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I fiori di Darwin
OLIVER SACKS
JEAN-PIERRE CHANGEUX, L'uomo di verità, trad. di Alessandro
Serra, Milano, Feltrinelli, pp. 299, ? 30,00
Darwin's Garden: An Evolutionary Adventure, mostra al New York Botanical
Garden, New York, 25 aprile-20 luglio 2008; e all'Huntington Library and Botanical Gardens,
San Marino (California), 4 ottobre 2008-5 gennaio 2009. Catalogo della mostra a cura e con un saggio
di David Kohn, New York, New York Botanical Garden, pp. 66, $ 17,99 (paperback)
Darwin's Garden: An Evolutionary Adventure, mostra al New York Botanical
Garden, New York, 25 aprile-20 luglio 2008; e all'Huntington Library and Botanical Gardens,
San Marino (California), 4 ottobre 2008-5 gennaio 2009. Catalogo della mostra a cura e con un saggio
di David Kohn, New York, New York Botanical Garden, pp. 66, $ 17,99 (paperback)
Conosciamo tutti la storia canonica di Charles Darwin: appena ventiduenne, si imbarca sul
Beagle diretto in capo al mondo: Darwin in Patagonia, Darwin nelle pampas argentine (dove
riesce a prendere al lazo le zampe del suo cavallo); Darwin in Sudamerica, a raccogliere
ossa di giganteschi animali antidiluviani; Darwin (ancora fervente religioso) in Australia,
dove resta sbigottito alla vista di un canguro: «Certamente, due diversi Creatori dovevano
essere all'opera». E poi, naturalmente, Darwin alle Galápagos, dove constata
che i fringuelli sono diversi in ciascuna isola dell'arcipelago, cominciando in tal modo
a riflettere sugli spostamenti sismici e a comprendere in che modo gli esseri viventi si evolvono,
nozione che, un quarto di secolo dopo, sfocerà nella pubblicazione de L'origine
delle specie.
Qui la storia canonica raggiunge il suo apice, con l'uscita appunto di questo libro nel
novembre del 1859 e avrà, a mo' di elegiaco post-scriptum, una visione del vecchio
e infermo Darwin che nella ventina d'anni che gli restano si aggira nel giardino
di Down House senza alcun particolare scopo o programma, magari buttando giù un paio di libri...
ma ormai la sua opera maggiore è stata, da tempo, portata a termine.
Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Darwin rimase sempre estremamente
sensibile sia alle critiche che venivano mosse, sia alle prove addotte a sostegno della sua teoria,
tant'è vero che ciò lo indusse a dare alle stampe ben cinque edizioni rivedute
dell'Origine delle specie. Si sarà pure ritirato nel suo giardino e nelle
sue serre, dopo il 1859 (c'era un vasto parco intorno a Down House e c'erano cinque serre)
ma, per lui, divennero macchine belliche, dalle quali lanciava grossi missili carichi di dimostrazioni
e confutazioni agli scettici fra cui la descrizione di straordinarie strutture e comportamenti,
nelle piante, ch'erano assai difficilmente ascrivibili a un "disegno" del Creatore:
una massa di prove a favore dell'evoluzione e della selezione naturale assai più schiaccianti
di quelle addotte nel libro del '59.
Stranamente, perfino gli studiosi di Darwin prestano scarsa attenzione al suo lavoro di botanico,
benché esso si raccolga in sei libri e una settantina di saggi. Duane Isely, nel suo libro del
1994 One Hundred and One Botanists, scrive che mentre «su Darwin è stato
scritto più che su qualsiasi altro biologo … egli viene di rado presentato in veste
di botanico … Il fatto che abbia scritto svariati volumi intorno alle sue ricerche sulle
piante viene, sí, menzionato quasi da tutti i darwinisti, ma in modo casuale, come per dire
"beh, il grand'uomo ha bisogno di divagarsi di tanto in tanto"».
Persino oggi, in prossimità del secondo centenario della nascita di Darwin e a centocinquant'anni
dall'uscita del suo libro più noto, le cose stanno cosí ed è tenendo ciò
presente che il Botanical Garden di New York ha, di recente, inaugurato una mostra dal titolo Darwin's
Garden: An Evolutionary Adventure. La mostra contiene non soltanto delle ricostruzioni
dei giardini di Down House e di molti degli effettivi esperimenti che là Darwin effettuò,
ma anche una gran quantità di libri rari, saggi, lettere e disegni.
Darwin nutrí sempre uno speciale, tenero affetto per le piante, nonché una speciale
ammirazione («Mi ha fatto sempre piacere esaltare le piante alla stregua di esseri viventi
organizzati», ha scritto nella sua autobiografia). Egli crebbe in seno a una famiglia di
botanici: il nonno, Erasmus Darwin, aveva scritto un lungo poema dal titolo The Botanic Garden
e nel giardino e nell'orto della casa dei suoi si coltivavano non solo fiori ma anche alberi
da frutto su cui si praticavano innesti per accrescerne il vigore. Studente universitario a Cambridge,
frequentava assiduamente le lezioni del botanico J.S. Henslow e fu quest'ultimo che
riconosciute le straordinarie doti dell'allievo lo raccomandò perché
prendesse parte alla spedizione del Beagle.
Era a Henslow che Darwin scriveva dettagliatissime lettere piene di osservazioni sulla flora
e fauna dei luoghi da lui visitati. Lettere che, quando furono pubblicate, resero Darwin famoso
nei circoli scientifici ancor prima che il Beagle facesse ritorno in Inghilterra. E fu
altresí per Henslow che Darwin, alle Galápagos fece collezione di tutte le piante
in fiore; e notava come in diverse isole dell'arcipelago sussistevano spesso diverse specie
dello stesso genere. Ciò gli avrebbe in seguito fornito un'importante prova a sostegno
della tesi relativa al ruolo delle divergenze geografiche nell'origine di nuove specie.
Invero, come David Kohn rileva nel suo splendido saggio: «Gli esemplari di piante raccolti
da Darwin alle Galápagos (oltre 200) costituiscono la singola raccolta di organismi viventi,
nell'ambito delle storie naturali, che abbia esercitato la maggiore influenza, nell'ambito
dell'intera storia della scienza … Essi risulteranno altresí essere il miglior
esempio documentato addotto da Darwin riguardo all'evoluzione delle specie in quelle isole».
Gli uccelli raccolti da Darwin alle Galápagos, invece, non furono sempre correttamente
identificati o etichettati; e fu solo dopo il rientro in patria del Beagle che (con l'ausilio
di altri specimen raccolti da altri membri della spedizione) essi vennero smistati dall'ornitologo
John Gould.
Darwin era diventato amico di due insigni botanici: Joseph Dalton Hooker (dei Kew Gardens)
e Asa Gray (di Harvard). Hooker divenne suo confidente negli anni '40, il primo cui Darwin
mostrò la prima stesura del suo libro sull'evoluzione; e Asa Gray, intorno al 1855,
entrerà a far partedella cerchia dei suoi intimi. Sicché a entrambi Darwin avrebbe
scritto, con crescente entusiasmo, della «nostra teoria».
Darwin preferiva definirsi geologo (egli scrisse tre libri di geologia basati sulle osservazioni
fatte durante la crociera del Beagle; e concepí una singolare teoria sull'origine
degli atolli corallini, che troverà una conferma sperimentale solo nella seconda metà
del XX secolo) e insisteva a dire che non era un botanico. Uno dei motivi era che la botanica (nonostante
la precorritrice opera di Stephen Hales, Statica de' vegetali ed analisi dell'aria,
nel XVIII secolo, piena di affascinanti esperimenti sulla fisiologia delle piante) restava pur
sempre, quasi per intero, una disciplina descrittiva e tassonomica, per cui le piante venivano
identificate, classificate e nominate ma non indagate. Darwin, invece, era preminentemente
un indagatore, che si dava pensiero del "come" e del "perché", riguardo
alla struttura e al comportamento di una pianta, e non soltanto di constatare "che cosa"
fosse.
La botanica non era un semplice hobby per Darwin, come lo era invece per tanti in età vittoriana:
lo studio delle piante era sempre, per lui, subordinato a scopi teorici, e tale fine teoretico aveva
a che fare con l'evoluzione e la selezione naturale. Ha scritto infatti il figlio Francis:
«Era come se egli fosse dotato di una energia teorizzante pronta a fluire in qualsivoglia
canale alla minima perturbazione, sicché nessun dato di fatto, per quanto esiguo, poteva
far a meno di scatenare un flusso di teorie». E tale flusso andava nei due sensi: lo stesso Darwin
diceva spesso che «nessuno può dirsi buon osservatore a meno che non sia un attivo teoreta».
Nel Settecento, lo scienziato svedese Linneo aveva dimostrato che i fiori hanno organi sessuali
(pistilli e stami) e aveva basato su ciò le sue classificazioni. Ma allora si riteneva, quasi
universalmente, che i fiori si fertilizzassero da sé, perché altrimenti ogni fiore
avrebbe posseduto organi sia maschili sia femminili? Linneo stesso scherzava sopra questo concetto
e paragonava un fiore avente nove stami e un solo pistillo a una camera da letto ove una fanciulla
si coricasse con nove amanti. Un consimile concetto ricorre nel poema del nonno di Darwin, The
Botanic Garden, e più precisamente nella parte di esso intitolata "The Loves of
Plants". Questa era l'atmosfera che Darwin respirava da piccolo.
Ma dopo il ritorno in patria dal viaggio sul Beagle, Darwin si sentí costretto,
in capo a un paio d'anni, a porre in forse sul piano teorico la faccenda dell'autofertilizzazione
dei fiori. Nel 1837 scrisse su un taccuino: «Le piante aventi organi sia maschili sia femminili
non ricevono forse influenza da altre piante?». Se le piante sono destinate a evolversi
ragionava la fertilizzazione incrociata è indispensabile: in caso contrario
non potrebbe aver luogo alcun cambiamento, alcuna modifica, e avremmo visto succedersi perennemente
una singola pianta autoriproducentesi, anziché quella straordinaria gamma di specie differenziate
che invece vediamo. All'inizio degli anni '40, Darwin cominciò a mettere al cimento
la sua teoria sezionando svariati fiori (fra cui azalee e rododendri), riuscendo cosí a dimostrare
che molti fiori hanno mezzi strutturali atti a impedire o minimizzare l'autoimpollinazione.
Ma fu solo posteriormente alla pubblicazione dell'Origine delle specie (1859)
che Darwin poté rivolgere tutta la sua attenzione alle piante. E laddove la sua opera, da principio,
era soprattutto quella di un osservatore e collezionista, in seguito la sperimentazione divenne
lo strumento precipuo per ottenere nuove cognizioni.
Egli aveva notato al pari di altri che i fiori delle primule si presentano in due
diverse forme: la forma "a spillo" avente un lungo stilo la parte femminile del
fiore e la forma "sfilacciata" avente invece uno stilo corto. Si riteneva comunemente
che tale differenza non fosse tanto significativa. Ma Darwin sospettava che le cose stessero altrimenti.
Ed esaminando mazzolini di primule che i nipoti raccoglievano per lui, constatò che il rapporto
fra "spilli" e "filacce" era esattamente di uno a uno.
Ciò stimolò subito la fantasia di Darwin: il rapporto di uno a uno era ciò che
era lecito aspettarsi da specie in cui i maschi sono separati dalle femmine. Poteva dunque darsi
che i fiori a stilo lungo, quantunque ermafroditi, stessero per diventare fiori femmine e quelli
dallo stilo corto fiori maschi? Stava forse osservando forme intermedie l'evoluzione
in atto? Era una piacevole idea, ma non reggeva, poiché i fiori a corto stilo putativi
maschi producevano tanti semi quanto i fiori femmine dallo stilo lungo. Qui (come avrebbe
potuto dire il suo amico T.H. Huxley) si aveva una bella congettura assassinata da un brutto dato
di fatto. Qual era, dunque, il significato di quegli stili differenti e del loro rapporto di uno
a uno? Darwin smise di accampare teorie e cominciò a fare esperimenti. Con santa pazienza
prese a fungere lui stesso da impollinatore, sdraiato a pancia sotto sul prato, trasferendo polline
di fiore in fiore, da quelli a lungo-stilo a quelli a lungo-stilo, da quelli con lo stilo corto a quelli
con lo stilo corto, dai lungo-stiliti ai corto-stiliti e viceversa. Una volta prodottisi i semi,
li raccoglieva e li pesava. Riscontrò in tal modo che la messe maggiore di semi proveniva dai
fiori incrociati ( per cosí dire, eterosessuali). Ne dedusse che l'eterostilismo
(per cui le piante hanno lo stilo di diversa lunghezza) era uno speciale meccanismo che si era evoluto
per facilitare gli incroci; e che tale cross-breeding accresceva il numero e la vitalità
dei semi. Chiamò tale accrescimento hybrid vigour, vigore ibrido. In seguito scriverà:
«Non credo che alcunché, nella mia vita scientifica, mi abbia dato tanta soddisfazione
quanta ne ho avuta afferrando il significato della struttura di queste piante».
Anche se questo soggetto seguitò sempre a interessare Darwin (che pubblicò un libro
su di esso nel 1877: Le diverse forme dei fiori in piante della stessa specie), egli si scervellava
soprattutto per scoprire in che modo le piante fiorifere si siano adattate a usare gli insetti
come agenti per la loro fertilizzazione. Era già ben noto che gli insetti sono attratti
da certi fiori, li vanno a visitare e ne possono uscire coperti di polline. Ma nessuno aveva mai dato
a ciò tanta importanza, poiché si dava per scontato che i fiori si impollinassero da
se stessi.
Darwin aveva accampato sospetti al riguardo fin dal 1840 e, alcuni anni dopo, mise al chiodo
cinque dei suoi figli incaricandoli di rilevare le rotte seguite, nei loro voli, dai calabroni
maschi. Egli aveva una grande ammirazione per le orchidee "indigene" che crescevano
nei prati intorno a Down, quindi, cominciò da loro. Poi, con l'aiuto di amici e corrispondenti
che gli mandavano orchidee da studiare e in specie Hooker che nel frattempo era diventato
direttore dei Kew Gardens poté estendere le sue indagini alle orchidee tropicali
di ogni tipo.
Queste indagini procedettero bene e alla svelta tanto che nel 1862 poté mandare in tipografia
il manoscritto de I diversi apparecchi col mezzo dei quali le orchidee vengono fecondate dagli
insetti. Le sue intenzioni, o speranze, sono rese esplicite fin dall'incipit: «Nel
mio libro "On the Origin of Species" ho fornito soltanto generali ragioni a
sostegno della tesi per cui è una legge pressoché universale di natura a sancire che
i più elevati fra gli esseri viventi organici esigono un occasionale incrocio con un altro
individuo … Desidero qui dimostrare che non ho parlato a vanvera, bensí addentrandomi
in ogni dettaglio … Il presente trattato mi offre fra l'altro l'opportunità
di tentar di dimostrare che lo studio degli esseri viventi organici può rivestire tanto interesse,
per un osservatore che sia pienamente convinto che la struttura di ciascuno è soggetta a leggi
naturali, quanto ne riveste per chi sia convinto che ogni minimo dettaglio di qualsiasi struttura
è il risultato della diretta interposizione del Creatore».
Qui, in termini non ambigui, Darwin lancia il guanto di sfida, dicendo: "Lo spieghi meglio,
chi la sa più lunga!".
Darwin ha interrogato le orchidee, ha interpellato i fiori come nessuno aveva mai fatto prima
e, nel libro sulle orchidee, ha fornito innumerevoli dettagli, assai più che nel libro sull'Origine
delle specie. Ciò non perché lui fosse un pedante, ossessivamente pignolo, ma
perché convinto che ogni particolare sia potenzialmente significativo. Si dice, a volte,
che Dio è presente nei dettagli, ma per Darwin non è Dio bensí la selezione naturale
ad agire nel corso dei millenni e a risplendere nei dettagli, che sarebbero inintelligibili e privi
di senso se non fosse per la luce che la storia dell'evoluzione vi getta. Il figlio Francis
ha scritto, riguardo alle ricerche di botanica del padre, che «esse forniscono un valido
argomento contro quei critici che hanno abbondantemente sputato sentenze circa l'inutilità
di particolari strutture e circa la conseguente impossibilità che esse si siano sviluppate
mediante la selezione naturale. Le sue ricerche sulle orchidee lo hanno messo in grado di dire:
"Posso dimostrare il significato di certe creste o corna in apparenza insignificanti; e
chi può ora azzardarsi a dire che questa o quella struttura è inutile?"».
In un libro del 1793 intitolato Das entdeckte Geheimnis der Natur im Bau und in der Befruchtung
der Blumen [Il segreto della natura rivelato nella struttura e nella fertilizzazione
dei fiori], il botanico tedesco Christian Konrad Sprengel accuratissimo
osservatore aveva notato che le api, cariche di polline, lo trasportano da un fiore all'altro.
Darwin considerava meraviglioso il libro di Sprengel. Ma questi, pur avvicinandoglisi, non sciolse
il segreto finale poiché era vincolato all'idea linneiana dell'autofertilizzazione
dei fiori e riteneva che i fiori della medesima specie fossero essenzialmente identici. È
qui che Darwin compí una radicale svolta e svelò il segreto dei fiori, dimostrando che
le loro speciali caratteristiche i vari colori e le varie forme, i succhi e gli odori mediante
i quali attraggono gli insetti e i meccanismi con cui questi vengono impollinati sono altrettanti
espedienti e stratagemmi, grazie ai quali essi si sono evoluti al servizio dei processi di fertilizzazione
incrociata.
Ciò che prima era un idillico quadretto di insetti che ronzano intorno a fiori multicolori
adesso è diventato un essenziale dramma della vita, gravido di profondi significati biologici.
I colori e i profumi dei fiori si sono adattati ai sensi degli insetti. Per esempio, le api sono attratte
dai fiori gialli e cilestrini ma ignorano quelli rossi, perché non discernono questo colore.
D'altro canto, la loro capacità di vedere al di là del viola viene sfruttata
da quei fiori che hanno contrassegni ultravioletti: le cosiddette honeyguides che appunto
"guidano" le api verso il loro nettario. Le farfalle che ben distinguono il rosso, fertilizzano
i fiori rossi, ma possono ignorare quelli azzurri o viola. I fiori impollinati da insetti notturni
come le falene, tendono a essere incolori ma trasudano il loro odore di notte. Tutti i fiori che "mirano"
a essere impollinati dalle mosche che vivono di cose putride possono mimare odori
(per noi) nauseabondi.
Non è soltanto sull'evoluzione delle piante ma sull'evoluzione convergente
di piante e insetti che Darwin ha gettato i suoi lumi per primo. La selezione naturale ha fatto sí
che l'apparato orale degli insetti si adeguasse alla struttura dei loro fiori prediletti;
e Darwin si è divertito a fare profezie, qui. Esaminando un'orchidea del Madagascar
che possiede un nettario lungo trenta centimetri, predisse che si sarebbe trovata una falena dalla
proboscide abbastanza lunga da sondare quel deposito di nettare. Effettivamente un simile insetto
è stato scoperto decenni dopo la morte di Darwin.
Con L'origine delle specie Darwin lanciò un assalto frontale (per quanto
garbato nel fraseggio) contro il creazionismo; e pur se è andato molto cauto in quel
libro nel trattare dell'evoluzione del genere umano, ciò che è implicito
nella sua teoria era già perfettamente chiaro. Era soprattutto l'idea che l'uomo
possa essere considerato alla stregua di un qualsiasi animale di una scimmia disceso
da altri animali a provocare oltraggio e a essere messa in ludibrio. Ma per la maggior parte della
gente, le piante sono un'altra faccenda: non si muovono, non hanno sentimenti; appartengono
a un regno a sé stante, separato dal regno animale da un enorme divario. L'evoluzione
delle piante pensava Darwin può apparire meno rilevante, o meno minacciosa,
che non l'evoluzione degli animali e, quindi, più accessibile a una calma e razionale
presa in considerazione. In effetti, egli scrisse all'amico Asa Gray: «Nessun altro
si è reso conto che il mio precipuo intento, con il libro sulle orchidee, è quello di attaccare
il nemico sul fianco, mediante un'offensiva laterale». Darwin non era affatto bellicoso,
come invece il suo "bulldog" Huxley, ma sapeva benissimo che c'era una battaglia
da combattere, e non era restio a usare metafore militari.
Non è tuttavia la passione militante né la polemica a tenere il campo nel libro sulle
orchidee: è piuttosto una schietta gioia, il diletto che gli procura ciò ch'egli
vede. Tale diletto (dagli accenti addirittura esuberanti) balza fuori dalle sue lettere: «Non
potete rendervi conto di quanto mi sono divertito con le orchidee … Che meravigliose strutture!
… La bellezza dell'adattamento di questa o quella parte non mi sembra che abbia paragoni
… Sono quasi impazzito di fronte alla ricchezza delle orchidee … Una splendida Catasetum,
la più meravigliosa fra le orchidee che ho viste … Felice colui che ha, effettivamente,
visto sciami di api volare intorno a una Catasetum, con il dorso cosparso di polline! … Non
mi sono mai tanto appassionato ad alcun soggetto, in tutta la mia vita, come alle orchidee!».
La fertilizzazione dei fiori tenne impegnato Darwin fino alla fine dei suoi giorni e al libro
sulle orchidee terrà dietro, a quasi quindici anni di distanza, un libro a più ampio
spettro: Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale.
Ma le piante devono sopravvivere, fiorire e trovare (o creare) una "nicchia" nel
mondo se vogliono arrivare al punto della riproduzione. Pertanto Darwin si interessa in egual
misura agli espedienti e agli adattamenti mediante i quali le piante sono sopravvissute e ai loro
svariati e a volte stupefacenti stili di vita, che includono organi sensitivi e potenza motoria
affini a quelli degli animali.
Nel 1860, durante una vacanza estiva, fece conoscenza con le piante insettivore e se ne innamorò.
Subito intraprese una serie di indagini che culmineranno, di lí a quindici anni, nella pubblicazione
de Le piante insettivore, scritto in uno stile semplice e colloquiale. Si inizia con un
ricordo personale: «Mi stupí innanzi tutto constatare, in una brughiera del Sussex,
il gran numero di insetti che vengono catturati dalle foglie della comune rosolida (Drosera
rotundifolia). In una pianticella tutte e sei le foglie avevano catturato una preda
… Molte piante causano la morte degli insetti … senza trarne, a quanto pare, alcun
vantaggio. Ma mi fu subito chiaro che la Drosera è adattata, in modo eccellente, allo scopo
di catturare insetti».
L'idea di "adattamento" era sempre presente nella mente di Darwin e un'occhiata
alla rosolida gli bastò a constatare che si trattava di un adattamento di nuovissimo tipo,
dato che le foglie di Drosera non solo hanno una sostanza appiccicosa ma sono ricoperte
da sottili filamenti (da lui denominati «tentacoli») aventi in cima delle glandole.
A che scopo? «Se un piccolo oggetto organico o inorganico», osservò, «viene
deposto al centro di una foglia, esso trasmette un impulso motorio ai tentacoli marginali …
Ne sono affetti prima quelli più vicini, che lentamente si piegano verso il centro, poi anche
quelli più lontani, finché ecco che tutti risultano flessi sopra l'oggetto».
Se però l'oggetto si rivela non nutriente, viene subito lasciato.
Darwin passò a una dimostrazione pratica ponendo grumi di chiara d'uovo su alcune
foglie e scaglie di materia inorganica su altre. Queste ultime venivano subito lasciate cadere,
mentre l'albume veniva trattenuto e stimolava la formazione di un fermento e di un acido che
tosto lo digerivano, assorbendolo. La stessa sorte toccava agli insetti, specie se vivi. Pur essendo
priva di bocca, di intestino e di nervi, la Drosera cattura la preda e se ne nutre usando speciali
enzimi digestivi.
Darwin non si limitò a studiare il modo in cui la Drosera funziona ma si chiese anche
perché avesse adottato un tenore di vita cosí stravagante. Osservò che
queste piante vivono in terreni acquitrinosi relativamente poveri di materiali organici e di
azoto assimilabile. Poche piante potrebbero sopravvivere in siffatto ambiente, ma la Drosera
ha trovato il modo di stabilirvisi assorbendo l'azoto direttamente dagli insetti anziché
dal suolo. Sbigottito di fronte a tale coordinamento animalesco dei tentacoli della Drosera
che si chiudono sulla preda al modo stesso di quelli dell'anemone marino, nonché di
fronte alla sua capacità altrettanto animalesca di digerirla, Darwin scrisse ad Asa Gray:
«Trovo ingiusto il tuo giudizio sulla mia meritoria Drosera: è una pianta meravigliosa
o, piuttosto, un sagacissimo animale. Io, fin che campo, canterò le lodi della Drosera».
Il suo entusiasmo aumentò quando scoprí che praticando un piccolo intacco su una foglia
di Drosera soltanto una metà della foglia resta paralizzata, come se un nervo fosse
stato reciso. L'aspetto di codesta foglia scrisse assomiglia «a un uomo
dalla spina dorsale fratturata, le cui estremità sono rimaste paralizzate».
In seguito Darwin ricevette alcuni esemplari della cosiddetta Venus acchiappamosche (Dionaea
muscipula), pianta insettivora della stessa famiglia della rosolida. Non appena i peli,
simili a grilletti di pistola, della Dionea vengono toccati, le sue foglie a forma di imbuto
si chiudono, imprigionando l'insetto. Le reazioni della pianta sono talmente rapide che
Darwin si chiese se non ci fosse, per cosí dire, lo zampino dell'elettricità,
ossia qualcosa di analogo a un impulso nervoso. Ne discusse con un collega fisiologo, Burdon Sanderson,
e fu lieto di sentirgli dire e dimostrare che una corrente elettrica veniva perlappunto
generata dalle foglie di Dionea. Ne Le piante insettivore, Darwin scrive: «Quando
le foglie sono irritate, la corrente si propaga alla stessa maniera che durante la contrazione
dei muscoli di un animale».
Le piante sono generalmente ritenute insensate e immobili, ma quelle insettivore forniscono
una spettacolare smentita di tale nozione. E Darwin, che anelava a esaminare altri aspetti del
"moto" delle piante, si diede a studiare i rampicanti. Tale studio culminerà
nella pubblicazione de I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti. L'arrampicarsi
fu un efficace adattamento, che consentí a certe piante di far a meno di rigidi tessuti di sostegno
e sostenersi invece ad altre piante per elevarsi. Non v'è soltanto un modo, per arrampicarsi,
ma ve ne sono parecchi. Vi sono piante che si attorcigliano e salgono a spire, piante le cui foglie
emettono cirri e piante che salgono con l'uso di viticci. Queste ultime, in particolare,
affascinavano Darwin: era come se avessero «occhi» diceva e potessero
«ispezionare» il circondario alla ricerca di adeguati sostegni. «Io sono convinto,
Sir», scrisse ad Asa Gray, «che i viticci riescano a vedere». Come hanno potuto
attuarsi siffatti complessi adattamenti?
Darwin considerava le piante il cui fusto si avvolge intorno al sostegno come antenati dei rampicanti
le cui foglie emettono cirri, e pensava che da queste ultime si fossero evolute le piante dotate
di viticci; ogni cambiamento evolutivo, inoltre, comportava l'apertura di nuove nicchie
e nuovi ruoli per gli organismi nel loro ambiente. Insomma, le piante rampicanti si sono evolute
con l'andare del tempo, non furono create istantaneamente grazie a un fiat del padreterno.
Ma come ebbe inizio l'attorcigliamento? Darwin aveva osservato che movimenti a torsione,
negli steli, nelle radici, nelle foglie, si riscontrano in tutte le piante; e tali movimenti a spirale
da lui definiti circumnutation, possono pure osservarsi in piante "inferiori",
quali le felci, le cicadee e persino le alghe. Allorché le piante, crescendo, si volgono verso
la luce, esse non solo si spingono verso l'alto, ma si torcono, si muovono a spirale verso la
luce. La "circumnutazione" arrivò a pensare Darwin è una
predisposizione insita in tutte le piante e costituisce l'antecedente di tutti gli altri
movimenti tortili di esse.
Tali pensieri, sulla scia di dozzine di bellissimi esperimenti, vengono esposti nell'ultimo
dei libri botanici di Darwin, Il potere di movimento nelle piante, pubblicato nel 1880.
Fra i tanti ingegnosi esperimenti da lui descritti, ce n'è uno in cui, dopo aver seminato
dell'avena, espose le pianticelle a una luce proveniente da diverse fonti, e constatò
che l'avena si piegava o si torceva sempre verso la luce, anche quando questa era tanto fioca
da non essere percepita dall'occhio umano. V'era forse (come già egli aveva
presupposto all'estremità dei viticci) una regione sensibile alla luce, una sorta
di "occhio" in cima alle foglie di avena? Escogitò allora dei minuscoli cappucci,
anneriti con inchiostro di china, per "bendare" quelle foglie e notò che queste
non reagivano più alla luce. Era chiaro ne dedusse che, quando la luce feriva
la punta di una foglia, la stimolava a inviare una sorta di messaggio alle parti "motrici"
della pianticella per indurla a volgersi verso la luce. Analogamente, Darwin si accorse che le
radici primarie (o radichette) dei germogli, che debbono superare ogni sorta di ostacoli, sono
estremamente sensibili alla forza di gravità, ai contatti, alle pressioni, all'umidità,
ai gradienti chimici ecc. Egli ha scritto: «Non v'è alcuna struttura nelle piante
più mirabile (per quel che concerne le sue funzioni) che la punta delle radichette …
Non è esagerato dire che la punta della radichetta agisce come il cervello di un animale inferiore:
riceve impressioni dagli organi del senso e dirige svariati movimenti».
Ma, come osserva Janet Browne, Il potere di movimento nelle piante è un libro che
«suscitò molte impreviste controversie». La tesi darwiniana della circumnutation
fu duramente criticata. Darwin aveva invece visto in essa un importante balzo speculativo.
Una critica più feroce provenne dal botanico tedesco Julius Sachs, il quale, a detta della
Browne, «si faceva beffe della tesi darwiniana per cui la punta di una radice è paragonabile
al cervello di un animale e dichiarava che gli esperimenti casarecci di Darwin si affidavano a una
tecnologia ridicolmente difettosa».
Per quanto rudimentale fosse la tecnologia di Darwin, le sue osservazioni erano precise e corrette.
La sua idea di un messaggio trasmesso chimicamente dalla punta sensitiva di una foglia alla struttura
motrice della pianta era destinata a fare da battistrada, cinquant'anni dopo, alla scoperta
di ormoni vegetali, come l'auxina, che, nelle piante, svolgono gli stessi ruoli svolti,
negli animali, dal sistema nervoso.
Darwin fu reso invalido, per una quarantina d'anni, da un'enigmatica malattia
che lo aveva aggredito al ritorno dalle Galápagos. Per giorni interi, a volte, non faceva
che vomitare, o doveva restare in assoluto riposo; invecchiando, divenne inoltre cardiopatico.
Ma la sua energia intellettuale non si affievolí mai. Egli scrisse dieci libri, dopo L'origine
delle specie, per molti dei quali effettuò numerose revisioni, per non dir nulla di dozzine
di saggi, articoli e di innumerevoli lettere. Seguitò per tutta la vita a studiare e applicarsi
alle cose che lo interessavano. Nel 1877, per esempio, pubblicò un'edizione riveduta
e ampliata del suo libro sulle orchidee (uscito quindici anni prima). Il mio amico Eric Korn, antiquario
e studioso di Darwin, mi dice di aver trovato fra le pagine di una copia di questo libro, una ricevuta
di pugno di Darwin per due scellini e 9 pence destinati all'acquisto di un raro esemplare di
orchidea. La ricevuta reca una data del 1882, l'anno stesso della morte di Darwin, settantatreenne.
Dunque, era tuttora innamorato delle orchidee e seguitava a studiarle poche settimane prima di
morire, in aprile.
Il suo ultimo libro, La formazione della terra vegetale per l'azione dei lombrichi
con osservazioni intorno ai loro costumi, era uscito l'anno prima. In esso, Darwin ritornava
su uno dei soggetti prediletti i lombrichi sui quali aveva già scritto oltre
quarant'anni prima. A partire da modesti esperimenti condotti in giardino ed estrapolando
da essi Darwin asserisce che queste creature in apparenza insignificanti cui si
è sempre pensato, semmai, come a esseri nocivi, infestanti sono state "strumentali"
per modificare la geografia e la geologia del pianeta Terra, digerendo materie organiche e trasformandole
in terreno coltivabile. Egli ha calcolato che, nella sola Inghilterra, i lombrichi poterono trasformare
oltre cento miliardi di tonnellate di terra in mille anni. Il libro di Darwin sui vermi, a detta di
Robbin Moran, tratta «di come dei lenti, graduali processi protratti per lunghi periodi
di tempo possono sortire un grandioso effetto cumulativo. Dando loro abbastanza tempo,
i lombrichi potrebbero seppellire una casa. Il parallelo con la selezione naturale è ovvio».
La bellezza naturale, per Darwin, non è soltanto un fatto estetico: essa rispecchia sempre
funzionalità e adattamento in azione. Le orchidee non sono soltanto piante ornamentali,
da mettere in mostra in giardino o in casa, ma meravigliosi congegni, capolavori di fantasia della
natura: insomma, la selezione naturale all'opera. I fiori non hanno avuto bisogno di un Creatore,
ma sono interamente intelligibili come prodotti del caso e della selezione, di minuscole modifiche
e abbellimenti protratti per millenni. Questo, per Darwin, è il significato dei fiori, il
significato di ogni adattamento, nei regni vegetale e animale, il significato della selezione
naturale.
Si ha spesso la sensazione che Darwin, più di chiunque altro, abbia bandito il "significato"
dal mondo, nel senso di qualsivoglia disegno divino. Non sussiste infatti alcun progetto, alcun
modello, alcuna planimetria nel mondo di Darwin: la selezione naturale non segue alcun tracciato,
non ha né un fine né una meta né alcun traguardo verso cui tendere. Il darwinismo,
si suol dire spesso, ha affossato il pensiero teleologico. E tuttavia, il figlio di Darwin, Francis
ha scritto: «Uno dei maggiori servigi resi da mio padre alla storia naturale è il revival
della teleologia. L'evoluzionista studia lo scopo e il significato degli organi vitali
con lo stesso zelo dell'antico teleologo, ma con assai più ampi e più coerenti
scopi. Egli possiede e trae vigore dalla cognizione di star delineando non già isolati
concetti sull'economia del presente, bensí una coerente concezione sia del passato
sia del presente. E anche là dove egli non riesca a scoprire l'utilità di una
data parte, riesce comunque, grazie alla cognizione della sua struttura, a ravvisare la storia
delle trascorse vicissitudini nella vita delle specie. In tal modo si conferisce vigore e unità
allo studio delle forme di esseri viventi organizzati, di cui prima era carente».
E questo, lascia intendere Francis, è stato «effettuato quasi altrettanto bene
nelle opere botaniche di Darwin, quanto nell'Origine delle specie».
Nel chiedere perché, nel cercare un significato (non già in senso finalistico
bensí nel senso immediato dell'uso e dello scopo), Darwin ha reperito, nelle sue opere
di botanica, le più cogenti prove a sostegno dell'evoluzione e della selezione naturale.
E cosí facendo, ha trasformato la botanica da disciplina puramente descrittiva in scienza
evoluzionistica. La botanica, anzi, è la principale fra le scienze evoluzionistiche e le
opere botaniche di Darwin hanno fatto da battistrada a tutte le altre scienze evoluzionistiche,
dato che, per dirla con Theodosius Dobzhansky, «nulla in biologia avrebbe un senso se non
fosse visto alla luce dell'evoluzione».
Darwin alludeva all'Origine delle specie come a «un lungo ragionamento».
I suoi libri di botanica, invece sono più personali e lirici, meno sistematici nella forma,
a suo dire, e hanno garantito i loro effetti mediante dimostrazioni, non ragionamenti. Stando
a Francis Darwin, Asa Gray ebbe a osservare che «se i suoi libri di botanica fossero stati pubblicati
prima dell'Origine delle specie, i teologi "naturali" lo avrebbero
canonizzato anziché scagliargli anatemi».
Linus Pauling ha scritto, in un saggio autobiografico, di aver letto L'origine delle
specie a dieci anni. Io non fui altrettanto precoce e non sarei stato capace, a quell'età,
di seguire quel lungo ragionamento. Ma ebbi per intuito un preannuncio della darwiniana concezione
del mondo nel nostro giardino, che, d'estate, era pieno di fiori e le api volavano ronzando
da un'aiola all'altra. Fu mia madre, appassionata di botanica, a spiegarmi che cosa
facessero le api con le zampette gialle di polline, e in che modo le une dipendessero dagli altri.
La maggior parte dei fiori in quel giardino avevano colori vivaci ma avevamo anche due magnolie
dai grandi ma pallidi fiori inodori. I fiori di magnolia, pienamente sbocciati, pullulavano di
insetti simili a piccoli scarabei. La mamma mi spiegò che le magnolie erano fra le più
antiche piante fiorifere ed erano comparse sulla Terra quasi cento milioni di anni fa, al tempo
in cui insetti "moderni" come le api non si erano ancora evoluti, quindi dovevano fare
assegnamento su un insetto più antico come lo scarabeo per essere impollinate. Api e farfalle,
fiori multicolori e profumati, non essendo "preordinati" ossia non facendo parte
del programma, stavano ad aspettare dietro le quinte... e potrebbero non essere mai entrati in
scena. Si sarebbero evoluti nei secoli successivi a piccolissimi passi, di fase in infinitesima
fase, nel corso di milioni di anni. L'idea di un mondo senza api e farfalle, senza colori e profumi,
mi mise sgomento.
L'idea di sterminati eoni di tempo, l'idea della potenza di minuscole, accidentali
modifiche le quali, accumulandosi, avrebbero potuto generare nuovi mondi mondi estremamente
ricchi e vari era invece inebriante. La teoria evoluzionistica largí a molti di noi
la sensazione che ci fosse un profondo significato e ci impartí quella fede che la Divina Provvidenza
non era mai riuscita a infonderci. Il mondo che a noi si presentava divenne una superficie trasparente,
attraverso la quale si poteva discernere l'intera storia della vita. L'idea che le
cose sarebbero potute evolversi diversamente, che i dinosauri potessero ancora pascolare nelle
praterie americane o che gli esseri umani potessero non essersi mai evoluti in erecti e
in sapientes, era un'idea da capogiro. Faceva sí che la vita sembrasse assai
più preziosa, che fosse una stupenda avventura a puntate («un glorioso accidente»
per dirla con Stephen Jay Gould), non prestabilita e preordinata, ma sempre suscettibile di mutamenti
e di nuove esperienze.
La vita, sul nostro pianeta, vive da svariati miliardi di anni e noi alla lettera
impersoniamo questa millenaria storia, la rendiamo corporea nei nostri scheletri, nei nostri
istinti e comportamenti, nei nostri cromosomi. Noi esseri umani conserviamo, per esempio, i ruderi
dell'arcata branchiale (molto modificata) dei pesci nostri antenati e persino il sistema
neurale che un tempo remoto controllava i movimenti delle branchie ittiche. Come Darwin ha scritto
nell'Origine dell'uomo, «l'uomo reca tuttora nella sua struttura
corporea l'indelebile marchio delle sue umilissime origini».
Nel 1837, nel primo dei tanti taccuini sui quali avrebbe buttato giù appunti sul «problema
delle specie», Darwin disegnò un albero della vita la cui forma branchiata, cosí
archetipica e potente, sta come in bilico fra evoluzione ed estinzione. Darwin ha sempre posto
in risalto la continuità della vita, per cui tutti gli esseri viventi discendono da un comune
antenato o ceppo e quindi siamo tutti, in certo qual modo, imparentati gli uni agli
altri. Dunque gli umani non sono parenti soltanto delle scimmie e degli altri animali ma anche delle
piante. (Le piante e gli animali a noi oggi noti condividono il 70 per cento del loro DNA.) Eppure,
a causa dell'immane motore della selezione naturale, le varianti sono tali e tante che ogni
specie è più unica che rara, e anche ciascun individuo è unico.
L'albero della vita mostra, a prima vista, l'antichità e la parentela di
tutti gli organismi viventi; e mostra come si riscontrano discendenza e modifiche (binomio che
Darwin, all'inizio, usava al posto di "evoluzione") a ogni congiuntura. Mostra
altresí che l'evoluzione non si arresta mai, né mai si ripete, non torna mai indietro.
Dimostra infine l'ineluttabilità dell'estinzione: se un ramo di quest'albero
viene reciso, un dato sentiero evoluzionistico va perso per sempre.
Io gioisco al pensiero della mia unicità, della mia antichità biologica, della
mia parentela con tutte quante le forme di vita. Tale cognizione mi ràdica, mi consente
di sentirmi a casa mia nel mondo naturale, fa sí che io possa avvertire quello che è il
mio proprio senso del significato biologico, quale che sia il mio ruolo nel mondo culturale, umano.
E sebbene la vita animale sia assai più complessa di quella vegetale, e la vita umana più
complessa di quella degli animali, io seguo la traccia di codesto senso del significato biologico
fino alle tesi darwiniane sul significato dei fiori e fino alla mia infantile intuizione di tutto
ciò, in un giardino londinese, quasi una vita fa.
(Traduzione di Pier F. Paolini)
Sono particolarmente indebitato con David Kohn ed Eric Korn, nonché
con i funzionari del New York Botanic Garden Robbin Moran, Dennis Stevenson e Jan Stevenson per
gli stimoli da essi ricevuti e per le loro giovevoli critiche al presente saggio.
OLIVER SACKS, neurologo e scrittore, è autore di: Emicrania (1970), Risvegli
(1973), Su una gamba sola (1984), L'uomo che scambiò sua moglie per
un cappello (1985), Vedere voci (1989), Un antropologo su Marte (1995), L'isola
dei senza colore (1996) e Zio Tungsteno (2001), tutti pubblicati in Italia da Adelphi.
Per i tipi di Feltrinelli è invece uscito, nel 2004, il suo Diario di Oaxaca,
del 2002. Nel 2008 è uscita da Adelphi la traduzione italiana del suo ultimo libro Musicophilia:
Tales of Music and the Brain (2007)./p>
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