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Berlusconi IV
GIANFRANCO PASQUINO
MARK DONOVAN e PAOLO ONOFRI (a cura di), Politica in Italia. I fatti dell'anno
e le interpretazioni. Edizione 2008, Bologna, Il Mulino, pp. 362, €26,00
Per le sue dimensioni e per le sue modalità, la vittoria elettorale dello schieramento
di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, nell'aprile 2008, sembra in grado di costituire
uno spartiacque nella storia politica italiana del dopo 1993. Ha sicuramente messo a nudo un complesso
di elementi politici, istituzionali e sociali per quanto meno visibili e meno evidenti,
forse anche meno compresi, ma certamente molto più importanti che meritano grande
e specifica attenzione. Nel frattempo, proliferano interpretazioni più o meno semplicistiche
relative al presente e al futuro del sistema politico e della democrazia italiana. Secondo alcuni,
saremmo sulla strada di un "regime", con riferimento, non tanto nascosto, al fascismo;
secondo altri, invece, sta "semplicemente" cambiando ancora una volta la configurazione
politica del sistema; secondo altri ancora, la vittoria di Berlusconi rivela qualcosa di più
profondo sia sulla democrazia italiana qualcosa che, forse, avremmo già dovuto
comprendere ponendovi rimedio per tempo sia su quello che è stata la sinistra. Ciascuna
di queste interpretazioni dovrebbe essere sottoposta a qualche forma di controllo e verifica,
meglio se con riferimento a qualche dato attendibile e convincente.
Il dato centrale e cruciale della situazione post-1993 è che di cinque elezioni generali
Berlusconi ne ha vinte tre, ne ha persa una, quella del 2006, per soli 24.500 voti (ma il suo schieramento
ha anche ottenuto 400 mila voti in più al Senato), ne ha persa un'altra, quella del 1996,
ma quello che chiamerò il suo "blocco sociale" ottenne comunque la maggioranza
dei voti e soltanto la decisione della Lega di "correre da sola" impedí che quella
maggioranza numerico-elettorale si traducesse in maggioranza parlamentare e governativa.
Qualsiasi discussione, accademica, politica, tecnica, sull'incidenza della televisione
e del conflitto di interessi sulle vittorie di Berlusconi non può eludere l'analisi
del dato numerico della distribuzione delle preferenze degli elettori italiani nell'ultimo
quindicennio.
In leggero subordine, sta il dato relativo a quello che, in mancanza di meglio, chiamerò
"centro-sinistra". Questo articolato e composito schieramento, che in molti momenti
è stato sicuramente assimilabile all'Armata Brancaleone, suscitando simili amare
ilarità, e il suo leader, Romano Prodi, piuttosto che sottolineare le loro due fortunose
vittorie, dovrebbero spiegare perché i loro governi siano durati, rispettivamente, poco
più (maggio 1996-ottobre 1998) e poco meno (aprile 2006-gennaio 2008) di due anni. Sicuramente,
entrambi i drammatici tracolli non sono stati opera di un qualche "destino cinico e baro"
e neppure di regole elettorali e istituzionali che debbano essere riformate con quella fretta
che è cattiva consigliera, soprattutto per chi non ha idee chiare e buone in materia. E che
le idee non fossero né buone né chiare lo conferma, seppure involontariamente, il capitolo
di Gianfranco Baldini, "La campagna per il referendum e le prospettive di riforma elettorale",
nel volume Politica in Italia. I fatti dell'anno e le interpretazioni, curato da
Mark Donovan e Paolo Onofri. 1
Tuttavia, le sinistre e il Partito Democratico portano gravi responsabilità nell'ascesa,
nell'accesso al governo, nell'affermazione politica di Berlusconi: quindici anni
di incapacità a costruire un'alternativa efficace e duratura, competitiva. Quei
pochi ulivisti ed esponenti del centro-sinistra che avevano idee chiare in materia avrebbero
dovuto, fin dal minuto successivo alla formazione del governo Prodi II, dedicare le loro energie
proprio alla stesura di una nuova legge elettorale. È deprimente inseguire i sedicenti riformatori
della cosiddetta Unione nella loro progettazione di riforme elettorali che venivano palesemente
formulate con l'obiettivo primario non di migliorare il circuito "elettori-partiti-parlamento-governo",
ma di attribuire vantaggi particolaristici ai partiti grandi, in special modo al neonato Partito
Democratico. L'efficace e collaudato sistema elettorale tedesco si stagliava come soluzione
plausibile che avrebbe ottenuto anche il cruciale sostegno dell'UDC, di una qualche utilità
anche in vista del dopo-voto. Venne respinto dal segretario del Partito Democratico per testarda
ostinazione su un ignoto e pasticciato ibrido in salsa spagnolo-tedesca. Il prevedibile esito
fu che si tornò a votare con il sistema elettorale vigente, a suo tempo definito, alquanto
sopra le righe, dal candidato Prodi, «anti-democratico, incostituzionale, anti-patriottico».
Forse, la definizione che meglio si attaglia al sistema poi definito «porcata»
dal suo artefice, l'allora ministro per le Riforme Istituzionali, Roberto Calderoli ,
è semplicemente "partitocratico".
Le lunghe liste di candidature bloccate (ovvero senza possibilità alcuna di voto di
preferenza) consentono infatti ai dirigenti di partito non soltanto di selezionare e mettere
in graduatoria i candidati preferiti, ma, praticamente, con un minimo di conoscenza dell'andamento
del loro consenso elettorale, di nominare quasi tutti i loro parlamentari. Una volta "nominati"
e seduti sui banchi del parlamento, questi parlamentari offrono la straordinaria garanzia di
essere assolutamente disciplinati, pena, ovviamente, la non-ricandidatura. La solidità
della maggioranza parlamentare di Berlusconi dipende anche da questo elemento, e non si tratta
di un piccolo particolare. La debolezza del discorso politico-parlamentare (governo-ombra
incluso) del Partito Democratico dipende anche dalla esistenza di potentissimi incentivi per
ciascun parlamentare a rimanere allineato e nascosto. Chi si muove «esce dalla fotografia»,
ebbe a dire vent'anni fa, in maniera efficacissima, il numero due del Partito Socialista
spagnolo, Alfonso Guerra, per imporre la disciplina assoluta ai suoi parlamentari.
Il deplorevole e deprecabile elemento della nomina dei parlamentari a opera dei partitocrati
non ha impedito alla legge elettorale di funzionare almeno sotto due punti di vista. Primo: il suo
premio in seggi che sebbene nel caso del Senato sia distribuito regione per regione, e pertanto
mantenga qualche rischio per la rappresentanza in quel ramo del parlamento ha conferito
cospicue e affidabili maggioranze al Popolo della Libertà. Qualcuno sostiene che quelle
maggioranze sono fin troppo ampie, ma se il criterio deve essere quello di un minimo di seggi disponibili
affinché l'opposizione sia in grado di svolgere il suo ruolo, allora i numeri per una
opposizione adeguata esistono. Secondo: le due soglie di sbarramento, almeno 4 per cento dei voti
alla Camera e almeno 8 per cento al Senato, hanno penalizzato ed escluso da entrambi i rami del parlamento
tutti i partiti piccoli che soltanto le grandi, eterogenee e pasticciate ammucchiate avevano
salvato nel 2006.
I numeri contano, ma, in questo caso, molto ha contato anche la decisione del segretario del
Partito Democratico, Walter Veltroni, di correre "da solo" e, ancora di più,
di fare campagna elettorale chiedendo un "voto utile", cioè per entrambi i partiti
maggiori. Naturalmente, la decisione di correre da soli, comunque motivata (porre fine alle alleanze
elettorali eterogenee che rendono poi quasi impossibile governare2 e che,
in sostanza, deturperebbero il profilo riformista di governo del PD), ha avuto una doppia
valenza. Da un lato, è stata un atto di coraggio, dall'altro, è apparsa un segno
di disperazione. Nella prospettiva di una assolutamente probabile, ma sottovalutata, sconfitta,
Veltroni e il suo staff scelsero di perder da soli, in piedi, non appesantiti e non azzoppati da alleati
che non avrebbero comunque consentito loro di andare lontano. Dal canto loro, gli ex alleati: Rifondazione
Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica, affastellati sotto l'etichetta
di Sinistra Arcobaleno, senza programma e senza rinnovamento di personale politico, sono stati
clamorosamente e meritatamente bocciati dagli elettori, perdendo quasi tre quarti dei voti che
avevano ottenuto nel 2006 e finendo esclusi dal parlamento. Cosicché, un mix virtuoso di
scelte dei dirigenti, in primis, di quelli del Partito Democratico e del Popolo della Libertà
(nato da una quasi fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale), unitamente a comportamenti
razionali degli elettori orientati a fare contare di più il proprio voto, incanalato da stringenti
meccanismi elettorali (soglie di esclusione e premi di maggioranza), ha portato a una imprevista
e drastica semplificazione dello schieramento dei partiti nel parlamento italiano. Sono sopravvissuti
soltanto in cinque: nell'ordine di dimensione parlamentare misurata in seggi alla Camera
dei deputati, il Popolo delle Libertà e il Partito Democratico la cui costruzione
viene meticolosamente analizzata, rispettivamente, da Mark Donovan ("Il centro-destra:
conflitti, unità e mobilitazione permanente") e da Marc Lazar ("La nascita
del Partito Democratico") , la Lega Nord, l'Unione di Centro, l'Italia
dei Valori.
Possiamo naturalmente interrogarci su vantaggi e inconvenienti derivanti dalla riduzione
della rappresentanza parlamentare (cioè delle preferenze politiche, economiche, sociali
degli elettori italiani), ma possiamo anche pensare che è soprattutto all'opposizione
che, nel suo stesso interesse, corre l'obbligo di interrogarsi su come rappresentare e raggiungere
quelle preferenze e su come organizzarsi per farlo. Negli otto mesi trascorsi dalla secca sconfitta
non sembra però che nel Partito Democratico, per il quale valgono i molti puntuali e simpatetici
interrogativi sollevati da Marc Lazar, sia emersa sufficiente consapevolezza del problema né
tantomeno abbia fatto la sua comparsa una qualche originalità di soluzioni. Sebbene,
quasi come un mantra, alcuni esponenti non marginali dell'opposizione continuino a parlare
di riforme istituzionali sulle quali intessere un dialogo con il governo, in verità è
soltanto la Lega a essere interessata ai voti dell'opposizione ed esclusivamente su un non
meglio definito federalismo "fiscale" (al momento, in seguito si vedrà).
E qualche volta sembra che l'opposizione si illuda di usare la Lega ottenendo in cambio del
suo voto a favore del federalismo chi sa quale comportamento legislativo che destabilizzi il governo.
Sufficientemente furbo per sapere che, nelle condizioni sistemiche attuali, qualsiasi destabilizzazione
andrebbe anche a scapito della Lega, Bossi si limita a dichiarazioni e gesti esemplari che non pongono
nessuna sfida alla maggioranza e al governo di cui fa parte.
Nel frattempo, nella sua attività di governo, Berlusconi dimostra quanto sbagliata
fosse la ricetta di quelli che volevano e che ancora auspicano il cosiddetto "Premierato
forte". Sono serviti. Senza l'introduzione di inutili e controproducenti marchingegni
istituzionali, c'è un premier che è forte, anzi, fortissimo, come possono esserlo
i capi di governo in tutte le democrazie parlamentari, poiché possiede e guida una solida
maggioranza in seggi conquistata dal suo partito. Fortunatamente, la presidenza della Repubblica
garantisce freni e contrappesi configurati anche dalla competenza istituzionale di Giorgio
Napolitano (il cui operato avrebbe certamente giustificato un capitolo apposito). Il problema
è che, guardando in maniera strumentale alle regole e ai meccanismi istituzionali, dividendosi,
non tanto in tradizionali correnti, ma in moderne Fondazioni, il Partito Democratico non sta affatto
(ri)organizzando la sua politica. Soprattutto, non sembra avere capito che la vittoria di Berlusconi
e il suo governo non sono avvenimenti congiunturali, ma riflettono strutture profonde nella società
italiana e nella sua dinamica di lungo periodo che come l'antipolitica, alla quale
Donovan e Onofri dedicano molte pagine (forse, sopravvalutando il peso di Beppe Grillo)
la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista avevano tenuto solo temporaneamente sotto controllo.
Detto molto sinteticamente, la società italiana è ritornata a essere fortemente
frammentata, in termini di occupazione e status, molto egoista, clientelare, incline a battersi
per conservare i propri privilegi a tutti i livelli. Varrebbe forse la pena, mentre i sociologi
ancora si dividono sulla utilità, validità, applicabilità della categoria
interpretativa "familismo amorale", usata dal politologo Edward Banfield cinquant'anni
fa (e bene ha fatto il Mulino a ripubblicare per la terza volta nel 2006 il libro, Le basi morali
di una società arretrata, con una problematica introduzione di Arnaldo Bagnasco),
esplorarne le manifestazioni, a cominciare, per esempio, dal sistema di potere costruito dalla
famiglia Mastella in Campania, ma, certamente, non fermandosi lí. Questa società
italiana, frammentata lungo linee regionali, di collocazione, di ceto e di appartenenza familiare,
che, purtroppo, i cinque capitoli di Politica in Italia3 colgono soltanto
in maniera parziale, costituisce la base, non tanto transeunte, del potere politico di Berlusconi.
È diventata, per ostilità alla sinistra e per atteggiamenti antipolitici, espressi
e interpretati alla grande e con continuità da Berlusconi e da Bossi, un blocco sociale
sufficientemente compatto, certamente in grado di durare nel tempo se alimentato e organizzato
dal Popolo delle Libertà.
La risposta di Veltroni, manifestatasi nella scelta di alcune candidature emblematiche,
è stata sostanzialmente sbagliata. La candidatura di una giovane ricercatrice non dice
nulla sulle politiche universitarie del PD. Un operaio non segnala affatto che il PD mette in cima
alle sue priorità una diversa politica salariale anche come volano dello sviluppo. Prefetti
e generali non rassicurano automaticamente sulla validità delle politiche di ordine
pubblico e contro la criminalità. Un industriale veneto di destra non attira affatto il
voto né degli industriali né dei veneti. Neppure un giovane industriale rampollo della
razza padana cambia il tempo che trova. Queste distillate candidature fanno soltanto emergere
il profilo di un partito elettoralistico di tipo "pigliatutti". Non disegnano l'immagine
dirompente e trascinante di un partito "a vocazione maggioritaria", di governo. Quando
poi la casta dei democratici di sinistra si riproduce, senza suscitare critiche, paracadutando
i suoi favoriti in qua e in là, a prescindere da qualsiasi legame con il mitico territorio
e, per esempio, ricandidando per la sesta volta la moglie toscana di Piero Fassino in Sicilia e ponendo
la capogruppo al Senato, la siciliana Anna Finocchiaro, giunta alla sua settima legislatura,
in testa alla lista dei senatori dell'Emilia Romagna, il capolavoro della rappresentanza
territoriale e del radicamento politico è completato. Appare chiaro che con il complesso
di queste candidature non si scalfisce neppure minimamente il blocco sociale della destra né
si migliora l'immagine della rappresentanza politica e di interessi che il PD dovrebbe offrire
in limpida alternativa.
A fronte di un apparentemente solido blocco sociale di destra che si riproduce nel tempo, apparirebbe
utile costruire un blocco alternativo facendo uso della politica. Nelle molte aree nelle quali
è partito di governo locale, il PD dovrebbe dimostrare che sa usare la politica per distruggere
rendite e privilegi, a cominciare da quelli della sua casta, continuando con quelli dei dirigenti
e dei dipendenti pubblici (ma non soltanto per non lasciare un merito eccessivo al ministro Renato
Brunetta), per finire con quelli dei sindacati, il cui particolarismo non giova ai lavoratori
né nel breve né nel medio termine (come forse il caso Alitalia avrebbe dovuto insegnare
parecchio tempo fa). Per quante trasformazioni la "nuova stagione" di Veltroni tenti
di portare, il Partito Democratico non riscuoterà un successo duraturo se non riesce a
riscoprire la politica, quella, per intenderci, che, grazie all'operato delle socialdemocrazie,
del keynesismo e del welfare, ha saputo fare del XX secolo, nella definizione del sociologo liberale
Ralf Dahrendorf, «il secolo socialdemocratico». Non è fuor di luogo sostenere
che per cambiare l'Italia potrebbe essere sufficiente un decennio socialdemocratico.
Per conquistare quel decennio, è tuttavia essenziale la presenza di politici socialdemocratici
conseguenti, non di effimeri e volubili predicatori democratici. Al proposito, pare curioso
come i politici dentro il Partito Democratico, pur senza indicare soluzioni alternative di un
certo spessore, risultino molto più critici dell'operato e delle omissioni del loro
segretario Veltroni di quanto siano gli intellettuali, di riferimento o di area. A sua volta, pur
fin troppo simpatetico nei confronti del Partito Democratico, Lazar si limita a rilevarne la novità
e a individuare i problemi, ma perde l'occasione di evidenziare gli errori alcuni
dei quali veri e propri "peccati originali", a cominciare dalla frettolosa fusione
fra DS e Margherita e a continuare con l'assenza di qualsivoglia elaborazione di cultura
politica innovativa che nel 2008 sono apparsi in tutta la loro gravità e appesantiscono
qualsiasi azione del partito.
Fin qui la politica, ma esistono segni che il blocco sociale berlusconiano conduca a un "regime"?
Come dimostrano gli esemplari comportamenti sia del presidente della Repubblica sia dei giudici
della Corte Costituzionale, le istituzioni "tengono". Risultano, come dovrebbero,
sine ira ac studio, effettivi freni e contrappesi a tentazioni/tentativi di straripamento
della maggioranza di governo. Ma, per l'appunto, presidenza e Corte svolgono un compito
costituzionale di controllo e di bilanciamento. È probabile che continueranno a farlo,
in condizioni difficili, per tutti i prossimi cinque anni. Tuttavia, se l'opposizione non
incomincia ad analizzare le dinamiche sociali, non organizza la sua politica, non riesce a disarticolare
il blocco sociale della destra, allora gli anni nei quali sarà costretta a mangiare «pane
e cicoria», per usare la memorabile espressione di uno dei suoi dirigenti, Francesco Rutelli,
peraltro, né denutrito né malnutrito, saranno più numerosi, probabilmente
il doppio. A meno che Berlusconi non intenda "saltare", come corre voce, la possibilità
di dare vita a un suo quinto governo, per farsi eleggere da una sua rinnovata maggioranza parlamentare
alla presidenza della Repubblica nel 2013. Dopotutto, in quell'anno starà per compiere
soltanto 77 anni e i suoi tre predecessori sono entrati tutti in carica quando erano già
ottantenni. Anche questo è un commento, anzi, un dato, della politica italiana, che è
molto significativo e rivelatore: politici vecchi per una politica vecchia.
1 I volumi annuali di Politica in Italia fanno, dal 1986,
il punto sugli avvenimenti politici rilevanti. Nel caso in esame, i vari capitoli si riferiscono
a quanto successo nel 2007.
2 È quanto mettono in rilievo i due curatori Mark
Donovan e Paolo Onofri nella loro introduzione.
3 Dedicati alle liberalizzazioni (Andrea Boiari), a «sanità,
federalismo fiscale e servizi pubblici locali» (Massimo Ordigno e Gilberto Turati), alle
«politiche sociali del governo di centro-sinistra» (Massimo Baldini e Paolo Bosi),
alle divisioni politiche sulle unioni di fatto (Luigi Cuccarini) e alla mancanza di sicurezza
in Italia (Laura Sartori).
GIANFRANCO PASQUINO è professore di Scienza politica presso l'Università
di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi volumi più
recenti sono: Sistemi politici comparati (Bononia University Press, 2007, 3a
ed.); Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb, 2007, anche in rete: <www.scriptaweb.it>);
e Prima lezione di scienza politica (Laterza, 2008). Ha inoltre curato Strumenti
della democrazia (Il Mulino, 2007).
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