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Molta paura, poca speranza, niente logica
MARCO SANTAMBROGIO
GIULIO TREMONTI, La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina
e la via per superarla, Milano, Mondadori, pp. 112, €16,00
1. Il ragionamento di Tremonti
In pochissimo tempo dieci anni, non di più il mondo è cambiato.
Un miliardo di persone, quasi tutte in Asia, sono entrate nell'economia di mercato; i prezzi
dei prodotti di base, a cominciare da quelli alimentari, e delle materie prime, e in particolare
del petrolio, hanno preso a salire vertiginosamente; la prospettiva di un disastro ambientale
si fa più concreta; tensioni geopolitiche finora impensabili si stanno accumulando. Forse
chi stava bene continuerà a star bene, ma chi stava male tra cui la maggior parte degli
europei e gli italiani in particolare starà ancor peggio. La povertà, l'insicurezza
e forze oscure, irrazionali e violente, ci minacciano. Di qui la grande paura di cui parla il libro
di Giulio Tremonti, La paura e la speranza.
Di chi la colpa? Innanzitutto di alcuni benintenzionati filantropi, ispirati da un'ideologia
vecchia di due secoli, l'Illuminismo. Poi di predicatori e fanatici che hanno fatto del liberismo
economico una nuova ideologia, una fede secolare che promette felicità per tutti: il mercatismo,
l'«ideologia forsennata dello sviluppo forzato spinto dalla sola e assoluta forza
del mercato». Infine di politici mercatisti irresponsabili, che con istantanea precipitazione
hanno firmato a Marrakech il 15 aprile 1994 l'accordo della World Trade Organization sul
libero commercio mondiale. Da quel giorno il mondo non è più come prima: dopo cinque
soli anni le forze messe in campo nel 1994 si sono scatenate e ora gli effetti sono sotto i nostri occhi.
C'è speranza? Solo se riusciremo a fermare il mercatismo, perché la crisi
è dovuta in primo luogo a questo motore ideologico della globalizzazione. E poiché
il mercatismo (da non confondersi col liberalismo) sostiene che il mercato e le forze che lo animano
hanno assoluta priorità, bisogna in primo luogo riaffermare «una visione diversa
della vita, meno materiale e più spirituale, meno chiusa nel privato e nel laissez faire,
più comunitaria, più responsabile, in una parola più politica».
Dobbiamo riaffermare la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra storia insomma,
la nostra civiltà giudaico-cristiana. Poi, questa diversa visione deve tradursi da parte
dell'Europa in una politica più muscolosa. L'Europa è stata finora stupidamente
«gentile» e si è cosí preparata il declino economico e demografico. Se non
vuole essere colonizzata da fuori, da popoli più giovani, più vitali, più determinati,
se vuole difendersi e sopravvivere in questo «campo di forza» che sta diventando il
mondo, deve trasformarsi in una fortezza.
Questo è, in breve, il ragionamento di Tremonti. Sembra indubbiamente un ragionamento
molto chiaro. È anche un buon ragionamento? Vediamo.
2. Le cause della paura
Non discuterò i dati economici, pochi e generalissimi, di cui il libro si serve per
illustrare le sue tesi. Anche se le fonti non sono quasi mai citate (i riferimenti bibliografici
consistono quasi esclusivamente di articoli di giornale, tra cui prevalgono di gran lunga quelli
dello stesso autore), possiamo assumere che Tremonti abbia avuto accesso a buone fonti e credergli
sulla parola. Del resto, l'aumento dei prezzi, l'invasione delle merci e dei lavoratori
cinesi in Europa e in Italia, le crisi finanziarie mondiali, la crisi delle nostre industrie eccetera
sono sotto gli occhi di tutti. Questi dati sono certo fonte di preoccupazione (ma quando mai si è
potuto essere spensierati?) e tuttavia non sembrano ancora sufficienti ad affermare che il mondo
sia «governato dai dèmoni». A molti, che pure quei dati li hanno ben presenti,
l'Europa non sembra sull'orlo del baratro. Per l'Italia le prospettive sono
effettivamente più oscure, ma è tutto da dimostrare che i nostri problemi siano gli
stessi, aggravati, degli altri paesi europei e non siano invece dovuti a qualcosa che ci distingue
da loro. Della differenza tra Italia ed Europa, tuttavia, il libro non si occupa.
Comunque, i dati economici del presente svolgono un ruolo molto limitato nel ragionamento
complessivo. Le premesse del ragionamento sono tutt'altre. Tremonti prende la globalizzazione
e l'ideologia mercatista come cause di un gran numero di effetti negativi che vanno molto
al di là dell'economia e che lui interpreta come anticipazioni di un futuro ancora
peggiore. Quali sono questi effetti? Tremonti li elenca puntigliosamente: (a) «abbiamo
buttato via la civiltà contadina, ma non sappiamo più gestire la modernità»;
(b) esiste «un territorio nuovo popolato da nuovi simboli, da nuove icone, da nuovi totem:
pop, rap, jeans, reality, ecstasy, pc, online, e-commerce, e-bay, i-Pod, dvd, facebook, r'n'b,
disco, techno, tom tom, ecc…»; (c) «siamo passati da un eccesso all'eccesso
opposto, dall'impulso del bisogno alla frenesia compulsiva dello spreco»; (d) «la
crisi della nostra società … è già segnata dallo straniamento, dalla
solitudine nella moltitudine, dal "nichilismo", da esplosioni irrazionali di violenza
individuale e collettiva, dai delitti "inspiegabili", dalla diffusione su scala
di massa della droga, dallo squadrismo calcistico, dal principio di tanti piccoli pogrom»;
(f) «ci sono più turisti che fedeli dentro le nostre cattedrali»; (e) «le
periferie cingono le nostre città in una morsa ostile».
Il quadro è fosco, non c'è che dire. E non è finita: l'uomo postmoderno
è «un tipo umano che non solo consuma per esistere, ma che esiste per consumare. Un soggetto
che pensa come consuma e consuma come pensa, per cui i vecchi simboli civili e morali sono sostituiti
dalle icone e dalle immagini commerciali. Per cui i jeans e le scarpe sono una divisa e la divisa un
sostituto dell'anima, per cui il turismo sublima l'avventura umana, la musica metallica
spiritualizza l'esistente, i concerti sostituiscono provvisoriamente la comunità…».
E poi, il declino demografico: «Declino delle proiezioni future dei numeri demografici,
i numeri della popolazione. Questi ultimi sono, se possibile, ancora più avversi dei numeri
economici». Come se non bastasse, un'ultima tragedia: «Il Belgio si sta dissolvendo
come Stato»!
Su alcuni di questi giudizi di valore ci sarebbe da discutere. A me a esempio i jeans e l'i-Pod
non dispiacciono. Ma quello che mi lascia perplesso è l'imputazione di quegli effetti
a quelle cause: davvero tutti questi disastri sono effetto della globalizzazione? Davvero il
declino demografico dell'Europa è «l'effetto puro del mercatismo»
e per questo saremo sempre più poveri e sempre più deboli?
Quasi tutti i filosofi e le persone di buon senso sono d'accordo che le cause precedono
i loro effetti. Ma in questo caso siamo evidentemente in presenza di una eccezione. L'accordo
di Marrakech è del 15 aprile 1994. Se vogliamo stare larghi, possiamo antedatare gli inizi
della rivoluzione mercatista al 9 novembre 1989, data della caduta del muro di Berlino. Più
in là non si va, Tremonti è perentorio su questo punto: «Sono due le date che hanno
cambiato la struttura e la velocità del mondo in cui viviamo: 9 novembre 1989; 15 aprile
1994»; e ancora: «Nei primi cinque anni (1989-1994) sono state poste le basi della "rivoluzione".
Poi ci sono stati altri cinque anni (1995-2000) di applicazione, di carica, di naturale progressiva
accumulazione». E questa manciata di anni avrebbe prodotto tutto quello sconquasso?
Della fine della civiltà contadina si parla da parecchio tempo. I jeans sono comparsi
in Italia alla fine degli anni Cinquanta, il pop poco dopo. Del consumismo ho sentito
discutere fin da piccolo. Lo straniamento non sono sicuro di sapere che cosa sia, ma per qualche
ragione lo associo a Bertold Brecht. La folla solitaria di David Riesman è uscito
in Italia nel 1956. Quanto al nichilismo, Nietzsche è morto nel 1900. Le esplosioni irrazionali
di violenza non hanno nemmeno una data di inizio. La parola "pogrom" è nata in Russia
nella seconda metà dell'Ottocento e già allora i pogrom non erano tanto piccoli.
Il declino demografico dell'Italia, dell'Europa e del Giappone va avanti da molti
anni (a parte il fatto che non riesco a considerarlo una disgrazia). E l'unità del
Belgio è stata parecchio incerta almeno a partire dalla fine della guerra degli Ottant'Anni
nel 1648: una sua riunificazione nel 1815 durò solo quindici anni.
Le considerazioni cronologiche sono di per sé sufficienti a escludere che valga un rapporto
di causa-effetto tra gli eventi in questione. Ma alla stessa conclusione possiamo arrivare per
un'altra via. Per poter imputare tutti quegli effetti alla «istantanea e superficiale
precipitazione» della decisione del 1994 del WTO dettata dall'ideologia mercatista,
è necessario riuscire a sostenere che, se non ci fosse stata quella decisione, non ci sarebbero
stati quegli effetti. Ma lo stesso Tremonti riconosce candidamente, a pagina 38, che «l'integrazione
del mondo era irreversibile. Non poteva certo essere fermata». Dunque l'ideologia
mercatista e le decisioni precipitose degli ultimi anni dettate da quella ideologia non sono le
cause dell'irruzione dell'Asia sui mercati mondiali, che sarebbe avvenuta comunque.
Ma ribatte Tremonti almeno l'integrazione mondiale, pur inarrestabile,
«poteva essere governata». Sí, va bene, ma non è la stessa cosa. Al massimo
se ne può concludere che, senza il WTO, avremmo aspettato la musica techno, l'i-Pod
e la secolarizzazione ancora per qualche anno.
Che gli eventi di cui dovremmo aver paura siano dovuti alla rivoluzione mercatista è la
premessa principale del ragionamento di Tremonti e abbiamo visto che non sta in piedi. Ma il suo
ragionamento è debole anche per altre ragioni. Infatti, per avere un buon ragionamento i
concetti impiegati devono essere chiari. Ora, che cosa è il mercatismo? Nel libro non è
davvero un concetto secondario: «La crisi ruota intorno al mercatismo e questo libro non
è affatto contro il liberalismo (anzi), è contro il mercatismo, la
versione degenerata del liberismo». Ebbene, che cosa è? «Versione degenerata
del liberismo» non è una definizione. Aggiungere che si tratta della «ideologia
forsennata dello sviluppo forzato spinto dalla sola e assoluta forza del mercato» o del «motore
ideologico della globalizzazione» non è di grande aiuto. A titolo di chiarimento,
qua e là Tremonti aggiunge qualcosa. A esempio, a p. 10 si chiede: «Perché,
passando disinvoltamente from Marx to market, dall'utopia comunista all'utopia
mercatista, abbiamo fatto del mercato unico il nostro nuovo habitat? Un territorio nuovo popolato
da nuovi simboli, da nuove icone, da nuovi totem: pop, rap, jeans, reality ecstasy…».
Abbiamo già visto che per l'uomo mercatista i jeans e le scarpe sono una divisa e la
divisa un sostituto dell'anima, con quel che segue. Ma sarebbe questa l'ideologia
che ha prodotto il famigerato accordo di Marrakech del WTO? Sono sicuro che Tremonti ha conosciuto
da vicino gli autori di quell'accordo, i banchieri centrali, gli statisti che premono per
la globalizzazione. Io, che non li ho mai incontrati, confesso di far fatica a immaginarmeli come
fanatici in jeans del rap e della musica metallica, assorti nel loro i-Pod e nell'ecstasy.
(Sospetto comunque che il mercatismo non sia altro che il caro, vecchio consumismo.)
3. Le ragioni della speranza
Fin qui la paura che, come sempre, è tanto più forte quanto più confuso
ne è l'oggetto. Passiamo alla speranza. Che cosa ci propone Tremonti al posto del mercatismo?
Questo: «L'idea che l'uomo non ha creato la società ma, all'opposto,
è parte di un meccanismo storico più complesso dell'uomo stesso; l'idea
non divisionista e non atomica della sua appartenenza a una comunità storica, a una civiltà
organica; l'idea che le sue radici affondino nella stessa terra in cui riposano i suoi padri;
il rispetto per il particolare, l'opposto dell'universale globale, il valore proprio
delle riserve della memoria…». Niente di nuovo in tutto ciò: si tratta del ben
noto armamentario concettuale del comunitarismo romantico e del suo corollario, il nazionalismo.
Niente di nuovo nemmeno nell'idea che la vecchia Europa, «esausta» e troppo
«gentile», sia ormai al tramonto e sia destinata a essere «colonizzata da fuori,
da popoli più giovani, più vitali, più determinati, perché il mercatismo
ha fatto da forcipe a una nuova storia». Non vi sembra di leggere Oswald Spengler?
Niente di nuovo nemmeno nell'appello alla nostra identità, alle nostre radici
giudaico-cristiane e ai nostri valori «Dio, il bene, il male, l'onore, la gerarchia,
il significato della vita, la modestia e l'orgoglio» devono essere reintrodotti nel
nostro «codice identitario» che prelude agli squilli di tromba della chiamata
alle armi: l'Europa deve trasformarsi in una fortezza poiché questo è necessario
«per difenderci e per sopravvivere senza soccombere in quel campo di forza che sta diventando
il nuovo mondo». Dobbiamo «tornare a essere protagonisti della storia, protagonisti
di una storia che può anche includere confronti e conflitti con altri sistemi.
E non illudiamoci di evitarli, i confronti e i conflitti, chiudendoci nella passiva accettazione
del buonismo imperante. Solo agendo dall'inizio e in radice, codificando la nostra identità
e i nostri valori, sotto la pressione della crisi e dei conflitti che dall'esterno si delineano
sul nostro orizzonte, avremo davvero la possibilità di evitarli». Siamo alle solite:
la croce insieme con i fasci. Del resto era prevedibile: chi invoca l'identità vuole
sempre lo scontro e Tremonti non fa eccezione. «È proprio e solo nella "differenza",
nella comparazione differenziale, che si forma il carattere unitario di una comunità…
Tutto è chiuso nella coppia dialettica "noi-altri".» Non vi sembra di sentire
Carl Schmitt, quel campione del liberalismo?
Anche quello che Tremonti chiama «buonismo imperante» non è una novità.
Buonismo è accogliere i propri potenziali nemici all'interno della fortezza, che
dovrebbe invece essere resa inespugnabile. Ovviamente è successo molte altre volte: «Cosí
gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Hittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei
e ai Gebusei; presero in mogli le figlie di essi, maritarono le proprie figlie con i loro figli e servirono
i loro dèi» (Giudici, 3, 6). E ogni volta questa globalizzazione ante litteram
non è piaciuta ai nazionalisti. Herder, che del nazionalismo fu il geniale inventore, scriveva:
«E quando la distanza tra popolo e popolo si fece sempre più grande con la trasformazione
delle varie tendenze nazionali in una particolare felicità nazionale, osserva allora
quale odio nascesse nell'animo dell'Egizio contro il pastore, il nomade, e quale disprezzo
egli mostrasse nello stesso tempo verso il frivolo Greco! E cosí è sempre quando si trovano
di fronte due nazioni, le cui tendenze, i cui mondi di felicità si negano a vicenda. Si comincia
allora a parlare di pregiudizi, di volgarità plebea, di gretto nazionalismo, ma il pregiudizio
è cosa buona, a suo tempo, perché li rende felici, stringe compatti i popoli intorno
al loro proprio centro, li rende più solidi sul loro stesso ceppo, più fiorenti a seconda
della loro propria natura, più ardenti nelle loro inclinazioni, più attivi nelle loro
mire e perciò stesso più felici». Tremonti pensa la stessa cosa, con la differenza
che lui non vuole il nazionalismo in un solo paese. Come Spengler «Oggi noi pensiamo
sotto specie di continenti!» Tremonti è un nazionalista continentale, il Trockij
del nazionalismo.
La storia di questo complesso di idee di origine romantica, in tutte le loro sfumature e con tutte
le loro tragiche conseguenze, è stata raccontata meglio di chiunque altro da Isaiah Berlin.
Recentemente è stata ripetuta, molto meno bene, da Zeev Sternhell, in Contro l'Illuminismo.
Non c'è bisogno di ripeterla qui e non c'è bisogno nemmeno di sottolineare
quanto fossimo fuori strada quando pensavamo, fino a pochi anni fa, che il nazionalismo fosse sparito
per sempre dal nostro orizzonte intellettuale insieme alle tragedie della prima
metà del secolo scorso. Ora sappiamo che il nazionalismo è tutt'altro che finito.
Non solo gran parte del suo armamentario concettuale sopravvive nell'islamismo radicale
(come hanno dimostrato Avishai Margalit e Ian Buruma in Occidentalismo) ma qualcosa sopravvive
anche nel comunitarismo europeo e americano, che continua a rifiutare l'idea che gli individui,
e non le entità sovraindividuali come le nazioni e i continenti, siano gli artefici della
propria vita e della storia con le loro scelte libere e coscienti. Non dovremmo stupirci: in fondo
l'individualismo è stato piuttosto l'eccezione che la regola sia nell'Ottocento
sia nel Novecento. Fascismo, nazismo e stalinismo sono stati concordi nell'affermare che
la comunità nazione, classe o partito viene prima dell'individuo.
Del fascismo e del nazismo, lo sanno tutti. Per quanto riguarda lo stalinismo, basti questa citazione
da Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler: «L'individuo non è nulla, il
Partito è tutto, il ramo che si stacca dall'albero deve seccarsi, morire …».
Lo afferma durante l'interrogatorio di Ivanov Rubascov, il funzionario Ivanov che rappresenta
il punto di vista del partito.
Stupisce un po' che queste idee vecchie di due secoli siano riproposte nel 2008 per risolvere
una crisi generata dalla globalizzazione. Non sarebbe più ragionevole, e anche più
efficace, suggerire agli europei di produrre più efficientemente beni di alta tecnologia,
cercare con la tecnologia di ridurre l'inquinamento del pianeta e dare anche all'Asia
gli strumenti per farlo, invece di mettersi a competere con India, Cina e tutto il Terzo Mondo nella
produzione di bambini? Bellissima cosa i bambini, ma non saremo più ricchi né più
forti se ne avremo di più: non sono baionette. (Incidentalmente, perché Tremonti rimprovera
all'Europa di procedere con la testa rivolta all'indietro, come l'Angelus
Novus di Klee? Riprendere le idee di Herder, di Spengler e di Schmitt non è proprio guardare
in avanti.)
4. Comunitarismo e liberalismo
Stupisce moltissimo invece che Tremonti dichiari di non essere contrario al liberalismo,
ma anzi di sostenerlo. Come è possibile che non si renda conto che il comunitarismo e ancor
più il nazionalismo sono in conflitto frontale col liberalismo?
Il liberalismo, in tutte le sue molte versioni, sostiene che esistono per la maggioranza limiti
invalicabili alla legittimità di imporre le proprie preferenze, per quanto salde e largamente
condivise, agli individui e ai gruppi minoritari. Esistono diritti degli individui che non sono
subordinati alla volontà e all'interesse collettivo. Tra questi il diritto di professare
la propria religione (o nessuna religione), di esprimersi liberamente, di essere
trattati tutti in modo uguale. Un chiaro esempio di violazione di questo caposaldo del liberalismo
si ha quando una maggioranza impone la presenza dei propri simboli religiosi nei luoghi pubblici,
come le aule dei tribunali e le aule scolastiche. Quando difende l'esistenza di limiti alla
legittimità della maggioranza di imporre le proprie preferenze, il liberale non ha bisogno
di entrare nel merito di queste preferenze non ha bisogno cioè di stabilire se esse
siano in sé buone o cattive e se possano promuovere o no il bene di coloro che le adottano o le
subiscono. In particolare, non ha bisogno di stabilire se gli effetti dell'esposizione
dei simboli religiosi siano positivi o negativi e come siano recepiti dal pubblico, e neppure se
l'islam e le altre religioni abbiano in questo momento rapporti politici distesi con la cristianità
o no. Per stabilire queste cose bisogna ricorrere a "princípi di primo livello"
che riguardano che cosa costituisca il bene e che cosa favorisca il nostro benessere. Ma il liberale
ricorre solo a princípi "di secondo livello" che stabiliscono a quali princípi
di primo livello sia lecito fare ricorso nell'esercizio del potere politico e giuridico.
La ragione con cui il liberalismo difende i suoi princípi di secondo livello è che,
se si consentisse alla maggioranza di usare il potere statale per promuovere il bene come è
definito dai suoi valori, ma non da quelli degli altri, o come è concepito dalla sua religione
ma non dalle altre, l'attuale minoranza sarebbe trattata in un modo che la maggioranza
stessa non considererebbe legittimo qualora si trovasse nei suoi panni. Questo è il
punto centrale del liberalismo moderno: la giustizia come fairness (reciprocità,
parità).
Il comunitarismo, nelle sue molte versioni, è l'opposto di tutto ciò. In primo
luogo, il comunitarismo respinge l'idea liberale che la convergenza di interessi e di volontà
degli individui sia sufficiente a dar luogo a un patto che vincoli stabilmente i contraenti alla
lealtà e alla fedeltà reciproca e crei una formazione sociale stabile. Gli interessi
e un calcolo di convenienza, sostiene, sono forse sufficienti a tenere insieme gli individui in
circostanze ordinarie, ma non quando la comunità deve chiedere loro di sacrificare i propri
interessi o addirittura la vita in nome di qualcosa di più alto e più degno, perché
cosí come è possibile entrare liberamente in un patto quando risulti conveniente,
con altrettanta facilità se ne può uscire quando non convenga più. Dunque,
dice il comunitarista, deve esistere una forza che trascende gli individui, che non è consapevolmente
voluta e scelta da loro e, lungi dall'opporsi ai loro interessi, realizza appieno quelli
più veri e più profondi una forza che stabilisce gli obblighi, i valori, i vincoli
di fedeltà che sussistono non solo tra gli individui appartenenti a una
comunità, ma anche tra gli individui e la comunità stessa, che è più
grande e più importante di ciascuno di essi. In che cosa consiste questa forza che tiene insieme
gli individui nella comunità, come nessun patto o contratto volontario tra individui
potrebbe mai fare? È semplicemente il senso di partecipazione all'identità
collettiva della comunità. Cosí come non scegliamo dove nascere, non possiamo scegliere
la nostra identità: possiamo solo accettarla. Siamo chi siamo proprio perché facciamo
parte di una comunità e ne assumiamo naturalmente l'identità. Questa identità
è il risultato della storia, come si è sedimentata nelle tradizioni, nella cultura
e nelle istituzioni della comunità. Gli italiani, a esempio, sono ciò che sono perché
sono eredi della classicità, perché sono il cuore della cattolicità, perché
hanno avuto il Rinascimento e molto altro. Come si dice in gergo giornalistico, queste cose sono
iscritte nel nostro DNA.
Questa concezione è essenzialmente antindividualista e proprio per questo si oppone
frontalmente al liberalismo, per il quale al di sopra della volontà e delle scelte degli
individui esiste solo l'obbligo di rispettare i vincoli di fairness (di universalizzabilità,
diceva Kant). I princípi del comunitarismo sono di primo e non di secondo livello: entrano
nel merito di che cosa costituisce una "buona" società e non solo di quali princípi
si possano legittimamente far valere nell'esercizio del potere politico. È buona
dice una società coesa, che è consapevole della propria identità
e le si mantiene fedele. Ne segue in particolare che, se il cattolicesimo fa parte dell'identità
degli italiani o addirittura la definisce, esibirne i simboli non può che rinsaldare il senso
di identità collettiva e di appartenenza alle comuni tradizioni e non costituisce un'offesa
ai non credenti, perché nessuno in Italia può dire di non essere cristiano.
5. La proposta comunitaria di Tremonti
Tremonti non è un liberale: è un comunitarista. Ma non è un comunitarista
perché afferma a chiare lettere che le sue parole d'ordine sono: «valori,
famiglia e identità; autorità; ordine; responsabilità; federalismo».
Queste cose, che tra parentesi sono alquanto eterogenee tra loro, piacciono a tutti i comunitaristi
ma non solo a loro. Lo è invece perché sostiene che le leggi hanno il compito di «conservare
valori che per noi sono eterni» e che è essenziale «la coincidenza tra norma "giuridica"
e norma "morale"», nel senso che la norma deve imporre ciò che la maggioranza
considera morale. Non riesco a immaginare niente di più lontano dal liberalismo.
Ovviamente i liberali come tali non sono avversi alla famiglia e non hanno nemmeno un proprio
modello di famiglia, più o meno tradizionale, da imporre; non amano il disordine, l'anarchia,
l'irresponsabilità, la mancanza di autorità più dei loro contrari.
Tremonti associa il '68 alla «dittatura sfascista» del relativismo e gli attribuisce
la «morte dell'autorità», la distruzione dei «suoi simboli di
decoro, di rango e di merito» e ovviamente lo sfascio della famiglia. Semplicemente, i liberali
pensano che non si possano imporre i valori per legge meno che mai i valori di una parte politica,
come quella a cui si riferisce Tremonti quando parla dei «nostri valori».
Ho cercato di mostrare le differenze tra il comunitarismo, che comprende diverse correnti
del movimento socialista, e il liberalismo. Ho sostenuto che Tremonti non è affatto un liberale,
anche se pensa di esserlo, ed è invece un comunitarista. In questa qualifica Tremonti si riconosce
pienamente. Egli è anzi convinto di avere un contributo nuovo da portare al comunitarismo,
una nuova visione politica improntata a una nuova dimensione morale e spirituale. La sua proposta
è una sintesi (il linguaggio è qui esplicitamente hegeliano) tra lo statalismo della
sinistra e l'individualismo di Margaret Thatcher: «Il giusto è l'opposto
dei due opposti. Non solo esistono gli individui. Non solo esiste lo Stato. Esistono anche, nell'intermedio,
le famiglie e le comunità».
In che cosa consiste in concreto la novità di questa proposta politica? Di fronte alle
difficoltà del Welfare State e ai limiti del mercato, che offre il superfluo a prezzi irrisori
e il necessario a prezzi proibitivi, di fronte alla prospettiva di un invecchiamento della popolazione
e alle crescenti difficoltà della spesa pubblica, Tremonti sostiene che l'unica
speranza di produrre la massa crescente di servizi di cui abbiamo bisogno si trova fuori dallo Stato,
nel "comunitario". Il volontariato, il terzo settore sono la risposta. La soluzione
rivoluzionaria è di «estendere progressivamente anche ad altri settori il campo di
applicazione di strumenti come l'italiano "5 per mille" (o di strumenti equivalenti,
come deduzioni autogestite o voci di imposta con specifico scopo etico). Rivoluzionaria non tanto
perché ibrida nuovo e vecchio, filantropia e sussidiarietà, quanto perché
rompe il monopolio della politica, trasferendo quote di potere e di responsabilità dallo
Stato alla società».
La rivoluzione tremontiana ha ambizioni continentali, forse anche di più. In Europa
dice Tremonti la partita non è fra la Parigi dei Lumi e Roma, centro storico e
spirituale, bensí tra le due visioni della società che sono rappresentate da Londra
e da Roma: «Londra come base di irradiazione di una visione della società che, banalizzandosi
nei consumi e di riflesso nei costumi, si identifica e si appiattisce sull'economia: l'idea
dell'"Europa-mercato"». E Roma? Roma evidentemente sarà la base
di irradiazione del 5 per mille e con questo di una nuova spiritualità.
Non sono proprio sicuro che si tratti di una rivoluzione, né di una terza via tra socialismo
e thatcherismo. Sui rapporti tra le diverse teorie politiche in gioco ho detto abbastanza e non
voglio complicare le cose discutendo di thatcherismo e liberalismo. Non starò nemmeno a
osservare che c'è una bella differenza tra il 5 per mille e le «voci di imposta con
specifico scopo etico». Vorrei solo far osservare che l'immagine della società
liberale appiattita sui consumi è ridicola. Ben prima che arrivassero la Thatcher e Reagan,
e senza strumenti geniali come l'italiano 5 per mille, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna
la gente comune ha donato e continua a donare somme immense alle iniziative caritatevoli e presta
il proprio tempo a innumerevoli associazioni volontarie di ogni tipo per sostenere chi ha bisogno,
per promuovere la ricerca scientifica, per proteggere i più deboli. Senza i recenti,
impressionanti contributi dei due uomini più ricchi d'America, Bill Gates e Warren
Buffett, gli americani ogni anno devolvono 240 miliardi di dollari in charity, secondo
l'American Association of Fundraising Counsel. La cifra è in ascesa. Ha mai fatto il
conto, Tremonti, di quante università, fondazioni per la ricerca scientifica, musei
o anche solo parchi giochi per i bambini siano stati fondati negli Stati Uniti da privati cittadini
con i propri soldi? Ha mai letto, all'ingresso di tutti i musei inglesi e americani (e non solo)
i chilometrici elenchi dei sostenitori? Forse i paesi liberali non hanno una tassa come il 5 per
mille non solo perché si tratta di un'invenzione molto statalista e poco liberale (figuriamoci
poi le «voci di imposta con specifico scopo etico» con cui lo Stato ci costringerebbe
a fare il bene e sceglierebbe anche a chi e come dobbiamo farlo!) ma perché non ne hanno bisogno.
Ho trovato il libro di Tremonti confuso e mal argomentato. Ma a parte gli argomenti, che dopo
tutto non sono obbligatori, trovo veramente poco credibile la sua tesi centrale, che in un futuro
pauroso le nostre speranze saranno riposte nelle radici e nell'identità. Dopo aver
letto il libro, mi è capitato di vedere il film Gomorra. Avete presenti le scene in
cui ottanta cinesi si fanno insegnare il mestiere da un bravo sarto napoletano, che dopo aver rischiato
la vita è costretto a cambiare lavoro, perché Napoli è già in guerra e la
malavita con l'identità non scherza? Credo che tutti, non solo gli economisti, dovremmo
riflettere parecchio su quelle immagini. Se si tengono a mente quando si leggono i proclami di Tremonti
sull'identità e le radici spirituali, questi danno una sensazione di profonda futilità.
. Mi si obietterà: il papa non vuole nessuno scontro, eppure insiste perché l'Unione
Europea proclami a chiare lettere la
sua identità giudaico-cristiana.
Non potendo soffermarmi su questo punto, rinvio il lettore a un mio articolo, "Che cosa è
l'identità collettiva?", Teoria Politica, vol. XXIII, pp. 1-25.
Sull'identità Tremonti è perentorio: «Per cambiare, l'unica
politica che si può fare è una politica alternativa al mercatismo e per farla serve una
"filosofia" politica diversa, una filosofia che ci sposti dal primato dell'economia
al primato della politica. Serve una leva che come ogni leva per funzionare deve però
avere un punto d'appoggio. Questo punto può essere uno solo: quello delle "radici",
le "radici giudaico-cristiane" dell'Europa». Perché questo sia
l'unico punto, Tremonti non dice (l'argomentazione lo sappiamo non
è il suo forte). Ma che cosa dovrebbe sollevare quella leva è chiarissimo: il morale
dei combattenti della fortezza-Europa.
. J.G. Herder, Ancora una filosofia della storia per l'educazione dell'umanità,
Torino, Einaudi, 1951 (ed. orig. 1774), pp. 28-29.
. Z. Sternhell, Contro l'Illuminismo. Dal XVIII secolo alla guerra fredda, Milano,
Baldini Castoldi Dalai, 2007 (ed. orig. 2006).
. A. Margalit e I. Buruma, Occidentalismo. L'Occidente agli occhi dei suoi nemici,
Torino, Einaudi, 2004 (ed. orig. 2004).
MARCO SANTAMBROGIO, nsegna Filosofia del Linguaggio presso l'Università
di Parma. Ha recentemente pubblicato Manuale di scrittura (non creativa) (Laterza, 2007).
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