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Il caso Garboli
ENZO GOLINO


LAURA DESIDERI, Bibliografia di Cesare Garboli (1950-2005), Pisa, Edizioni della Normale, pp. XXXV-217, €15,00

Non si sa mai, tante sono le suggestioni, in che modo affrontare il caso Garboli, una figura divergente e anomala delle patrie lettere. Nel personaggio si annidano incrinature da lui stesso esibite con il gusto di una ricercata impudenza, di arguti e perversi depistaggi per nasconderne origini, tracce, riflessi leggibili nelle azioni, negli scritti. Un carattere amicale, all'occorrenza risentito, aguzzo, canzonatorio. E sagace nell'amministrazione del potere intellettuale variamente e responsabilmente disseminato nei luoghi giusti al punto da trasmettere una non proprio esatta immagine di spargimento dispersivo. La rotazione delle sue attività, infatti, congiurava ad accreditare questa immagine. Solitario battitore libero – «libero da sempre come un evaso», «d'indole né remissiva né mansueta» ha detto Vittorio Sermonti – e al tempo stesso personalità dell'establishment non solo letterario, Garboli riassumeva nella sua persona una dialettica felice e insieme sofferente in bilico fra appartenenza e identità.

Quando parla di sé nega la certezza di quel che da tempo conosce di sé e del suo lavoro, o per improvvise illuminazioni. A chi, a che cosa apparteneva Garboli? Perché moltiplicava le facce della propria identità, distribuendole in appartenenze a corrente alternata, quasi soddisfatto di essere insoddisfatto di tutte mentre le agitava in un caleidoscopio di anarchie visionarie? Forse una risposta si potrà intuire in alcune sue frasi che ho citato alla fine di questo articolo.

Ma l'ancoraggio più solido e inequivocabile per addentrarsi nel caso Garboli e nell'eredità che ha lasciato è l'autoritratto bibliografico – come l'ha definito Carlo Ginzburg nella Nota introduttiva – a cui l'operoso homo faber ha lavorato fino ai giorni che ne hanno preceduto la morte. Laura Desideri, dall'inizio curatrice del progetto, ne ha illustrato le ragioni con efficace sobrietà nelle pagine prefatorie che seguono la succinta e capillare cronologia della vita (Viareggio, 17 dicembre 1928-Roma, 11 aprile 2004) e dell'opera.

Un libro dunque. Ma che cosa era un libro per lui, tanto più un libro suo? L'ha spiegato con una bellissima immagine: «Un libro ha le sue esigenze. È già uno scaffale, coi suoi scomparti e ripiani. O una costruzione, e bisogna dargli spazio, movimento, respiro».1 A questo disegno Garboli si era ispirato verso la fine degli anni Novanta quando si accinse all'impresa purtroppo destinata alla postumità. Frammenti di vissuto animano i freddi lemmi bibliografici, e basta il nome di certi luoghi (la natía Viareggio, Vado di Camaiore e la grande casa di famiglia, Pietrasanta e la candidatura nel PCI, Roma, Firenze, Saigon e altri altrove) a evocare quasi un fondale romanzesco. Erratica geografia non solo residenziale, specchio del nomadismo interiore di un personaggio complesso e irrequieto, dotato di intelligenza smagliante con la quale – eretico signorile – amava spiazzare gli interlocutori, ribaltare situazioni.

Apparve inconcepibile, esempio rarissimo, e se ne discusse non solo negli ambulacri accademici, il suo giovanile rifiuto della carriera universitaria sorprendendo illustri docenti – primo fra tutti Natalino Sapegno – che già lo vedevano in cattedra grazie al precoce talento letterario. E chissà se è sufficiente a convincere i dubbiosi una sua lapidaria definizione della Divina Commedia: «un monumento innalzato e dedicato soprattutto alla capacità di odiare».2

 

Questo talento si andava precisando negli anni con l'attitudine a un diffuso soggettivismo nutrito dagli echi di una filologia e di una storiografia metabolizzate al massimo per non renderle ostiche, invasive, burocraticamente sovrastrutturali. Lettore critico, saggista narratore, interprete certamente originale, questo cosiddetto critico che andava oltre la critica scrisse una volta che preferiva essere considerato in quel ruolo che più gli piaceva, e cioè un esecutore degli autori prediletti, da tradurre in parole sue «come fa un pianista quando trasforma in suoni i segni dello spartito pieno di note che ha sotto gli occhi o nella memoria, rendendo a tutti accessibile la musica. Ma un pianista, un interprete è forse un critico?».3 Lavora di pedale Garboli per attutire o esaltare quei suoni, e lo senti quel lavoro di pedale nell'andante sinuoso della scrittura ricchissima di umori, percezioni, slanci orizzontali e verticali, che non sbanda e tiene diritta la barra del timone orientando la rotta pur tra digressioni, parentesi, sconfinamenti.

In questo ennesimo autoritratto, definizione del suo modo di lavorare sulla letteratura e su chi la incarna, mai ha ricordato che l'idea della critica come esecuzione dei testi l'ha formulata Gianfranco Contini in più luoghi della sua opera, per esempio in un'intervista: «Direi cioè che sia morta la critica come genere letterario, in senso umanistico ... Allora, alla eventuale soppressione della critica letteraria, nella forma istituzionalmente vigente e giuridicamente riconosciuta, potrà corrispondere altra cosa: quest'altro equivalente della critica potrà essere l'esecuzione del testo».4 Ipotesi preceduta da un riferimento alla musica, ambito in cui «i testi sono eseguiti».

Non a caso Garboli ricorre alla figura del pianista per trasmettergli il compito di critico letterario – un abito troppo stretto – al quale mai si era sentito affine. Anche in questa occasione il silenzio di Garboli su Contini insospettisce. E avvalora una idea espressa da Carlo Ginzburg in uno strepitoso racconto-saggio letto al Premio Pozzale Luigi Russo 2005, pubblicato nel 2007 dal Comune di Empoli in una nitida plaquette fuori commercio per onorare la memoria del giurato Garboli scomparso l'anno prima. Brillante storico e teorico del «paradigma indiziario», Ginzburg mette in campo tutte le sue risorse investigative per scovare l'antagonista segreto di Garboli, per l'appunto Gianfranco Contini, e allinea una prova dietro l'altra, documentatissime.

 

Ogni incontro del Garboli pianisticamente inteso con i testi di cui vuole scrivere (da Molière a Chateaubriand, da Berenson a Longhi, da Pascoli a Penna, da Soldati a Delfini alle numerose scrittrici) si presenta nelle forme di una storia di seduzione, tanto che Storie di seduzione5 fu il titolo di un suo libro ampliato sull'impianto di Scritti servili.6

In pieno raptus amoroso, Garboli si avventa sullo scrittore da sedurre e da cui essere sedotto per suggerne la linfa, per distillarne la sostanza più profonda in uno scambio vampiresco di eros letterario. Il sapiente fascino dello stile e l'avvolgente orchestrazione tematica innamorano il lettore conquistato dalle sue arti dongiovannesche. All'occorrenza, il Don Giovanni che è in Garboli si traveste da servo (Leporello, Sganarello), da obliquo vicario, per meglio penetrare con astuto servilismo anima, forma, linguaggio dell'autore o dell'autrice nella duplice veste di amato e amante.

Strumento principe di tali capacità seduttive è la teatralità, tra le massime performances dei rapporti umani (secondo il sociologo Erving Goffman, teorico dell'approccio drammaturgico alla vita e ai set che la vita offre).7 Un rutilante kamasutra di umori, voci, gesti che Garboli, smaliziato performer, esegue di posizione in posizione con tecnica sopraffina (anche improvvisando). È critica-spettacolo la sua: sciabolate di spot illuminano gli angoli più bui del testo e dell'autore in quanto individuo maschile o femminile, alla ricerca di emozioni tra quinte a perdita d'occhio, fondali illusori e reali, sipari che si chiudono o si aprono di scatto. Insomma, il mondo di un metaforico rituale scenico.

C'è un'àlacre allegria, a volte temperata da un dandysmo malinconico, c'è un fervido magheggio cagliostresco nella sua prosa recitata che non ha eguali nella saggistica letteraria degli ultimi decenni (salvo, forse, ma su tutt'altro versante, i «racconti critici» di Giacomo Debenedetti). Sospinto da intuizioni psico-filologiche, lo spirito d'avventura conduce Garboli a vestire i panni dell'investigatore che ha subito avvertito in Carlo Ginzburg un agguerrito sodale, un fratello in armi sui percorsi dell'interpretazione. Ha ragione Domenico Scarpa quando scrive, a proposito del saggio garboliano Penna, Montale e il desiderio8 che «al centro di questo libro ... come spesso accade nei testi di Garboli», il lettore trova «una detective story letteraria».9

La girandola d'invenzioni che Garboli accende rappresentando i suoi autori, spregiudicata e fantasiosa quanto si vuole, non si debilita in vacui esercizi di mimetismo. Trova piuttosto indizi fondanti senza legarsi a precetti metodologici: perché il suo metodo è il garbolismo di cui è inventore, amministratore, esecutore unico. Esplora l'insieme dei sintomi disseminati nel corpo dei testi e nell'esistenza di chi li ha scritti. Perlustra con tocco leggero e svagato – persino contraddicendosi in questo organismo carnale dove tutto si tiene, anche l'anello mancante e il vuoto insondabile – aerei sentieri filologici e storiografici. Mentre la vita scorre, «antagonista imprevedibile».

All'intreccio di immaginario e testualità si aggiunge l'autobiografia che in forme esibite s'inarca con un atto confessionale nell'ultimo saggio dell'omonimo libro Pianura proibita.10 E come la Bibliografia ordita insieme a Laura Desideri è un testamento affidato alla nuda rappresentatività dei titoli, cosí quel saggio è il manifesto testamentario che l'Io garboliano affida ai posteri. L'atto confessionale estremo che si è concesso riguarda il riconoscimento del ruolo esercitato dalla propria immaginazione che «passa ovunque vittoriosa, distrugge e vanifica la realtà, ma furoreggia e lavora indefessa fino al momento in cui si conserva improduttiva».11

È la degna ratifica del narcisismo da sempre attribuito a Garboli che non disdegna di ostentare l'Io del critico, termine professionale, castale e catastale convenzionalmente inteso ma da Garboli rifiutato. Nella scrittura quell'Io consuma la propria liberazione di lettore mentre dichiara di non amare i libri. Una liberazione dal démone della lettura, dal carcere gutenberghiano? Quanto al narcisismo, Garboli non l'ha mai considerato un'accusa, come vorrebbe un risarcitorio luogo comune. Anzi, sfacciatamente divertito, ne ha accettato i crismi ben consapevole che il narcisismo è cosa diversa dalla vanità. Differenza tutta a vantaggio del narcisismo, proiezione di quel che Garboli pensava di una qualità scandalosa tipica di Natalia Ginzburg: «l'innocenza separata dall'ingenuità»,12 come il narcisismo si distingue dalla vanità.

Non si dimentichi infine, fra le caratteristiche garboliane, quella corda civile, patriottica, mai sottomessa al peso dell'ideologia, alla vicinanza con il PCI ben controllata dalla temperie culturale più che partitica. Una corda civile, fonte anche di indignazioni e di rabbie, che aleggia in un orizzonte gobettiano e gramsciano come antidoto ai vizi nazionali.

 

In base a tale combinato disposto, poteva Cesare Garboli, autobiografico «narratore di scrittori», lasciare un'eredità che non fosse soltanto la presenza materiale della sua scrittura, ora incapsulata bibliograficamente in un «serpentone» di titoli? Percorrendoli uno per uno, nella memoria di lettore dei suoi scritti ho visto prendere forma due figure: la prima, come in una scena da film western, Garboli nelle vesti di un indiano sioux o apache o di altra tribù, disteso sul terreno della Letteratura con l'occhio vigile a scrutare le orme di autori vicini e lontani e con l'orecchio incollato al suolo per ascoltare il rumore dei loro passi; la seconda, Garboli scacchista (e lo era davvero) nei procedimenti di una scrittura armata di limpidi virtuosismi stilistici mai protervi e spocchiosi, tanto che questa prosa è un succedersi ora pacato ora rapinoso di mosse e contromosse concettuali disposte sulla scacchiera. E càpita, magari nell'accanimento interpretativo, nel corpo a corpo con gli scrittori di cui si occupa, vedergli buttare all'aria scacchi e scacchiera e risolvere la partita fuor d'ogni schema normativo. Chissà, forse Gesualdo Bufalino, fra le schiere di quanti hanno scritto di scacchi, avrebbe glossato cosí: «Perché gli scacchi non sono semplicemente un gioco. Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt'intera, la vita».

Ma s'intravede, oggi, il lume di questa eredità? E in chi? Alfonso Berardinelli, in morte di Garboli, ha scritto che «alla fine del Novecento, nessun altro letterato italiano ha esercitato nella nostra cultura un'influenza pari alla sua, altrettanto ramificata e determinante: arrivando a trasformare l'idea stessa di letteratura e di critica letteraria. Dai più giovani Garboli è stato sentito come un coetaneo, come un fratello maggiore, come un modello inevitabile e inarrivabile».13 Già, sarà anche vero a un livello che vorrei definire sentimentale, puramente emotivo, virtuale. Ma i risultati pratici? L'influenza e la trasformazione a cui allude Berardinelli sembrano trascorrere soltanto in volatili pensieri di giustificata e persino stupefatta ammirazione.

Raffaele Manica, critico e docente universitario di una generazione successiva a quella di Berardinelli, e quindi abitatore di uno spazio temporale ancora più distaccato, commentando la scomparsa di Garboli ha scritto con nitida saggezza: «Se nell'arte della critica è bene considerarlo un maestro, ancor meglio è non pensare di fingersi figli suoi; il passato, questo lo sappiamo, ci divorerebbe».14

Garboli, tuttavia, non ignora il fascino che esercita sui letterati più giovani. Dialetticamente accetta il confronto, esce allo scoperto. Per esempio, dedica due pagine di questo mensile15 a poche righe di un (a suo dire) «penetrante articolo» di Silvio Perrella su Calvino editore per confutare e smentire di aver mai pensato e scritto quel che Perrella gli attribuisce: «Se, come dice Cesare Garboli, è possibile porre un nesso tra le linee di una vita e la forma dei testi...».16

L'intervento di Garboli evoca fra l'altro un tema dibattutissimo, ma soprattutto ripercorre un tratto cospicuo della critica novecentesca, due fronti opposti: da un lato Gianfranco Contini e Giuseppe De Robertis, dall'altro Benedetto Croce, affrontando una vexata quaestio, la «critica delle varianti» da Croce altezzosamente ribattezzata «critica degli scartafacci». In questo intervento capitale Garboli – solitamente alieno da esercizi di teoria letteraria – apre le porte del suo laboratorio, un genere di luogo che eventuali e supposti eredi hanno evitato di costituire in proprio per palese disinteresse. In quel laboratorio sono nati gli strumenti che ci consentono senza più indugi o alibi di leggere Garboli non come lettore, critico, saggista, narratore di scrittori, interprete, pianista, esecutore o quante altre figure, maschere, ruoli, etichette occorrano per definirlo. È tempo, credo, di leggere Garboli in quanto Garboli, insomma Garboli tout court...

E poiché di eredità stiamo parlando, di ferme convinzioni garboliane a proposito della critica giovane si ebbe ulteriore prova a Lucca nel convegno – 24, 25, 26 settembre 1999 – organizzato da Alba Donati, curatori Massimo Onofri, Silvio Perrella, Emanuele Trevi, dedicato al tema Costellazioni italiane: 1945-1999. Libri e autori del secondo Novecento. Garboli era l'unico critico della sua generazione a essere invitato. Presente al convegno, non si sottrasse a dire la sua. Ma nei giorni precedenti, in una intervista,17 a parte considerazioni polemiche sull'argomento, sulla natura, sui punti deboli del convegno, avendo già letto le relazioni dei curatori manifestò alcune perplessità sulle loro proposte. Ignoro se in seguito, privatamente, abbia cambiato idea. E a proposito dei giovani «triumviri», come chiama i curatori del convegno, Garboli disse:

1. «Perrella privilegia una triade – Bilenchi Parise Calvino – che ha il suo punto di partenza nei Cinquanta se non addirittura nella depressione ermetica fra i Trenta e Quaranta. La triade fa da richiamo polare in una costellazione che tende all'indietro, la si direbbe del Cancro o Granchio che si dica. Ma anche Onofri e Trevi partono da Moravia, Fenoglio, Gadda, Soldati, Brancati, Alvaro, Natalia Ginzburg, Cassola, Bassani, e perfino Carlo Levi».

2. «Lo schema di Onofri è interessante perché insegue non un principio d'ordine ma di disordine. La mente di Onofri è di tipo pirandelliano, avida, agitata, avvocatesca, un'intelligenza politica alla Marcello Veneziani, il politologo di destra, di quelle che perseguono obiettivi che chiedono di rimanere sotterranei e indecifrabili. Pier Vincenzo Mengaldo ci insegna a preferire la critica che nasce dalle idee e non dal gusto, e sta bene. Ma timidamente mi affaccio dal banco e faccio osservare che a volte dal gusto nascono delle idee, mentre quasi mai avviene l'inverso. Un po' di orecchio, l'olfatto, aiuterebbero Onofri a correggere molti dei suoi errori di prospettiva».

3. «Mi ha colpito la relazione di Trevi. Mi ero fatto di lui l'idea di un critico sospiroso, tutto profumi, essenze, sali balsamici, mentre qui si rivela teso al concreto e capace di pensare. Partendo dal presupposto che ai romanzieri si chiede come minimo di fornire "un modello del mondo", Trevi non può che imbattersi nella Morante, il solo scrittore italiano della seconda metà del Novecento capace di una simile impresa. Ma, sommessamente, vorrei anche invitarlo a riflettere se non sia il caso di considerare l'età del romanzo un'esperienza conclusa ... Oggi uno statuto riconoscibile e accettabile del mondo non esiste. Il mondo galleggia su se stesso, come le acque primordiali. Le varianti non bastano». (Quanto a Trevi, vorrei postillare che nell'articolo in morte di Garboli ha inciso una delle immagini più ariose della sua vasta e varia opera che «sembra proprio avere l'aspetto di un ricchissimo campionario umano, di un atlante sociale, di un erbario psichico»).18

Alla fine del colloquio sul convegno di Lucca, sempre in tema di eredità – l'intervistatore chiede a Garboli se a suo parere già esiste, o se comincia a formarsi con caratteri riconoscibili e suoi propri, una nuova generazione di critici letterari. Garboli risponde: «Sí, penso di sí. Ci sono già dei giovani critici, non esclusi i triumviri, per i quali l'amore per la letteratura è sincero». Risposta affettuosa ma – credo – interlocutoria. Anche se l'amore, sentimento universale, può a volte essere un'eredità.

 

Scavando ancora un po' in ambito ereditario affiorano due aspetti non secondari della persona e dell'opera. Il primo l'ha toccato con raffinato acume una poetessa, Franca Grisoni, additando in Garboli «la proprietà di indicare il femminile in alcune delle sue non sempre riconoscibili manifestazioni ... E come critico, fa per il femminile, non per le donne soltanto, ciò che un uomo raramente è disposto a fare: lo include come valore che apporta alla vita altre prospettive, altri modi di vivere, di sentire, di operare ... egli mostra tra virilità e femminilità un corpo a corpo dove, come in certe lotte, è difficile distinguere un lottatore dall'altro nel viluppo. Il femminile come interlocutore che l'uomo si porta dentro, la sua alterità e le sue differenze, i suoi rispecchiamenti».19

Lui deve averle intraviste e meditate «certe lotte», fino alla rivelazione abbagliante di chi le praticava, carnefice e vittima, invischiato in quel viluppo: Giovanni Pascoli, una sorta di Museo Naturale della Poesia a cui Garboli si è dedicato con passionale trasporto di paleontologo. E uno scorcio definitorio violento, efficace, ambiguo del maschile/femminile si produce in una storia che Garboli racconta nelle pagine culturali di un quotidiano e, poco dopo, di una rivista letteraria.

La vicenda risale agli anni bisognosi del Pascoli studente universitario a Bologna, collaboratore di giornali per incrementare l'assai magra disponibilità economica. Garboli rintraccia il percorso di due cronachette d'arte figurativa, e soprattutto in una sottolinea l'evocazione (provocata da un quadro del pittore e scultore bolognese Leopoldo Bersani) delle «donne impure di Lesbo ... rivedute fremebonde negli spasimi delle loro passioni proibite», mentre «s'indugiavano sugli scogli del mare Eolio e mostravano alle onde caramellanti i loro baldi fianchi e i loro vizi segreti». Abbastanza, e non è tutto, da consentire a Garboli una madeleine di «fellinismo» isolando in un fotogramma verbale «gli occhi del giovane Zvaní, poco più che ventenne», mentre «si gettano su queste riminesi saraghine dalle tette fluttuanti e dai fianchi che scoppiano».

Per di più, le visioni suscitate da Bersani richiamano la saffica (un tipo di strofe cosiddetta nella metrica classica) altrettanto sgangherata («O giardini di Lesbo, o Mitilene...») scritta da Pascoli: un richiamo che decreta la costanza «di interessi erotici orientati su Lesbo», allettante impulso alla passione con la quale Garboli cercava di indagare i nodi complessi della libido pascoliana alla ricerca di nidi dove esprimersi. La materia lesbiana suggerí a Garboli, presumibilmente, il titolo "Pascoli lesbico", in seguito trasferito al medesimo testo pubblicato su Paragone perché la Repubblica, a cui era in primo luogo destinato l'articolo con quel titolo, preferí invece un più sedato "Pascoli poeta e giornalista".20

La digressione su Pascoli lesbico dimostra ancora una volta la capacità garboliana di sgusciare, secondo la Grisoni, «tra maschile e femminile, separando o unendo questi due poli» (e non solo questi due). Del resto, Garboli si occupa di un cospicuo numero di scrittrici commisurando il giudizio al valore estetico talvolta con motivazioni sorprendenti: Morante, Ginzburg, Banti, Cavalli, Bompiani, Loy, Maraini, De Céspedes, Masino, Ombres, Liala, Vivanti, Rosselli, Spaziani, Vinci, Lagorio, Petri, Morazzoni, Ripa di Meana, Pincherle, Rasy, Volpi e altre, tanto per restare nei confini del Novecento. Attitudine a indagare il femminile che affonda radici ancestrali nelle più riposte pieghe affettive della sua famiglia (Cesare, unico maschio tra cinque sorelle) e coinvolge in misura massiccia l'attività letteraria delle donne. Quasi una svolta nel panorama del secondo Novecento, un'apertura mentale sufficiente a far vergognare storici, antologisti, critici della letteratura italiana per aver dato cosí poco spazio a narratrici, poetesse, studiose. Le prove di tale feroce maschilismo, consapevole o meno, sono davvero schiaccianti. E si aggiungano pure a maggior merito di Garboli la finezza dell'approccio garboliano alla parte femminile del leggendario nido pascoliano (le sorelle del poeta Ida e Maria) e a Matilde Manzoni (figlia di Alessandro, un padre ingombrante anche nell'assenza).

Il secondo aspetto, ineludibile, è quel brivido tragico che di tanto in tanto increspa le esternazioni di Garboli nella letteratura e nella vita. Come accade in Pianura proibita nelle frasi finali dell'ultima pagina, davvero una parola estrema: «È un regalo della provvidenza che ci venga risparmiato di conoscere nella sua realtà la vita vissuta da tutte le generazioni anteriori alla nostra. Succederebbe in caso contrario quello che pensano i libri di Primo Levi. Come accettare di vivere, una volta visto e sperimentato coi propri occhi che cosa è la Storia?».21

A volte basta una bibliografia per riaprire il caso Garboli.

P.S. Parte di questo testo è stata letta nel corso della tavola rotonda presieduta da Salvatore Silvano Nigro il 7 marzo 2008 alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Argomento dell'incontro Eredità di un critico: omaggio a Cesare Garboli e il libro di cui si parla in queste pagine. Hanno partecipato anche Andrea Cortellessa, Laura Desideri, Raffaele Manica, Massimo Onofri, Domenico Scarpa.

1 . C. Garboli, La stanza separata, Milano, Mondadori, 1969, p. 125, poi in L. Desideri, Bibliografia di Cesare Garboli (1950-2005), Pisa, Edizioni della Normale, 2007, p. XXXI.

2 . C. Garboli, Pianura proibita, Milano, Adelphi, 2002, p. 153.

3 . Ivi, p. 166.

4 . "I ferri vecchi e quelli nuovi. Ventuno domande di Renzo Federici a Gianfranco Contini", Prisma n. 1-2, gennaio-febbraio 1968, pp. 9-14; poi ristampato in D'Arco Silvio Avalle, L'analisi letteraria in Italia. Formalismo, Strutturalismo, Semiologia, Milano-Napoli, Ricciardi, 1970, pp. 216-28; e ancora in G. Contini, La critica degli scartafacci e altre pagine sparse, Pisa, Edizioni della Normale, 1992. Di «esecuzione» Contini parla anche in Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini (Milano, Mondadori, 1989), ma è un concetto ricorrente in altri luoghi della sua opera.

5 . C. Garboli, Storie di seduzione, Torino, Einaudi, 2005.

6 . Id., Scritti servili, Torino, Einaudi, 1989.

7 . E. Goffman, The Presentation of Self in Everyday Life, Edimburgo, University of Edinburgh Social Sciences Research Centre, 1956. La seconda edizione riveduta e ampliata (New York, Doubleday & Co., 1959) è stata tradotta con il titolo La vita quotidiana come rappresentazione (Bologna, Il Mulino, 1969) e ristampata nel 1990 presso lo stesso editore con l'aggiunta dell'Introduzione di P.P. Giglioli (ultima ristampa 1997).

8 . C. Garboli, Penna, Montale e il desiderio, Milano, Mondadori, 1996.

9 . D. Scarpa, "Garboli, Penna e Montale", la Rivista dei Libri, n. 2, febbraio 1997, pp. 16-18.

10 . C. Garboli, Pianura proibita, cit., pp. 164-78.

11 . Ivi, p. 169.

12 . Frase di Garboli estratta dal risvolto di copertina (prima aletta) del libro di N. Ginzburg, Vita immaginaria, Milano, Mondadori, 1974.

13 . A. Berardinelli, "Cesare, maestro senza volerlo", supplemento domenicale di Il Sole24Ore, 18 aprile 2004, p. 27.

14 . R. Manica, "Leggere a distanza di viscere", il manifesto, 12 aprile 2004, p. 12.

15 . C. Garboli, "Ma la poesia è interessante?", la Rivista dei Libri n. 11, novembre 1991, pp. 35-36.

16 . S. Perrella, "Calvino editore", la Rivista dei Libri, n. 6, settembre 1991, pp. 7-9.

17 . C. Garboli, colloquio con Enzo Golino, "Letteratura mezzo secolo all'incanto", la Repubblica, 21 settembre 1999, pp. 46-47.

18 . E. Trevi, "Garboli, una vita all'opera", il manifesto, cit., p. 12.

19 . F. Grisoni, Appunti sul far critica di Garboli, Firenze, Pananti, 1992, pp. 11-13, edizione fuori commercio.

20 . C. Garboli, "Pascoli poeta e giornalista", la Repubblica, 29 aprile 1998, pp. 40-41; con il titolo "Pascoli lesbico" in Paragone. Letteratura, n. 568-570, giugno-agosto 1997, uscito nel luglio 1998, pp. 3-8. La summa pascoliana di Garboli è consegnata al disegno antologico e alla sua mercuriale campionatura – un terzo del "tutto Pascoli" – che aprono ulteriori spiragli interpretativi con analisi solide e insieme spericolate nella geniale polifonia di un mondo poetico. Un tentativo di nuovo canone? (Poesie e prose scelte, a cura di C. Garboli, Milano, Mondadori, 2002, 2 voll.). Titolare di cinquantatré anni di amicizia intensamente condivisa, Vittorio Sermonti sostiene di non aver mai capito «se Cesare amasse molto Pascoli. Certo, è stato Pascoli: come nessuno. La geniale istrioneria di Cesare, la sua alterigia servizievole hanno conosciuto l'abnegazione dello scambio di persona: scambio cui presidiava con la tristezza e il disincanto di chi sa fin da principio di valere la propria assenza». ("Noi due studenti di latino", la Repubblica, 14 aprile 2004, pp. 38-39).

21 . C. Garboli, , cit., p. 209.


ENZO GOLINO collabora a L'espresso, la Repubblica e altre testate. I suoi libri più recenti: Sottotiro. 48 stroncature (Manni, 2004) e l'edizione accresciuta (Bompiani, 2005) del saggio Pasolini. Il sogno di una cosa. Pedagogia, Eros, Letteratura dal mito del popolo alla società di massa (pubblicato da Il Mulino, 1985 e da Bompiani, 1992).

 
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