|
|
 |
 |
 |
Obama, ieri e domani
GIANFRANCO PASQUINO
LUCIANO CLERICO, Barack Obama. Come e perché l'America ha scelto un
nero alla Casa Bianca, Bari, Dedalo, pp. 266, €15,00
FERDINANDO FASCE, I presidenti USA. Due secoli di storia, Roma, Carocci, pp.
259, €22,50
DAVID MENDELL, Obama. Storia dell'uomo che fa sognare l'America,
trad. di Fabrizio Bigatti et al., Milano, Cairo, pp. 428, €18,50
BARACK OBAMA, Sulla razza, pref. di Giancarlo Bosetti, trad. di Nicolina Pomilio,
Milano, Rizzoli, pp. 74, €10,50
La presidenza degli Stati Uniti d'America è la più ambita carica elettiva
al mondo. In un certo senso, sembrerebbe anche una delle cariche più accessibili, ovvero
questo è uno dei miti che la circondano. In effetti, la competizione per la Casa Bianca è
sostanzialmente aperta a tutti, non controllata, a esempio, dai partiti. Sono i candidati che,
avendo una carriera politica alle spalle che li rende visibili, plausibili e accettabili, conquistano
attraverso le primarie l'importantissima "etichetta" di uno dei due maggiori
partiti, senza cui vincere la presidenza sarebbe impossibile. Da strillone che vende i quotidiani
all'angolo di una frequentata via centrale di una grande città alla Casa Bianca:
la strada è aperta, secondo il mito. Poco importa che nessuno strillone sia mai riuscito nell'impresa.
Conta la convinzione oggi non sappiamo quanto ancora diffusa e condivisa che l'impresa
sia possibile.
In tempi recenti, William J. Clinton e soprattutto Barack H. Obama sembrano fornire un'importante
conferma alla mitologia. Se sono riusciti ad arrivare alla presidenza il governatore di un piccolo
Stato del Sud, l'Arkansas, e un senatore di prima nomina, per di più di colore, allora
quella "corsa" non è necessariamente riservata ai bianchi protestanti anglosassoni
(WASP) e, neppure, soltanto ai ricchi, come a giudicare dall'interessante excursus
di Ferdinando Fasce ne I presidenti USA. Due secoli di storia è stata molto
a lungo.
Naturalmente, il denaro occupa un posto d'onore fra le risorse indispensabili sia per
presentarsi con ragionevoli possibilità alle primarie e vincerle sia per condurre la
campagna elettorale presidenziale vera e propria. Nel caso di Obama, però, grazie alla raccolta
attraverso internet di donazioni relativamente piccole, sulla scia di quanto era stato in precedenza
fatto dallo sfortunato Howard Dean nel 2004, la disponibilità di denaro è cresciuta
a ogni successo del candidato, stato dopo stato. Vale a dire che ciascuna vittoria di Obama non era
tanto il prodotto della preventiva disponibilità di fondi, quanto costituiva la premessa
per l'accesso a quella che sarebbe risultata la più straordinaria quantità
di denaro mai raccolta e utilizzata in una campagna elettorale presidenziale. Peraltro, bisogna
subito sottolineare che i due maggiori contendenti di Obama non erano propriamente degli spiantati.
Al candidato repubblicano John McCain, sposato con una ricca ereditiera, non mancarono mai i soldi,
anche perché vinse le sue primarie rapidamente e fu in grado di risparmiare sulle spese. In
partenza, neanche la ex first lady Hillary Rodham Clinton aveva problemi di fondi. A fronte,
però, dell'imprevista forza di Obama, la senatrice Clinton si trovò inaspettatamente
costretta a indebitarsi in maniera enorme, anche a causa dello spostamento di molti suoi potenziali
sostenitori nel campo di Obama. Cosicché, secondo alcuni commentatori, il suo memorabile
discorso di riconoscimento della vittoria di Obama venne preceduto da un accordo sul ripianamento
dei suoi debiti a opera delle sovrabbondanti risorse monetarie del vincitore.
I soldi, da soli, non sono tuttavia mai stati sufficienti a conquistare la presidenza, soprattutto
negli ultimi cinquant'anni. Anche in questo caso non è fuori luogo rifarsi a Machiavelli
e riscontrare nelle candidature vittoriose un cinquanta per cento di fortuna e un cinquanta per
cento di virtù. Sia la biografia quasi ufficiale di David Mendell, Obama. Storia dell'uomo
che fa sognare l'America, che il resoconto di Luciano Clerico, Barack Obama. Come
e perché l'America ha scelto un nero alla Casa Bianca, mettono in rilievo entrambi
gli aspetti. Ed è proprio grazie a una combinazione di fortuna e virtù che comincia qualsiasi
"narrativa" presidenziale di successo. Generalizzando come si deve ma non
sarebbe generoso esigere una visione di questo tipo da libri scritti da giornalisti è
possibile mettere a confronto le diverse caratteristiche di eccezionalità dei maggiori
candidati della campagna elettorale 2008: un eroe di guerra, una donna, un afroamericano.
Ciascuno di loro aveva una storia "americana" da raccontare. Ciascuno di loro veniva
da lontano e aveva compiuto un lungo percorso; più breve, ovviamente, per ragioni d'età,
quello di Obama. Ciascuno di loro, arrivando alla Casa Bianca, avrebbe fatto la storia: il senatore
dell'Arizona McCain sarebbe stato il candidato più vecchio degli ultimi due secoli;
la senatrice dello stato di New York Clinton sarebbe stata la prima donna; il senatore dell'Illinois
Obama sarebbe stato il primo afroamericano. A onore della Clinton va sottolineato che è comunque
arrivata a un passo dalla nomination, e può essere giustamente orgogliosa di avere
mandato in frantumi il soffitto di cristallo a favore di tutte le donne che vorranno intraprendere
l'impervia strada che conduce alla presidenza, anche se sarà tutt'altro che
facile.
Dopo le ripetute menzioni del cosiddetto "effetto Bradley" (il sindaco di colore
di Los Angeles, Tom Bradley, in testa in tutti i sondaggi nella corsa al governatorato della California
all'inizio degli anni '80 e poi sconfitto nettamente da elettori bianchi evidentemente
un po' bugiardi e un po' razzisti), la pure straordinaria vittoria di Obama ha provocato
un'interpretazione che mi pare discutibile, in special modo per la sua estensione sic
et nunc all'Europa. Non soltanto nelle elezioni presidenziali USA sarebbe caduta la
barriera di colore, ma la società americana avrebbe dimostrato di essere spettacolarmente
più avanzata della Gran Bretagna, della Francia, dell'Italia (in generale, della
"vecchia" Europa, nelle memorabili parole del non memorabile ex segretario alla Difesa
Donald Rumsfeld, giustamente scomparso dalla scena politica). Quanto alla caduta della barriera
di colore, due fenomeni debbono essere segnalati. Il primo è l'essenziale contributo
delle battaglie combattute da alcuni grandi predecessori di Obama: Martin Luther King e Jesse
Jackson Sr. Il secondo è che in Illinois la barriera di colore già non esisteva più
nel momento in cui Obama decise di scendere in politica e di concorrere alla carica di senatore di
quello stato. Non è un caso che David Mendell non la consideri affatto rilevante nella sua
descrizione di quegli avvenimenti: d'altronde, gli elettori dell'Illinois avevano
già eletto pochi anni prima una donna di colore al senato USA.
Quanto all'ipotesi di una società americana più progressista rispetto
a quelle europee, una comparazione corretta dovrebbe tenere conto del fatto che gli afroamericani
sono liberi cittadini USA da almeno centocinquant'anni e liberi elettori, grazie a John
Kennedy e soprattutto al texano Lyndon Johnson, da meno di cinquanta; mentre in Europa gli uomini
e le donne di colore sia in Gran Bretagna che in Francia i paesi dove sono più numerosi
per i legami postcoloniali sono cittadini da non più di mezzo secolo e, in Italia, lo
stanno diventando saltuariamente e selettivamente da ancora meno tempo.
Le mie osservazioni non mirano in nessun modo a sminuire l'eccezionalità dell'evento.
Rimane tuttavia il fatto che Obama ha sí sfondato il "soffitto di cristallo del colore"
nella politica USA, ma in senato non siede più nessun senatore di colore e lo status complessivo,
sociale ed economico, degli afroamericani continua a essere il più svantaggiato di tutte
le minoranze.
Opportunamente, Mendell racconta la carriera politica di Obama attraverso le sconfitte e
le vittorie ponendo particolare enfasi su due aspetti: da un lato, la straordinaria capacità
oratoria di Obama, culminata nel discorso alla Convenzione di Boston in favore del candidato democratico
John Kerry alle elezioni presidenziali del 2004, che ne ha segnato il lancio sulla scena nazionale;
dall'altro, il rapporto fra Obama e i suoi consiglieri. Dovremmo sapere che, a ogni livello,
le elezioni negli Stati Uniti non sono mai una semplice partita condotta per quante doti
abbia il candidato da una persona sola. Da attento reporter, Mendell mette in rilievo tanto
il ruolo giocato dallo stuolo di consiglieri che hanno fatto parte dello staff di Obama in
particolare quello di David Axelrod , quanto le modalità con le quali si esprime
la leadership del candidato: disponibilità a essere contraddetto, accettazione ragionata
delle critiche e capacità di scegliere fra i molteplici consigli e suggerimenti operativi.
Il libro di Clerico offre un'utile escursione nel complesso delle primarie americane,
dal quale il lettore attento può trarre più di un insegnamento. Molti, all'inizio
addirittura sedici otto democratici e otto repubblicani sono stati i candidati
alle primarie e ha fatto benissimo Clerico a dedicare a ognuno di essi un sintetico ritratto. Alla
fine, ovviamente, soltanto un candidato per partito riesce a ottenere la nomination.
Ho già detto che la vittoria non è mai esclusivamente il prodotto del denaro. Certamente,
bisogna che i candidati scelgano con cura dove e come utilizzarlo, ma, soprattutto, i candidati
debbono sapere come distribuire il loro tempo e le loro energie e debbono sollecitare le risorse
locali, a partire dalle molte migliaia di volontari senza i quali nessuna campagna che duri parecchi
lunghi mesi potrebbe avere successo. Forse, Clerico avrebbe dovuto dare maggiore spazio a queste
migliaia di persone, esponenti di partito a ogni livello e giovani studenti impegnati a fare quello
che in Italia si chiamerebbe "lavoro politico" spesso semplicemente per divertimento,
for the fun of it, ma anche per passione.
Le primarie come le elezioni generali mantengono negli USA il carattere di grande avventura,
spesso gioiosa, di apprendimento e di esercizio di politica. Le primarie non sono mai valutabili
soltanto con i numeri degli elettori partecipanti e dei voti conquistati, anche se da entrambe
le prospettive, sul versante democratico, la competizione è stata intensa e appassionante,
facendo registrare un'eccezionale impennata della partecipazione. Infatti, dato completamente
trascurato dai commentatori italiani, alle primarie democratiche hanno partecipato 37.170.120
elettori, vale a dire più del 50 per cento degli elettori democratici che sono poi andati alle
urne il 4 novembre 2008 per votare Obama (67.687.160). Alle primarie repubblicane, praticamente
già vinte da McCain a metà marzo, hanno partecipato 20.613.585 elettori: complessivamente,
in campo repubblicano, il rapporto fra elettori alle primarie e alle presidenziali è stato
di circa il 46 per cento. Sono cifre particolarmente impressionanti, in special modo per tutti
coloro che continuano a sostenere che gli americani "votano poco", che c'è
disaffezione, che la democrazia USA è verticistica.
Le primarie si vincono anche grazie a una superiore organizzazione che deve essere costruita
stato per stato e alla quale il contributo dei due organismi nazionali dei partiti, relativamente
e deliberatamente scheletrici, è generalmente minimo. Contano, da un lato, gli organismi
locali che, per varie ragioni, fanno leva sugli eletti nelle cariche più importanti, ovvero
più i senatori dei governatori, con i rispettivi staff e comitati elettorali; dall'altro,
la capacità dei candidati sia di convincere i senatori e i rappresentanti importanti (che,
in quanto, superdelegati potrebbero risultare decisivi nel caso di una nomination controversa)
ad agire in loro favore, sia a costruirsi strutture alternative che debbono essere coordinate.
Mendell sottolinea la grande importanza a vario titolo di tre collaboratori di Obama: David Axelrod,
il vero stratega (dopo la vittoria, immediatamente nominato superconsigliere); Robert Gibbs,
il consulente per la comunicazione; e Jon Favreau, speechwriter. Ovvio che nessun candidato
è in grado, sotto la pressione del tempo, di scrivere i propri discorsi con le opportune variazioni
e rimodulazioni da stato a stato e da contea a contea. Tuttavia, la narrazione obamiana ha mantenuto
alcune costanti, certamente volute dal candidato, che Favreau ha saputo declinare con grande
e riconosciuta abilità.
Qualcuno ha messo l'accento soprattutto sullo stile oratorio, sulla voce calda, sul
body language, sulle movenze dinoccolate ed eleganti di Obama. Grazie a questi elementi
l'oratoria di Obama sarebbe risultata più incisiva rispetto all'impacciato
McCain e alla più nervosa, per quanto competente, Hillary Clinton.
A mio parere, invece, dovremmo sottolineare due aspetti che suggeriscono qualcosa anche su
come Obama si comporterà da presidente. Il primo, in netta contrapposizione con i comportamenti
del presidente Bush, è il contenuto del messaggio sempre unificante a partire dal rifiuto
della distinzione fra stati blu (democratici) e stati rossi (repubblicani) in acerrima contrapposizione,
tanto che si è parlato di "guerra di culture", e dall'affermazione solenne
che esistono soltanto gli Stati Uniti d'America. Il secondo aspetto è un classico della
prospettiva sociologica dei candidati presidenziali: l'appello e il riferimento costante,
insistente, quasi ossessivo alle classi medie ovvero al 95 per cento degli americani che
guadagnano meno di 150.000 dollari l'anno , cui Obama ha promesso di non aumentare
le tasse, che potrebbero salire, invece, per il rimanente 5 per cento di ricconi. Di notevole, in
entrambi i casi, c'è il mancato riferimento ai gruppi etnici, neppure per affrontare
il tema bruciante dei milioni di Latinos, soprattutto messicani, spesso immigranti tanto
necessari quanto illegali. Ancora più notevole, non soltanto come saggio di oratoria, ma
come esempio di intelligenza e di passione, perfettamente fusi, è stato il suo discorso sulla
razza.
Opportunamente presentato dalla casa editrice Rizzoli con a fronte il testo in lingua inglese
e dotato di una succinta presentazione di Giancarlo Bosetti, il discorso sulla razza venne pronunciato
il 18 marzo 2008 a Filadelfia, luogo simbolo della storia americana, poiché vi venne scritta
la Costituzione. Il momento era difficile poiché sembrava che il colore della pelle di Obama
stesse diventando una tematica saliente, imbarazzante sia per la sua associazione con il reverendo
di colore Jim Wright, pastore della sua chiesa, autore di alcune affermazioni estremiste, sia
per alcune allusioni di Hillary Clinton, da leggersi in termini di riferimento alla possibile
ineleggibilità alla Casa Bianca di un candidato di colore (altre, ben più pesanti,
allusioni, del tipo "non è uno di noi", sarebbero poi state fatte dalla candidata
repubblicana alla vicepresidenza, Sarah Palin).
Con un'abilità prodotta non soltanto dalla mente, ma anche dal cuore, Obama è
riuscito a tracciare in maniera assolutamente convincente un'immagine degli USA come "terra
di opportunità", nella quale ciascuno con il proprio colore della pelle e
con le proprie aspirazioni deve guardare non al passato, ma al futuro da costruire. Quel
discorso rappresenta, dunque, una svolta, non retorica, ma politica, rispetto alla quale nessuno
dei candidati che seguiranno potrà tornare indietro.
Dopo una carriera quasi da manuale, costruita a partire dal college e dall'Università
(Columbia e Harvard), dalla professione di avvocato, dalla pubblicazione di due libri di straordinario
successo, uno sul padre keniota, l'altro su se stesso, quasi un manifesto programmatico
di stile di vita e di aspirazioni politiche, i cui diritti d'autore lo hanno reso ricco (altra
componente cruciale della "narrazione" presidenziale), e dopo un percorso politico
costellato di cariche elettive conquistate con gradualità e con un posizionamento tale
da rendere necessario all'elettorato progressista convergere su di lui, è possibile
prevedere i prossimi comportamenti del presidente Barack Obama? La letteratura specialistica
è ricca di indicazioni in materia che si basano su tre elementi: 1) il carattere del presidente;
2) la declinazione che il presidente stesso fa del programma, formulato nella campagna elettorale,
nel solenne Messaggio sullo Stato della Nazione; 3) la formazione della sua compagine governativa.
Del carattere ho già fatto cenno, sottolineando come, in particolare secondo Mendell,
il tratto dominante sia quello di una calma riflessiva. Poiché è Obama stesso a sostenere
che la moglie Michelle è la sua consigliera più influente, è utile fare una breve
digressione, seguendo anche quanto scritto da Fasce, e soffermarsi sul mutevole ruolo della first
lady, della moglie del presidente. Ovviamente, le differenze di stile e di prassi fra le mogli
dei presidenti americani sono state molte, ma, forse, suggerisce Fasce citando lo storico Gil
Troy, in tempi recenti il contributo più probabile può essere definito in termini di
«costruzione congiunta dell'immagine, ma non di condivisione di potere».
Per quel che riguarda la composizione della sua amministrazione, Obama ha mirato a conseguire
un equilibrio ottimale fra tre gruppi: le donne e gli uomini di cui si fida, che rappresentano il
nuovo; alcune poche personalità repubblicane, in particolare Robert Gates, cruciale
in quanto segretario alla Difesa per portare a compimento il ritiro dall'Iraq e l'eventuale
ridispiegamento di parte delle truppe in Afghanistan; e gli sperimentati clintoniani, non soltanto
perché politicamente forti e tecnicamente competenti, non soltanto per disinnescare Bill
Clinton, non soltanto per recuperare il rapporto con Hillary e le donne che la hanno fortemente
sostenuta, ma soprattutto per consolidare l'appoggio e l'unità del Partito
Democratico. Dopo otto devastanti anni di politica settaria, gretta e polarizzante del presidente
George W. Bush quasi sicuramente il peggior presidente rispetto a quelli che l'hanno
preceduto nel XX secolo , molto elevate sono le aspettative soggettive suscitate dalla
vittoria di Obama. Altrettanto elevate, tuttavia, sono le difficoltà oggettive iniziali:
concludere una brutta guerra in corso senza pericolose appendici e affrontare una grave crisi
economica che non è soltanto finanziaria , procedendo anche nella difficile
impresa di estendere il welfare state, quantomeno in materia di sanità e di istruzione.
Tocca al presidente Barack Hussein Obama dimostrare che all'«audacia della speranza»,
titolo del suo libro autobiografico, saprà accompagnare «la forza della trasformazione».
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica presso l'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. Con Donatella Campus
ha scritto USA: elezioni e sistema politico (Bononia University Press, 2005). È
anche autore di Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a ed.),
Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2008, anche in rete: www.scriptaweb.it);
e Prima lezione di scienza politica (Laterza, 2008). Con Fulvio Venturino, ha curato Le
primarie comunali in Italia (Il Mulino, 2008).
|