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Università anno zero IV
PAOLO TROVATO

I had a dream. Ho fatto un sogno, stranissimo. E ho capito che il grande vecchio, il babau della mia adolescenza, esisteva davvero. Nel sogno eravamo ancora agli inizi del millennio, sub Silvio (cioè con un governo Berlusconi, forse il VI o il VII). Francesco Schiavone detto Sandokan insegnava filologia bizantina e faceva l'opinionista per Repubblica. Ma un giorno smise di scrivere "cose di sinistra", scrisse destramente e fu premiato con un sontuoso centro d'eccellenza tutto per lui. Poi (forse perché frastornato dall'isolamento del 41 bis), con un timing che peggio non si può, mentre il V governo Prodi tirava le cuoia, ricominciò a scrivere su Repubblica, mi pare di etica. Il sogno, come tutti i sogni bislacco e dove i riferimenti alla realtà sono puramente casuali, getta però una luce diversa su cose nostre recenti, cioè del 2008. Dopo mesi di assordante silenzio, i giornali, tutti i giornali (senza distinzione di sesso, di razza, di religione), hanno ripreso una trita e volgare campagna diffamatoria contro il familismo dell'università pubblica italiana. Si è unito al coro anche Tito Boeri detto Titoboeri, che insegnava economia e faceva l'opinionista per Repubblica. Nel frattempo siamo di nuovo sub Silvio. Che anche Boeri voglia un centro d'eccellenza?

 

Me lo chiedo perché, a onor del vero, in questo scorcio di 2008 di cose più serie da dire sull'università ce ne sono parecchie. Per esempio, qualche giorno fa (il 28 ottobre u.s.) il capo di quel pericoloso gruppo di trotzkisti che si chiama università di Padova ha scritto alle famiglie degli studenti: «La cosiddetta "manovra d'estate" … prevede, fra l'altro, fortissime limitazioni al turn over, tagli pesanti dei finanziamenti agli Atenei per oltre 400 milioni di euro l'anno a partire dal 2010. Il blocco del turn over del personale docente e tecnico amministrativo (verrà assunto solo un docente o un tecnico amministrativo su cinque che andranno in pensione) e la riduzione del Fondo per il Finanziamento Ordinario con cui il bilancio dello stato finanzia gli Atenei, avranno gravissime conseguenze sul funzionamento delle Università, impedendo cosí l'assunzione dei giovani, il nostro più prezioso capitale umano, facendo inevitabilmente crescere la "fuga dei cervelli" all'estero … Procedendo con tagli decisi in modo indifferenziato per tutti gli Atenei, il governo finisce per generalizzare un giudizio negativo che non è giusto colpisca allo stesso modo Atenei che in realtà sono oggi in situazioni tra loro diverse. Vi sono Università … che hanno il bilancio perfettamente sano e sono ai primissimi posti nelle classifiche nazionali degli Atenei. Vero è che già l'Italia investe in formazione e ricerca molto meno che altri Paesi europei. La percentuale di spesa universitaria rispetto alla spesa pubblica totale per servizi è in Italia dell'1,6 contro il 2,9 della UE e le risorse pubbliche per l'istruzione superiore sono pari allo 0,9% del Prodotto interno lordo contro una media OCSE dell'1,5% e dell'1,3% per l'Europa dei 19», eccetera.

Sulla stessa linea anche una rivista notoriamente legata agli insorti del Chiapas e al subcomandante Marcos, come Nature (455, 16 ottobre, pp. 835-36), che arriva a scrivere: «In un tentativo di rilanciare la sua economia il governo italiano punta su obiettivi facili, ma irragionevoli. Sono tempi duri per gli scienziati italiani, fronteggiati come sono da un governo che mette in atto una stravagante filosofia di risparmio dei costi. La settimana scorsa decine di migliaia di ricercatori sono scesi in piazza per manifestare la loro opposizione a un disegno di legge … Se approvata, come previsto, la legge eliminerebbe 2000 ricercatori a termine, che sono la spina dorsale delle istituzioni di ricerca italiane, gravemente sottodimensionate; metà dei ricercatori a termine era già stata selezionata per passare a posti di ruolo … Non è la prima volta che Berlusconi prende di mira le università. In agosto ha firmato un decreto che taglia i budget universitari del 10% e consente il ricambio di una sola posizione accademica vacante ogni cinque … Dato il clima, i rettori credono che la novità della possibile trasformazione delle università in fondazioni (per avere ulteriori entrate) serva solo per giustificare nuovi tagli del budget e costringerli a chiudere corsi senza ricadute economiche immediate come quelli umanistici e quelli incentrati sulla ricerca di base … Il governo ha trattato la ricerca come un costo da tagliare, mentre in realtà va vista come un decisivo investimento per realizzare una economia della conoscenza degna del XXI secolo … Pur facendo parte del G8, l'Italia ha una spesa in Ricerca e Sviluppo tra le più basse del gruppo, un misero 1,1 %, meno della metà di nazioni a lei paragonabili come la Francia e la Germania», eccetera.

 

Nel frattempo uno scienziato triste come Boeri scrive sulla Repubblica del 3 ottobre un pezzo, insolitamente colorato, sul nepotismo all'università, raccomandando con decisione il libro sull'argomento di un «collega e amico» («Ho anche avuto la fortuna di scrivere un libro con lui [l'autore del libro] imparando quanto sia meticoloso e pignolo fin nei minimi dettagli. Quindi potete essere sicuri che i dati che sono contenuti nel volumetto sono stati attentamente verificati, uno per uno»).

Vorrei ricordare che, mentre stiamo parlando, tra professori e ricercatori di ruolo, di una coorte di circa 65.000 persone, il metodo scelto dall'amico di Boeri (quello «pignolo fin nei minimi dettagli», «uno dei migliori economisti italiani») è basato sulla mera frequenza delle omonimie tra accademici dello stesso ateneo, ed è quindi indicibilmente rozzo e sgangherato. E non solo per le ragioni statistiche immediatamente rilevate da Alessandro Panconesi, ordinario di Informatica alla Sapienza, che osserva: «Questo uso maldestro di metodi quantitativi è tipico delle persone prive di alfabetizzazione matematica … Personalmente lo ritengo un esempio illuminante per spiegare gli errori grossolani in cui si può incappare se si usano metodi quantitativi senza averne una reale comprensione e d'ora in poi lo utilizzerò come esercizio nei corsi di alfabetizzazione matematica» (http://www.wikio.it/economia/economisti/tito_boeri). A tacere di altri difetti (per esempio, la percentuale tutt'altro che trascurabile di persone di valore che, in ogni campo e in tutto il mondo, decidono di continuare la carriera del padre o dello zio), la distribuzione dei cognomi non è affatto omogenea nel territorio nazionale (controllare, per credere, in siti come <http://www.gens.labo.net>). Il fatto che nelle università napoletane siano presenti poniamo 500 o 1000 Esposito non significa niente, a meno che il rapporto tra gli Esposito accademici e il resto degli universitari non si discosti significativamente da quello tra il numero complessivo degli Esposito e il resto della popolazione di Napoli e provincia.

Ora, il fatto che una non-notizia balorda e fondata su dati risibili possa turbare qualche sprovveduto bloggista (per esempio facendo schizzare «la massima a 300» al signor Marco Macchi, che si qualifica come: «Maschio, ubicazione: Reggio Emilia: Italia») non è preoccupante. Quel che preoccupa invece – in una repubblica "fondata" ormai non sul lavoro, ma sull'ignoranza, che investe in istruzione meno dei paesi più scalcinati del mondo – è che il libro sia pubblicato da Einaudi e segnalato sulla prima pagina di un giornale nazionale da un noto economista. Sulle cui competenze anche economiche, peraltro, dovremo forse cominciare a ricrederci. Continua infatti Boeri: «Secondo alcuni studi, un incremento del 3% del numero di persone con un Ph.D in un paese porta all'aumento del numero di patenti e della produttività dell'1% all'anno. Si tratta di un effetto molto rilevante, quando cumulato nel corso del tempo». Patenti? Cosa c'entrano le patenti con i Ph.D e la produttività? Evidentemente Boeri, che insegna in un'università privata, traduce male e capisce peggio un lavoro scritto in inglese (dove "patents" vuol dire "brevetti"). Certo sbagliamo tutti, ma faccio fatica a immaginare che i colleghi dell'università pubblica in cui lavoro (secondo cliché, impreparati e raccomandati) incorrano in castronerie cosí madornali .

 

Ben inteso, non voglio negare l'esistenza di fenomeni di familismo o la possibilità che la moltiplicazione delle sedi universitarie costituisca, in certi casi, uno spreco. Ma è del tutto pretestuoso e organico alla politica in atto sostenere che il familismo sia un fenomeno specifico dell'università, dove anzi (al di là delle manipolazioni e delle falsificazioni giornalistiche) la percentuale sembra fisiologica e decisamente inferiore a quel che succede ogni giorno nella politica, nel giornalismo, nell'industria, nella professione legale, nella gestione di farmacie o ristoranti, e insomma in qualsiasi settore produttivo di un paese bloccato come il nostro: dove (anche nei casi più virtuosi) l'attrazione dei modelli familiari e la disponibilità di competenze o risorse specifiche (il negozio della zia, la farmacia del nonno, la biblioteca del papà, ricca di 10 o 15.000 libri) sono forti fattori di scelta. Ed è altrettanto certo che nemmeno il più potente dei baroni universitari d'antan avrebbe potuto costruirsi un'inutile università collinare o montana senza la sponda entusiastica e interessata dei politici e dei loro elettori.

La tecnica del «calomnier, calomnier, il en restera toujours quelque chose» (calunniate calunniate, qualcosa resterà) – antica quanto l'uomo e attribuita infatti a Machiavelli come a Voltaire come a Goebbels – ha trovato nelle generalizzazioni sul familismo universitario un comodo terreno di applicazione, anche perché, a differenza dei politici o dei grandi industriali o dei chirurghi, gli accademici sono, di regola, inoffensivi. Mentre la decisione (assunta magari dopo aver fomentato gli eventuali sprechi di cui ci si lamenta) di far saltare l'intero sistema in nome di razionalizzazioni di spesa, ma più semplicemente perché "la cultura fa paura" e non si ha il coraggio o la capacità di intervenire su un 10 o 15% di degenerazioni locali è una scelta, oltre che pilatesca, suicida per il paese.

 

Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Traduzione libera: quel che non hanno fatto Berlinguer (Luigi, non Enrico N.d. A.) e Mussi, lo stanno facendo ora Tremonti e Gelmini.

Mentre scrivo (fine ottobre 2008), gli studenti e le famiglie degli studenti cominciano a capire che le leggi di politica scolastica e universitaria appena approvate assomigliano, per lungimiranza, alla decisione di un produttore di Brunello o di Sassicaia di sbarbare (toscano per "sradicare") le vigne per risparmiare, quest'inverno, sulla legna da ardere. Ma il ministro dell'università (non contento di passare, comunque, alla storia per il geniale – in termini di marketing politico – recupero dei grembiuli e del voto di condotta) ha appena annunciato che metterà mano a una riforma dell'università.

Riforma? N'atra vota? Nel caso il ministro non lo sapesse, mi permetto sommessamente di ricordare che l'università italiana – quella che ha formato, a bassissimo costo, scienziati tristi come Boeri, Giavazzi e Zingales e scienziati allegri, si fa per dire, come Pirandello, Fermi, Levi Montalcini e Dulbecco, Gianfranco Contini e Liliana Cavani, Margherita Hack, Nicola Cabibbo e Carlo Rubbia – è stata paralizzata per un interminabile decennio da una demenziale ondata di riforme e controriforme condotte con uguale supponenza e superficialità dai governi di sinistra e di destra che si sono succeduti al potere, frastornando 10 cicli di studenti (cioè qualche milione di cittadini) e distogliendo i migliori e i più versatili tra i loro professori dall'occuparsi serenamente, come succede nei paesi civili, di didattica e di ricerca.

Basti dire che – mentre tutti i nostri riformatori rimproverano ai professori la irresponsabile proliferazione dei corsi ecc. – la costruzione del primo gradino del famigerato 3 + 2 (la laurea triennale) è stata imposta alle università nella più totale ignoranza delle caratteristiche del secondo (la laurea specialistica e ora magistrale) e che il secondo gradino è stato ultimato senza che il ministero dell'epoca precisasse quali materie gli studenti avrebbero dovuto obbligatoriamente frequentare per poter accedere alla SISS (di cui si è appena decisa la soppressione). Questa stessa malfatata università sta portando a termine in questi giorni nuovi e onerosissimi adempimenti in servizio di ordinamenti didattici in linea con la più recente di queste controriforme, cioè la legge 270 del 2004, già stravolta negli ultimi due anni da numerosi decreti applicativi.

 

A meno di qualche miracolo, d'ora in avanti le università pubbliche dimenticheranno (a dispetto della Costituzione) di occuparsi di borse di studio per gli studenti più meritevoli, di investimenti nell'edilizia o nelle attrezzature scientifiche, di finanziamenti per la ricerca dei loro scienziati più capaci: in compenso, dall'asilo nido all'università, le mamme e i papà avranno cura che nel panierino dei loro rampolli ci sia il quotidiano fabbisogno di carta igienica, che la scuola italiana del terzo millennio non è più in grado di assicurare ai suoi frequentatori di ogni ordine e grado. Non vi pare che siamo stati riformati a sufficienza?


PAOLO TROVATO insegna Storia della lingua italiana all'Università di Ferrara e condirige la rivista Filologia italiana. Tra i lavori più recenti, ha curato un volume su Dante (Nuove prospettive sulla tradizione della "Commedia") e, con altri colleghi, il primo vocabolario storico in CD-ROM della nostra letteratura musicale (LesMu. Lessico della letteratura musicale italiana, 1490-1950), pubblicati entrambi a Firenze da Cesati nel 2007.

 
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