vicolo cieco: l'economia comportamentale e le false analogie tra evoluzione finanziaria e teoria darwinista. L'economia comportamentale sostiene che gli individui siano naturalmente "portati" ad agire in modo "irrazionale"; altre teorie, che hanno la pretesa di derivare dal darwinismo, sostengono che nella finanza valga la "legge del più forte", per cui le aziende che meglio si adattano all'ambiente che le circonda prosperano, mentre le altre, più deboli, sono destinate a perire, in un processo che invariabilmente comporta una certa "distruzione creativa". Questi tentativi di spiegare l'ascesa del denaro in termini "naturali" mi sembrano alquanto ingenui, sia dal punto di vista morale che filosofico.

L'errore di Ferguson, a mio avviso, dipende da un'analisi incompleta del ruolo del denaro. Evidentemente il denaro è più di un semplice intermediario nello scambio. È anche un mezzo per affrontare l'incertezza di un futuro in trasformazione costante. Perché, domandava Keynes, un individuo razionale sceglie di "detenere moneta" piuttosto che spenderla? Proprio perché è un modo per posticipare la spesa, in un momento in cui la fiducia è scarsa e le "convenzioni", che promettevano un futuro di sicurezza, sono crollate. Scriveva Keynes: «Il desiderio di detenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro … È un elemento che opera, per cosí dire, a livello più profondo rispetto alle nostre motivazioni. Esso subentra nei momenti in cui le più superficiali, più instabili convenzioni si sono indebolite. Il possesso fisico di denaro mitiga la nostra inquietudine e il premio che pretendiamo per separarci da esso è la misura del nostro grado di inquietudine».8

In momenti di forte incertezza persino una moneta (lievemente) svalutata può apparire più "sicura" (comportare un premio maggiore) di qualsiasi altro bene capitale. Oggi ci rendiamo conto di quanto ciò sia vero. L'assenza dell'analisi di questo aspetto del denaro è il pezzo mancante in questo libro altrimenti splendido.

Un'ultima riflessione su Ferguson nella sua qualità di storico: indubbiamente egli subisce il fascino dell'economia. Accade spesso che gli storici provino un certo senso di inferiorità rispetto alle scienze più esatte. L'idea di riuscire ad affrontare una materia come l'economia conferisce allo storico un senso di maggiore fiducia nelle proprie capacità. Conosco la sensazione perché l'ho provata io stesso. L'economia, soprattutto nel suo aspetto matematico, fornisce un quadro insolito della società. Per un matematico la società rappresenta un'imperfezione del mercato. Tra le altre imperfezioni, c'è il fatto che la distribuzione delle risorse è inefficiente e la raccolta di informazioni allo scopo di prendere decisioni incompleta. Quest'idea – illusoria ma possente – suggerisce che dietro all'imperfezione possa nascondersi la perfezione, un mondo in cui il futuro sarà conosciuto e, dunque, senza sorprese. La matematica è l'erede dell'ideale platonico e l'innovazione finanziaria che si basa su di essa è la sua servitrice. In tempi remoti i filosofi proiettavano le loro utopie e i primi economisti fecero lo stesso. Keynes fu forse l'ultimo a indugiare nella costruzione di un'utopia. Nel suo saggio "Prospettive economiche per i nostri nipoti" (1930),9 auspicava l'inizio di un tempo in cui il problema economico fosse risolto, un'era di abbondanza e benessere in cui gli individui potessero coltivare le arti della vita.

E invece i nipoti di Keynes si trovano di fronte a una replica della grande depressione e a un neopresidente, Barack Obama, che promette un nuovo New Deal. Il 6 dicembre scorso Obama si è impegnato a creare circa due milioni e mezzo di posti di lavoro nei primi due anni della sua amministrazione, grazie a una serie di grandi investimenti in infrastrutture quali ponti, trasporti pubblici e reti di distribuzione elettrica. Il costo stimato dai membri del Congresso va dai 400 ai 700 miliardi di dollari.

Nel corso dell'ultimo anno il governo degli Stati Uniti si è impegnato a sostegno degli investitori per un valore di 7.800 miliardi di dollari, circa la metà del valore dell'intera economia americana. Di conseguenza esso è ora rappresentato, in un modo o nell'altro, nei consigli d'amministrazione della maggior parte delle grandi società americane. Obama ha promesso di aiutare i cittadini minacciati da processi esecutivi immobiliari e quelli danneggiati dalla fuga del lavoro all'estero. Si è impegnato a mettere fine agli eccessi goduti da coloro che si sono trovati in cima alla montagna di credito selvaggio. E sebbene non affrontino la direzione generale della teoria economica, provvedimenti come questi, creati ad hoc per la situazione attuale, contribuiranno forse a fare in modo che l'ascesa del denaro non comporti il declino dell'uomo.

(Traduzione di Edmonda Bruscella)

1 . Il documentario di due ore dal titolo The Ascent of Money è stato trasmesso dalla rete americana PBS il 13 gennaio scorso.

2 . Ch.R. Morris, Crack. Come siamo arrivati al collasso del mercato e cosa ci riserva il futuro, Roma, Eliott, 2009 (ed. orig. 2008).

3 . E. Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano, a cura di E. Pais, Torino, Sten, 1926 (ed. orig. 1776-88), vol.I, t. I, pp. 242-43.

4 . N. Ferguson, The House of Rothschild: Money's Prophets, 1798-1848, Londra-New York, Viking, 1998 e Id., The House of Rothschild: The World's Banker, 1848-1999, Londra, New-York, Viking, 1999; si veda la mia recensione "Family Values", The New York Review of Books, 16 dicembre 1999, pp. 24-29.

5 . Si veda P. Krugman, La coscienza di un liberal, Roma-Bari, Laterza, 2008 (ed. orig. 2007); e la recensione di M. Tomasky, "Il partigiano Krugman", la Rivista dei Libri, ottobre 2008, pp. 37-40.

6 . H. de Soto, Il mistero del capitale. Perché il capitalismo ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo, Milano, Garzanti, 2001 (ed. orig. 2000).

7 . J.M. Keynes, La riforma monetaria, Milano, Feltrinelli, 1975 (ed. orig. 1923), p. 65.

8 . Id., "General Theory of Unemployment" (febbraio 1937), in Collected Writings, a cura di D. Moggridge, New York, St. Martin's Press for The Royal Economic Society, 1973, vol XIV, p. 116.

9 . Id., "Prospettive economiche per i nostri nipoti", in Esortazioni e profezie, Milano, Il Saggiatore, 1994 (ed. orig. 1932).


ROBERT SKIDELSKY è professore emerito di Economia politica presso l'Università di Warwick, in Inghilterra. È autore tra l'altro de: Il mondo dopo il comunismo (Edizioni di Comunità, 1996) e di una biografia in tre volumi di John Maynard Keynes, di cui in italiano sono stati tradotti i primi due: Speranze tradite: 1883-1920 (Bollati Boringhieri, 1989) e L'economista come salvatore: 1920-1937 (Bollati Boringhieri, 1996), successivamente raccolti dall'editore in un volume unico.

 
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