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Imbroglioni al potere
ALEXANDER STILLE

ROBERTO SAVIANO, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano, Mondadori, pp. 334, €15,50

Gomorra, film diretto da Matteo Garrone

L'anno scorso, l'Italia sembrava prendere improvvisamente coscienza del problema della camorra sotto forma di 2.700 tonnellate di spazzatura. Ogni sera, e per diversi giorni, nei telegiornali, i telespettatori guardavano con un misto di meraviglia e di orrore montagne e montagne di immondizia – in alcuni casi umida e puzzolente, in altri in fiamme ed emanante fumi tossici – sulle strade di Napoli e dei centri vicini. Praticamente nessuna discarica cittadina era stata chiusa per violazione delle norme sulla sicurezza e, quando la spazzatura fu lasciata ad accumularsi sulle strade urbane, alcuni abitanti le diedero fuoco, nel tentativo di liberarsene. Questi roghi illegali di immondizia hanno creato un disastro ambientale cosí grave che in molte città le scuole sono state chiuse per diversi giorni.

Il resto del paese apprendeva, tutt'a un tratto, che il 43 per cento circa della spazzatura e dei rifiuti tossici italiani va a finire in Campania. La maggior parte di questa immondizia veniva smaltita – spesso in modo pericoloso – o in fosse scavate illegalmente o, semplicemente, venendo bruciata in veri e propri roghi all'aria aperta. Il giro d'affari dello smaltimento dei rifiuti è generalmente gestito dalla camorra, i cui "clan" criminali sono principalmente costruiti intorno a legami familiari e a collegamenti con specifiche città e determinati quartieri. Gli abitanti della zona soffrono per il tasso d'incidenza drammaticamente alto del cancro, ma la camorra ha notoriamente bloccato la costruzione di inceneritori pubblici dal minor impatto ambientale, per impedire la concorrenza con i suoi lucrativi affari. In molti posti, i gruppi camorristici vengono pagati per raccogliere la spazzatura, ma, in alcuni casi, essi si limitano a scaricarla nelle strade di Napoli e dei centri limitrofi.

I politici locali riuscirono, temporaneamente, a liberarsi dei rifiuti – o, almeno, a spostarli in punti

meno visibili, cosí da non farli più apparire in televisione –, ma poi scoppiarono diversi scontri tra clan rivali della camorra, e per le strade ci furono sparatorie all'interno e nei dintorni di Napoli; insieme ai camorristi, venivano regolarmente uccisi o feriti dei passanti senza colpa alcuna. L'estate scorsa, il governo italiano dibatteva se dovesse inviare a Napoli migliaia di soldati per ristabilire l'ordine, come aveva fatto con la Sicilia nel 1992, dopo una serie di clamorose uccisioni. Era come se la camorra – un problema che era stato "tenuto nascosto" – avesse continuato a crescere, sotterraneamente, fino a venir fuori, all'improvviso come la spazzatura, in tutta la sua mostruosità, come una specie di spaventosa creatura di un film di fantascienza.

Il fatto che sia emersa come fenomeno di rilevanza nazionale è in parte dovuto all'inattesa popolarità del libro Gomorra di Roberto Saviano – uno scrittore ventiseienne proveniente da Casale del Principe che è stato a lungo una roccaforte della camorra – e, più recentemente, al film a esso ispirato di Matteo Garrone. Quando Gomorra fu pubblicato in Italia, nel 2006, il momento non avrebbe potuto essere migliore. Ha venduto circa 700.000 copie, un numero enorme per un paese il cui mercato librario è un quinto di quello degli Stati Uniti. Saviano ricevette minacce di morte, che lo hanno poi costretto a vivere sotto la protezione della polizia.

Con notevole lungimiranza, il capitolo conclusivo di Saviano, "Terra dei fuochi", descrive come la Campania fosse stata trasformata in una sorta di inferno, con tutti i roghi illegali di spazzatura e le discariche di rifiuti industriali: «Dalla fine degli anni '90 i clan camorristici sono divenuti i leader continentali nello smaltimento dei rifiuti … I boss non hanno avuto alcun tipo di remora a foderare di veleni i propri paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivono le proprie ville e i propri domini. La vita di un boss è breve, il potere di un clan tra faide, arresti, massacri ed ergastoli non può durare a lungo. Ingolfare di rifiuti tossici un territorio, circoscrivere i propri paesi di catene montuose di veleni può risultare un problema solo per chi possiede una dimensione di potere a lungo termine e con responsabilità sociale».

 

Il fatto che tutto questo abbia portato la crisi della spazzatura, i recenti omicidi e il libro di Saviano a fare della camorra un tema d'importanza centrale è anch'esso parte della tragedia. Come Saviano riconosce prontamente, la maggior parte delle informazioni contenute nel suo libro sono state disponibili per anni in atti pubblici: lo si poteva riscontrare negli archivi giudiziari e nei rapporti

governativi, che sono venuti accumulandosi come la spazzatura che riemergeva, a Napoli, nelle ultime settimane. Nel 1993, un rapporto della commissione parlamentare antimafia diede un avvertimento inequivocabile: la camorra viene sottovalutata.

Anche allora, la Campania era responsabile del 21 per cento dei delitti commessi in tutto il paese. Qui erano stati chiusi più consigli comunali che in qualsiasi altra regione, perché dichiarati sotto il controllo diretto o indiretto di boss della criminalità locale (trentadue, invece dei diciannove della Sicilia). Sessantaquattro pubblici ufficiali furono rimossi dalle loro funzioni per la stessa ragione e otto membri del Parlamento andarono soggetti a indagini per associazione di stampo mafioso. Il rapporto parlamentare dichiarava: «Oggi le organizzazioni camorristiche, con circa 111 clan e oltre 6.700 affiliati, rappresentano, in una regione che ha 549 comuni e 5.731.426 abitanti, una vera e propria confederazione per il governo criminale del territorio, con decisive capacità di condizionamento dell'economia, delle istituzioni, della politica e della vita quotidiana dei cittadini». A partire dal 1993, la camorra è diventata ancor più potente, ma finora è in gran parte sfuggita a un'attenzione più estesa.

Quando gli italiani si sono seriamente interessati alla criminalità organizzata, si sono principalmente rivolti alla mafia siciliana, Cosa Nostra, oggetto di una vasta letteratura e di molti film. Questo è, per tradizione, il più forte e meglio organizzato gruppo criminale dell'Europa meridionale, con una cultura fortemente radicata e caratterizzata da un'evidente componente ritualistica, che facilmente ha finito per determinare conseguenze drammatiche.

Per lungo tempo, la camorra è stata erroneamente accantonata come un gruppo criminale di minor importanza. Gli stessi siciliani tendevano a guardare dall'alto in basso i camorristi, che non avevano la struttura gerarchica e la disciplina interna di Cosa Nostra. Come la stessa Napoli, la camorra sembrava, in qualche modo, una realtà anarchica: i clan erano spesso in conflitto gli uni con gli altri; permettevano il proliferare della microcriminalità nei loro territori e selvagge sparatorie per le strade. Negli anni '70 e all'inizio degli anni '80, il gruppo terroristico delle Brigate Rosse creò una sua significativa organizzazione a Napoli, cosa che non accadde in Sicilia dove Cosa Nostra mantenne il controllo indiscusso del suo territorio. A Napoli c'era un'omertà meno forte, il che rendeva possibile per molti più camorristi diventare informatori; i napoletani consentivano persino alle donne di occupare posizioni di tutto rispetto all'interno dei loro clan, il che scandalizzava i siciliani. Eppure, in virtù delle attività che ruotavano attorno al porto di Napoli, i camorristi avevano un forte senso degli

affari, dato che gestivano gran parte del traffico di sigarette di contrabbando, oltre a quelli della droga e delle armi. Già negli anni '70, infatti, Cosa Nostra permise a un esponente di spicco della camorra di partecipare a una sua "commissione" governativa.

I malavitosi napoletani e calabresi, confederati tra loro in modo meno stretto, hanno visto il loro potere e la raffinatezza dei loro apparati crescere considerevolmente, negli ultimi trent'anni, e adesso competono con Cosa Nostra non solo nel controllo della loro regione, ma anche di altre parti d'Italia, oltre che nella loro influenza all'estero. «Mai si era avuta una cosí grande e schiacciante presenza degli affari criminali nella vita economica di un territorio come negli ultimi dieci anni in Campania», scrive Saviano, un'affermazione opinabile, ma che dice sostanzialmente la verità sulla Campania, e che forse è altrettanto esatta per la Calabria e la Sicilia.

 

Il libro di Saviano, dai contenuti molto forti, merita la notevole attenzione che ha ricevuto. Sulla mafia sono stati pubblicati interi scaffali di libri nel corso degli ultimi trent'anni, molti dei quali scritti con grande rapidità da giornalisti che attingevano a piene mani a documenti giudiziari e non si impegnavano seriamente per raccontare una storia coerente e drammatica. Gomorra di Saviano, invece, segue piuttosto (e a volte anche un po' troppo) deliberatamente il modello di libri come A sangue freddo di Truman Capote.

Saviano offre un resoconto narrativo dei modi in cui la criminalità organizzata dell'Italia meridionale si inserisce in un sistema mondiale di contrabbando di beni – quali tessuti, apparecchiature, armi e droga –, con collegamenti con l'enorme produzione cinese di merce contraffatta, con il lavoro nero (anche se non necessariamente legato ad attività criminali) in Italia, con il traffico di armi nell'Europa dell'Est, con l'edilizia e le proprietà fondiarie nell'Europa settentrionale e con il commercio di droga in Sud America. Tutto questo si somma a un'economia di scala internazionale, le cui implicazioni vanno ben oltre i suoi immediati confini locali.

Il primo capitolo del libro – basato sull'esperienza personale di Saviano, assoldato per scaricare un carico illegale per conto di un uomo d'affari cinese – descrive come la camorra sia venuta occupando una posizione centrale nella crescente industria mondiale delle merci contraffatte. Tonnellate intere di oggetti che potreste trovare in vendita sui marciapiedi delle città europee – false borse di Prada, copie-pirata di DVD, apparecchi elettrici riportanti i marchi Bosch e Braun – sono

fabbricate in Cina e arrivano in Europa attraverso Napoli. «Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile … In realtà quest'Oriente è allacciato al porto di Napoli come nessun altro luogo», scrive Saviano. «Tutto quello che esiste passa di qui. Qui, dal porto di Napoli … In poche ore transitano per il porto i vestiti che indosseranno i ragazzini parigini per un mese, i bastoncini di pesce che mangeranno a Brescia per un anno, gli orologi che copriranno i polsi dei catalani, la seta di tutti i vestiti inglesi d'una stagione».

Il porto di Napoli, scrive l'autore, gestisce il 20 per cento del valore dichiarato delle importazioni italiane dalla Cina, ma più del 70 per cento della quantità. «È una stranezza complicata da comprendere, però le merci portano con sé magie rare, riescono a essere non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai, a essere costose al cliente pur essendo scadenti, a risultare di poco valore al fisco pur essendo preziose».

La discrepanza tra quantità e valore suggerisce i livelli raggiunti dall'evasione fiscale, dalla corruzione e dalle frodi contabili che avvengono all'interno e nei dintorni del porto di Napoli. I cinesi, assieme ai loro omologhi italiani, inondano il porto della città al punto di sommergere l'inadeguato numero di agenti doganali italiani a disposizione per ispezionare la merce che attraversa il confine. E la camorra è abile nel comprare il silenzio delle autorità portuali, o comunque nell'intimidirle. Saviano scrive: «Nel solo porto di Napoli, secondo l'Agenzia delle Dogane, il 60 per cento della merce sfugge al controllo della dogana, il 20 per cento delle bollette non viene controllato e vi sono cinquantamila contraffazioni: il 99 per cento è di provenienza cinese e si calcolano duecento milioni di euro di tasse evase a semestre».

Un tempo si diceva che la camorra era incompatibile col commercio moderno, eppure essa ha creato un sistema particolarmente adatto a quella forma di capitalismo spietato in cui Napoli funziona come un distretto "imprenditoriale" non autorizzato, un porto franco completamente esente da tasse, leggi in materia di lavoro o qualsiasi tipo di regolamentazione. «Tutto quanto altrove non era possibile pretendere per via delle rigidità dei contratti, della legge, del copyright, a nord di Napoli si otteneva», scrive Saviano. «La periferia strutturandosi intorno al potere imprenditoriale del clan permetteva di macinare capitali astronomici, inimmaginabili per qualsiasi agglomerato industriale legale.» Saviano sostiene che la camorra – precisamente a causa della sua struttura agile e dell'accanita concorrenza tra i suoi membri – sia la perfetta organizzazione criminale per un mondo

di capitalismo selvaggio, nel quale l'unica etica è quella di uccidere o essere uccisi.

 

La regione a nord di Napoli, e che si estende attraverso gran parte dell'Italia del Sud, contiene una gran quantità di piccole aziende che sfruttano la manodopera, realizzando abiti di alta qualità per le più importanti case di moda italiane. Contemporaneamente, gli stessi laboratori, in collaborazione con i camorristi, producono vestiti identici con etichette contraffatte delle principali marche di moda: Versace, Armani, Valentino. Questi vendono poi i prodotti in tutto il mondo, spesso in negozi e centri commerciali di proprietà della camorra. Ma, Saviano commenta: «Gli abiti contraffatti dei clan secondiglianesi … non erano la classica merce tarocca, la pessima imitazione, il simile spacciato per autentico. Erano una sorta di falso-vero. Al capo mancava solo l'ultimo passaggio, l'autorizzazione della casa madre, il suo marchio, ma quell'autorizzazione i clan se la prendevano senza chiedere niente a nessuno … I clan secondiglianesi avevano creato una rete commerciale diffusa in tutto il mondo, in grado di acquistare intere filiere di negozi e cosí di dominare il mercato dell'abbigliamento internazionale. La loro organizzazione economica prevedeva anche il mercato dell'outlet. Produzioni di qualità appena più bassa avevano un altro mercato, quello dei distributori ambulanti africani, le bancarelle per le strade. Della produzione nulla veniva scartato».

Questa forma di capitalismo si addice a un mondo in cui i dettaglianti competono ferocemente per spremere anche l'ultimo dollaro di profitto da ogni prodotto, mentre i consumatori cercano di risparmiare anche i centesimi; praticamente nessuno ha una ragione per sollevare dubbi o lamentarsi su questi prodotti ben fatti, benché di dubbie origini. Nonostante la violazione dei loro marchi, le grandi case di moda hanno protestato con incredibile lentezza. Saviano suggerisce astutamente che il fatto che i loro marchi siano stati copiati può in effetti aver servito gli interessi dei più importanti produttori di abiti. Cosí facendo, infatti, una nuova classe di consumatori dal reddito medio può gradualmente arrivare a comprare il prodotto originale: «I clan … non commettevano un crimine che andava a rovinare l'immagine delle griffe, ma ne sfruttavano semplicemente il carisma pubblicitario e simbolico. Producevano i modelli non storpiandoli, non infangavano qualità o modelli. Riuscivano a non far concorrenza simbolica alle griffe, ma a diffondere sempre più prodotti i cui prezzi di mercato li avevano resi proibitivi al grande pubblico. Diffondevano il marchio».

I camorristi hanno permesso a cittadini ordinari di "investire" i loro risparmi in carichi di droga, una

sorta di "borsa dei poveri" in cui un'anziana pensionata potrebbe raddoppiare il suo reddito nel giro di un mese. E hanno trovato un nuovo modo per gestire i vari racket delle estorsioni. Piuttosto che minacciare i negozianti per avere il pizzo mensile, hanno cominciato a "tassare" i grossisti e a prendere il controllo della distribuzione dei prodotti. Molti membri dei clan sono diventati i rappresentanti-chiave di grandi fornitori di prodotti alimentari, nella zona di Napoli. Il sistema ha presentato dei vantaggi per le compagnie fornitrici. Le imprese che soggiacevano al sistema dei clan, scrive Saviano, «dal 1999 al 2003 hanno avuto un incremento di vendite annuale che va dal 40 all'80 per cento».

Certo, i fornitori ottengono il vantaggio di mercato di un virtuale monopolio, per i loro prodotti. Recenti indagini hanno evidenziato come la camorra sia intervenuta in due dei principali scandali finanziari italiani degli ultimi anni: il fallimento delle holding del settore alimentare Parmalat e Cirio. In ambo i casi, dei gruppi camorristici gestivano la distribuzione per entrambe le società, non solo in Campania, ma anche in altre regioni.

Mentre sottolinea la grande efficienza della camorra sul mercato e dipinge i leader dei clan come capitalisti pieni di risorse, Saviano ignora i disastrosi effetti economici del dominio dei clan per la complessiva economia dell'Italia meridionale. «Hanno creato una sorta di economia sovietica», ha dichiarato Francesco Curcio, un magistrato di Napoli che ha condotto alcune delle più importanti indagini sulla camorra degli ultimi anni. «Sono monopoli gestiti dalla camorra. Se qualcuno presenta un'offerta di appalto, la camorra gli dice: "Fai una offerta di x? Faccio x meno uno".» In un caso, Curcio effettuò uno studio del mercato del latte nella zona intorno a Caserta, e scoprí che il latte costava più lí che a Milano. «Strangolano l'economia decidendo chi può partecipare e a che prezzo», ha detto. «La gente deve pagare due volte le tasse, una volta allo stato e una seconda volta alla camorra. E, naturalmente, questo non attira investitori a venire qui in Campania.»

 

Il coinvolgimento di ampi strati della popolazione in attività illegali di un tipo o dell'altro – anche se solo al livello di lavoro nero – ha colpito ben più dell'economia della regione. Uno dei punti più commoventi del libro di Saviano riguarda un'insegnante locale che accetta di testimoniare su un omicidio cui ha per puro caso assistito: «Vicino al bar c'era un gruppo di ragazze, si stavano organizzando per il ferragosto … Tutte si sdraiarono con il viso per terra, temendo di essere viste dal

killer e quindi poter diventare dei testimoni. Ma una non abbassò lo sguardo. Una di loro continuò a fissare il killer senza abbassare gli occhi … Era una maestra d'asilo di trentacinque anni. La donna testimoniò, fece i riconoscimenti, denunciò l'agguato. Nella molteplicità di motivi per cui poteva tacere, far finta di nulla, tornare a casa e vivere come sempre c'era la paura, il terrore delle intimidazioni e ancor più il senso dell'inutile, far arrestare un killer, uno dei tanti. E invece la maestra mondragonese trovò nella cianfrusaglia di ragioni per tacere un'unica motivazione, quella della verità. Una verità che ha il sapore della naturalezza, come un gesto solito, normale, ovvio, necessario come il respiro stesso. Denunciò senza chiedere nulla in cambio. Eppure questa confessione le ha reso la vita difficile … Stava per sposarsi ed è stata lasciata, ha perso il lavoro, è stata trasferita in una località protetta con uno stipendio minimo passatole dallo stato per sopravvivere, una parte della famiglia si è allontanata da lei e una solitudine abissale le è crollata sulle spalle … Ciò che rende scandaloso il gesto della giovane maestra è stata la scelta di considerare naturale, istintivo, vitale poter testimoniare. Possedere questa condotta di vita è come credere realmente che la verità possa esistere e questo, in una terra dove verità è ciò che ti fa guadagnare e menzogna quello che ti fa perdere, diviene una scelta inspiegabile. Cosí succede che le persone che ti girano vicino si sentono in difficoltà, si sentono scoperte dallo sguardo di chi ha rinunciato alle regole della vita stessa, che loro invece hanno totalmente accettato».

Per molti, le umiliazioni e la corruzione imposte dal sistema illegale sono cosí ampiamente accettate da sembrare "naturali". Nonostante sia cresciuto all'interno dell'atmosfera soffocante dell'Italia meridionale, Saviano ha la rara capacità di fare un passo indietro e guardarla da una certa distanza. Per esempio, egli mette in evidenza, come nessun altro ha fatto, l'importanza dei soprannomi nella camorra (come nella mafia siciliana): «Non si sceglie un proprio contronome, spunta d'improvviso da qualcosa, per qualche motivo, e qualcuno lo riprende … il florilegio di contronomi è infinito. Carmine Alfieri "'o 'ntufato", l'arrabbiato, il boss della Nuova Famiglia, venne chiamato cosí per il ghigno di soddisfazione e rabbia sempre presente sul suo viso … Ci sono invece contronomi calibrati che possono fare la fortuna o sfortuna mediatica di un boss come quello celebre di Francesco Schiavone detto Sandokan, un contronome feroce scelto per la sua somiglianza con Kabir Bedi, l'attore che interpretò l'eroe salgariano. Pasquale Tavoletta detto Zorro per la somiglianza, a sua volta con l'attore del telefilm televisivo, o quello di Luigi Giuliano, "‘o re", detto anche Lovigino, contronome ispirato dalle sue amanti americane che nell'intimità gli sussurravano "I love Luigino". Quasi tutti i

boss hanno un contronome: è in assoluto il tratto unico, identificatore. Il soprannome per il boss è come le stimmate per un santo. La dimostrazione dell'appartenenza al Sistema. Tutti possono essere Francesco Schiavone, ma solo uno sarà Sandokan, tutti possono chiamarsi Carmine Alfieri, ma uno solo si girerà quando verrà chiamato "'o 'ntufato"».

È stata Hollywood, Saviano ritiene, a fornire i modelli per lo stile di vita camorristico. Egli descrive la guardia del corpo donna di una camorrista vestita in tuta gialla come Uma Thurman nel film di Quentin Tarantino Kill Bill. La villa di uno dei principali boss della camorra di Casal di Principe è stata progettata seguendo nei minimi particolari il modello di quella di Tony Montana, il personaggio principale (interpretato da Al Pacino) del film di Brian De Palma Scarface. I camorristi ripetono monologhi tratti da Pulp Fiction, e la polizia non fa che trovare DVD di famosi film di criminalità, nei nascondigli dei latitanti. Scimmiottando Hollywood, Saviano argomenta, la camorra cerca di creare una sorta di "cultura" e, cosí facendo, si autolegittima. Identificandosi con i gangster di Hollywood e con l'etica del "chi-vince-prende-tutto" e del "cane-morde-cane" di cui sono espressione, i camorristi (e, in contesti analoghi, i loro omologhi) finiscono per credere che godere di illimitata ricchezza e del potere di vita e di morte sugli altri valga il rischio di morire o di passare la vita in prigione.

 

Il resoconto in prima persona di Saviano infonde pathos e forza drammatica al suo libro, ma a volte egli indulge in un'autoconsiderazione narcisistica. A un certo punto, fa una sorta di pellegrinaggio alla tomba del regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, nel nord del Friuli, e qui l'autore sembra voler simbolicamente ereditare il "mantello" del poeta morto.

«Iniziai a biascicare la mia rabbia, con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo. Iniziai a articolare il mio io so, l'io so del mio tempo.»

Saviano imita poi la sintassi del più noto articolo politico di Pasolini, "Io so", in cui egli ripeteva più volte come fosse a conoscenza dei nomi di una lunga lista di criminali politici, ma aggiungeva, con disperazione: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». Saviano scrive, un po' maldestramente: «Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria».

Quando fu pubblicato in Italia, il libro di Saviano fu classificato come un romanzo; il suo editore americano – Farrar Straus and Giroux – lo considera un saggio. L'autore insiste nel dire che tutto ciò

che egli descrive (a volte un po' forzatamente) è veramente successo, e la maggior parte del libro è fondata su casi ben documentati. Forse il suo difetto più importante è l'assenza di una qualsiasi analisi politica consistente. In un punto, egli scrive: «I clan di camorra non hanno bisogno dei politici come i gruppi mafiosi siciliani, sono i politici che hanno necessità estrema del Sistema». Saviano mette in luce una strana forma di campanilismo del crimine organizzato – l'orgoglio locale – affermando ripetutamente la supremazia della camorra sui suoi concorrenti siciliani e calabresi, quando essi sono tutti terribili in modi piuttosto simili.

È vero che negli ultimi anni la camorra ha prosperato nonostante l'avversione dell'amministrazione comunale di Napoli, e del governo regionale campano. Ma questo pone un problema essenziale: i poteri della camorra – e dei suoi omologhi, in altre regioni del Sud – sono inconcepibili senza l'indifferenza, la trascuratezza o la collusione di un gran numero di politici italiani. Nel 1993, la commissione parlamentare antimafia descrisse chiaramente e con illuminante precisione il potere della camorra. In risposta all'assassinio di alcuni magistrati in Sicilia, il parlamento approvò una serie di severe misure: un programma di protezione testimoni, carcere duro in isolamento per i criminali condannati e incentivi alla loro collaborazione con le autorità. Il risultato furono migliaia di arresti e seri problemi, benché temporanei, per la criminalità organizzata nell'Italia meridionale.

Nel 1994, questo quadro cominciò a cambiare. Candidati della coalizione del "buon governo", guidata da Silvio Berlusconi, fecero un'attiva campagna, nell'Italia meridionale, denunciando il potere eccessivo dei magistrati titolari delle inchieste e il danno apportato all'economia regionale dalle indagini sulla criminalità organizzata. «Voteremo per Berlusconi», dichiarò pubblicamente Giuseppe Piromalli, un boss della 'ndragheta calabrese. E dopo che la coalizione di Berlusconi vinse praticamente tutti i seggi siciliani in Parlamento, un mafioso siciliano fu sentito dire, durante un'intercettazione telefonica condotta dalla polizia: «Benissimo, tutti i candidati erano miei amici, e sono stati tutti eletti».

I partiti di centrosinistra hanno anche loro una buona parte di colpa; hanno collaborato con Berlusconi e i suoi alleati nel riformare il codice penale italiano in forme che hanno reso molto più difficile ottenere verdetti di condanna nei tribunali italiani. Il processo inerente al più grande caso di racket che coinvolgeva la camorra è durato più di sette anni e gli appelli possono richiedere altrettanto tempo. (Poiché tutti i procedimenti giudiziari italiani permettono due gradi di appello, dopo il processo di primo grado, i tempi della giustizia sono lunghissimi.) Al contrario, sotto la vigenza del

vecchio codice penale italiano, il processo tenutosi a Palermo contro quattrocento mafiosi, cominciato nel 1986, durò solo un anno e mezzo.

 

Tale difficoltà nell'ottenere delle condanne non si è manifestata per caso. Molti criminali italiani basano il proprio comportamento sul principio per cui "il nemico del mio nemico è mio amico". Berlusconi è stato – e continua a essere – sotto indagine per una varietà di accuse di natura penale. Era chiaramente nel suo interesse limitare il potere dei magistrati. «Berlusconi, per risolvere i suoi problemi, deve risolvere i nostri», ha lucidamente spiegato un boss siciliano durante un'intercettazione telefonica.

È uno scoraggiante segno dei tempi che Marcello Dell'Utri, nonostante una condanna in primo grado per collusione con la mafia e una condanna per estorsione, sia stato ripresentato e rieletto nelle liste del Popolo della Libertà. Per di più, durante la campagna elettorale, ha fatto l'elogio di Vittorio Mangano, lo stalliere di Berlusconi condannato per omicidio, vendita di eroina e associazione mafiosa, ma dichiarato "eroe" da Dell'Utri e Berlusconi perché ha tenuto duro negli interrogatori piuttosto che testimoniare contro i suoi vecchi datori di lavoro. Il nuovo presidente del Senato Renato Schifano, del Popolo della Libertà, è stato socio in affari di due importanti mafiosi (seppure negli anni Ottanta). È stato inoltre consulente per l'urbanistica del comune di Villabate, in Sicilia, un comune che è stato sciolto due volte per inquinamento mafioso.

Bisogna dire che neanche il precedente governo di centrosinistra ha voluto attaccare seriamente il crimine organizzato. Il governo di Romano Prodi, poco dopo essere entrato in carica, ha approvato un indulto. Fatto su misura per evitare a Cesare Previti, l'avvocato di Berlusconi, di passare un solo giorno in carcere (nonostante una condanna per aver corrotto dei giudici), l'indulto ha anche liberato circa 26.000 delinquenti, molti dei quali sono tornati subito a delinquere compresi alcuni camorristi. Il ministro della Giustizia del governo Prodi, Clemente Mastella, aveva preparato una legge che vietava le intercettazioni telefoniche dei parlamentari, anche quelle fatte incidentalmente durante indagini condotte su altri imputati. In altre parole: se un parlamentare è intercettato durante una conversazione telefonica con un amico mafioso o camorrista, non è perseguibile.

Il nuovo governo Berlusconi è stato eletto – in parte – per la questione della "sicurezza" e sulla scia della rabbia per la situazione dei rifiuti a Napoli. E su entrambi questi fronti ha voluto mostrarsi più

attivo. Tuttavia, questi problemi non saranno risolti arrestando gli immigrati illegali e mandando l'esercito in Campania a raccogliere rifiuti. L'economia del Sud Italia si regge su un intreccio molto malsano di clientele, mafia e imprenditoria non proprio limpida. Questo intreccio va attaccato alla sua radice con un miscuglio di dura repressione, tolleranza zero nei confronti dei rapporti tra mafia e politica e un approccio economico diverso.

Certo, la repressione delle organizzazioni criminali non basterà a rilanciare l'economia italiana, oggi stagnante. Poche imprese oneste sono disposte a investire in Italia, a causa dei pericoli e dei costi derivanti dal doversi misurare con la criminalità locale. La riforma della giustizia penale è un presupposto ineludibile di qualsiasi progresso economico. Allo stesso tempo, il paese ha bisogno di ripensare l'intera questione del suo Meridione. Per molti anni, la maggior parte delle persone credeva, erroneamente, che i gruppi mafiosi fossero il residuo di un sistema di vita arcaico, appartenente al passato, caratteristico delle parti più povere del paese, e che sarebbero gradualmente scomparsi, via via che l'area si fosse sviluppata economicamente. Grandi quantità di denaro furono cosí riversate nel "Mezzogiorno" per costruire strade, fabbriche, ospedali e per realizzare progetti di opere pubbliche. In realtà, ciò è equivalso ad alimentare gli ormoni della crescita dei gruppi locali di criminalità organizzata. Queste incaute politiche hanno trasformato relativamente pochi e disorganizzati delinquenti in criminali estremamente ricchi, potenti e dotati di una struttura organizzativa complessa, del tipo di quella descritta da Roberto Saviano.

Nutrire troppe aspettative nei confronti del nuovo governo, tuttavia, mi sembra poco realistico. Molti membri della nuova maggioranza (e alcuni dell'opposizione) sono i gestori di questa economia clientelare dalla quale derivano il loro potere. Il centrodestra, a volte con l'aiuto del centrosinistra, ha riscritto il codice penale con il risultato di rendere la giustizia più lenta e farraginosa. Le prime mosse del governo Berlusconi in fatto di giustizia, tra cui il divieto delle intercettazioni telefoniche per i reati con sentenza inferiore ai dieci anni (per esempio, corruzione, estorsione e rapina), è un segno che si intende proteggere il sistema clientelare piuttosto che combatterlo.

(Traduzione di Giovanni Agnoloni)


ALEXANDER STILLE, collabora al New York Times e a molti altri giornali americani e, in Italia, a la Repubblica. Tra i suoi libri: Uno su mille (1991); Andreotti (1995); Nella terra degli infedeli. Mafia e politica nella Prima Repubblica (1995); e La memoria del futuro (2003), tutti editi da Mondadori. Per i tipi di Garzanti nel 2006 è uscito il suo Citizen Berlusconi.

 
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