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Tortura come divertimento
IAN BURUMA
Standard Operating Procedure La verità dell'orrore,
film documentario diretto da Errol Morris, DVD, €24,99
PHILIP GOUREVITCH ed ERROL MORRIS, Standard Operating Procedure, New York,
Penguin, pp. 286, $25,95
Due fotografie scattate con una "digitale" nel carcere di Abu Ghraib la sera del
5 novembre 2003. La prima mostra una persona, con indosso un indumento nero tipo poncio, in precario
equilibrio sopra una cassetta. Le gambe pelose e le braccia denotano una persona di sesso maschile.
Costui ha in testa un cappuccio nero a punta che gli copre il volto. Sta a braccia spalancate e le sue
dita sono attaccate a fili elettrici che spuntano da una presa di corrente alla parete di cemento
alle sue spalle. La sua postura fa pensare a una crocifissione, ma il cappuccio e il poncio richiamano
anche l'immagine di una strega o di uno spaventapasseri.
La seconda fotografia mostra una giovane donna china sul cadavere di un uomo. La salma giace
dentro un sacco per cadaveri nero dalla "lampo" per metà aperta e pieno di cubetti
di ghiaccio in sacchetti di plastica. Ha la bocca dischiusa, una benda bianca gli copre gli occhi.
La giovane sorride a 32 denti rivolta all'obiettivo e tiene eretto il pollice della destra,
coperta da un guanto di latex turchese.
Entrambe le foto appaiono amatoriali: una rozza mistura di macabro e divertente. Quando apparvero
per la prima volta, pubblicate dal New Yorker, questa rivista forní alcuni ragguagli,
ma non molti, per spiegare diciamo gli antefatti. Ci fa sapere, fra l'altro,
che all'uomo della prima foto era stato detto che, se fosse caduto da quella cassetta, sarebbe
stato fulminato dalla corrente elettrica. Ecco il perché dei fili elettrici che però,
in realtà, erano innocui. Le informazioni fornite riguardo alla seconda foto erano sommarie
ma la giovane donna sembra gongolare per la morte di quell'uomo. La benda suggerisce gravi
atti di violenza. Altre foto di Abu Ghraib sono poi state diffuse su internet: foto di atterriti
prigionieri iracheni ignudi o seminudi, assaliti e azzannati da cani («doggie dancing»
cagnolini danzanti, dice la didascalia); foto di un prigioniero nudo, carponi a quattro
zampe, tenuto al guinzaglio da una "secondina"; di uomini nudi ammucchiati a formare
una sorta di piramide umana; di uomini nudi costretti a masturbarsi o in "posa" che allude
alla fellatio; di uomini nudi con in testa mutande da donna, ammanettati alle sbarre della prigione;
di uomini nudi usati come cuscini da pugilato; e cosí via.
Queste foto evocano un'atmosfera di scervellata brutalità. La reputazione
degli Stati Uniti già offuscata da una guerra-truffa ha toccato un nuovo minimo. Ma l'interpretazione
delle foto (cosa ci raccontano, effettivamente?) varia a seconda degli osservatori. Dopo essere
stato rampognato per non aver presentato delle scuse ufficiali, il presidente Bush ha dichiarato:
«Mi dispiace per l'umiliazione inflitta ai prigionieri iracheni e alle loro famiglie».
Ma si è detto «ugualmente spiacente» per il fatto che «chi ha visto quelle
foto non ha capito la vera natura e il vero cuore dell'America». Donald Rumsfeld
ministro della Difesa allora in carica ha deplorato il fatto che le foto siano state rese
di pubblico dominio, innanzi tutto, e poi ha accennato ad «abusi» commessi, il che,
secondo lui, è «tecnicamente diverso dalle torture». L'uso in modo diretto
della parola "tortura" è stato accuratamente evitato sia da Bush sia da Rumsfeld.
Il presidente messo di fronte, molto tempo dopo, a un infamante rapporto della Croce Rossa
relativo al ricorso alla tortura da parte della CIA ha detto chiaro e tondo come la pensava:
«Noi non torturiamo».
Susan Sontag, in un articolo sul New York Times Magazine, diede una differente valutazione
delle foto. Secondo lei, le fotografie delle torture di Abu Ghraib sono la tipica espressione di
una cultura popolare americana brutalizzata, resa più rozza da una violenta pornografia,
da sadici film e videogiochi e dalla narcisistica coazione a mettere a nudo ogni dettaglio della
propria vita e in specie della propria condotta sessuale e darlo, preferibilmente,
in pasto al vasto pubblico. Secondo la Sontag, le foto di Abu Ghraib esprimono invece, checché
ne pensi Bush, la vera natura e il vero cuore degli Stati Uniti. Ha scritto: «I soldati adesso
si mettono in posa, con il pollice eretto, di fronte alle atrocità da essi perpetrate, e
mandano tali foto ai loro amici. Certi segreti della vita intima che, un tempo, si sarebbe cercato
in tutti i modi di tener celati, oggi si confidano spudoratamente e si darebbe chissà che
per poterli sbandierare in televisione. Ciò che illustrano quelle foto è tanto la cultura
della sfrontatezza quanto l'imperante ammirazione per l'impunita brutalità».
Molte persone di mentalità liberale avranno d'istinto non soltanto condiviso
il disgusto della Sontag, ma anche concordato con la sua caustica incriminazione della moderna
cultura americana. Uno dei meriti del film documentario di Errol Morris sulle torture di Abu Ghraib
e, ancor più, dell'eccellente libro scritto, al riguardo, da Philip Gourevitch
in collaborazione con lo stesso regista è che l'uno e l'altro complicano
la faccenda. Ciò che crediamo di vedere in quelle foto potrebbe non essere del tutto esatto.
Le foto insomma non mostrano l'intera storia. Anzi, potrebbero celare più di quanto
rivelano. Dopo aver intervistato molte delle persone che presero parte alle sessioni fotografiche,
e dopo aver scavato nella loro vita, riflettuto sui loro moventi, i loro sentimenti, le loro vedute
di allora e di oggi gli autori assemblano un quadro di Abu Ghraib, le cui implicazioni
risultano ancor più inquietanti della critica mossa da Susan Sontag.
Dapprincipio, nessuno conosceva il nome del morto nel sacco per cadaveri. Questi era uno dei
"prigionieri fantasma" trasferiti nel "settore duro" della prigione
di Abu Ghraib da anonimi inquirenti americani, vestiti di nero, anch'essi noti alla Polizia
militare come "fantasmi". Questi fantasmi appartenevano alla OGA (Other Government
Agency) che di solito è sinonimo di CIA. I detenuti fantasma non venivano formalmente registrati
come presenti nel carcere, dove i loro interrogatori avevano luogo in "reconditi"
locali, quali quelli adibiti alle docce. Essi comparivano all'improvviso e altrettanto
alla svelta scomparivano, dopo essere stati interrogati dagli inquirenti fantasma. Tutto quello
che della loro presenza giungeva agli orecchi della Polizia militare, erano delle grida nella
notte. Se c'era un'ispezione della Croce Rossa, i detenuti fantasma venivano tenuti
nascosti.
L'uomo che sarebbe morto sotto la tortura era arrivato di sera tardi, alla vigilia della
"sagra" fotografica, con il volto coperto da un sacchetto di iuta e, indosso, soltanto
una maglietta. Alla Polizia militare fu chiesto di incatenargli le braccia dietro la schiena e
appenderlo a un'inferriata nella posizione chiamata "Palestinian hanging position"
ossia "appeso" alla palestinese (secondo una tecnica che sarebbe stata usata, ma non
certo inventata, dagli israeliani). L'uomo respirava affannosamente. Dopo che l'ebbero
posizionato, i poliziotti militari furono congedati; verranno richiamati di lí a un'ora,
per dare aiuto. Il prigioniero non rispondeva più alle domande. Durante l'interrogatorio,
veniva issato via via più in alto, finché le braccia non sembrassero sul punto di schiantarsi.
Il prigioniero seguitava a non rispondere. Il cappuccio gli fu tolto. Gli fu spruzzata acqua fredda
addosso. I poliziotti militari videro che la faccia era ridotta una poltiglia sanguinolenta.
Ma il prigioniero era bell'e spirato. Gli inquirenti si eclissarono alla svelta. Furono
chiamati dei paramedici per fare un repulisti. Al prigioniero vennero bendati gli occhi strabuzzati
e gonfi e la salma fu infilata dentro un sacco per cadaveri pieno di cubetti di ghiaccio in sacchetti
di plastica. Quindi la rinchiusero in uno sgabuzzino, in attesa di portarla via, alla chetichella.
Il comandante della Polizia militare di servizio ad Abu Ghraib, il capitano Christopher Brinson,
dichiarò che il prigioniero era morto in seguito a un attacco cardiaco.
Intanto, nello stesso carcere, stesso braccio, un altro tormento stava avendo luogo. Un uomo
senza nome era stato arrestato e condotto lí perché sospettato di aver ucciso un agente
della Criminal Investigative Division (CID) dell'Esercito degli Stati Uniti. L'uomo
si era rifiutato di declinare le sue generalità e quindi venne consegnato allo specialista
Charles (detto Chuck) Graner, un riservista di fanteria. Graner, corpulento e baffuto (lo si vede
ridere delle sofferenze di prigionieri iracheni in alcune delle foto di Abu Ghraib) non aveva ricevuto
il regolare addestramento da inquirente, e non aveva quindi che una vaga idea delle norme e convenzioni
che regolano gli interrogatori. Da civile, Graner era funzionario carcerario e godeva della reputazione
di "carogna", era insomma un cattivo soggetto, che amava combinare scherzi sinistri
e aveva un debole per le ragazze. Non avrebbero mai dovuto dargli l'incarico di castigamatti
in un carcere di sospetti terroristi. Non aveva neppure ottenuto il nulla osta della security
per poter espletare mansioni di poliziotto militare in una prigione.
Nondimeno a Graner fu consegnato il prigioniero senza nome dall'agente della CID Ricardo
Romero, il quale gli raccomandò di fare della sua vita un inferno per tre giorni, e scoprire
come si chiamava. Graner fece del suo meglio, con l'aiuto del sergente Ivan Frederick e di
altri riservisti di un reparto del Maryland altrettanto inesperti in fatto di interrogatori.
Al prigioniero fu ordinato di denudarsi, strisciare sul pavimento, tenersi in equilibrio su una
cassetta, venne privato del sonno, lo collegarono a dei fili che sbucavano dal muro e gli dissero
che sarebbe morto folgorato se solo si fosse mosso. Quest'ultimo "giochino"
durò circa un quarto d'ora, dando cosí tempo a Graner di scattare delle foto.
Il regista Errol Morris non ha avuto modo di intervistare Graner, che è tuttora detenuto
in un carcere militare. Ma altri testimoni oculari, fra cui la specialista Sabrina Harman, asseriscono
che, quella famosa notte, non fu arrecato alcun danno grave a quel prigioniero, da essi soprannominato
"Gilligan". Anzi, ha detto la Harman, alla fine Gilligan si mise a ridere e scherzare
con i suoi aguzzini e in effetti divenne popolare, a suo modo, sicché ottenne il privilegio
di spazzare le celle del carcere. «Era proprio un tipo buffo, buffissimo», ha detto
la Harman, «e metti che ti dovessi portare qualcuno a casa, io ci avrei senz'altro portato
lui».
Si dà il caso che Sabrina Harman è la giovane donna in primo piano nella seconda
fotografia, china sul cadavere. Al pari di Graner, era una delle guardie che facevano il turno di
notte ad Abu Ghraib. La Harman viene descritta, da altri intervistati nel film di Errol Morris
come una ragazza dolce che (a detta del sergente Hydrue Joyner) «non avrebbe fatto
male a una mosca. Se per terra c'è una mosca e stai per pestarla, lei ti ferma. Il motivo
per cui s'era arruolata nell'esercito, era per pagarsi gli studi all'università.
Il suo sogno era di diventare un agente, come suo padre e come suo fratello. Mica giusto una sbirra,
ma una fotografa della polizia scientifica. Essa ama fare foto, con un debole speciale per la morte
e la putrefazione». Un altro collega, il sergente Javal Davis, ha detto di Sabrina: «Non
t'avrebbe lasciato calpestare una formica. Ma se la formica muore, lei vorrebbe sapere come
è morta».
Quindi, quando l'acqua cominciò a colare fuori da quello sgabuzzino chiuso a chiave,
e lei e Graner tirarono fuori il cadavere nel sacco di plastica, il suo primo istinto fu scattare
delle foto. A Morris e Gourevitch la Harman ha detto: «Mi sono accorta subito, più o meno,
che non c'era verso che lui fosse morto d'infarto... per via di tutti quei tagli e del
sangue che gli esce dal naso. Tu non pensi che il tuo comandante ti direbbe una bugia. A me, [la scoperta
che invece mi aveva mentito] mi ha fatto calar giù la fiducia, quest'è poco ma sicuro».
Fu Graner che, a questo punto, le suggerí di farsi fotografare accanto al cadavere. La Harman
assunse la posa che era solita assumere nelle foto con gli amici, con i prigionieri, all'obitorio
e, adesso, nel locale delle docce: sorridente e col pollice eretto.
Più tardi Sabrina ritornò sul posto da sola, curiosa di scoprire dell'altro.
Tolse via la benda che copriva gli occhi del morto e… «Mi misi a fotografare ogni cosa
che mi pareva non tornare: ogni ammaccatura e ogni taglietto». Cosí si rese conto di
quanto l'uomo fosse stato duramente picchiato.
«Sembrava come se qualcuno l'avesse colpito col calcio del fucile o ci avesse realmente
dato dentro di brutto o l'avesse sbattuto contro il muro … Io volevo solo documentare
ogni cosa che vedevo. Questa è la ragione per cui ho scattato le foto. Era per dimostrare pressappoco
a tutti quelli che guardavano quest'uomo, Ehi! mi hanno contato bugie. Quest'uomo
non è morto d'un attacco al cuore. Guardate queste altre ferite esistenti, che loro
hanno cercato di nascondere». Quando, nel film, viene intervistata da Morris, la Harman
appare piuttosto convincente: intelligente, eloquente, plausibile. I colloqui in effetti sembrano
simili a monologhi. Tranne rare eccezioni, le domande del regista non vengono mai udite. La geniale
trovata consiste nel lasciare la gente parlare a ruota libera, parlare, parlare: vuoi che si tratti
di Robert McNamara in The Fog of War o di Sabrina Harman in Standard Operating Procedure.
Il fatto che egli pagasse alcuni degli intervistati, a compenso del tempo che gli dedicavano,
è stato a volte rinfacciato a Errol Morris da alcuni critici. La cosa mi sembra assai poco importante.
Non v'è motivo di ritenere che il contante cambiasse le loro storie. Se solo il film si
fosse limitato alle interviste nude e crude. Ahimè, esse sono inframmezzate da trovate visive,
da ricostruzioni recitate delle scene descritte a parole, il che sottrae qualcosa all'aria
di schietta autenticità. Ma può darsi che il punto sia proprio questo: ciò che
a Morris sta a cuore di puntualizzare. L'autenticità è sempre sfuggente, evasiva.
Di niente ci si può pienamente fidare: non delle parole e certamente non delle immagini, quindi
tanto vale ri-immaginarle.
Ma io credo che noi siamo tenuti a credere che la Harman dica la verità. Le lettere da lei
inviate da Abu Ghraib alla sua amante lesbica, Kelly, suggeriscono questo. In data 20 ottobre 2003,
ella scrisse di un prigioniero soprannominato "il tassista", nudo, ammanettato alle
sbarre della cella, cui volge le spalle, con «le sue mutande sopra la faccia».
«Assomigliava a Gesù Cristo. Lí per lí m'è venuto da ridere,
quindi ho preso la macchina fotografica e ho scattato una foto. Uno degli uomini si è messo
allora a "stuzzicargli" il pene. Di nuovo ho pensato, okay questo è buffo, ma poi
m'è balenato che è una forma di molestia. Non si dovrebbe fare cosí. Allora
ho scattato altre foto per "documentare" quello che sta accadendo.»
Le foto, dunque. La prima, di Gilligan e dei fili elettrici, è stata analizzata da Brent
Pack, un esperto in medicina legale della CID. Dopo matura riflessione, egli ha concluso: «Vedo
uno cui è stata fatta assumere una posizione stressante. Guardo la foto e penso: non mi pare
che siano veri e propri fili elettrici. Procedura operativa standard ecco di che si tratta».
Consueto modus operandi: Brent Pack ha perfettamente ragione. Un memorandum stilato da William
J. Haynes, consulente generale del Pentagono, in data 27 novembre 2002, in cui si raccomanda di
autorizzare il ricorso alle tecniche inquirenti della Categoria II le quali includono:
umiliazione, deprivazione sensoriale e posture stressanti ottenne la formale approvazione
del ministro della Difesa, Donald Rumsfeld. Questi scrisse persino, in calce al memorandum, un
suo famoso frizzo: «Però io sono per le 8-10 ore giornaliere. Perché limitare
lo stare in una posizione stressante a sole 4 ore? D.R».
Eppure questa fotografia, più di qualsiasi altra non escluse quelle che mostrano
aggressioni di cani e corpi ignudi feriti è divenuta la più famigerata icona
della barbarie americana, l'illustrazione per eccellenza delle torture inflitte, forse
perché, come scrive Gourevitch, essa lascia molto spazio all'immaginazione. E può
inoltre evocare una crocifissione: Cristo ad Abu Ghraib.
Quanto a Sabrina Harman, è stata condannata a sei mesi di prigione, degradata a soldato
semplice e congedata dall'esercito per "cattiva condotta" senza diritto alla
pensione o altri emolumenti finanziari. Nessuno degli uomini responsabili della morte del prigioniero
da lei fotografato cadavere è stato incriminato. Nessuno di grado superiore a quello di sergente
è stato mandato sotto processo. Come ha detto Errol Morris in un'intervista, la Harman
e i suoi colleghi ripresi nelle foto «sono stati puniti per aver messo in imbarazzo i militari
e creato fastidi al governo. Stridente ironia della sorte: Sabrina Harman è stata condannata
per aver fotografato il cadavere di un uomo ucciso dalla CIA. Essa non aveva niente a che fare con
l'omicidio, ha solo fotografato un uomo morto. Ma, perbacco, senza le sue foto non ne avremmo
saputo mai niente, di questo delitto».
Si è trattato soltanto della morte di un fantasma fatto fuori da altri fantasmi.
2.
A Errol Morris è stato ascritto a colpa il non aver puntato il dito accusatore, in modo
più esplicito, contro persone di rango più elevato che non la Harman, Chuck Graner,
Ivan Frederick o Lynndie England. Quest'ultima era all'epoca la fidanzata di Graner
ed è quella che in una foto tiene un prigioniero al guinzaglio. Ma tale accusa significa non
aver capito qual è il tema del film. Il quale non concerne la politica di Washington o la prassi
degli avvocati patroni del governo o per lo meno non attacca l'una e l'altra direttamente
ma punta su un particolare tipo di insabbiamento, di sotterfugi: ossia il modo in cui alcune
foto sembrano raccontare una storia ma in effetti risulta che ne raccontano una molto più
grossa. In confronto a ciò che realmente accadeva ad Abu Ghraib dove degli uomini venivano
torturati a morte alla chetichella in recondite celle, dove bambini venivano incarcerati insieme
con migliaia di altri detenuti, per la maggior parte civili senza macchia, esposti a quotidiane
aggressioni mortali, detenuti che vivevano in disumane condizioni, nel sudiciume e nello squallore,
dove non c'era via di scampo neppure per chi era riconosciuto innocente, dove inermi prigionieri
venivano uccisi a colpi d'arma da fuoco da secondini coi nervi a fior di pelle , in confronto
a tutto ciò, la foto di Gilligan è uno scherzo goliardico.
La prima cosa che gli esseri umani fanno allorché l'assurdo e l'indicibile
divengono normale modus operandi è: cambiar nome alle cose. Persino i nazisti, i quali non
sarebbero mai stati censurati per ciò che perpetravano, inventavano nuove parole e nuove
locuzioni, di solito di anodina burocratica natura, per camuffare i loro crimini: "trattamento
speciale" e via discorrendo. La prassi statunitense nei confronti dei "detenuti per
motivi di sicurezza" e dei "nemici combattenti" (a beneficio dei quali, secondo
i consulenti legali della Casa Bianca e del Pentagono, non poteva applicarsi la Convenzione di
Ginevra sui prigionieri di guerra) era incapsulata entro un tipo di linguaggio tanto caro al vicepresidente
Dick Cheney: «Dobbiamo essere certi di non aver mai legato le mani ai nostri reparti addetti
allo spionaggio e controspionaggio nell'ambito delle loro mansioni».
Una locuzione come "sfilarsi i guanti" è divenuta d'uso corrente. In
una e-mail inviata al comandante della Military Intelligence (MI), in Iraq, dal capitano William
Ponce della Human Intelligence Effects Coordination Cell si legge, appunto: «Dobbiamo
sfilarci i guanti, signori miei, per quanto riguarda questi detenuti. Il colonnello Boltz [Steven
Boltz, vicecomandante della MI, in Iraq] ha detto chiaro e tondo che noi vogliamo che questi individui
vengano ridotti in pezzi».
I vari Graner, Harman, England, Frederick, et similia, non sono che gli ultimi anelli
di una catena che parte dalle più alte sfere del governo. A essi veniva impartito l'ordine
di "ammorbidire" i prigionieri, ossia fare un inferno della loro vita. Bisognava «trattare
i prigionieri come cani», per dirla con le parole del maggiore generale Geoffrey Miller,
comandante della prigione di Guantánamo Bay a Cuba. Costui disse cosí nel corso di
una visita ad Abu Ghraib, prima che le famose foto venissero scattate. In quell'occasione
Miller espresse l'opinione che ad Abu Ghraib i carcerati venivano trattati troppo bene.
I metodi che Miller aveva affilato a Guantánamo vennero subito adottati anche ad Abu Ghraib.
Una delle trovate più sensazionali di Errol Morris (o di Gourevitch) consiste nel far
sí che le foto dei maltrattamenti inflitti ai prigionieri valgano anche a dimostrare che
le persone cui era stato ordinato di "sfilarsi i guanti", non avevano del tutto perso
il loro senso della moralità. Scrive infatti Gourevitch: «Pur mentre sprofondavano
in un tran-tran di depravazione, essi hanno dimostrato, facendo quelle foto, che non accettavano
la cosa come normale amministrazione. Non aderirono mai pienamente al programma. Non depone forse
a loro favore che fossero profondamente demoralizzati dal fatto di prestare servizio agli inferi?».
Forse "favore" non è la parola giusta. I nazisti, che scattavano foto di donne
nude allineate sul bordo della loro fossa comune avrebbero potuto non considerare proprio normale
la scena, neanche loro, ma ciò non significa che non aderissero al programma. Heinrich Himmler
era ben consapevole che ciò ch'egli chiedeva agli uomini delle sue SS era tutt'altro
che normale amministrazione. Ecco per qual motivo diceva loro di indurire il cuore come acciaio
contro qualsiasi sentimento di umanità che li avrebbe intralciati nel compimento della
loro necessaria mansione.
Che la Harman, per esempio, fosse spesso disgustata da ciò che vedeva ad Abu Ghraib appare
chiaro dalle lettere che scriveva alla sua amante, Kelly. E persino Graner, la più marcia
delle mele marce, fu evidentemente colto alla sprovvista quando "Big Steve" Stefanowicz
(uno degli inquirenti civili a contratto) gli spiegò chiaro e tondo con quanta durezza i prigionieri
dovevano essere «spezzati». A Graner tornò in mente allora una popolare serie
di telefilm intitolata 24 interpretata da Kiefer Sutherland nella quale
veniva proclamata la necessità di usare qualsiasi mezzo, compresa la tortura, per fermare
i terroristi. Graner giura di aver detto a Big Steve: «Noi non le facciamo queste cose …
è roba che si vede solo alla tivù». Graner sicuramente non sapeva che di quella
telenovela si era discusso molto seriamente a Guantánamo, durante alcune riunioni presiedute
dal tenente colonnello Diane Beaver. La Beaver ha ricordato che, durante quelle sessioni, saliva
alle stelle l'eccitazione sessuale dei suoi colleghi maschi, fra cui esponenti della CIA
e della DIA, allorché venivano illustrate le varie tecniche inquisitorie. A Philippe Sands,
autore del libro Torture Team, Diane Beaver ha detto: «Sembrava quasi di
vedere i loro cazzi diventare duri quando nuove sevizie venivano ideate».
Questo avveniva a Guantánamo dove siffatte "ideazioni" venivano covate,
annotate su taccuini, registrate in memorandum, dibattute in uffici con l'aria condizionata.
Ma torniamo a Graner e alla sporcizia, il chiasso, le minacce e l'ordinaria violenza di Abu
Ghraib. Come Morris e Gourevitch fanno notare nel loro libro, c'è un non so che di pornografico
in molte delle fotografie, e ciò starebbe a indicare che la critica culturale mossa da Susan
Sontag non è del tutto strampalata. Colpisce infatti il deliberato uso delle donne, per esempio,
al fine di infliggere umiliazione ai prigionieri arabi. Fu certo Graner a proporre alla sua fidanzata,
Lynndie England, di posare in una foto tenendo un prigioniero al guinzaglio, carponi a quattro
zampe. Ciò probabilmente procurava a lui e magari anche a lei un frisson
erotico. E Sabrina Harman appare anch'essa in veste di sorridente complice in svariate
burlesche inquadrature escogitate da Graner, con prigionieri nudi come vermi. Per questo motivo
la Harman ha finito per esser condannata in tribunale. Ma in effetti quei ludi alcuni dei
quali chiaramente messi in scena come crudeli opere di Optical Art facevano anch'essi
parte del programma. Le mutande femminili, la nudità di fronte a donne, lo sfruconamento
degli organi genitali, la forzosa simulazione di atti sessuali erano tutte cose previste dal copione.
Graner ricevette il plauso del suo superiore diretto, il capitano Brinson, il quale gli fece sapere
per iscritto che stava «facendo un buon lavoro». E soggiungeva: «Seguitate a
operare a questo livello e ci aiuterete senz'altro a coronare la nostra missione».
Ad Abu Ghraib, i poliziotti militari si intendevano ben poco come giustamente osserva
Gourevitch di cultura mediorientale ma a essi veniva impartita una infarinatura di "nozioni
culturali" durante il periodo di addestramento a Fort Lee, prima di essere inviati in Iraq.
Veniva loro detto che l'umiliazione sessuale è il modo più spiccio per "ammorbidire"
i detenuti arabi. Non occorre che una persona sia stata corrotta da quella cultura popolare che
Susan Sontag deplora e stigmatizza per rendersi vulnerabile a una sensazione di piacere allorché
l'umiliazione sessuale altrui venga ufficialmente sancita e persino incoraggiata dai
superiori. Agli occhi del governo, il vero peccato di Graner non era tanto ch'egli si fosse
spinto troppo oltre (e lui, alla stregua di qualsiasi metro morale, troppo oltre senz'altro
si spinse) quanto ch'egli traesse piacere da quello che avrebbe dovuto essere un tetro lavoro.
Come Dick Cheney ebbe a dire: «È una brutta, sgradevole, pericolosa, sporca faccenda
laggiù [in Iraq] ma noi dobbiamo operare in quell'arena». I bischeri in erezione
sarebbero dovuti restare assolutamente celati sotto il tavolo, durante i conciliaboli. Ma Graner
trasformò la sporca faccenda in un suo privato teatrino pornografico e, quel ch'è
peggio, filmò le proprie fantasie, per mostrarle a tutto il mondo.
Lynndie England sostenne una particina in quelle fantasie. Amava Graner, avrebbe fatto tutto
ciò che lui le diceva di fare. Fu questa la sua tragedia. La England è stata condannata
a tre anni di carcere militare per maltrattamenti a detenuti. «Non ho fatto altro che obbedire
a degli ordini», ella disse. La discolpa consueta per tutti coloro, uomini e donne, che hanno
svolto un lavoro sporco. «Non ho dichiarato io la guerra. Non potevo porre fine alla guerra.
Voglio dire, le fotografie non possono mica scatenare una guerra, né deciderne le sorti.»
La Harman, anch'essa, mise in atto le sue fantasie di fotografa della polizia scientifica,
che documenta la morte. Cosí facendo, rese di pubblico dominio il programma di Abu Ghraib,
e costrinse il presidente della maggiore potenza mondiale a profondersi in pubbliche scuse. Come
dice Morris, nell'intervista: «In tutt'altre circostanze, potremmo immaginare
Sabrina vincitrice del Premio Pulitzer per la fotografia». Invece, è stata incriminata
non soltanto per esser venuta meno ai suoi doveri e per maltrattamenti ma anche per aver distrutto
oggetti di proprietà del governo e "per aver inquinato le prove", avendo tolto
la benda dagli occhi del cadavere. A Morris la Harman ha detto: «Quando l'uomo morí,
lo ripulirono e gli misero la benda. Quindi a inquinare le prove non sono stata io, avevano già
provveduto loro a inquinarle». Dal momento che le foto rivelavano la verità, questo
capo d'accusa fu lasciato cadere.
Sia il film di Errol Morris, sia il libro che da esso ha ricavato Gourevitch sono devastanti,
ancorché non entrino nei dettagli relativi alla complicità, o meglio la responsabilità,
di funzionari d'alto rango del governo Bush. Quelle foto hanno messo in serio imbarazzo,
senza meno, gli Stati Uniti. Ma tale imbarazzo, per il governo potrebbe avere in effetti contribuito
a far sí che un imbarazzo ben più grave non venisse a galla e diventasse di dominio pubblico.
Indignati per la pornografia di Abu Ghraib ci siamo lasciati distrarre dalle torture (che non sono
state filmate) e dal loro esito letale e pertanto non siamo andati a scoprire chi fossero gli effettivi
assassini. La condanna morale delle mele marce ha finito per fornire un utile alibi ai veri colpevoli.
Venendo alla ribalta come un branco di sadici, gongolanti carnefici, Chuck Graner, Frederick
e compagnia brutta hanno fatto sí che gli avvocati, i burocrati e i politici che hanno violato
le regole e tirato i fili dell'abominio William J. Haynes, Alberto Gonzales, David
S. Addington, Jay Bybee, John Yoo, Douglas J. Feith, il ministro Donald Rumsfeld e il vicepresidente
Dick Cheney apparissero persone quasi rispettabili. E Gilligan, fra parentesi, probabilmente
non era l'uomo che tutti ritenevano che fosse, bensí un innocente cui era capitato di
trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come del resto a circa il 90 per cento dei carcerati
di Abu Ghraib.
(Traduzione di Pier F. Paolini)
Conferenza stampa del 9 agosto 2007 alla Casa Bianca.
Si veda: "Regarding the Torture of Others", The New York Times Magazine,
23 maggio 2004.
L'avvocato e scrittore inglese Philippe Sands ha scritto la più esauriente denuncia
dei "torture memos" (lettere ufficiali sulla tortura) nel suo libro Torture
Team: Rumsfeld's Memo and the Betrayal of American Values, Londra, Allen Lane, 2008.
IAN BURUMA, giornalista e scrittore, è autore, tra l'altro, di: La polvere
di Dio. La nuova Asia (Garzanti, 1992); Il prezzo della colpa (Garzanti, 1994); Occidentalismo
(con Avishai Margalit, Einaudi, 2004); e Assassinio a Amsterdam. I limiti della tolleranza
e il caso Theo Van Gogh (Einaudi, 2007).
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