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Busch e la tortura
ANTHONY LEWIS

Nelle ultime settimane segnate da forti turbolenze, l'evento più significativo non è stato la crisi finanziaria, la caduta del governatore di New York, né il quinto anniversario della guerra senza fine in Iraq. È stata la benedizione formale impartita dal presidente Bush all'uso della tortura. È proprio quel che Bush ha fatto agli inizi di marzo, quando ha posto il veto a una legge che proibiva l'uso di metodi brutali di interrogatorio da parte degli agenti dei servizi di sicurezza americani. La decisione è stata prontamente sommersa dal diluvio di altre notizie. Eppure, quel suo ridefinire i valori americani, se non il carattere stesso dell'America, ha avuto conseguenze profonde. Sono cresciuto nella convinzione che gli americani non torturino i prigionieri, come facevano gli scherani di Hitler o di Stalin. Non sono certo mancati episodi di brutalità americana, ma rendere la tortura una politica nazionale? Impensabile.

Non si può nutrire il minimo dubbio che Bush avesse in mente proprio la tortura. Non si può certo farsi prendere in giro dall'espressione orwelliana "tecniche avanzate di interrogatorio".

Il Congresso cercava di mettere fuori legge pratiche come appendere per i polsi i prigionieri al soffitto della cella, privarli di acqua e cibo, impedir loro di dormire per giorni, tenerli al gelo, sottoporli a scariche elettriche e al famigerato "waterborading", una tecnica che arriva quasi a soffocare con l'acqua i prigionieri, già usata dall'Inquisizione e dai soldati giapponesi, che per questo vennero giudicati e condannati dopo la seconda guerra mondiale. Torture.

Tali metodi sono formalmente proibiti dal manuale dell'esercito che regola il comportamento in battaglia. Sono messi al bando dalle convenzioni internazionali che gli Stati Uniti hanno ratificato. Dopo lo scandalo degli abusi perpetrati nella prigione di Abu Ghraib, il Congresso degli Stati Uniti ha reiterato la proibizione nei codici militari. Il presidente Bush ha posto il veto a una legge che estendeva il bando, esplicito e più volte reiterato, agli agenti della CIA.

Nell'annunciare il suo veto, Bush ha affermato che «il programma» – un suo eufemismo per indicare i metodi di interrogatorio messi in atto nelle prigioni segrete della CIA in territorio straniero, note

come "black sites" – ha prodotto informazioni che hanno svelato piani di attacco terroristico. E ha fornito dei dettagli: «Il programma ci ha permesso di porre fine a un complotto per attaccare una base dei Marine a Gibuti», a esempio, o «un piano per dirottare un aereo passeggeri e colpire la Library Tower di Los Angeles». Non ha però fornito prove per suffragare le sue affermazioni. Non ve ne sono neppure per dichiararle false. Certo, lo scetticismo si impone dinanzi a dichiarazioni pro domo sua di un presidente che ha più volte ingannato il paese nel corso della guerra, anche in merito all'uso della tortura.

Riferendosi alle affermazioni di Bush, il senatore John D. Rockefeller IV, presidente della Commissione senatoriale per l'Intelligence, a volte criticato per la sua condiscendenza nei confronti di Bush, ha dichiarato: «Non ho ascoltato nulla che suggerisca che le informazioni ottenute grazie a tecniche di interrogatorio avanzate abbiano prevenuto imminenti attacchi terroristici. E non ho ascoltato nulla che mi porti a credere che le informazioni ottenute con tali tecniche non sarebbero state ottenute con metodi tradizionali di interrogatorio usate da personale militare o dai corpi di polizia. So invece che gli interrogatori violenti possono condurre i detenuti a fornire informazioni false».

 

 

Gli effetti corruttori dell'adozione della tortura come pratica americana sono stati molteplici. In primo luogo, a livello giudiziario. L'ufficio di consulenza legale del Dipartimento della Giustizia, che elabora interpretazioni applicative della legge per il governo federale, ha emanato opinioni segrete che definiscono la tortura in modo atrocemente ambiguo, affermando che deve produrre un dolore equivalente «al collasso di un organo, all'interruzione di funzioni corporali, o persino alla morte», aggiungendo che il Congresso non può impedire al presidente di ordinare l'uso della tortura. L'idea stessa di opinioni ufficiali segrete dovrebbe essere anatema in una libera repubblica, una repubblica che sin dai suoi inizi si vanta di essere fondata sulla legge, non sugli uomini. Le leggi segrete sono il marchio della tirannide.

Le opinioni del Dipartimento di Giustizia non sono astrazioni. Sono state immediatamente messe in atto dai rappresentanti politici dell'amministrazione al Pentagono e hanno portato alla tortura di decine di prigionieri e alla morte di alcuni di essi nella base aerea di Bagram, in Afghanistan.

La tortura ha avuto effetti corruttori anche sulla nostra politica. La maggior parte dei repubblicani ha

difeso al Congresso la pretesa di Bush di avere il diritto di usare simili metodi, ovviamente per ragioni di solidarietà politica. La corruzione ha toccato persino l'uomo che più di ogni altro è stato il simbolo della resistenza alla tortura, John McCain. Il senatore McCain, nel 2005, ha guidato il Congresso nel far passare la legge che reiterava il bando dell'uso militare della tortura. Eppure, quando quest'anno si è trattato di estendere il bando agli agenti dei servizi di sicurezza, al momento di votare l'Intelligence Authorization Act si è schierato con il presidente. Sarebbe come dire che i nordvietnamiti che lo torturarono cosí crudelmente quando era loro prigioniero erano criminali di guerra se soldati, ma non se erano agenti delle forze di sicurezza.

Persino il linguaggio è stato corrotto. Il 9 marzo, il direttore della comunicazione della CIA, Mark Mansfield, ha dichiarato in una lettera al direttore del New York Times che la legalità dei metodi di interrogatorio dell'Agenzia «era confermata dal Dipartimento della Giustizia». In altre parole, la CIA affida l'approvazione legale della tortura al dipartimento politico dell'amministrazione che l'ha giustificata. Come se il diavolo citasse gli scritti di Satana.

George W. Bush può pure cercare il perdono del suo dio per aver cercato di legittimare la tortura. Qui sulla Terra non può sfuggire al giudizio degli uomini. Per quel che mi riguarda, resterà sempre il Presidente Tortura.

Tutti noi non possiamo rassegnarci a essere una Nazione Tortura. Il Washington Monthly ha dedicato un suo numero recente alla tortura come pratica americana, pubblicando brevi saggi di autori che rappresentano tutto lo spettro politico. Il colonnello Lawrence B. Wilkerson, dell'Esercito americano (ora in pensione), già capo di gabinetto del segretario di Stato Colin Powell, ha scritto: «Dobbiamo cominciare a prendere atto dei nostri crimini e delle nostre complicità. Siamo tutti colpevoli, e dobbiamo tutti fare qualcosa per quel che ciascuno può. La tortura e l'abuso dei prigionieri non sono pratiche americane. Ci sono estranee e sempre lo saranno. Dobbiamo esorcizzarle dalle nostre anime e porvi rimedio».

(Traduzione di Pietro Corsi)


ANTHONY LEWIS, ex commentatore del New York Times, è stato insignito per due volte del premio Pulitzer. È autore di Freedom for the Thought That We Hate: A Biography of the First Amendment (Basic Books, 2007).

 
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