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Polemiche Provinciali
UGO DOTTI

BLAISE PASCAL, Le Provinciali, edizione con testo a fronte a cura di Carlo Carena, prefazione di Salvatore Nigro, Torino, Einaudi, pp. XXV-733, € 100,00

Esce nella "Pléiade" Einaudi, per la cura di Carlo Carena, una davvero importante edizione delle Provinciali di Pascal: non soltanto per la bella traduzione italiana e il circostanziatissimo apparato di note, nelle quali peraltro si ricostruisce la storia delle diciotto lettere; non soltanto per questo e l'assai prezioso "Indice dei nomi e degli argomenti" ma, soprattutto per noi, per il testo francese che riproduce, nell'intricatissima storia del testo, quello più autentico e approvato della prima edizione del 1656-1657, naturalmente con i necessari interventi tipografici. Un evento editoriale si direbbe, anche in virtù della prefazione del curatore che, sotto il modesto titolo di "Storia di un testo", ripercorre con inusitata acribia tutta la storia di quel complesso e clamoroso caso polemico che, a principiare dal gennaio del 1656, vide contrapporsi giansenisti da un lato e clero gallicano e gesuiti dall'altro: questi ultimi riusciti sí vittoriosi ma completamente screditati nell'opinione popolare. Scrive Voltaire nel trentasettesimo capitolo del suo Secolo di Luigi XIV: «Quanto ai gesuiti si tentò in ogni modo di farli odiare. Ma Pascal fece di più: li rese ridicoli. Le sue Lettere provinciali che allora venivano alla luce, erano un modello di eloquenza e di sbeffeggiatura. Le migliori commedie di Molière non hanno più sale delle prime di queste Lettres e Bossuet non ha scritto nulla che sia più sublime delle ultime».

E subito dopo: «È bensí vero che tutto il libro aveva un falso fondamento; che venivano astutamente attribuite a tutta la Compagnia le opinioni stravaganti di parecchi gesuiti spagnuoli e fiamminghi – opinioni che si sarebbe potuto ugualmente scovare presso casuisti domenicani e francescani; ma ogni animosità era rivolta contro i gesuiti. In quelle lettere si cercava infatti di provare che essi avevano formato il proposito di corrompere i costumi; ma qui non si trattava di aver ragione bensí di alimentare l'interesse del pubblico», che certo non mancò. Cos'era accaduto?

La dottrina di Cornelio Giansenio (col suo Augustinus del 1641) aveva affermato che l'uomo non può conquistarsi la salvezza: siamo predestinati. Soltanto la grazia può salvarci e giustificarci. L'abate di Saint-Cyran aveva intanto fatto dell'abbazia di Port-Royal il centro del giansenismo e qui si raccoglievano alcuni laici desiderosi di appartarsi, i solitaires, che nel 1643 vi istituirono le Petites écoles divenendone i professori; attorno al 1655 chiese loro ospitalità, dopo una parentesi di vita mondana, Blaise Pascal. Nel frattempo il papa aveva però condannato le teorie dell'Augustinus, pubblicato dopo la morte del suo autore (1638), onde i giansenisti, anche nell'intento di portare a conoscenza di un più vasto pubblico i termini tecnici della controversia religiosa, reagirono; e il compito venne appunto affidato all'abilità argomentativa di Pascal che cosí, con lo pseudonimo di Louis de Montalt, diede vita alle Provinciali. Con Louis de Montalt nasceva anche il personaggio del brav'uomo che, privo dei raffinati strumenti della terminologia teologica ma forte del proprio buonsenso, metteva in piena evidenza la cavillosità e gli espedienti verbali gesuitici appoggiandosi soprattutto su Antonio Arnauld, figura centrale del giansenismo.

Nelle prime lettere l'attacco punta su due problemi: sulla dottrina gesuita della grazia, anzitutto, nella quale Pascal non vede che una polverosa confusione atta a favorire qualsiasi equivoco (cos'è il "potere prossimo"?, cosa la "grazia sufficiente"? Non è pericoloso voler distinguere tra pratica e speculazione filosofica?); in secondo luogo, sulla morale casuistica la quale, a forza di giudicare i peccati esclusivamente secondo le circostanze, finiva con l'autorizzare qualsiasi astuzia o sotterfugio, oltre che essere pronta a sostituire ai testi evangelici le opinioni dette probabili dei chiosatori e ad abusare della "retta intenzione" e della "riserva mentale" invece che giudicare l'atto in sé e per sé; oltre naturalmente che limitare l'amore di Dio a una devozione resa più comoda dall'atto di contrizione. L'ipocrisia sostituita alla verità. Rimarrà celebre l'incipit della quarta lettera: «Il n'est rien tel que les Jésuites». «Non c'è nulla come i Gesuiti.» Onde l'estensore della lettera commenta: «Io ho ben conosciuto dei domenicani, dei dottori e ogni sorta di gente, ma una conoscenza del genere mancava alla mia istruzione: gli altri non fanno che copiarli ma le cose valgono sempre meglio all'origine». E in chiusa: «I loro eccessi sono molto più grandi nella morale che nella dottrina». Le questioni specifiche in dibattito saranno pure, come sono, lontanissime da noi, ma il principio critico che le annienta è indubitabilmente ancora validissimo. Chi non avverte in questo scarno e icastico linguaggio la terribile denuncia della distruzione della vita morale mediante il cinico stratagemma di uno stravolgimento ipocrita della "dottrina"?

I gesuiti, il gesuitismo. A partire dalla quinta lettera il sarcasmo pascaliano si fa sempre più irridente e beffardo. Quale dunque il proposito dei membri di quest'Ordine? Quello di corrompere i costumi? Non è questo il loro disegno. Quello di riformarli? Neppure: «Sarebbe una cattiva politica». E allora? Far sí che il loro credito si estenda per ogni dove e che essi possano governare tutte le coscienze. «E poiché i precetti evangelici e severi si confanno per governare alcuni tipi di persone, essi se ne servono nei casi in cui sono a loro favorevoli. Ma poiché questi medesimi precetti non s'accordano con gli intenti della maggioranza, essi li tralasciano nei confronti di tali persone e il loro scopo ultimo, quello di accontentare tutti, è salvo e acquisito.» La condotta «compiacente e accomodante» del padre Petau, il dotto teologo e controversista gesuita, finalmente trionfa: soddisfar tutti e tendere a tutti le braccia. «Se si presenta loro», viene quindi spiegato, «qualcuno assolutamente risoluto a restituire qualche bene male acquistato, non temete che lo dissuadano. Avranno anzi a elogiarlo e a confortarlo in cosí santo proposito. Ma se ne verrà un altro che cerchi l'assoluzione senza nulla restituire, sarà ben difficile che non gli forniscano quei mezzi di cui si renderanno essi stessi garanti». In hoc signo vinces. E difatti con questo sistema conservano tutti gli amici e si difendono contro tutti i nemici; e se mai fossero accusati di eccessiva rilassatezza, eccoli presentare al pubblico i loro direttori più austeri insieme con alcuni libri ispirati al rigore della legge cristiana: subito le anime semplici e quanti non sanno approfondire le cose sapranno contentarsi di tali prove. Ancor oggi, anzi più che mai, l'opportunismo è il sale della cosiddetta vita politica; ma quanti sono coloro che sanno approfondire? Siamo tutti "anime semplici". Sennonché, fa osservare Pascal, in questo modo la morale diviene esattamente la morale pagana e a farla osservare basta semplicemente la natura. Non solo, ma con questo sistema si è sempre più diffuso sulla terra quel criterio delle "opinioni probabili" che noi chiameremo più semplicemente opportunismo, fonte e chiave di volta di tutto quel déréglement in auge non solo nell'età di Pascal ma in questo nostro straordinario "mondo globale".

Naturalmente, nel corso di quel 1656, i gesuiti non mancarono di ribattere accusando l'estensore delle Provinciali di volgere in ridicolo le cose sante. Il che provocò, a metà circa dell'agosto di quell'anno, una mirabile autodifesa di Pascal che, senza abbandonare del tutto il proprio spirito mordace, assunse al contempo toni che, a Sainte-Beuve, parvero non diversi da quelli delle Verrine, delle Catilinarie e delle Filippiche ciceroniane: alludo alla lettera undicesima rivolta, questa, non al solito interlocutore (un amico provinciale), ma ai medesimi «reverendi padri gesuiti». Qui la denuncia, pur serbando gli accenti della consueta compostezza, si fa diretta, ad ampio raggio, vibrante. Ne accenneremo solo alcuni motivi.

Il rimprovero che mi fate – vi scrive Pascal – è quanto mai stupefacente e ingiusto. Ridere delle cose sacre? E quando mai. Grande è la differenza fra il ridere della religione e il ridere di coloro che la profanano e la storpiano. Ma colpire gli errori con lo scherno non è solo giusto ma legittimo: «In interitu vestro ridebo et subsannabo» è detto nei Proverbi (1, 26): «Nella vostra sventura riderò e compirò gesti di scherno». Un linguaggio beffardo può talora diventare il mezzo più adatto a far rinsavire gli uomini ed è, in questo caso, un atto di giustizia perché, come dice Geremia (51, 18) «Le azioni di coloro che errano sono degne di riso a causa della loro vanità: vana sunt et riso digna». È – oggi si direbbe – la difesa di quella satira che, quando sa mordere là dove davvero è il marcio, suscita il plauso dei buoni e la condanna del potente. Ma attenzione, prosegue Pascal. Ciò che ho fatto sinora è solo un giuoco prima di un vero combattimento; ho esposto semplicemente i vostri passi senza quasi alcuna chiosa. Se si è stati eccitati al riso, è perché gli argomenti lo hanno stimolato per se stessi. E cosa c'è di più adatto a suscitarlo del vedere una materia cosí seria come la morale cristiana riempita da immaginazioni grottesche come le vostre? Si può sostenere seriamente che si può essere salvati senza avere mai amato il Signore? Che un religioso non va scomunicato se, lasciato il proprio abito, lo ha deposto per andare a ballare o rubare o recarsi in incognito in qualche luogo di peccato? O infine (per concludere anche noi) che si può ben osservare il precetto di udire la messa ascoltando a un tempo quattro quarti di messa da quattro preti differenti? Non rimane che un dilemma, tanto urgente quanto drammatico: ridere della vostra follia o deplorare il vostro accecamento.

La risposta dell'Ordine, naturalmente, non si fece troppo attendere. Inserite nell'Indice dei libri proibiti, Le Provinciali furono condannate a essere pubblicamente bruciate per mano del boia, né miglior sorte toccò al luogo ov'erano state concepite. In nome della loro concezione lassista – quella concezione morale, cioè, secondo la quale è lecito agire anche in base a una norma probabile a preferenza di una vera – i gesuiti ottennero che il papa Clemente XI condannasse i giansenisti con la bolla Unigenitus (1713), poco dopo che Luigi XIV, il Re Sole, aveva spianato la roccaforte del movimento, il monastero di Port-Royal (1710). Il rigore morale – si sa – non ha mai avuto vita facile: potere secolare e potere ecclesiastico sono sempre disposti ad avversarlo e, come oggi tanto si ripete, a "condividere" l'obiettivo.

Si è sostenuto che queste lettere pascaliane, pur costituendo un atto di accusa contro la surrogazione, nei problemi della vita morale, del criterio giuridico a quello etico, non tennero conto che il cosiddetto lassismo (ossia le nuove tendenze dottrinali e pratiche del gesuitismo) rispondeva a fondate ragioni storiche – vale a dire alla necessità di adattare la tradizione cattolica alle ben mutate condizioni della società europea e alle conseguenti disposizioni degli animi. Quasi ancora immerso nell'età medievale, Pascal non avrebbe fatto che una ritardata «oeuvre de passion». Ma con ciò – si è risposto – non si fa che rimproverare alle Provinciali di essere ciò che in realtà sono, ossia un'opera di passione e di battaglia che trae gran parte della sua forza dalla stessa risentita e intransigente posizione del loro autore, rigoroso difensore di un preciso indirizzo etico-religioso niente affatto trascurabile. Si può forse disprezzare il pensiero di Alessandro Manzoni nel quale, tra l'altro, agisce e vive uno spirito illuministico molto più forte di quanto generalmente si creda? Naturalmente, si può ben sostenere, anche se non so con quali risultati, che il compromesso tra il dovere e il comodo, ossia la mondanizzazione della morale, il legalismo pratico, il formalismo devoto e lo stesso opportunismo politico rappresentino un più acuto senso dei "tempi nuovi" e dell'evoluzione generale degli spiriti; ma che tutto ciò possegga effettivamente un sicuro titolo di superiorità ideale non è agevole ammettere, almeno per chi ritiene che l'autentico progresso della società e della civiltà muove anche dal difficilissimo perfezionamento della coscienza morale dell'uomo.


UGO DOTTI, ha insegnato letteratura italiana nelle università di Urbino, Salerno e Perugia. Studioso di Petrarca e di Machiavelli, è autore, tra l'altro, di una Storia degli intellettuali in Italia (Editori Riuniti, 1997-1999). Sta attualmente traducendo il Policraticus di Giovanni di Salisbury.

 
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