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Come funziona la mente
ISRAEL ROSENFIELD ed EDWARD ZIFF
JEAN-PIERRE CHANGEUX, L'uomo di verità, trad. di Alessandro
Serra, Milano, Feltrinelli, pp. 299, ? 30,00
JEAN-PIERRE CHANGEUX e ALAIN CONNES, Pensiero e materia, trad. di
Claudio Milanesi, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 198, €20,66
JEAN-PIERRE CHANGEUX e PAUL RICOEUR, La natura e la regola. Alle radici
del pensiero, trad. di Marianna Basile, Milano, Raffaello Cortina, pp. 318, €23,50
GERALD M. EDELMAN E GIULIO TONONI, Un universo di coscienza. Come la materia
diventa immaginazione, trad. di Silvio Ferraresi, Torino, Einaudi, pp. 301, €19,63
V.S. RAMACHANDRAN e SANDRA BLAKESLEE, La donna che morí dal ridere e altre
storie incredibili sui misteri della mente umana, pref. di Oliver Sacks, trad. di Laura Serra,
Milano, Mondadori, pp. 362, €8,80 (edizione economica)
GIACOMO RIZZOLATTI E CORRADO SINIGAGLIA, So quel che fai. Il cervello che
agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina, pp. 216, €21,00
1. Il ragionamento di Tremonti
Jean-Pierre Changeux è il neuroscienziato più famoso di Francia. Benché
negli Stati Uniti sia meno noto, ha diretto per più di trent'anni un famoso laboratorio
all'Institut Pasteur, è stato professore al Collège de France e ha scritto numerosi
lavori di esplorazione della «neurobiologia del significato». Oltre ai libri di cui
è l'unico autore, Changeux ha pubblicato due dialoghi di ampio respiro su mente e materia,
uno con il matematico Alain Connes e l'altro con il filosofo francese Paul Ricoeur, scomparso
nel 2005.
Changeux diventò maggiorenne in un momento propizio. Nato nel 1936, iniziò gli
studi quando l'avvento dell'era del DNA e delle immagini ad alta risoluzione del cervello
preannunciavano una serie di svolte spettacolari. Changeux prese parte a una di queste svolte
del progresso scientifico nel 1965, quando presentò, insieme a Jacques Monod e a Jeffries
Wyman, un importante modello delle interazioni tra le proteine nei batteri, che, applicato al
cervello, divenne decisivo per capire il comportamento dei neuroni. Da allora, ha scritto un gran
numero di libri che esplorano il funzionamento del cervello.
Il cervello, naturalmente, è oltremodo complesso: un fascio di qualche centinaia di
miliardi di neuroni, o cellule nervose, in cui ogni neurone ha fino a diecimila connessioni con
altri neuroni. Ma al livello fondamentale, quello del neurone, la struttura del cervello non è
difficile da capire. Al di sopra del corpo della cellula si estende una larga corona di piccoli rami
noti come "dendriti", che ricevono segnali da altri neuroni, mentre al di sotto si estende
un lungo tronco, o "assone", che conduce i messaggi neuronali, a volte estendendosi
per collegarsi ad altri neuroni. La struttura del neurone si presta naturalmente a un confronto
con i rami, il tronco e le radici di un albero, tanto che il termine tecnico per la struttura dei dendriti
è "arborizzazione" .
Il fatto che i neuroni usano l'elettricità per inviare segnali in tutto il corpo
è noto dall'inizio dell'Ottocento, ma uno straordinario esperimento realizzato
da Hermann von Hermholtz nel 1859 ha dimostrato che il sistema nervoso non telegrafa messaggi tra
i muscoli e il cervello, ma funziona in modo molto più lento dei fili di rame. Come scrive Changeux
ne L'uomo di verità, «stando al senso comune e alle immagini tradizionali,
la "mente" dovrebbe trasmettere le "idee" con una rapidità tale
da sfidare tutte le leggi della materia. In realtà fenomeno sorprendente
è quasi il contrario a prodursi: il cervello è lento, lentissimo anche in rapporto a
certi fenomeni fisici di base».
Ulteriori ricerche del grande anatomista spagnolo Santiago Ramón y Cajal hanno dimostrato
perché l'analogia con il telegrafo non regge: per la maggior parte i neuroni, invece
di congiungere le proprie estremità come fili giuntati, lasciano un certo spazio fra la
propria estremità che trasmette segnali e il recettore di tali segnali nel neurone adiacente.
In che modo i segnali provenienti dai neuroni riescono ad attraversare questo spazio, denominato
in seguito "fessura sinaptica" (la parola sinapsi deriva dal greco ÛÓ¿ÙÂÈÓ,
"congiungere"), divenne la più importante questione neurofisiologica dell'inizio
del XX secolo.
All'epoca, la maggior parte dei più insigni biologi presumeva che nel sistema nervoso
i neuroni usassero l'elettricità per inviare segnali al di là della fessura.
La fessura sinaptica media è estremamente piccola (è larga solo venti nanometri) e,
benché il sistema nervoso non possa funzionare alla velocità del telegrafo, non
era difficile immaginare che gli impulsi elettrici fossero in grado di superarla. Inoltre, data
la velocità di reazione dei nervi, la teoria alternativa, per cui gli impulsi elettrici
fanno sí che un segnale chimico superi la fessura sinaptica, sembrava fare affidamento su
un meccanismo troppo lento. Ma con il passare dei decenni si accumularono prove concrete a favore
della teoria chimica. Secondo Changeux, gli esperimenti iniziarono a suggerire che «il
nostro cervello non sfrutta in modo ottimale l'insieme delle forze disponibili nel mondo
fisico, ma si accontenta di lavorare con componenti ereditate da organismi primitivi …
che si sono conservate attraverso l'evoluzione biologica».
Negli anni Venti, un notevole esperimento di Otto Loewi fece capire per la prima volta come il
cervello sfrutta la sua eredità evolutiva allo scopo di comunicare. Loewi immerse un cuore
di rana in una soluzione salina e stimolò il nervo che normalmente rallenta il battito cardiaco.
Il ragionamento di Loewi era questo: se il rallentamento del cuore fosse stato causato non da un
impulso elettrico, ma da un agente chimico, la sostanza chimica trasmettitrice si sarebbe dispersa
nella soluzione salina. Loewi verificò tale ipotesi piazzando un secondo cuore nella soluzione:
se la trasmissione nervosa fosse stata chimica e non elettrica, suppose, allora la sostanza chimica
che rallentava il primo cuore, dispersa nella soluzione, avrebbe rallentato anche il secondo.
Alla sostanza rilasciata dal nervo in questione, che si chiama nervo vago, Loewi diede il nome
di Vagusstoff; oggi è nota con il nome di neurotrasmettitore acetilcolina. Prima della fine
degli anni Cinquanta altri esperimenti dimostrarono definitivamente che la maggior parte dei
neuroni, pur usando l'elettricità internamente, per attraversare la fessura sinaptica
e comunicare con il neurone successivo nella catena devono far ricorso a sostanze chimiche.
Changeux iniziò il suo lavoro in questa fase, quando i metodi fondamentali della comunicazione
tra neuroni erano stati determinati, ma si era appena iniziato a indagare sui particolari dei meccanismi
chimici. Grazie alle nuove immagini ad alta risoluzione fornite dai microscopi elettronici,
prodotte per la prima volta da Sanford Palay e George Palade nel 1955, i biologi potevano finalmente
vedere le minuscole strutture della sinapsi. Scoprirono che l'estremità trasmittente
del neurone, chiamata terminale nervoso, è piena di minuscole sacche, o vescicole, ognuna
contenente all'incirca cinquemila molecole di una sostanza chimica specifica, il neurotrasmettitore.
Quando un segnale elettrico scende lungo il neurone, stimola le vescicole e riempie la fessura
sinaptica con le molecole del neurotrasmettitore. I neurotrasmettitori chimici si legano alle
proteine dette recettori presenti sulla superficie del neurone che sta appena al di là
della fessura sinaptica, determinando l'apertura di un poro e consentendo ad atomi elettricamente
carichi detti ioni di riversarsi nel neurone. In tal modo, il segnale chimico viene riconvertito
in un segnale elettrico e il messaggio viene trasmesso al neurone successivo.
Questi processi erano ancora piuttosto misteriosi nel 1965, quando il giovane Changeux, lavorando
assieme a Jacques Monod, il suo maestro, e allo scienziato americano Jeffries Wyman, elaborò
una delle teorie per cui è più famoso. I tre scienziati, che allora studiavano il metabolismo,
cercavano di spiegare in che modo la struttura di un enzima possa stabilizzarsi quando si lega a
un'altra molecola. Più tardi, Changeux individuò un'analogia con il sistema
nervoso. Quando un neurotrasmettitore si lega a un recettore tiene aperto un poro, garantendone
il funzionamento, un passo decisivo per riconvertire il segnale chimico del neurotrasmettitore
in un impulso elettrico. La scoperta di Changeux identificò il meccanismo di base della comunicazione
tra molti neuroni e i suoi risultati si basavano sull'articolo di carattere più generale
che aveva scritto assieme a Wyman e a Monod. 1
Avendo elaborato una teoria operativa della comunicazione tra neuroni, Changeux passò
a studiare come strutture più ampie avrebbero potuto modificare queste interazioni fondamentali.
Una teoria di vecchia data, presentata da Donald Hebb nel 1949, suggeriva che i neuroni avrebbero
potuto aumentare la forza della connessione mediante segnali ripetuti. Secondo lo slogan che
descriveva la teoria, "i neuroni che scaricano insieme si cablano insieme". Hebb credeva
che scariche neuronali ripetute avrebbero prodotto ricordi più saldi, o schemi di pensiero
più veloci. I ricercatori, tuttavia, scoprirono che certe reti regolatorie potevano ottenere
effetti molto più diffusi distribuendo specifici neurotrasmettitori, come la dopamina
e l'acetilcolina, in intere regioni cerebrali, rafforzando le connessioni senza le scariche
ripetute richieste da Hebb.
Changeux si concentrò su queste reti di distribuzione specializzate. Da tempo era noto
che la nicotina agisce sullo stesso recettore del neurotrasmettitore acetilcolina. Changeux
si rese conto che ciò poteva spiegare tanto gli ovvi vantaggi della nicotina maggiore
concentrazione, rilassamento ecc. quanto i suoi più sconcertanti effetti a lungo
termine. Per esempio, sebbene il fumo sia nocivo per la salute, alcuni studi mostrano che i fumatori
tendono a soffrire in percentuali molto più basse del morbo di Alzheimer e di quello di Parkinson.
Changeux scoprí che la nicotina, legandosi agli stessi recettori dell'acetilcolina,
riproduce alcuni dei benefici di questo neurotrasmettitore rafforzando le connessioni neuronali
in tutto il cervello. La nicotina non è chimicamente identica all'acetilcolina, ma
può imitarne gli effetti. Da allora il laboratorio del neuroscienziato francese si è
concentrato sul funzionamento del sistema nicotina/acetilcolina e Changeux ha cercato di spiegare
come tutti questi sistemi regolatori, agendo in maniera congiunta, possono produrre l'esperienza
che chiamiamo coscienza oltre a concetti più astratti, come la verità.
Come avviene, allora, che la massa di cellule del cervello produce la nostra esperienza della
visione, del suono e dell'immaginazione? Secondo Changeux, il cervello del bambino piccolo
non è una tabula rasa, che riceve ogni esperienza e insegnamento ciò che vede
e ciò che ne deve pensare dall'esterno. Il cervello del bambino, inoltre, non
è preprogrammato, le sue reazioni non sono predeterminate e non è incapace di modificarsi
e adattarsi. Piuttosto, come Changeux iniziò a ipotizzare alla fine degli anni Settanta
e conferma nel libro scritto con Paul Ricoeur La natura e la regola, il cervello,
già nell'embrione, produce, mediante l'azione genetica, «oggetti
mentali di un tipo particolare che si possono chiamare prerappresentazioni, abbozzi,
schemi, modelli».
In base a tale teoria, l'attività elettrica spontanea, si legge ne L'uomo
di verità, «contribuendo a una sorta di "generatore di diversità"
di tipo darwiniano», crea reti dinamiche e altamente variabili di cellule nervose, la cui
variazione è paragonabile alla variazione del DNA. Queste reti danno poi origine ai movimenti
riflessi del neonato. Con il tempo, i movimenti del bambino diventano più coordinati. Le
reti neurali associate ai movimenti più riusciti come afferrare un oggetto
vengono "selezionate"; in altre parole, la loro attività viene rafforzata
mentre le giunzioni sinaptiche si stabilizzano. Durante l'esplorazione dell'ambiente
in cui vive, la competizione darwiniana rafforza alcune di queste reti transitorie abbastanza
da farne parti relativamente permanenti del repertorio comportamentale del bambino. Changeux
chiama tale processo, delineato per la prima volta in un articolo del 1976, «apprendimento
per selezione».
Gli animali e i bambini piccoli conducono questa versione in miniatura della selezione naturale
grazie a quelli che Changeux definisce «giochi cognitivi». Un esempio famoso riguarda
i segnali d'allarme del cercopiteco verde africano. Le scimmie adulte usano un vocabolario
di suoni semplice, ma efficace, per avvisare del pericolo: un forte latrato per i leopardi, una
specie di doppio colpo di tosse per le aquile e un sibilo per i serpenti. Con loro grande sorpresa,
i ricercatori hanno scoperto che i cuccioli sibilano ai serpenti senza aver ricevuto istruzioni
esplicite. Changeux scrive: «Sembra che i serpenti suscitino una paura universale innata,
sviluppatasi probabilmente molto presto durante l'evoluzione dei vertebrati superiori».
Quando gli adulti confermano il giudizio del piccolo emettendo a loro volta qualche sibilo, la
prerappresentazione prodotta per via genetica viene premiata e rafforzata.
I piccoli, tuttavia, hanno bisogno di istruzioni più esplicite per proteggersi da predatori,
come le aquile, per cui il loro condizionamento genetico è minore. «Allo "stato
iniziale", le scimmie neonate reagiscono a qualunque forma voli nell'aria, dimostrando
cosí di appartenere alla grande classe degli uccelli. Poi, poco a poco, si produce una stabilizzazione
selettiva della risposta alla forma delle specie pericolose … Se, nel gruppo, il primo
grido d'allarme è emesso da un giovane, l'adulto più vicino alza gli occhi.
Se vede un uccello inoffensivo, non reagisce. Se invece la giovane scimmia ha davvero individuato
la presenza di un'aquila marziale, l'adulto reagisce e lancia a sua volta un grido d'allarme
… Il grido d'allarme dell'adulto convalida, quando è giusto, il rapporto
tra forma e suono che si è stabilito nel cervello della giovane scimmia.»
Questo processo di apprendimento dei segnali d'allarme che avviene per tentativi, con
conferma o soppressione, dimostra il genere di giochi cognitivi che si svolgono costantemente
grazie all'interazione tra cervello e ambiente. Via via che aumenta il numero dei comportamenti
che producono buoni risultati, secondo Changeux, essi rafforzano la capacità di manipolare
coscientemente l'ambiente. La maggioranza delle azioni non è vantaggiosa e, poiché
ogni neurone compete con altri per l'utilizzo di risorse limitate, molti dei neuroni meno
utili finiscono letteralmente per estinguersi. L'ipotesi di Changeux è quindi: «Apprendere
è eliminare».
Nella visione di Changeux, già nell'utero l'attività elettrica
spontanea tra i neuroni crea reti altamente variabili di cellule nervose; le reti vengono poi selezionate
e rafforzate dagli stimoli ambientali; si può dire che tali reti rafforzate "rappresentino"
gli stimoli per esempio, la comparsa di un predatore anche se nessuna rete particolare
di cellule nervose rappresenta esclusivamente un insieme di stimoli. L'ambiente non "istruisce"
direttamente il cervello; non imprime immagini precise nella memoria. Piuttosto, agendo attraverso
i nostri sensi, l'ambiente seleziona certe reti e rafforza le loro connessioni. 2
Determinante per tale processo di selezione, secondo Changeux, è il sistema di ricompensa
del cervello: la reazione di piacere. La dopamina fa parte di un sistema di ricompensa che è
importante per il comportamento degli animali e degli esseri umani; quando proviamo piacere e
sensazioni di benessere i livelli di dopamina sono elevati. Il piacere è associato all'anticipazione
di attività essenziali per la sopravvivenza alimentazione e sesso, per esempio
e alle attività stesse. Changeux descrive un esperimento particolarmente significativo:
«Quando un animale addestrato riesce ad afferrare la nocciolina nascosta in una scatola
di cui non può vedere l'interno, l'attività dei neuroni dopaminergici
aumenta nel momento in cui l'animale riconosce il cibo con le dita».
Ma gli oppiacei, l'alcol, i cannabinoidi, la nicotina e altre droghe possono anche far
aumentare il rilascio di dopamina e sconvolgere il normale funzionamento del sistema di ricompensa.
Un ratto che riceve un'infusione di cocaina nel cervello dopo che ha premuto una leva continuerà
a premerla ripetutamente trascurando di mangiare e di bere. Anche lo zucchero può dare assuefazione.
Per la verità, i National Institutes of Health stanno valutando se i cibi ricchi di grassi
e zuccheri siano da classificare come sostanze che provocano dipendenza, nella stessa categoria
della nicotina, dell'alcol e della cocaina.
In generale, i comportamenti associati al piacere sono rafforzati dal rilascio di dopamina;
di conseguenza, le giunzioni sinaptiche delle reti neuronali associate si stabilizzano. E quando
si stabilizzano, i cambiamenti nel funzionamento del cervello spesso diventano permanenti.
Un ex cocainomane che sia riuscito a vivere senza droga per dieci anni può provare un irresistibile
bisogno di cocaina se ritorna in un luogo che evoca esperienze passate di assunzione di droga. Ma
i ricordi che vengono evocati sono ricostruzioni. «Ogni evocazione di ricordi», si
legge ne La natura e la regola, «è una ricostruzione che parte da tracce fisiche
immagazzinate nel cervello in forma latente, al livello, per esempio, dei recettori di neurotrasmettitori».
Invece di riportare alla mente tanto le esperienze di euforia e di piacere quanto quelle dell'astinenza
dolorosa, i ricordi del tossicodipendente possono essere sconvolti dalle forti connessioni
neurali create in precedenza dalla droga. Solo se la memoria si basa sulla ricostruzione di tracce
fisiche latenti, e non sul ricordo diretto di eventi passati, sostiene Changeux, può esistere
questo tipo di compulsioni a lungo termine indotte dalla droga.
Ne L'uomo di verità, Changeux collega la memoria all'acquisizione
della conoscenza e alla verifica della sua validità, come si fa nella scienza in generale.
«A questo punto», scrive, «possiamo tentare di delineare uno schema plausibile
delle basi neuronali del "significato". Il modello semplice secondo il quale ogni
rappresentazione neurale di una sensazione complessa come "Renault gialla" sarebbe
trattenuta da un solo neurone di rango gerarchico elevato … gode ormai di scarso credito.
Lo schema più ricorrente è quello della attivazione di una popolazione di neuroni,
fermo restando che ogni neurone attivato può possedere una "singolarità"
che gli è propria. Insiemi distinti di neuroni presenti in mappe sensoriali, motorie, associative
o d'altro genere, sarebbero legati tra loro in una medesima unità distribuita …
che attiva più territori distinti e funzionalmente specifici del cervello come una realizzazione
neuronale plausibile del significato … Non si tratta di una topologia esatta e riproducibile
punto per punto delle connessioni anatomiche, ma di una mappa di rapporti funzionali».
Per certi versi le idee di Changeux sono simili alla teoria del darwinismo neurale di Gerald
Edelman. Per entrambi gli studiosi la selezione darwiniana è una parte essenziale del funzionamento
del cervello. I due, tuttavia, hanno visioni radicalmente diverse delle conseguenze dei meccanismi
cerebrali selettivi per quanto riguarda la natura della funzione cerebrale, della conoscenza,
della memoria e della coscienza. I nostri sensi, nella visione di Edelman, si trovano di fronte
un mondo caotico, in perenne cambiamento, che non ha etichette. Il cervello deve creare il significato
dal caos. In Un universo di coscienza, il libro scritto insieme a Giulio Tononi, Edelman
sostiene: «Si tende a credere che la memoria implichi l'iscrizione e l'archiviazione
di informazioni. Ma che cosa viene archiviato? Forse un messaggio codificato? E quando viene "chiamato
dalla memoria" o recuperato, è identico a prima? In queste domande si evidenzia la credenza
diffusa che l'oggetto archiviato sia una sorta di rappresentazione». Pertanto, continua,
«adotteremo il punto di vista contrario, coerente con un'impostazione selezionista,
secondo cui la memoria non è rappresentazionale».3
Sebbene anche Changeux consideri essenziale la selezione per la formazione della memoria,
egli, a differenza di Edelman, ritiene che un insieme di circuiti neuronali, una volta selezionato
per la formazione di un ricordo, diventi parte di una struttura relativamente stabile, «un
quadro intenzionale», scrive ne L'uomo di verità, che «può
essere concepito come un insieme di rappresentazioni globali di lunga durata». Anche se
gli schemi precisi di connettività nella rete possono variare da un individuo all'altro,
secondo Changeux, le sue relazioni funzionali (o significati stabilizzati) rimangono costanti:
«Un modello ridotto e semplificato, neuronale e quindi fisico, della realtà esterna
sarebbe cosí selezionato e archiviato in memoria nel cervello. Questi oggetti di memoria
esisterebbero "realmente" nel nostro cervello sotto "forme" latenti,
composte da tracce neuronali stabili».
Changeux scrive che i ricordi possono essere modificati dall'aggiunta di nuove informazioni,
o «da conoscenze preesistenti o da risonanze emotive che si mescolerebbero ai ricordi reali
dell'esperienza passata».
In contrasto con la descrizione di Changeux, crediamo che Edelman abbia una visione diversa
e assai più profonda della memoria e di ciò che essa rivela circa la natura del significato
e della funzione cerebrale. L'ipotesi proposta da entrambi è che durante la formazione
dei ricordi, le nostre interazioni con il mondo provochino una selezione naturale darwiniana
di circuiti neurali, più o meno come quando il corpo, invaso da un virus, "seleziona"
gli anticorpi più potenti da uno smisurato repertorio di anticorpi messi a disposizione
dal sistema immunitario. Secondo Edelman, tuttavia, il ricordo che ne deriva non è una rappresentazione
del mondo esterno, non più di quanto l'anticorpo che ha protetto il corpo da un'infezione
virale sia una rappresentazione del virus in questione. Eppure l'anticorpo può proteggere
il corpo da un futuro attacco di quel virus, proprio come i circuiti neurali possono contribuire
alla rievocazione del ricordo. La memoria invece, scrive Edelman, è la capacità
di «ripetere un atto fisico o mentale a distanza di tempo anche se il contesto è mutato
… Nella nostra definizione sottolineiamo il concetto di "ripetizione a distanza
di tempo" perché è la capacità di ricreare un atto dopo un certo tempo trascorso
dall'originario insieme di segnali a caratterizzare la memoria. E, parlando di un contesto
mutevole, poniamo attenzione a una proprietà fondamentale della memoria del cervello:
in un certo senso è una forma di ricategorizzazione costruttiva di un'esperienza
in corso e non una riproduzione puntuale di una sequenza passata di eventi».
Per Edelman, quindi, la memoria non è un «modello ridotto» della realtà
esterna, ma un processo dinamico che ci permette di ripetere un atto mentale o fisico: «La
conclusione generale è che, qualunque ne sia la forma, la memoria in sé è una proprietà
del sistema. Non si può identificare esclusivamente con i circuiti, con le variazioni sinaptiche,
con la biochimica, con i vincoli dei valori o con la dinamica comportamentale. È il risultato
dinamico delle interazioni di tutti questi fattori concertati, il cui ruolo è selezionare
un segnale in uscita che ripeta un compito o un atto. Le caratteristiche generali di un determinato
compito possono essere simili a un compito precedente. Tuttavia, l'insieme di neuroni sotteso
a due esercizi simili in tempi differenti può essere e di solito è differente.
Questa proprietà assicura che si possa ripetere lo stesso atto, nonostante rimarchevoli
mutamenti di ambiente e di contesto, con il procedere dell'esperienza». La validità
dell'approccio di Changeux e di quello di Edelman deve ancora essere verificata da ulteriori
indagini sulla funzione del cervello. I dettagli dei processi neurofisiologici in questione
sono ancora in gran parte inesplorati.
Di fatto, la «realtà esterna» è una costruzione del cervello. I nostri
sensi hanno di fronte un mondo caotico in continuo cambiamento, che non ha etichette, e il cervello
deve decifrare quel caos. Sono le correlazioni tra informazioni sensoriali stabilite dal cervello
a creare la conoscenza che abbiamo del nostro ambiente, come i suoni delle parole e la musica, le
immagini che vediamo guardando un quadro o una fotografia, i colori che percepiamo: «La
percezione non è un semplice riflesso del segnale sensoriale immediato», scrivono
Edelman e Tononi, «ma implica una costruzione o una comparazione effettuata dal cervello».
Per esempio, contrariamente alla nostra esperienza visiva, nel mondo non esistono colori,
ma solo onde elettromagnetiche di molte frequenze diverse. Il cervello confronta la quantità
di luce riflessa con le lunghezze d'onda lunghe (rosso), medie (verde) e corte (blu) e da questi
confronti crea i colori che vediamo. La quantità di luce riflessa da una particolare superficie
un tavolo, per esempio dipende dalla frequenza e dall'intensità della
luce che la colpisce; alcune superfici riflettono maggiormente le frequenze a onde corte, altre
quelle a onde lunghe. Se non potessimo confrontare la presenza di queste lunghezze d'onda
e fossimo consapevoli soltanto delle singole frequenze della luce ciascuna delle quali
sarebbe percepita come grigio, di una luminosità o di una oscurità dipendente
dall'intensità della luce che colpisce la superficie le frequenze e le intensità
normalmente variabili della luce del giorno (come all'alba, o quando una nuvola copre temporaneamente
il sole) creerebbero un'immagine confondente di grigi mutevoli. I nostri mondi visivi sono
stabili perché il cervello, attraverso la percezione del colore, semplifica l'ambiente
confrontando momento per momento i livelli di luminosità o di oscurità nelle diverse
frequenze. 4
Il problema della rappresentazione, del significato e della memoria è illustrato anche
dal caso di un paziente che ha perso un braccio in un incidente. Il cervello compie un evidente tentativo
di conservare un senso unitario di sé, come accade spesso, e crea un arto "fantasma".
L'arto fantasma provoca dolore al paziente. Il cervello sa che l'arto non c'è;
il dolore deriva dall'incoerenza tra ciò che il cervello "vede" (braccio
assente) e la sua "sensazione" che sia presente un fantasma che esso stesso ha creato
cercando di mantenere un senso unitario di sé in continuità con il passato. È
un dolore che non è creato da stimoli esterni e non si può eliminare con gli antidolorifici.
Un caso famoso è quello di un giovane che aveva perso una mano in un incidente di moto. Seguendo
una procedura terapeutica ideata da Vilayanur Ramachandran (autore insieme a Sandra Blakeslee
de La donna che morí dal ridere, in cui descrive il caso), il paziente infilò
la mano sana in uno dei due comparti di una scatola e "inserí" la mano fantasma dall'altra
parte. Uno dei comparti della scatola conteneva uno specchio in posizione verticale, che rimandava
il riflesso della mano sana. Il paziente, dopo aver osservato nello specchio l'immagine
della sua mano reale, fu invitato a compiere gli stessi movimenti con entrambe le "mani",
cosa che suggerí al suo cervello un movimento reale da parte della mano persa. Immediatamente,
il dolore scomparve. Anche se il giovane era perfettamente consapevole dell'inganno
aveva sotto gli occhi il moncherino del braccio amputato, nell'altro comparto l'immagine
visiva aveva avuto la meglio sulla sua sensazione di essere ingannato. Vedere per credere! Il dolore
l'effetto dell'incoerenza tra la creazione da parte del cervello di un arto
fantasma e la consapevolezza visiva che la mano non c'era più scomparve; ciò
che il paziente vedeva (una mano nello specchio) corrispondeva perfettamente a ciò che sentiva
(un fantasma).
Secondo la neurologa italiana Angela Sirigu, che ha condotto esperimenti simili usando un
video al posto dello specchio, «all'origine del dolore da arto fantasma vi è la
dissonanza tra l'immagine di se stessi e il proprio corpo danneggiato. Veder funzionare
di nuovo la mano persa riduce la dissonanza anche se il paziente è consapevole del tiro che
gli stanno giocando». 5
Il fatto che il paziente provi un dolore da arto fantasma e che subito dopo, quando vede la sua
mano sana allo specchio, il dolore scompaia non è che uno dei molti esempi neurologici di quella
che potremmo chiamare la sindrome del dottor Jekyll e del signor Hide: il paziente in certi momenti
vede e ricorda un mondo e in altri un mondo del tutto diverso.6 L'arto fantasma
è il modo in cui il cervello cerca di conservare l'immagine del corpo un senso
di sé che è essenziale per tutta l'attività coerente del cervello. Come
nel caso dei colori, l'arto fantasma suggerisce che tutto ciò che vediamo, sentiamo
e proviamo è un'invenzione del cervello un'integrazione del passato
(la perdita dell'arto) e del presente (un fantasma che è essenziale affinché
il cervello continui a funzionare "normalmente").
In generale, ogni ricordo si riferisce non solo alla persona, all'evento o all'oggetto
ricordati, ma anche alla persona che ricorda. L'essenza della memoria è la riproduzione
soggettiva, non meccanica, e un aspetto fondamentale di questa psicologia soggettiva è
che ogni immagine, persona, luogo, idea che si ricordano contiene inevitabilmente, in modo esplicito
o implicito, un riferimento fondamentale alla persona che ricorda.
La nostra vita cosciente è un flusso costante, o un'integrazione, del nostro passato
prossimo e del nostro presente ciò che Henri Bergson chiamava le souvenir du présent
(1908) e che Edelman, più recentemente, ha definito il presente ricordato (1989).
La coscienza, in questa concezione, non è né rappresentazioni richiamate alla mente
né il presente immediato, ma qualcosa di un genere diverso (come i colori sono di un genere
diverso rispetto alla luminosità od oscurità di diverse lunghezze d'onda
riflesse).
L'importanza dell'immagine del corpo e dell'attività motoria per
la percezione, il movimento vero e proprio e il pensiero è suggerita dalla recente scoperta
dei "neuroni specchio" da parte di Giacomo Rizzolatti e dei suoi colleghi. Nei loro
esperimenti, hanno osservato che i neuroni che scaricavano quando una scimmia afferrava un oggetto
scaricavano anche quando la scimmia osservava uno scienziato che afferrava quello stesso oggetto.
A quanto pare, la scimmia capiva l'azione dello sperimentatore, perché l'attività
del suo cervello era simile quando la scimmia osservava lo sperimentatore e quando afferrava l'oggetto.
Il punto sorprendente è che gli stessi neuroni che producevano "azioni motorie",
cioè azioni che implicano un movimento dei muscoli, erano attivi anche quando la scimmia
vedeva eseguire le stesse azioni da altri.
Il «rigido confine», scrivono Rizzolatti e Corrado Sinigaglia in So quel che
fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, «tra processi percettivi, cognitivi
e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa
nella dinamica dell'azione, risultando più articolata e composita di come in passato
è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello
che comprende».
È grazie ai neuroni specchio che siamo in grado di riconoscere e capire le azioni degli
altri. Come scrivono Rizzolatti e Sinigaglia, questa comprensione «dipende in prima istanza
dal nostro patrimonio motorio». 7 La nostra capacità di capire
e reagire alle emozioni altrui potrebbe dipendere dall'abilità imitativa dell'attività
neuronale dell'individuo che osserviamo.
Quando vediamo un amico che piange possiamo provare comprensione perché l'attività
del nostro cervello è simile a quella della persona in lacrime. Riconosciamo il disgusto
di un'altra persona grazie alla nostra esperienza della sensazione di disgusto e dell'attività
neurale associata. Rizzolatti e Sinigaglia scrivono: «Le nostre percezioni degli atti
e delle reazioni emotive altrui appaiono accumunate da un meccanismo specchio che consente al
nostro cervello di riconoscere immediatamente quanto vediamo, sentiamo o immaginiamo fare da
altri, poiché innesca le stesse strutture neurali … responsabili delle nostre azioni
o delle nostre emozioni».
La natura delle "rappresentazioni" cerebrali se esiste qualcosa del genere
del mondo, di sé, del passato e del presente, continua a essere un mistero, come suggeriscono
i diversi approcci descritti: la concezione di Changeux delle «rappresentazioni globali
di lunga durata», la visione di Edelman e di Tononi della memoria come ricategorizzazione
costruttiva e la stupefacente scoperta di Rizzolatti dei neuroni specchio suggeriscono che conosciamo
e capiamo gli altri, in una certa misura, grazie all'imitazione neurale.
Come mostrano queste diverse concezioni, anche se siamo ben lontani dal capire la natura della
memoria, della percezione e del significato, è nondimeno grazie al lavoro di scienziati
come Changeux, Edelman e Rizzolatti che abbiamo raggiunto una comprensione migliore della complessità
delle esperienze soggettive. Forse in futuro le nuove scoperte genetiche e neurofisiologiche
e i risultati che si otterranno con le tecniche di brain imaging illumineranno i problemi
relativi alle funzioni superiori del cervello. Una scoperta scientifica inaspettata potrà
gettare nuova luce su qualcosa che pensavamo di conoscere da sempre: i neuroni specchio, scrive
Rizzolatti, mostrano «quanto radicato e profondo sia il legame che ci unisce agli altri,
ovvero quanto bizzarro sia concepire un io senza un noi».
(Traduzione di Simonetta Frediani)
1 J. Monod, J. Wyman e J.P. Changeux, "On the nature of allosteric transitions:
a plausible model", Journal of Molecular Biology, 12, 1965, pp. 88-118.
2 I circuiti neurali selezionati nella formazione dei ricordi possono essere
rafforzati con l'aumento dei recettori di neurotrasmettitori alle giunzioni sinaptiche.
Tale processo è noto come "potenziamento a lungo termine". L'indebolimento
o l'eliminazione di circuiti può portare a una perdita di memoria, che normalmente
è associata all'invecchiamento, ma è accelerata nelle malattie neurodegenerative.
Nel morbo di Alzheimer, per esempio, alcuni gruppi di neuroni, tra cui quelli dell'ippocampo,
una regione del cervello importante per la funzione della memoria, perdono le sinapsi e alla fine
muoiono, producendo un deterioramento della memoria. Nonostante le ampie indagini, la causa
della morte dei neuroni nel morbo di Alzheimer è ancora sconosciuta. Segnalo, per inciso,
che alcune ricerche recenti sulla perdita di memoria sono citate da S. Halpern in "Memory:
Forgetting Is the New Normal", Time, 8 maggio 2008.
3 Per un approfondimento, si vedano I. Rosenfield, "Neural Darwinism: A
New Approach to Memory and Perception", The New York Review of Books, 9 ottobre 1986;
e Id., L'invenzione della memoria, Milano, Rizzoli, 1989 (ed. orig. 1988).
4 Si veda O. Sacks e R. Wasserman, "The Case of the Colorblind Painter,"
The New York Review of Books, 19 novembre 1987 (O. Sacks, "Il caso del pittore che non
vedeva i colori", in Id., Un antropologo su Marte, Milano, Adelphi, 1998, ed. orig.
1996).
5 Si veda Le Monde, 6 gennaio 2004.
6 Si veda I. Rosenfield, Lo strano, il familiare e il dimenticato, Milano,
Rizzoli, 1992 (ed. orig. 1992), per una discussione più ampia; e K. Reilly et al.,
"Persistent Hand Motor Commands in the Amputees' Brain", Brain, agosto
2006, per le prove che il cervello, nonostante la perdita di un arto, continua a generare i comandi
motori normali.
7 V.S. Ramachandran è convinto che i neuroni specchio potranno fornire altri
indizi sulla natura del dolore da arto fantasma: ha osservato questo dolore scomparire per dieci
o quindici minuti quando un paziente guardava un volontario che si sfregava una mano e ha ipotizzato
che la soppressione del dolore in questi casi potrebbe coinvolgere i neuroni specchio. Ma il meccanismo
della soppressione del dolore è tutt'altro che chiaro.
ISRAEL ROSENFIELD, insegna presso la University of New York City (CUNY). È noto al lettore
italiano come autore di: L'invenzione della memoria (Rizzoli, 1989) e Lo strano,
il familiare e il dimenticato (Rizzoli, 1992). Il suo libro più recente è Freud's
Megalomania(Norton, 2000).
EDWARD ZIFF insegna Biochimica alla NYU School of Medicine.
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