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REMO BODEI insegna Filosofia alla University of California a Los Angeles. Tra i suoi numerosi scritti, citiamo alcuni dei più recenti: Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze (Feltrinelli, 2002); Una scintilla di fuoco. Invito alla filosofia (Zanichelli, 2005); Piramidi di tempo. Storie e teorie del déjà vu (Il Mulino, 2006); e Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani, 2008). REMO BODEI Un futuro per le staminali ARMANDO MASSARENTI, Staminalia. Le cellule “etiche” e i nemici della ricerca, Parma, Guanda, pp. 205, € 14,50 Nel suo romanzo The Race, del 2007, Richard North Patterson descrive la corsa alla Casa Bianca di un candidato repubblicano, un uomo onesto che si scontra con i pregiudizi della destra americana, tra cui il divieto di condurre ricerca sulle cellule staminali embrionali. Questo gli sembra bloccare la speranza che molti nutrono di eliminare le sofferenze di milioni di uomini. Il protagonista – la cui immagine riflette le aspettative di un cambio di presidenza a Washington – dichiara infine di avere capito che «le cellule staminali adulte sono una diversione: la scienza non sta lì». Il vero problema, conclude, è rappresentato dall’uso strumentale e distorto che se ne fa a fini politici e religiosi. Il libro di Patterson, che ha avuto una larga diffusione anche a livello popolare, costituisce una testimonianza di come una questione così tecnicamente complessa – in grado di coinvolgere, in linea di principio, solo un gruppo relativamente ristretto di scienziati – sia nota al largo pubblico proprio in quanto la posta in gioco non è esclusivamente scientifica. Negli Stati Uniti, dove forte era l’influenza del fondamentalismo religioso sul newborn George W. Bush, la polemica è stata innescata dal suo divieto di usare fondi pubblici per le ricerche sulle embrionali. La loro distruzione viene, infatti, paragonata all’aborto e presentata, come è accaduto del resto anche in Italia, con slogan quali “La strage degli innocenti” o “L’embrione è uno di noi”. Bush non è, tuttavia, arrivato fino al punto di bandire la ricerca finanziata da fondi privati. In Italia, invece, una proposta di legge di Francesco Rutelli del 30 settembre 2005 mirava a rendere impossibile la ricerca sulle embrionali sulla base di presunte considerazioni etiche. Per fortuna questa proposta non è mai stata convertita in legge e ora, con l’elezione di Barack Obama, che ha nel suo programma elettorale l’abolizione del bando imposto da Bush, il clima politico dovrebbe mutare anche a livello internazionale. Se ormai quasi tutti hanno sentito nominare le “staminali embrionali” o “adulte”, pochi sanno realmente di cosa si tratta. A mettere a fuoco tali questioni è quindi benvenuta l’esemplare lucidità, la messe di informazioni, l’ironia (talvolta amara), l’acume e la passione civile di Armando Massarenti. Il suo libro ossigena la mente e aiuta a vedere i problemi al di là del polverone dell’ignoranza, della banalità e della malafede che la cattiva politica e la superficialità dei media vi hanno addensato. Come si può fare chiarezza su un argomento di così decisiva importanza? L’uso delle cellule staminali per curare malattie, come l’Alzheimer o il diabete, è stato definito la più grande promessa del XXI secolo, tanto che il preside della facoltà di Medicina di Harvard ha potuto affermare che «è probabile che potranno fare per le malattie degenerative quello che gli antibiotici hanno fatto per le infezioni». Quali opportune distinzioni occorre tuttavia introdurre per dissipare gli equivoci più o meno interessati? Gli scienziati hanno sperimentato sia le cellule staminali embrionali, quelle tratte dalla blastocisti “ammasso di cellule che corrisponde alla fase-pre-embrione” attorno al quinto giorno dalla fecondazione dell’ovocita, sia le cellule staminali adulte, estratte da tessuti o organi del corpo. Le blastocisti forniscono le staminali embrionali, ossia cellule non specializzate che possono essere indotte a differenziarsi e che sono multipotenti, nel senso che possono specializzarsi, producendo molti altri tipi di cellule. Le staminali embrionali sembrano attualmente godere di un vantaggio rispetto a quelle adulte, le quali «hanno fisiologicamente un potenziale minore». Comunque sia, le ricerche possono e devono essere condotte nelle due direzioni (embrionali e adulte), perché ancora non si è in grado di scegliere le vie più convenienti per ogni genere di malattia e problemi rilevanti sorgono in ognuno dei due percorsi di indagine. Eppure la promettente ricerca sulle cellule staminali embrionali è stata demonizzata da pregiudizi ideologici, amplificati da una campagna di stampa faziosa e piena di falsità, che ha dato credito, a esempio, alle millanterie del medico americano David Prentice, secondo cui mediante le staminali adulte si possono curare ben sessantacinque malattie (numero, peraltro, in crescita dopo il 2006). Tutto ciò ha alimentato illusioni di cure miracolose, e finanziariamente redditizie per i loro promotori. Sono così fiorite le truffe da parte di chi promette impunemente la guarigione da numerose malattie grazie al trapianto di staminali adulte, tratte dal corpo o dal liquido amniotico. Dettata dall’ignoranza e dallo zelo, si è radicata la confusione tra blastocisti, embrione e persona. Poiché le blastocisti umane non sono ancora degli embrioni, nel distruggere quelle soprannumerarie, risultanti delle varie prove di fecondazione in vitro (ce ne sono 450.000 solo negli Stati Uniti, che andranno comunque eliminate, perché non si possono tenere in eterno nell’azoto liquido a 196 gradi sotto zero), non si elimina affatto un embrione e, tanto meno, si uccide una persona o una vita umana. Questa frase di Edoardo Boncinelli, posta in esergo al volume di Massarenti, descrive esattamente lo stato delle cose: «Se le cellule presenti nella blastocisti fossero già un embrione o fossero irreversibilmente avviate a esserlo, non servirebbero nemmeno come cellule staminali. Sono invece utili proprio perché non sono un embrione». La guerra degli annunci e delle rettifiche è sempre in corso. In un inserto dell’Avvenire del 29 novembre 2007, per esempio, si dichiarava trionfalmente che due scienziati, l’americano James Thomson e il giapponese Shinya Yamanaka, utilizzando cellule staminali adulte tratte da pelle umana, erano riusciti a ringiovanirle e a trasformarle in cellule pluripotenti. Questo risultato, si diceva con evidente soddisfazione e spirito di rivincita nei confronti dei cosiddetti “laicisti”, è una vittoria postuma del presidente George W. Bush. Ora, Yamanaka è effettivamente riuscito a riprogrammare le cellule adulte di topo trasformandole in staminali “similembrionali”, secondo un procedimento che funziona anche per gli uomini. Thomson, a sua volta, ha usato un metodo analogo. Però questo scienziato, che è un’autorità nel suo campo (dopo aver sperimentato nel 1994 la produzione di staminali embrionali da blastocisti di scimmia, è stato il primo nel 1998 a isolare le embrionali umane), ha messo bene in chiaro che questa scoperta non elimina affatto la necessità di studiare le embrionali. E questo perché il procedimento di Yamanaka e quello stesso da lui seguito presentano ancora dei gravi inconvenienti, tra cui una maggiore incidenza del cancro, poi ridotta eliminando uno dei quattro retrovirus. Malgrado quello che dice l’Avvenire, Yamanaka ha, inoltre, utilizzato degli embrioni, il che ripropone gli scrupoli etici che si vogliono eliminare. In che fase poi l’embrione diventi un individuo e debba essere considerato persona è oggetto di dibattito: dopo il quattordicesimo giorno dalla fecondazione come suggerisce il salesiano Norman Ford e la filosofa Mary Warnock, presidente della prima importante Commissione su questioni di bioetica? Quando riceve, secondo il san Tommaso della Summa contra gentiles, l’«anima intelligibile», dopo il quarto mese? Ha ragione l’insospettabile filosofo del “personalismo” Jacques Maritain (alle cui posizioni, in altri campi, Paolo VI e Aldo Moro si sentivano vicini) a sostenere che è assurdo «ammettere che un feto umano dall’istante del suo concepimento riceva l’anima intellettiva», perché sarebbe come «chiamare “bebè” un ovulo fecondato»? O, infine, è nel giusto il filosofo della scienza cattolico Evandro Agazzi a riconoscere che, per essere persona, è necessario che l’insieme di cellule che formeranno l’essere umano raggiunga lo stadio dell’individualità? Dove il libro di Massarenti mostra, a più largo raggio, il suo impegno (e il suo trattenuto, ma comprensibile sdegno) civile è nel capitolo “La via italiana. Quando l’etica è il segno del declino”, dove, confutando l’idea che la scienza non abbia una sua propria etica e che debba sempre e comunque riceverla dall’esterno, si concentra su quello che è un vizio nazionale: la distribuzione dei finanziamenti pubblici secondo criteri discutibili e, soprattutto, senza peer-review, vale a dire quel sistema i cui scopi tendono, secondo il ricercatore americano Tom Abate, a «preservare l’integrità di giudizio attraverso il superamento dei tre peccati capitali della vita intellettuale: invidia, favoritismo, plagio». La peer-review non è perfetta, ma è la miglior forma disponibile per promuovere il progresso scientifico: «È proprio forse perché somiglia alla democrazia e allo stato di diritto, e ne condivide i valori di fondo», conclude Massarenti, «che in Italia non viene applicata». I motivi sono sotto gli occhi di tutti: «familismo amorale, favoritismi, conflitti d’interesse, autoreferenzialità». Per l’autore di questo libro la battaglia per la democrazia è anche una battaglia per la verità, tesa a smascherare gli ideologemi e le menzogne che la propaganda politica e religiosa pretende di spacciare per veri. Nel miglior spirito dell’Illuminismo, che coniuga lo spirito critico con la verità, Massarenti non teme quest’ultima parola e si batte anzi, ma senza dogmatismi, contro lo spauracchio del relativismo. Smonta così la genealogia che fa risalire a Nietzsche quest’ultima posizione e riconosce che, sebbene non ci siano verità assolute, immodificabili e incontrovertibili, esistono però princìpi in grado di generare teorie che «spiegano un numero infinito di osservazioni» e «fondano la nostra interpretazione di tali osservazioni le quali, a loro volta, rafforzano la nostra fede nel principio». | ||||
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